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Hermès Behind The Scenes

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Se l’arte, nel suo significato più ampio, è fatta di quelle attività che portano a forme creative di espressione estetica, nel suo significato più sublime è la massima interpretazione dell’interiorità umana. Come la danza di un ballerino. Come l’opera di un artigiano. Che ha in sé anche l’aspetto dell’intenzione, ovvero fare di oggetti d’uso un qualcosa che trasmetta emozione. È questo il collegamento intellettuale che nasce tra l’artigianalità di Hèrmes e la danza di Mylese Lavallee. Il ballerino di Les Grands Ballets Canadiens de Montréal, è fluttuante. Avvolto in sola seta. Hermès, che l’imprimeur sur soie, lavora secondo la tecnica ‘quadro alla lionese’, messa a punto a Lione negli anni Trenta. C’è un rullo di seta teso su cui l’artigiano stampatore fa colare un primo colore attraverso una garza e lo stende con una racla in caucciù. E poi c’è la roulotteuse, che mette a punto l’orlo frullato con ‘punto scivolato’ per conservarne l’arrotolatura senza forarla.

Un’ode al savoir-faire. Celebrata da Hermès Dietro le Quinte, festival itinerante che svela i segreti del mestiere degli artigiani della maison. Si è appena conclusa la tappa meneghina allestita negli spazi de La Pelota di via Palermo. Un percorso di 1.100 metri quadrati. Luci puntate sulla materia che si trasforma in un oggetto d’arte grazie alla maestria di le sellier, le maroquinier, le peintre sur porcelaine, le sertisseur, la roulotteuse, le confectionneur de cravates, l’imprimeur sur soie, le graveur sur soie e l’horloger. In scena gli artigiani di Hermès. 

On cover Photography Damiàn Siqueiros The Fashionable Lampoon Issue 9 – Babylon

 

Images courtesy of press office

Petit H

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Come si può non essere ispirati davanti a tanta bellezza» sottolinea Pascale Mussard, una donna di fascino e intensità, sesta generazione della Famiglia Hermès, Direttore Artistico e responsabile della creazione di questa particolare avventura della casa francese. «Roma è un contenitore di meraviglie che miscelano secoli e semantiche, materie, linguaggi e suggestioni infiniti. Bisogna essere ciechi per non vedere. Per non voler vedere. Detesto la gente blasé. Sono curiosa e amo sperimentare a getto continuo fin dalla mia infanzia» aggiunge Mme Mussard, gli occhi di un azzurro dai bagliori di acciaio animati da un entusiasmo contagioso. «Smontavo regolarmente i miei giocattoli, volevo capire che cosa ci fosse dentro e ho sempre frequentato gli archivi, scavandoci come in una miniera. Sono rimasta la stessa. In Italia, una terra dalle radici artistiche e artigianali tanto forti, il senso di Petit H, imperniato sul mutuale rapporto e sulla compenetrazione senza frontiere di sorta, tra designer e figure creative e artigiani di maestria ed esperienza, diventa più forte, legge un’eredità che è viva e si sviluppa verso il futuro».

Petit H il progetto speciale di Pascale, un qualcosa che ha cullato come una creatura e realizzato con caparbia passione, ora approda a Roma, in quella che è stata la storica boutique Hermès al 67 di via dei Condotti, adesso destinata a mostre ed eventi speciali e vi rimarrà per tre mesi. Petit H è itinerante, effimero e vagabondo per natura: il suo solo porto d’attracco permanente è il flagshipsore Hermès di rue de Sèvres a Parigi. Lo spazio del negozio romano è stato reinterpretato per l’occasione come un’ariosa e grafica Wunderkammer in bianco con profili neri dallo studio di architettura Caruso- Torricella. Un pop-up store pieno di invenzioni sorprendenti, che riusano e reinventano, secondo la poetica di questo innovativo programma nato nel 2011 e che ha sede a Pantin, alle porte di Parigi, quelli che lei definisce materiali orfani o dormienti. Si tratta di frammenti, parti metalliche, maniglie, ceramiche e borse dagli impercettibili difetti che però non passano la sbarra del rigoroso controllo di qualità del marchio, di prototipi, tessili. pellicce e pelli di fine serie, bottoni, serrature e quant’altro.

«Tutto è materia di riflessione, tutto è soggetto di meraviglia» aggiunge Pascale. «Materia viva. Nessun ordine né pregiudizio, ogni oggetto, mobile e complemento è giocoso, differente e sorprendente e bello». Ecco così che i canonici carré in seta si trasformano in carta velina e che il terrazzo alla veneziana, ripensato con uno spessore sottilissimo, dà vita a gioielli e riveste mobili e oggetti, secondo due progetti del duo Nicolas Daul e Julien Demanche, entrambi presenti oggi al vernissage. Un fiabesco cavallo azzurro a grandezza naturale, realizzato con l’inimitabile morbidissima pelle delle Birkin e Kelly bags, campeggia al centro di questa incredibile costellazione di objets du desir che incrociano un inusitato mixage di funzione e impatto estetico, di stupore. Un’aggraziata giovane signora giapponese, in realtà un medico di fama nel suo Paese, è venuta appositamente a Roma per questo opening. È una seguace fervente del culto Hermès. Ha ideato, montato e cucito personalmente l’abito strutturato che indossa utilizzando una serie di carrées, porta solo accessori, gioielli e orologio della Maison ed ha perfino dipinto le unghie delle mani e dei piedi con microscopici tipici motivi dell’immaginario Hermès. È piuttosto emozionata, ancora non ci crede e lo si vede chiaramente. Chiede timidamente di poter fare una fotografia con Pascale Mussard. Anche questo è Petit H.

Images courtesy of press office www.hermes.com

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

HERMÈS FAUBOURG SAINT-HONORÉ

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

La pre-collezione di Hermès ha sfilato nel negozio di Feabourg St Honorè – in quell’angolo di Parigi che appartiene e definisce Hermès da quasi centocinquant’anni. Regola vuole che gli abiti delle pre-collezioni arrivino in negozio a fine luglio – si tratta infatti degli abiti autunnali. Oggi, la moda è forte di un’attenzione e di un lavoro tali – da parte del pubblico e della stampa – da portare i vestiti autunnali nei negozi già da giugno (per qualche casa, addirittura ad aprile). Le persone che vivono nella moda – clienti o narratori – sono tanto ubique nel mondo da annientare le stagioni ancor prima di un ragionamento sull’emergenza climatica.

Questo preambolo per spiegare, per antipodi, quanto Hermès rimanga invece oltre le scadenza, oltre le frammentazioni del tempo, del luogo e del commercio. Ogni capo di Hermès è quieto, calmo – vive nei suoi anni, nell’uso e nella cura. Il disegno è sempre lineare e sapiente, pacato – che oggi significa poetico. Hermès è la calma di una novella, è il ritmo di Proust. I colori sono una tavola coerente, gli accostamenti sono note su partiture di Bach.

La sfilata dell’altro giorno era un susseguirsi di abiti da giorno – Hermès non ha mai fatto abiti da sera. La morbidezza, sì – la morbidezza è la tendenza di tutta la moda delle prossime stagioni – una morbidezza che incontra l’essenza di Hermès, trovando Hermès oggi riferimento, non solo codice.

La pelle è martellata o liscia – naturale anche se colorata. Gli stivali alti. Le borse piccole. Le gonne a giro, di lana, bloccata da moschettoni presi dal mondo, ormai proprio, dell’equitazione. I colori. Arancione e grigio, mattone e bordeaux. Il verde bosco dei pantaloni diventa muschio di quercia dal profumo umido e antico. Il lilla sul caramello. Il bianco scivola nella crema. Le perle di acciaio sono intarsi in cinture e gioielli di cuoio. Il tartan rosso. La forma è liquida – davvero, è l’inchiostro dei poeti.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Hermès Resort Collection took the runway in the Faubourg Saint-Honoré boutique in that corner of Paris that belongs to and has defined Hermès for the last one hundred and fifty years. As a rule, pre-collections’ clothes – those for Fall – hit the stores in late July. Present day’s attention and commitment to fashion – on the part of the public and the press – is so strong that Fall clothes are stocked in stores as early as June (some fashion houses stock them even in April). The people who live in fashion the clients or the narrators are ubiquitous around the world, so much they wipe out the seasons even before starting a reflection on climate emergency.

This foreword to explain, by contrast, that Hermès stays beyond the deadlines, beyond the fragmentation of time, place and business. Each Hermès garment is quiet and serene embracing its own time, as regards its use and accurateness. The design is always linear and skilful, understated– which, today, equals to poetic. Hermès conveys the quietude of a short story, Proust’s tempo. The color palette is consistent, the combinations are like notes on a Bach score.

The other day’s show featured a sequence of daywear outfits Hermès has never designed eveningwear. The loose cut, yes, the loose cut is a trend for all fashion in upcoming seasons that relates to Hermès’ essence, as a reference, not just a code.

Leather is hammered or smooth – looking natural even when it’s dyed. The thigh-high boots. The small bags. The woolen wraparound skirts kept in place with straps borrowed from the equestrian world, a classic Hermès reference. The hues. Orange and gray, brick red and burgundy. The forest green of the pants turn into an oak moss nuance, giving off an old, humid scent. Lilac on caramel. White glides into cream. Leather belts and jewelry pieces feature steel bead intarsia. Red tartan. The shapes are liquid – it’s true, like poets’ ink.

Images courtesy of press office
www.hermes.com

IT’S ALL ABOUT ME(N)

Testo Enrica Murru

 

Il 2017 si preannuncia come un anno di cambiamenti: dall’insediamento di Trump alle elezioni nei paesi del G7 – la Francia prima, la Germania poi – per arrivare al sostanziamento della Brexit. Gli equilibri del mondo arabo e africano minacciano di scompaginare le carte di un mappamondo incapace di assestarsi. È lo stesso anno in cui, grazie a Denis Villeneuve, arrivano al cinema due storie che parlano dell’incontro con altri mondi – ora Arrival e a ottobre Blade Runner 2049 – e che riscoprono una caratteristica essenziale dell’umanità: l’adattamento per la sopravvivenza, ai mutamenti, alle rivoluzioni e soprattutto al caos. Governandolo ma più spesso assecondandolo.

Kris Van Assche per Dior mette subito in chiaro la caratura dell’uomo che immagina, coriaceo con una vis ribelle, replicando su copricapi e borse il claim Hardior. Tra attitudine punk e alta sartoria, i completi disseminati di safety pin fanno da contraltare alle mantelle stampa riot e ai pullover che recitano They should just let us rave.

Nessun giardino delle delizie aspetta i nuovi maschi adulti, ma per coloro che sono pronti a lasciarsi trascinare c’è l’arcobaleno all’orizzonte: stimoli visuali che ridistribuiscono i capi di abbigliamento alla rinfusa su questi esseri mutevoli. Demna Gvasalia per Balenciaga continua a mescolare le carte, mettendo stivali tecnici da moto sotto al cappotto classico e portando in passerella shopper di carta usate come borse: uno squatter che è difficile trovare impreparato. È lo stesso ragazzo che abita la collezione di Kenzo, tra piumini, maglie, passamontagna e tute da sci – i colori mai così azzeccati. Gioca sulle sovrapposizioni anche Yohji Yamamoto, che fa baciare i lembi delle camicie con la ruvidezza dei cappotti e lascia spuntare il camouflage dalle stampe psichedeliche e fluo.

In questa babilonia sarà l’athleisure a salvarci: sdoganato ormai l’abbigliamento sportivo nei più svariati contesti, l’unica risorsa per lo stile è quella del dettaglio di lusso. L’esempio lo dà Kim Jones da Louis Vuitton, in una collaborazione con il marchio di street style Supreme. A cogliere la sfida anche Yusuke Takahashi che firma per Issey Miyake una collezione che ristabilisce alcuni punti fermi: la versatilità dei tessuti tecnici, la stratificazione dei neri o dei colori (curcuma, blu elettrico e senape su tutti), l’eleganza senza tempo delle giacche orientali.

Si fa tentare dal velluto in tonalità notturne Hermès, dove Véronique Nichanian prova a sdoganare l’accessorio più controverso dell’abbigliamento maschile, il marsupio. Difficile non leggere anche qui il bisogno di avere le mani libere, di muoversi a proprio agio nell’agitazione generale, la necessità di essere pronti a difendere il territorio dagli incursori, che siano alieni oppure no.

Text Enrica Murru


2017 promises to be a year of changes: From Trump’s inauguration to elections in the G7 countries – first France, followed by Germany – to Brexit’s becoming operative. The delicate balance in the Arab and African countries threatens to throw into disarray a world map that seems incapable of settling. In this same year, thanks to Denis Villeneuve, two stories will hit our screens that speak of encounters with other worlds – Arrival, in cinema theaters now, and Blade Runner 2049, out in October– and that rediscover a fundamental feature of humankind: the ability to adapt, in order to survive, to change, to revolutions and, most of all, to chaos. Ruling it, but more often bending to it.

Kris Van Assche for Dior makes it clear from the very start what kind of man he envisages – tough, with a rebellious vigor, by repeating on hats and bags the claim Hardior. Halfway between punk attitude and haute couture, the suits scattered with safety pins are juxtaposed with the riot print capes and sweaters that say They should just let us rave.

There is no garden of delights that awaits the new grown-up males, but for those ready to be dragged off, there’s a rainbow on the horizon: visual stimuli that randomly redistribute the garments on these erratic beings. Demna Gvasalia for Balenciaga keeps mixing things up, teaming technical motorcycle boots with traditional coats, and sending down the catwalk paper shopping bags used as purses: a squatter that is hard to catch off guard. He’s the same young man inhabiting Kenzo’s collection, sporting puffer jackets, sweaters, balaclavas and ski suits – and the hues have never been so spot-on. Yohji Yamamoto too plays with layering, making the hems of shirts touch the rugged coats, and letting psychedelic and neon camo prints peek out.

In this Babylon, athleisure is going to save us: now that sportswear has been debunked in the most diverse contexts, the only resource style can turn to is luxury detailing. A case in point is Kim Jones at Louis Vuitton, in collaboration with street style brand Supreme. The challenge was taken up also by Yusuke Takahashi for Issey Miyake who designed a collection that re-establishes a number of tenets: the versatile quality of technical fabrics, the layering of black and other hues – turmeric, electric blue and mustard above all –, the timeless elegance of oriental-style jackets.

Hermès indulges in nocturnal nuances of velvet with Véronique Nichanian attempting to debunk the most controversial menswear item there is, the bum bag. It’s hard not to detect, also in this case, the need to keep one’s hands free, to move with ease amidst general confusion and to be ready to defend one’s land from the invaders, whether they are aliens or not.

Images courtesy of press office