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The Fashionable Lampoon
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hedi slimane

Milano e il suo codice borghese
di buone maniere

Toby Coulson, Mother of Pearl, 13th November 2017. ph @tobycoulson
Alberto Moravia, Gli indifferenti, 1929. Front cover of a 1977 edition published by Club degli Editori
Paulette Goddard as Maria Grazia Ardengo in a scene from Citto Maselli's Gli Indefferenti, 1964
Tomas Milian as Michele Ardengo in a scene from Citto Maselli's Gli Indefferenti, 1964
Lina Sotis, Cose da sapere, Arnoldo Mondadori Editore, 1986. Cover designed by Miuccia Prada

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Borghese può essere inteso con un’accezione negativa – diceva Moravia: un’attenzione convenzionale a dettagli relativi. Il borghese vuole sentirsi parte di un gruppo, in una società codificata sull’agio – piuttosto che sentirsi isolato e in qualche modo diverso o speciale. «Cuore? Quale cuore? Quella roba che serve a pompare veleno». Io sono cresciuto in un contesto borghese lottando contro il mio contesto borghese – così come tanti altri, cercando la poesia. Oggi comprendo che la mia educazione di ragazzo per bene, appunto inserito in un contesto di buone maniere, borghese, definisce un’appartenenza alla storia della città di Milano.

Immaginiamo una conversazione impossibile – quando a riprendere il discorso dovrebbe appunto essere Alberto Moravia: «Le cose peggiori, le vedevo in quella donna. Era avara, inibita e omofoba, rigida, snob, ignorante e sempre convinta, convenzionale e così via. Tutte queste cose poi le riassumeva con una sola parola: borghese. Io iniziavo a designare col termine borghese tutto ciò contro cui mi saliva la voglia di ribellarmi, di non accettare» – a tagliarlo via, forse troppo prolisso, entra Dorothy Parker: «Io odio le donne che si cuciono gli abiti da sole, quelle che spulciano i giornali alla ricerca della migliore ricetta, quelle che d’improvviso esclamano Oh devo correre a casa perché è arrivata l’ora di preparare il pranzetto. Anche gli uomini, però, non sono da meno» – strizzando l’occhio a Scott Fitzgerald perché anche questa volta sia Dorothy sia Scott finiranno a letto troppo ubriachi, per poter tentare una sessione di sesso soddisfacente. «È incredibile che l’unico essere umano» sbadiglia Fitzgerald «con cui non vado a letto, sia mia moglie».

I codici borghesi sono quelli cui Hedi Slimane si è riferito per inventare la donna parigina di Celine senza accento: «Rispetto significa considerare l’integrità di ogni individuo, riconoscere quello che spetta e appartiene agli altri con onestà e buonsenso» dice Slimane sulle pagine di Le Figaro. Codici borghesi che ci accorgiamo come fossero presenti anche in quella collezione di Yves Saint Laurent che invocava Liberation, nel 1961. Alla fine del Settecento, la rivoluzione francese fu una rivoluzione borghese – Parigi, città monarchica, accentratrice e dispotica, diede la scintilla al motore borghese che tramite Napoleone arrivò fino in Lombardia – la terra più fertile d’Europa, campo della controriforma laboriosa di Carlo Borromeo, già da due secoli terra agricola dalla produzione simil industriale. Quel Lombardo Veneto così ricco da esser indicato come il Tesoriere d’Europa.

In Italia eravamo abituati ad avere «una non disprezzabile educazione civica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione» – scrive Galli della Loggia, definendo la classe borghese e laboriosa italiana della seconda metà del Secolo Breve che ha avuto la fortuna di avere quattro scuole, quattro cardini, quattro fondamenti: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Andrea Carandini è l’ultimo della classe borghese. Il Grande Borghese si usa scrivere per riferirsi a Carandini: «Siamo sommersi dalle immagini, ci si fotografa anche nei momenti più intimi, privati, perfino — almeno un tempo — imbarazzanti. La scrittura e la lettura, l’apprendimento e lo studio, sembrano non avere più senso. Nel Medioevo si era ricchi di immagini proprio perché erano tutti analfabeti».

Credo nella bellezza e credo nel sudore. Sono i codici borghesi – quelli propri di Milano, della signora disegnata da Miuccia Prada, in quella copertina di Tullio Pericoli che ritraeva Lina Sotis con una penna di piuma più grande di lei, credo in un Corriere della Sera autorevole non quanto un rotocalco. Credo nella buona educazione, nel buon senso e nell’impegno. Milano è una città borghese, fondata sull’imprenditoria e sull’editoria – dalla Scala alla sua cattedrale che appunto resta una Fabbrica. La borghesia, fare squadra e sistema, con serietà e sobrietà. I codici borghesi non producono più reazione, ma consolazione e sicurezza in se stessi – permettono di riaccendere il motore. Usiamo parole più semplici – parole di una signora che ha fatto di un suo atteggiamento borghese la migliore cronaca di moda: «La traccia più bella la lasci con i figli, ma se tu la lasci indipendentemente da quella che è la tua famiglia, crei una storia» – e ci resta nelle orecchie, quella voce di Franca.

Dallo Streetwear
allo Snobwear

Chiara Hovland – photography Cameron McCool, styling Fausto Puglisi
Chiara Hovland, Andrei Coiana – photography Cameron McCool, styling Fausto Puglisi
Andrei Coiana – photography Cameron McCool, styling Fausto Puglisi

Text Carlo Mazzoni

Facciamo un passo indietro e ritroviamo la definizione di ‘Streetwear’, un abbigliamento sportivo per skaters, surfers e giocatori di basket tra spiaggia e asfalto a Los Angeles negli anni Settanta, traslato per il tempo libero e utilizzato da cantanti rap e hip hop. Su questa base si mescolano il design giapponese e la sua sperimentazione, una costante rivisitazione della logomania e svariati dettagli di couture parigina. Tutto deve esser appariscente, tutto deve apparire in contrasto e con un tocco di ironia – la gonna a balze con le sneaker e i tacchi scultura sotto i pantaloni da jogging. Chi si veste così dà nell’occhio e i fotografi – appunto di streetwear ­– si eccitano come matti sui marciapiedi fuori dalle sfilate.

 

Fino a poco tempo addietro, l’abbigliamento sportivo in genere che compone la base di questo streetwear – scarpe, cappellini, pantaloni da ginnastica e canotte – è stato proposto da aziende di mass market: Nike e Adidas all’apice di una miriade di brand da grande magazzino. Nelle ultime stagioni le case del lusso li hanno proposti a loro volta sulle passerelle di Milano e Parigi – da Valentino a Louis Vuitton. Da non dimenticare, in parallelo, le edizioni limitate firmate dai rapper, proposte dai brand di mass market a prezzi di alto consumo. In questi ultimi anni, l’interesse della stampa era più legittimo: le tute in cotone plastificato per giocare a pallacanestro, addosso ai rapper e mescolate ai codici del lusso, al fatto a mano, alla ricerca su materiali e alla speculazione grafica erano materia di indagine e ragionamento.

 

La moda ha una regola soltanto: mai stare fermi. Sta nella sua definizione, per moda si intende quello che piace nel momento attuale. L’evoluzione è costante: appena un’estetica si consolida e si codifica significa che sta per sopraggiungerne un’altra. La prima scossa arrivava a giugno durante le sfilate maschili (da notare che quasi tutti i cambiamenti appaiono prima sulle passerelle dell’uomo, poi su quelle della donna: il campo di azione sulla figura maschile è ridotto, la creatività si sforza e produce innovazione). Più precisamente e come spesso succede, dalla passerella di Prada – dal hype di Prada. Mentre tutte le case giocavano su cotoni elastici e plastici per il salto e il ballo, sport e spazio astronauta, Prada richiamava l’uomo anni Settanta. Pantaloni stretti e cavallo alto, accenno alla zampa, giacche corte quasi spioventi, spalle strutturate, colori umidi, stemmi da college inglese. Argomenti ricorrenti da Gucci, dove però non sono trattati con rigore della forma ma come riferimenti di costume, se vuoi di cultura. Prada è stata precisa in questa estetica: e nel panorama della moda attuale e mondiale, tale estetica affusolata e un po’ rock riporta a un nome – Hedi Slimane.

 

Prendendomi una libertà di retorica, è come se Prada volesse dare un plauso, un’introduzione al lavoro di Slimane, indovinandone alcune possibilità. È quello che tante altre case hanno fatto durante le sfilate femminili di settembre, come se tutti abbiano voluto dare un individuale visione di un Celine rivisto da Slimane, ognuno a modo proprio. Questo si può dire sia il bello della moda: una conversazione di immagini attuale, che coglie l’argomento del tempo e lascia a ognuno l’espressione del proprio punto di vista sul tema. Giornalismo di moda è saper cogliere questa filo conduttore che prosegue e conduce l’evoluzione estetica, segnando ciò che resta attuale e proiettato al futuro, rispetto a quanto viene segnato come superato.

 

Celine disegnato da Phoebe Philo era un riferimento per una donna vestita di volumi, sicura del proprio intelletto e poco interessata a piacere agli altri perché le interessava piacere a se stessa. Si supponeva che Slimane entrasse in questa visione borghese con il suo segno nero, la sua silhouette grafica, la sagoma tagliata, il lucido della notte e della motocicletta – una ragazza per bene e borghese che si fa viziata e superba nella sua educazione, culturale e intellettuale. Il primo è stato Riccardo Tisci a Londra, a dire la sua sull’argomento: la sfilata presentava forse troppe idee, perdendo il punto – ma le prime uscite segnavano una ragazza ben vestita, posata, ordinata – tutto l’opposto dallo Streetwear di cui parlavamo sopra e che il mondo si aspettava da Tisci per Burberry.

 

A Milano, di nuovo da Prada: nella sua rivisitazione di piccoli abiti neri, decolleté di vernice. Fendi nei tubini grafici di pelle, gonne longuette, cappotti e impermeabili di un armadio eterno (anche se qui, alcuni elementi sporty erano ben presenti). A Parigi, l’apertura scura di Dior per una sfilata di primavera è stata forse l’ultima conferma – certo, il fondamento di Dior resta un vestito semplice, ben tagliato, ma le prime due uscite potevano sembrare un tributo alla Philo, così come un vestito over e corto in quello che forse era taffetà, per poi stringersi in vita su gonne spioventi alla petite robe salutando Slimane, e quindi procedere su colori tra il bianco, la crema e i toni scuri. Anche nell’apertura di Valentino si poteva scorgere un segno alle strade di notte a Parigi – mentre tutto questo trovava naturale anche se ambiguamente legittima potenza in un Saint Laurent, che dagli ultimi due anni continua a piacere a tutti, pubblico e mercato.

L’unico che di Celine, della sua cultura e del suo riferimento se ne è completamente infischiato, è stato proprio Hedi Slimane. Come a dire, ha lasciato fare agli altri. Slimane ha presentato solo Slimane – con superbia sicuramente, quasi con spocchia, ha mandato in passerella abiti simili a quelli della sua ultima sfilata di Saint Laurent, ormai tempo addietro, proprio come se niente lo avesse sfiorato.

Oggi che scrivo restano aperte solo domande – d’altra parte, penso sempre siano più interessanti le domande piuttosto che le risposte. Le critiche sia di pubblico sia di stampa sono esplose contro il nuovo Celine (al di là dell’accento, inizieremo a chiamare Celine al maschile?). Si prevede che LVMH disponga molte risorse per il progetto di Slimane – e ricordo le stesse critiche feroci per la prima sfilata di Slimane da Saint Laurent quando poi, alla stagione successiva, tutti ne osannavano il genio e il mercato comprava senza freno alcuno. Una cosa è certa: quello che fa Slimane irrita, ma poi piace. La componente snobistica del sistema moda è dominante: piace quello che gli altri non hanno. Soprattutto oggi, quando il lusso è stato banalizzato e diffuso dalla comunicazione digitale. Slimane conosce le mosse di questo gioco. Quello che l’élite intellettuale vuole è quanto gli altri non hanno – e la storia insegna, quella più antica come quella recente, quanto l’élite intellettuale conduca la massa popolare (è da sottolineare che con ‘élite intellettuale’ non si intendono i ricchi o i figli dei ricchi di qualsiasi parte del mondo, ma precisamente si intende l’élite intellettuale e culturale europea). Scegliendo un claim forse un po’ banale (tutti i claim devono essere banali per essere claim) si potrebbe dire, ‘dallo streetwear allo snobwear’.

Cosa nascerà dal contrasto tra il segno e l’atteggiamento di Slimane e che tante case di moda riconoscono e il successo bombastico dello Streetwear. Non si deve pensare in termini di chi resta, di chi vince e di chi cade – ma bisogna chiedersi come le due estetiche possano reagire l’una con l’altra e come si evolveranno le richieste del mercato. Da notare qui, a complicare il ragionamento, è Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton – l’unica casa tra le maggiori ad avere mandato in passerella una sfilata streetwear, forse per sostenere la strategia maschile scelta con Virgil Abloh. Louis Vuitton è la casa con il più alto fatturato annuale, circa nove miliardi, seguito da Chanel e Gucci, sui sei miliardi.

L’ultima domanda. Slimane non ha considerato Celine, presentando solo Slimane. Che sia su questo punto che il vaso di Pandora voglia restare scoperto? Che sia finito il tempo dei direttori creativi e sia tornato quello degli stilisti? Voglio dire: forse non ci saranno più direttori creativi a reinventare i brand, ma semplicemente brand che ospiteranno stilisti. Oggi i brand sono canali di distribuzione, vendita e media, con enormi risorse economiche a disposizione. I brand appaiono simili a broadcaster. Forse alla fine si tratta solo, sempre e comunque, di sobrietà: ognuno fa semplicemente quello che sa fare. Ognuno disegna quello che sa disegnare. Di tutto il resto poco importa – conta la sicurezza in se stessi, una dose di egocentrismo, la spocchia che nasce dalla propria bravura. Si tratta di snobwear.

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