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heleno de freitas

Russia 2018: i Mondiali, e non esserci

Malika Favre, ‘Football. Sport et Style – Fields’ – IG @malikafavre

Text Domenico Paris

Se pensate che nelle lacrime di Gigi Buffon ci sia tutto il dolore che un fuoriclasse può provare per non poter partecipare alla più importante kermesse calcistica, evidentemente non avete mai sentito parlare di Heleno De Freitas. È il 1950, l’intero popolo brasiliano attende con trepidazione lo svolgimento della prima rassegna iridata da giocare in casa. I verdeoro, neanche a dirlo, sono la squadra favorita. E il suo centravanti, Heleno De Freitas, appunto, ne è la punta di diamante. Più bello di Clark Gable, aristrocratico nei modi e un ciclone nei locali notturni, De Freitas, sotto porta, è un autentico cecchino. Con una media reti superiore a un gol a partita (19 in 18 apparizioni), si prepara a devastare le difese delle altre nazionali, per far sbarcare finalmente la Coppa Rimet all’ombra del Cristo Redentore.

C’è solo un problema: l’eccessivo consumo di alcolici e la sifilide contratta (e non ancora scoperta) dopo il duemillesimo amplesso, lo hanno reso fuori controllo. E di certo non lo aiuta il suo amore incontrollato per il grande Dostoevskij, divora i suoi libri fin da quando è un adolescente. Succede così che durante un allenamento, gli capiti di battibeccare con un compagno. Negli spogliatoi, l’allenatore Costa lo riprende, come è normale che sia. Lui, per tutta risposta, gli punta una pistola alla testa. Apriti cielo! Se davanti a certe intemperanze si può chiudere un occhio, dopo un exploit di questi, la punizione non può che essere l’esclusione definitiva.

Heleno rimane fuori dalla lista dei convocati e al centro dell’attacco carioca va il suo compagno di squadra, Ademir. Che in campo fa sfragelli, guidando i suoi fino alla partita decisiva di Rio. Dove succede l’incredibile: gli uruguaiani sconfiggono i padroni di casa, infliggendo a una nazione intera un dolore che non potrà più dimenticare.

La carriera di Heleno prosegue senza acuti per qualche anno ancora, fino a quando le sue condizioni di salute si fanno talmente precarie da imporre l’internamento coatto per pazzia.

Muore nel 1959, solo un anno dopo la prima vittoria mondiale del Brasile sulla Svezia, trascinata dalle magie di un ragazzino di nome Pelé.
A lui, gli onori e la gloria.

Per Heleno, invece, solo un lungo, malinconico oblio.