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Accademia del Profumo 2018 – Premi

Text Lampooners

 

Ad aggiudicarsi la vittoria del Premio Accademia del Profumo 2018 nella categoria miglior profumo dell’anno femminile e maschile sono stati Narciso Rodriguez For Her Fleur Musc e Dior Homme Sport. Il giudizio della Giuria tecnica ha invece eletto Gucci Bloom e Bottega Veneta pour Homme Parfum migliori creazioni olfattive femminile e maschile; Salvatore Ferragamo Signorina in Fiore e Trussardi Riflesso si sono invece aggiudicati il titolo di miglior profumo made in Italy per l’universo femminile e maschile. A Twilly d’Hermès è andato il premio per il miglior packaging tra le fragranze femminili, mentre a Y | Yves Saint Laurent per le fragranze maschili. La categoria miglior profumo collezione esclusiva grande marca ha visto eccellere Armani Privé Iris Céladon; a Tuberose in Blue by ALTAIA è invece andato il riconoscimento per il miglior profumo di profumeria artistica. Anche quest’anno, inoltre, è stato assegnato un riconoscimento speciale al creatore del profumo che, nel 2017, ha ottenuto i migliori risultati di vendita nei primi sei mesi dal lancio sul mercato italiano. Olivier Polge, naso profumiere di Chanel, ha raddoppiato il successo dello scorso anno grazie a Gabrielle: un’immersione nei fiori bianchi che è anche un omaggio alla femminilità allo stato puro, coraggiosa, audace e appassionata.

 

accademiadelprofumo.it

Courtesy Press Office

cosmeticaitalia.it – @CosmeticaItalia

Not so sure about that list

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Secondo la classifica dei marchi più hot e dei prodotti più venduti del 2017, pubblicata pochi giorni fa da Business of Fashion, realizzata in collaborazione con Lyst, Gucci e Balenciaga dominano la scena su entrambi i fronti. Tanti i big assenti: da Prada a Chanel, da Hermès a Dior, da Louis Vuitton a Céline. Lo stupore.

Se ne stupisce anche Diet Prada che, sul suo profilo Instagram, commenta: «When lvmh-owned BoF partners with Lyst and can’t hide the fact that Kering is killing the game lol». Come a dire, il successo di Kering con Gucci e Balenciaga è talmente impressionante che neanche il colosso LVMH può nasconderlo su un giornale di sua proprietà. Qualcosa non torna: non tanto la presenza apicale di Gucci e Balenciaga, quanto l’assenza degli altri. A pedice dell’articolo, la chiosa: «Due to exclusive vertical distribution models, the Lyst Index does not include: Chanel, Christian Dior, Hermès, Louis Vuitton, Céline and Prada». La classifica dei marchi più influenti e dei prodotti più venduti non tiene conto di almeno sei dei maggiori nomi del suo universo di riferimento per via del loro modello di distribuzione esclusivamente verticale.

Quale utilità può avere una classifica che non tiene conto di marchi così rilevanti? Perché un gruppo come LVMH ha permesso la pubblicazione su un giornale di sua proprietà di una notizia così parziale e svantaggiosa per sé?

La classifica degli hottest brand parte da Gucci, Balenciaga, Vetements, Valentino, Off-White, Givenchy, Moncler, Stone Island, Balmain e si chiude con Yeezy. Per quanto riguarda i prodotti più venduti: sandali fiorati di Gucci, speed trainer Balenciaga, cintura logata di Gucci, sneaker fiorata Gucci, T-shirt con logo Gucci, sandali Givency, T-shirt Balenciaga, tronchetti Isabel Marant, giubbotto di jeans Acne Studios e bomber Moncler.

Biennale Arte 2017

Text Ornella Fusco

 

Di abitudine, una mostra prevede con una serata d’inaugurazione il giorno prima dell’apertura al pubblico. La Biennale dell’Arte di Venezia vuole un’intera settimana di mattine con la testa sopra i postumi di notti in giro con scarpe di vernice nera per abiti da festa. Venezia non è un pesce, in questa settimana, ma un salotto: la sagoma della città è la stanza da ballo per sovrane in transito alla ricerca di tempi perduti – riedizioni di Sofia di Napoli, Cristina di Svezia, Elisabetta d’Asburgo. Ducati e feudi che oggi si manifestano su poteri simili per economia ma reattivi per immagine.

Martedì sera, due regni dello stesso impero. Per Louis Vuitton sedevano alle due tavole nel salone d’onore del Museo Correr, parte di quello che resta il Palazzo Reale di Venezia, quasi tutta la famiglia Memmo: due sorelle, Daniela d’Amelio e Patrizia Ruspoli, per due generazioni di una dinastia che ha saputo trasformare la furia della società capitolina in un codice di eleganza, arte e understament – tra Londra e Roma

Damien Hirst a Palazzo Grassi. Sussisteva un chiacchiericcio insistente, prima che aprissero i battenti: il riscatto di Hirst in polemica e in declino. Nessuna delusione. Hirst ha ritrovato in fondo all’oceano un relitto di un vascello custode di ori antichi, busti romani, oracoli orientali – inaspettatamente, niente di meno, il primo reperto riproduceva le sembianze di Monsier Pinault. Hirst ha ritrovato nel mare, aggredite da coralli e alghe che ne aumentano la bellezza dei volumi, statue in bronzo di Mowgli e a Baloo da Il Libro della Giungla. Dagli abissi, sono riapparse teste di Medusa stile Caravaggio, ante tempo per l’antichità presupposta; colossi caduti da Rodi – il più grande ricostruito nell’androne centrale del palazzo. Archeologia stonata dal genio. Le fotografie – le opere più vendibili – si basano su un blu oceanico, le sfumature sui volti di divinità indù. Il bottino. Damien Hirst ha saputo giocare sul confine tra storia e finzione, proprio lì dove nasce la definizione di letteratura.

Mercoledì sera, per tradizione, Monsieur Pinault invitava in onore di tutto quanto questo. La Fondazione Cini brillava per le finestre di una Versailles riapparsa, sul sagrato, a fondamenta dell’isola. Un agrumeto conduceva all’ingresso – se c’è un Re Sole a questo mondo, lo si trovava sulla porta a stringerti la mano. Tutti i generali del gruppo Kering. Marco Bizzari, alto due metri, a capo dell’ammiraglia Gucci. Francesca Bellettini, Ceo di Saint Laurent, Sabina Belli per Pomellato, Cristiano De Lorenzo per Christie’s, anche questa casa parte del gruppo di Pinault. Uno schieramento, il senso di maestà, tra Charlotte Rampling e l’imperatrice dell’Iran, Farah Dibah. Un gruppo di principesse forse decadute si aggirava per i chiostri: qualche anno fa brillavano per voglia e sorrisi, l’altra sera apparivano più appassite di quanto potrebbe imporre loro qualsiasi età. Senza smalto, vagavano dismesse queste Swan che la sera prima Sotheby’s si ostinava a proclamare iconiche di un’alta società che queste per prime non saprebbero definire.

Giovedì sera, Theodor Currentzis è salito sul palco del Teatro Goldoni per la VAC Foundation di Leonid Mikhelson. Ha diretto Mahler, la Sinfonia numero 1. Un’orchestra enorme, più elementi di quanto il teatro potesse contenere. Metà della platea era stata occupata da una struttura per dare spazio ai violini e a tutti gli archi. L’effetto è stato plateale, nel senso più preciso del predicato – in sala, la musica avvolgeva come non siamo più abituati a percepirla in un’esecuzione dal vivo – era potente quanto il suono amplificato dall’ultimo sistema Pioneer. Il ricevimento dopo l’opera, a Dorsoduro – c’era l’acqua alta a Venezia, e sotto alcuni ponti i motoscafi non riuscivano a passare. Un giardino nascosto era stato illuminato a piccole fiamme come lucciole per la regia di Matteo Corvino. Victoria Mikhelson, giovane, bionda, carattere particolare, non ha permesso ci fosse musica in alcun angolo – il rumore dei piatti e della cena ricordava l’ambiente di una mensa scolastica.

Venerdì sera, il Gritti Palace. Lampoon invitava insieme a Nataliya e Vicktor Bondarenko in occasione del lancio di una collezione di capi e accessori firmata da Rubeus e realizzati con i tessuti della tessitura Bevilacqua, tra le botteghe più leggendarie di Venezia. Una tavola lunga per cinquanta persone era allestita nel Club del Doge, il vento di primavera girava con vortici gentili sulla terrazza davanti alla Salute. La società moscovita si mescolava a quella veneziana, tra tutti brillavano come brillano sempre, le due sorelle, Viola e Vera Arrivabene Valenti Gonzaga. I broccati rossi con inserti in vetro e pietre preziose secondo l’arte di Nataliya Bondarenko, direttrice artistica di Rubeus Milano, era lo spartito emotivo per i violini – quanti violini a Venezia – i cocktail rosa, pesci di laguna le sfere di cioccolato.

Images courtesy of press office and @sgp Italia 

Met Gala ‘Avant-Gard’

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Avanguardia. E’ questo il tema dell’anno del Met Gala. La serata di beneficienza voluta da Anna Wintour che si tiene ogni anno al Metropolitan Museum di New York. Party, considerato l’Oscar della moda.

All’avanguardia è Rei Kawakubo. La mostra Comme des Garçon: Art of the In-Between. Definita dal curatore Andrew Bolton, come una delle stiliste più influenti degli ultimi quarant’anni.

Avant-gard – tutto – fuorché il dress code delle invitate. Quello che doveva essere un tributo all’insegna di mise sperimentali e creative sfocia invece in una sorta di travestimento carnevalicchio. Una stravaganza extra. Proprio come quella extravaganza di libertà di stile e di struttura tipica del mondo teatrale di inizi Novecento, diventata in questa occasione parodia. L’epitomo dell’eleganza che s’interroga su dove sia finita l’arte della moda.

C’è chi si salva e splende. Cara Delevingne è un’aliena argentata Chanel Couture. Sofia Boutella in rete geometrica Marni. Blake Lively, in un Versace che per la prima volta in anni sembra inedito. Un grazie a Lily Rose Depp, venuta a riscattare tutti in Chanel rosa shocking che fiorisce nel suo monospalla.

C’è chi si perde e si spegne. Dakota Johnson, in versione romantica Gucci. Rihanna è pirotecnica, fasciata in abito patchwork Comme des Garçon con sandalo rosso alla schiava che assicura effetto laccio emostatico. Sarah Paulson in Prada di seta blu bordato di piume rosse e nere. Madonna, in un abito da guerriera camouflage firmato Moschino, è un rimpianto.

Met Gala 2017
Metropolitan Museum, New York

Images from Pinterest

#C2CMLN

Testo Mattia Conti

@mattiac0nti

 

Per il terzo anno consecutivo il Festival internazionale di avant-pop sarà nel capoluogo lombardo, in occasione di Miart e a pochi giorni dalla Design Week.

E l’uomo creò il suono: questa la genesi della musica elettronica.

Sintetizzatori e software, l’accelerare dei beat, l’elettronica si afferma come genere negli Anni Settanta. Nasce come momento di creazione e valorizzazione del suono sintetico, prodotto con gli ultimi strumenti a disposizione – tra cui i microprocessori. Nei primi Anni Ottanta l’elettronica deforma il pop e ne viene deformata, esplode in orgasmi che la spingono allo stremo, partorisce l’house e la techno che trasformano il volto della musica da club americana. Dall’America l’onda raggiunge l’Europa, si ibrida e incattivisce dando vita all’acid house, al jungle, al drum’n’bass, humus per lo sviluppo dei rave e dell’hardcore. Il ritmo si fa evento, ricerca e creazione, scarica adrenalina in tutti i generi fondando la dance e toccando anche il rock. Dagli anni duemila tutto sembra essere stato sperimentato e ha vita l’era della ricostruzione, la riapertura ai vecchi generi con forme di sperimentazione che si spingono sempre oltre. L’elettronica ha plasmato decenni di immaginari agli antipodi, ha influito su mode e correnti: il passato diventa strumento per rileggere e spiazzare il futuro. Club To Club è il Festival che punta lo sguardo sulla musica elettronica che deve ancora venire. Club To Club avrà luogo giovedì 30 marzo a Milano in una location d’eccezione: il Gucci Hub, nuovo quartier generale di Gucci, aperto al pubblico per la prima volta in occasione dell’evento. Gli artisti in lineup sono tra i protagonisti assoluti della scena elettronica contemporanea: il musicista, producer e cantante venezuelano Arca, già collaboratore di Kanye West, Björk ed FKA twigs, che ha recentemente annunciato un nuovo album omonimo su XL Recordings, coadiuvato dai visual di Jesse Kanda, che da sempre lo affianca con la sua idea di bellezza, nella loro unica data italiana; Amnesia Scanner, il duo berlinese di casa Young Turks, Xperience Designers campionatori e destrutturatori del suono; il britannico Gaika, con i suoi pezzi dal respiro gotico; la selezione di Toxe, tra le producer del collettivo post-genre Staycore, una delle promesse sulla scena dell’elettronica internazionale. Club To Club nasce nel 2001 a Torino e, giunto alla sua diciassettesima edizione, può ben dirsi il più importante festival italiano di musica elettronica, perfettamente in grado di competere con i maggiori festival europei. Alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra avanguardia e pop, le performance di Club to Club propongono una sinestesia determinata a avvolgere e sconvolgere, momenti di arte e musica risucchiati nella vertigine di un campionamento.

La sedicesima edizione torinese ha visto la partecipazione di quarantacinquemila persone, più di cinquanta artisti provenienti da tutto il mondo per ben quaranta ore complessive oltre le frontiere del suono. Accelerazionismo, fumogeni spezzati dalla luce, un incalzare di ritmo, la formula del successo di Club To Club è l’avere gli occhi e le orecchie puntati sul domani. Per il terzo anno di fila il festival itinerante passerà anche da Milano, dove sarà ospitato proprio a ‘casa Gucci’. Il Gucci Hub, con il suo sapore anni Venti, è la cornice perfetta per l’evento. Nato dal restauro della ex fabbrica aeronautica Caproni, la nuova sede Gucci si configura come uno spazio di scambio culturale e apre per la prima volta le porte al pubblico proprio in occasione di questa esplosione di suoni del futuro. Proprio qui verrà svelato il tema del C2C 2017, fil rouge delle performance torinesi di quest’anno. Italian New Wave, The Trojan Horse, Twins sono solo alcuni dei temi degli anni precedenti ma la costante resta la ricerca della varietà che permette a Club To Club di portare in scena il volto più interessante del panorama elettronico internazionale.

#C2CMLN Gucci Hub – March 30th, 2017, at 9.30 pm

 

Images courtesy of press office clubtoclub.it