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herta muller

I libri di Torino

Quando il libro uscì, il Time definì la sua eroina «la gattina più eccitante che la macchina da scrivere di Truman Capote abbia mai creato. Sola, ingenua e un po’ impaurita». Era il 1958. Quest’anno corre il Sessantesimo anniversario dalla prima pubblicazione in America di Breakfast at Tiffany’s, mentre il Salone del Libro arriva alla sua trentesima edizione.

11 MAGGIO 2018

Palazzo Carignano, alle ore 11 di mattino. L’evento sostenuto da Tiffany & Co. è aperto al pubblico e fa parte del programma ufficiale del Salone Internazionale del Libro di Torino, Salone OFF.

Maggiori informazioni: lampoon.it/cult/innamorati-e-scapestrati

Curated by Paolo di Paolo

 

Quello del 2018 – sotto la guida di Nicola Lagioia e con un gruppo di lavoro compatto – nasce nel segno della matita di Manuele Fior. C’è una donna, ci dà le spalle e guarda lontano. In lontananza si coglie lo skyline di Torino. La frase dice: «Un giorno, tutto questo» – e resta sospesa. Può essere completata in modi molto diversi: con una domanda, un’esclamazione, un auspicio. ‘Tutto questo’ è il cantiere del Salone, aperto quasi in pianta stabile da un paio d’anni. Il risultato si vedrà dal 10 al 14 maggio al Lingotto. La proposta fieristica riavvicina, dopo lo strappo dello scorso anno, grande, piccola e media editoria: «Ci saranno gli editori indipendenti e ci saranno i grandi gruppi – ha annunciato a questo proposito Lagioia – immaginare l’editoria del nostro Paese senza gli uni o senza gli altri è impossibile. Abbiamo lavorato insieme per la ricucitura che c’è stata tra tutti gli editori italiani, indipendenti e non. Siamo orgogliosi che abbiano scelto Torino per ritrovarsi qui, insieme. Siamo innamorati degli editori, il sale della cultura del Paese».

Da Javier Cercas – a cui viene chiesta una lezione inaugurale sull’Europa del ventunesimo secolo –, a Herta Müller, Premio Nobel nel 2009. Maestri del cinema prestati alla letteratura – è il caso di Guillermo Arriaga. Maestri del cinema che si ispirano anche alla letteratura – Bernardo Bertolucci, Luca Guadagnino, Giuseppe Tornatore.

Una serie di domande per scrittori, artisti, rappresentanti del mondo della comunicazione: chi voglio essere? Perché mi serve un nemico? A chi appartiene il mondo? Dove mi portano spiritualità e scienza? Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione? Le risposte, che arriveranno in forme diverse, saranno messe sul tavolo della condivisione. La zona ‘militante’ del Salone sarà legata all’esperienza dolorosa di Paola e Claudio Regeni, ancora in cerca della verità su Giulio, e all’impegno di Alessandro Leogrande, scomparso quarantenne l’anno scorso. Il progetto La Frontiera, nato da lui e con lui sulle questioni di confini, migrazioni, integrazione, avrà una tappa essenziale, animata dal gruppo Piccoli Maestri. Gli anniversari storico-politici – il sequestro Moro –, e letterari forniranno il pretesto per narrazioni e approfondimenti. Per i dieci anni dalla scomparsa dello scrittore americano David Foster Wallace, Christian Raimo e Giordano Meacci hanno immaginato un percorso di rilettura. Per il duecentesimo compleanno del Frankestein di Mary Shelley, quattro scrittori si chiuderanno in una villa appena fuori città per evocare atmosfere buone per racconti gotici. Ci saranno i sessanta anni di Colazione da Tiffany, di Truman Capote.

 

Il 31° Salone Internazionale del Libro è in programma da giovedì 10 a lunedì 14 maggio 2018 al Lingotto di Torino in via Nizza 294.

Per maggiori informazioni e per acquistare i biglietti: salonelibro.it

#1

Anatomia di un istante

Javier Cercas

Guanda, 2010, pp. 468, € 14,00

È uno che si fa tutte le grandi domande. Mette in gioco il passato – il proprio e quello di un Paese, la Spagna – per sfidarne le ombre, con la cassetta degli attrezzi del grande narratore. Da Soldati di Salamina ad Anatomia di un istante a Il sovrano delle ombre (Guanda), cerca di fare i conti con la Storia da una prospettiva intima, dove ciò che si ignora può essere più decisivo di ciò che si sa. La finestra da cui lo scrittore si affaccia ha un vetro opaco. Quell’opacità, quel punto di vista parziale non è un limite, è lo spazio stesso della scrittura romanzesca. Se la storiografia cerca chiarezza, si affida alla fonte verificata, la letteratura può raccogliere dicerie, fraintendimenti, fondarsi su briciole di memoria raccattate nelle stanze di casa o per la strada, sulle bugie, sulle contraddizioni. «È impossibile», spiega Cercas, «trascrivere la realtà senza tradirla: non appena iniziamo a raccontare, stiamo già alterando la realtà, stiamo già inventando». Non è un imbroglio. Questa ‘realtà alterata’ può rivelarci più di molti assunti storiografici, può scaldare per una via emotiva il rigore documentario, spingerci a reinterpretare il passato da angolazioni insolite: infilando sul naso gli occhiali di tanti ‘signori nessuno’ pronti a dimostrare che ‘il collettivo è una dimensione del personale’.

#2

L’altalena del respiro

Herta Müller

Feltrinelli, 2012, pp. 256, € 9,00

«Penso alla disperazione di Walter Benjamin durante la sua sosta nei Pirenei, nel 1940. Aveva con sé solo una borsa, forse piena di manoscritti. Neppure uno zaino, che allora lo avrebbe fatto riconoscere come tedesco». Herta Müller conosce l’esilio e conosce le ferite, gli strappi a cui si è costretti dalla violenza dei totalitarismi. Nella Romania di Ceausescu fu dichiarata ‘nemico pericoloso’ dello Stato; con l’opera d’esordio Bassure si è vista pubblicare in rumeno una versione censurata dei suoi racconti, dove la parola ‘valigia’ le era stata negata, giacché rinviava all’emigrazione di quella minoranza tedesca di cui lei stessa faceva parte. Nella motivazione del Premio Nobel per la Letteratura, che le è stato assegnato nel 2009, si elogia «la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa» con cui «dipinge il paesaggio degli spodestati». Ogni sua pagina ha una forza etica e lirica: nell’Altalena del respiro (Feltrinelli), dove racconta gli orrori subiti dai rumeni nei campi di lavoro sovietici, sembra inventare una lingua, farla esistere sulla pagina come nel primo o nell’ultimo mattino del mondo. La lingua per pronunciare la negazione dell’umano entro i confini dell’umano.

#3

Fango

Niccolò Ammaniti

Einaudi, 2014, pp. 364, € 14,00

Arriva al Salone come autore di una serie tv, Il miracolo. Da dove viene uno scrittore come Niccolò Ammaniti? Fra i pochi a non avere parentele, ascendenze riconoscibili: stava stretto fra quei «cannibali»Gioventù cannibale, 1996 – che si sarebbero poi, in gran parte, persi per strada. Sta stretto nel ‘genere’, non ha rapporto con una certa ‘letterarietà’ otto-novecentesca, tanto meno italiana. Pubblica Branchie nell’anno – il 1994 – in cui escono, Va’ dove ti porta il cuore e Sostiene Pereira, è un alieno, un biologo mancato con il dono della narrazione. Sembra, all’inizio, un Benni più livido, truce; poi guadagna uno spazio solo suo: non ha l’ironia acida, ambigua e saputella di molti suoi coetanei ‘post-moderni’, ha dalla sua la leggerezza e una istintiva comicità. Ma non c’è un unico filo a tenere insieme i suoi libri: quello grottesco che da Fango va a Che la festa cominci e porta ai racconti di Il momento è delicato, non è lo stesso che apparenta l’ultimo romanzo, Anna, a Io e te, a Come Dio comanda, a Io non ho paura, a certe cose di Ti prendo e ti porto via, che fa quasi caso a sé. Storie, queste ultime, che raccontano di bambini e adolescenti: in una prospettiva tanto lontana, che so, da Moravia o Morante, che Ammaniti sembra nato non cinquanta, ma mille anni dopo. Un narratore autentico.

#4

Il selvaggio

Guillermo Arriaga

Bompiani, 2018, pp. 752, € 22,00

Se volete sapere come si costruisce una storia, come una storia si nutre di diverse storie, come le diverse storie possono intrecciarsi in modo stupefacente, chiedete a Guillermo Arriaga. Messicano, sessantenne, ha alle spalle il lavoro di sceneggiatura al fianco di Alejandro González Iñárritu – Amores perros, 21 grammi, Babel. Poi ha preso una strada solitaria, anche da regista – The Burning Plane. In veste di romanziere arriva a Torino per presentare Il selvaggio (Bompiani): Messico, anni Sessanta, un ragazzino che cresce saltando sui tetti della città. Aveva un fratello minore, morto durante la gravidanza. Il fratello maggiore viene ucciso. Litri di sangue che alimentano un desiderio assoluto, radicale di vendetta. Arriaga ha spiegato il suo tema con queste parole: «La morte mi ha sempre ossessionato e mi ossessiona il peso dei morti sui vivi. La mia identità è costruita da tutti quelli che sono in relazione con me, che mi stanno intorno e quando uno di loro muore muoio in parte anch’io. La nostra società è invece ossessionata dal bisogno opposto: vuole distruggere la morte, cancellarla. C’è un rifiuto totale della morte, io invece tento di portare la morte nella vita, perché è inevitabilmente parte di questa».

From The Fashionable Lampoon April Issue #13 – Hot \ Holy