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Issey Miyake, Milan Flagship Store Opening

Text Ingrid Melano

@ingridmelano

 

A Milano, presso Palazzo Reina, nel pieno del Quadrilatero della Moda, si celebra l’apertura del primo flagship store Issey Miyake in Italia. Cinquecento metri quadri di superficie tra piano terra e piano signorile, costruiti tra il 1826 e il 1831 dalla famiglia Reina. Il Palazzo passa nelle mani del Comune di Milano nel 1921, nel 2014 una società immobiliare lo acquista e avvia un fedele restauro. Il progetto di interior è curato da Tokujin Yoshioka.

I colori dei capi scelti – arancione, verde e blu – simboleggiano l’energia della natura, e comunicano un senso di traslucidità e proiezione nel futuro. Il celebre plissé appare per la prima volta all’interno della collezione Issey Miyake nel 1989, sviluppato stagione dopo stagione. Nel 1993, pronto per essere lanciato come brand completo e unico, debutta come Pleats Please nella collezione Spring Summer dello stesso anno. Questo concetto rivoluzionario si guadagna il rispetto e l’ammirazione in tutto il mondo contribuendo così alla crescita di un iconico brand.

Iniziamo parlando con Yusuke Takahashi, menswear designer del brand Issey Miyake. «Lo scopo del brand è creare abiti che risultino dinamici e trasmettano energia a chi li indossa, offrendo una nuova vestibilità seguendo i tre concetti cardine della maison: Pleats: il plissé come tecnica che dona confort, elasticità al tessuto e funzionalità. Prodotto: l’abito pensato come prodotto frutto di ingegneria e design insieme. Presente: abiti per ogni giorno che si adattano alle diversità degli stili di vita contemporanei». 

Homme Plissé è un nuovo concetto di abbigliamento per l’uomo contemporaneo, nato dall’evoluzione dell’originale tecnologia di plissettata Issey Miyake. «La collezione si distingue non solo per la resistenza e l’asciugatura rapida dei tessuti ma anche per la funzione delle pieghe uniformi che evitano l’aderenza dei capi sulla pelle. Come risultato si ottengono capi comodi, facili da curare e leggeri».

Takahashi ci mostra anche 132 5. Issey Miyake, un progetto del team reality lab: «Il processo di creazione degli abiti è pionieristico, utilizza un algoritmo matematico: innanzitutto, vengono realizzate una serie di forme tridimensionali con il supporto di uno scienziato informatico; dunque, queste forme sono piegate in sagome bidimensionali con delle predeterminate linee di taglio che determineranno la silhouette finale; e infine, vengono sottoposti al vapore per ottenere camicie, abiti e gonne piegati».

Proseguiamo intervistando Yoshiyuki Miyamae, womenswear designer del brand Issey Miyake. Appassionato dell’Italia è felice di parlarci del primo flasgship store nel nostro Paese: «Lo spazio esprime il contrasto tra storia e futuro, attraverso i molti strati del tempo presenti nelle pareti interne, nei pavimenti e nei soffitti antichi contrapposti al white cube dell’allestimento. L’essenza del design, armonizzato con la tecnologia e il lavoro manuale, riflette la filosofia Issey Miyake».

Yoshiyuki Miyamae ci mostra poi il capo volumetrico Aurora creato con la tecnica dello Steam Stretch: «Utilizziamo il calore del vapore per lavorare un filo dalle proprietà elastiche, creando un plissé semplice e raffinato su un pezzo di tessuto. Le forme tridimensionali sono create partendo da tagli di tessuto quadrati. Questa stagione è caratterizzata da un’ulteriore leggerezza del tessuto e la sovrapposizione di colori differenti i cui riflessi scintillanti evocano le aurore boreali».

Si tratta di abiti unici, non solo per il processo tramite cui sono realizzati. Puntando molto sul valore delle risorse umane e le ultime tecnologie all’interno dell’azienda, lo spirito di Issey Miyake è passato a una nuova generazione di designers che portano avanti nuove sfide, combinando le tradizionali tecniche giapponesi alle ultime tecnologie sul mercato.

Video directed and edited by Michele Foti 

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office