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The Fashionable Lampoon
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jacopo bedussi

The Kanye decade

A$AP Rocky, A$AP Ferg together in the new song 'Wrong' ft. A$AP Mob
1017 Alyx 9sm SS2019 Paris – ph. Guillaume Roujas
Handball – ph. Thomas Prior
1017 Alyx 9sm SS2019 Paris – ph. Guillaume Roujas
A$AP Rocky & A$AP Ferg for Highsnobiety Cover Story by Robert Wu
Virgil Abloh's Off-White collection
Kanye West, Virgil Abloh
Ian Connor, Luka Sabbat
ph. Daniel Shea
A$AP Bari
A-COLD-WALL* by Samuel Ross
ph. Daniel Shea

Text Jacopo Bedussi
@jacopobedussi

Il mio punto di vista sull’influenza della scena black in questo blob chiamato Streetwear è inficiato da una problematica irrisolvibile: sono un europeo bianco – ho più domande che risposte.

Di sicuro c’entra Kanye West, che in tempi non sospetti, cioè prima del successo e del delirio di onnipotenza fece uno stage da Fendi insieme a Virgil Abloh, investendo tempo ed energie in un asset che sul lungo periodo avrebbe generato introiti à go go. Già nella maison romana forse si sviluppava il piano d’attacco per quelle galline dalle uova d’oro che qualche anno dopo sarebbero stati Yeezy e Off- White (fu Pyrex Vision).

Gli esiti sono divergenti, con Abloh che cerca di inserire nei suoi show istanze politiche – c’è da chiedersi se ‘politico’ significhi ancora qualcosa nel 2018, ma è un’altra storia –, di progressismo e buonsenso, e utilizza nozioni di arte contemporanea ridotte ai minimi termini per aggiungere valore intellettuale a collezioni che non possono lavorare su tagli e volumi e azzardi strutturali. Quindi un po’ di Warhol con le stampe Caravaggio che si fanno logo su t-shirt e felpe, un po’ di Kosuth con le tautologie tra virgolette e un po’ di Duchamp che sta con tutto e Martin Margiela come un santino della destrutturazione e del concettualismo.

West gioca all-in. La sua linea prodotta con Adidas vive di una fulminea frenesia nelle prime stagioni, che scema con altrettanta rapidità, asfaltata anche da giornaliste bistrattate a un non fortunato show a New York a base di ritardi da diva di Kanye, ostentati abbandoni del front-row e povere modelle che svenivano per la calura. Oggi si trova relegata ad aspirazioni provinciali o cafonal west Hollywood. Il nostro pare aver perso il lume della ragione tra endorsement a Trump (che lo ha accolto con un abbraccio nella sala ovale), mitomania, sedicenti disturbi bipolari e abbandono dei social a causa di una unhealthy obsession che potremmo ascrivere alla lista dei white girl problems.

Quella che vuol essere una battuta forse dice abbastanza di queste due storie di successo, cioè che alla base della strategia, più che un nuovo modo di entrare e muoversi nel fashion business, ci sta una replica di un banale (per quanto auspicabile) successo bianco e maschio e capitalista con l’asset black pride. Le reference e le collaborazioni di Kayne e di Abloh suggeriscono che la black american culture non è centrale nello storytelling. Esiste, ma non è il tema su cui si innesta il racconto profondo dei brand.

Se osserviamo da vicino l’hype alle sfilate – anche della vecchia Europa come Milano, ma ancor di più Parigi –, le prime file da urlo per quegli show in cui i fotografi fanno a botte e i ragazzini creano ingorghi da beatlemania sono principalmente americane e black, come al debutto in passerella di 1017 Alyx 9sm di Matthew Williams alla PFW, brand di nicchia e ‘per addetti ai lavori’, che ha riunito nella stessa sala Kanye West, Virgil Abloh, A$ap Rocky, Ian Connor, A$ap Bari e Skepta solo per citare quelli che avevo di fronte. Per tre giorni su Instagram non si è parlato d’altro.

Basta gettare lo sguardo appena più lontano, oltre il fermento più mainstream impastato anche di televisione e rotocalchi, fin de siècle grottesco, per trovare brand e designer in grado di analizzare un contemporaneo diverso – Telfar Clemens e il suo racconto di una coolness newyorkese fatta di shopping a prezzi stracciati da Century 21, giù nel financial district, per ragazzini affascinati dal glamour di magazine europei d’avanguardia. Un lavoro post Dapper Dan e post Paris is burning.

A Londra Martine Rose e Samuel Ross di A-Cold-Wall*, per una generazione cresciuta nelle strade della fu Cool Britannia ora pronta a interrogarsi sugli aspetti politici di un patto sociale che non sta rispettando le promesse fatte in tempi pre crisi globale. Discutono le contraddizioni tra i padri (che secondo l’adagio ont toujours tort) progressisti ora disillusi e i figli dal futuro incerto, vera società civile immobilizzata dalla gerarchia. Grace Wales Bonner, inglese e diplomata alla CSM, critica e propone alternative al rapporto sbilanciato tra Europa e Africa, ponendo il focus sulle fonti storiche e culturali, sugli scontri e sulle appropriazioni indebite, ridando dignità a un continente usurpato.

Lo scenario è ampio e ribolle di gemme sotto il velo accomodante dello streetwear milionario. Sta alla schiera di addetti ai lavori dell’industria culturale che si occupa di moda non muoversi sempre nelle vie dei soldi e seguire le strade dell’incerto.

Gagarama

Lady Gaga wears the new Celine Tote Bag
Cèline Tote Bag
Lady Gaga wears the new Celine Tote Bag
Lady Gaga 30th birthday in a Hedi Slimane dress, 2016
Gaga performs in Bad Romance during Alexander McQueen Spring Summer show, 2009
Armadillo boots
EP The Fame Monster cover, 2009 - Lady Gaga portrayed by Hedi Slimane
Lady Gaga's meat dress, 2010
Lady Gaga, Francesco Vezzoli

Text Jacopo Bedussi

 

Parlare di Lady Gaga è come camminare sulle uova. Un compito ingrato, nonostante siamo in un periodo di relativa bonaccia mediatica, con l’ultimo disco Joanne uscito nel 2016 e un film appena presentato a Venezia, A star is born, che ha sortito opinioni contrastanti.

Quando per scrivere questo pezzo ho interrogato diversi amici devoti al culto – i famosi little monster, sorta di mix millenial tra il ‘sorcino’ e la ‘beatlemania’ – nonostante il mio atteggiamento da gay eterodosso e laico ma aperto al dialogo, ho ricevuto intimazioni aprioristiche. Dal «trattamela bene» al «non fare lo stronzo». In effetti Gaga è forse l’ultima vera diva pop, nella primigenia accezione di popolare e cioè per tutti. Una delle poche per cui la definizione di ‘icona’ non è sputtanata. Anche l’ultima a portarsi dietro tutta un’allure da golden age di Hollywood senza però il distacco da grande schermo.

Fomentatrice di transfer anche potentissimi con i fan. Diva senza alterigia, anzi analogica, fisica, inclusiva e strenua combattente per i diritti LGBT, suo target primario. Testa di ponte della rivoluzione social senza poi diventarne regina, tanto che su Instagram si ferma a ‘soli’ 29 milioni di follower, un quarto di quelli che ha Ariana Grande, giusto per farle i conti in tasca.

Questo approccio old school non è però un ostacolo, il rifiuto della frenesia da sovraesposizione le permette di pianificare con attenzione i picchi di interesse e di convogliare il buzz globale solo su ciò che ritiene importante. L’ultimo blitzkrieg è di pochi giorni fa, quando ha postato la preview mondiale della nuova tote bag disegnata da Hedi Slimane per CELINE (senza accento, è importante), regalatale personalmente dal designer come precisa la sua stylist. I due sono amici di lungo corso, fu lei a indossare per prima uno dei di lui abiti couture per il trentesimo compleanno. Ancora prima fu lui a scattare le copertine del di lei EP The Fame Monster del 2009. In quello stesso anno presentò il singolo Bad Romance durante il leggendario show per la Spring Summer di Alexander McQueen ispirato all’Atlantide di Platone dove apparvero quegli Armadillo Boots che segnarono a modo loro un decennio. Non si può non citare l’abito di carne di manzo agli MTV Awards del 2010, e la performance con Francesco Vezzoli.

E poi e poi e poi, un sincretismo d’altri tempi, con le connection giuste. Non dev’essere facile essere sempre al posto giusto nel momento giusto, ma del resto lei è ‘born this way’.

Streetwear blob

MEN'S OFF WHITE COLLECTION DONDI WHITE – © @FABIENMONTIQUE @STUDIOPREMICES
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
OFF WHITE FOOTWEAR – @OFF__WHITE
OFF WHITE FOOTWEAR – @OFF__WHITE
ALYX STUDIO – COLLECTION BY @MATTHEWMWILLIAMS @MRKIMJONES
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
OFF WHITE CAPSULE COLLECTION – FROM @OFF__WHITE IG
OFF WHITE DENIM – @OFF__WHITE
OFF WHITE COLLECTION – FROM @OFF__WHITE IG
PRE-FALL FW18 MEN'S OFF-WHITE - FROM @OFF__WHITE IG – © @VIKTORVAUTHIER
FROM @VIRGILABLOH IG
DIOR MEN SUMMER 2019 FIRST LOOKS © MORGAN O'DONOVAN
DIOR MEN SUMMER 2019 FIRST LOOKS – © MORGAN O'DONOVAN

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

In questo momento qualsiasi stock che riporti alla cultura dello Streetwear si vende in una settimana. Oggi i buyer comprano Streetwear – che sia una grande casa che impone loro un prezzo forzato (2.1 generalmente) o meglio, una piccola azienda con cui possono imporre il loro vantaggio fino a un 3.5.

Il ragionamento parte dalla moda uomo, perché è con la moda uomo che si riesce a comprender le evoluzioni. Tutti i cambiamenti appaiono prima sulle passerelle dell’uomo, poi su quelle della donna: il campo di azione sulla figura maschile è ridotto, la creatività si sforza e produce innovazione.

Ricordiamoci che l’Italia ha sempre prodotto una moda commerciale: piedi per terra e business plan alla mano, le aziende italiane sono epitome di produttività reale. Commerciali sì, ma in prima fila, sempre guardando avanti – mai diventando follower. Per le ultime collezioni di giugno, tra Milano e Parigi, mentre tutte le case giocavano su cotoni elastici e plastici per il salto e il ballo, sport e spazio astronauta, Prada ha richiamato un uomo Anni Settanta. Pantaloni stretti con cavallo alto, anche a zampa, giacche corte quasi spioventi e spalle strutturate, colori umidi, stemmi da college inglese. Argomenti ricorrenti da Gucci, ma Prada è stata precisa in questa estetica – e nel panorama della moda attuale e mondiale, tale estetica affusolata e un po’ rock riporta a un nome soltanto: Heidi Slimane.

Heidi Slimane debutterà a Parigi con la donna di Celine e inventerà l’uomo, per Celine, su un codice non estraneo al suo pensiero. Slimane è un professionista – Celine un’azienda di LVMH, solida sia esteticamente sia commercialmente. La domanda e l’attesa su cosa farà è lecita – e Prada, con questa sua ultima sfilata uomo ha voluto dare un plauso, un benvenuto e una introduzione al prossimo lavoro di Slimane, volendo indovinarne alcune possibilità, facendone una previsione e direi anche scommettendoci sopra. Da tanti anni ormai, Prada ha saputo, più di ogni altra azienda, prevedere i tempi successivi a quelli attuali. Se le altre case lo afferrano a cicli, Prada è l’unica che rimane solida nel suo hype (parola difficile da tradurre in italiano) – cioè , Prada è sempre Prada, e gli altri fanno quello che fa Prada. Se Prada punta in una direzione, quella di Celine, il sintomo è rilevante.

La domanda è qui, semplicemente questa: cosa nascerà dal contrasto tra quello che farà Slimane da Celine e il successo bombastico dello Streetwear attuale? Non si deve pensare in termini di chi resta, di chi vince e di chi cade – ma bisogna chiedersi come le due estetiche possano reagire una con l’altra e come si evolveranno le richieste del mercato.


Text Jacopo Bedussi
@jacopobedussi

 

L’impressione, finita questa tornata menswear, è di sospensione. Raggiunto il picco della parabola street si vive un momento di stasi straniante. Questo blob che ha inghiottito tutto sembra non avere più spazio di espansione dopo essersi mangiato ogni asset, cannibalizzato target che parevano inarrivabili e raggiunto i limiti del sistema moda. Non ci sono più collaborazioni possibili perché tutte le collaborazioni sono state fatte, come in quel racconto di Borges, in cui invece di una Biblioteca di Babele c’è un’ideale scarpiera in cui esistono tutti i modelli di tutte le sneaker in tutti i materiali e in tutte le possibili varianti.

L’assenza di slancio è palpabile e quello che ci si chiede è come si presenterà il backlash, lo street collasserà su se stesso trasformandosi in una nana bianca alimentata da una nicchia di nostalgici che imperturbabili indosseranno bucket hat fino alla pensione? Oppure si spegnerà abbandonando stagione dopo stagione prima le scarpe enormi, poi gli occhiali da sole da trapper, poi le stampe bold fino a restituire ai corpi una verginità sartoriale? Le sfilate della prossima primavera estate non offrono frattaglie con cui vaticinare, e noi wannabe-aruspici della coolness ci siamo dovuti accontentare di privati deliri e scommesse cieche.

Anche tavoli caldi su cui sembrava si dovesse puntare per avere una finestra sul nuovo sono stati più reazionari del previsto: Virgil Abloh da Vuitton non ha cambiato le regole del gioco; Kim Jones da Dior Men (fu Homme) ha scelto la terza via della rivoluzione tranquilla allietata da un esotismo teen; Raf Simons, nonostante il cambio di location da New York a Parigi, è rimasto fedele alla (propria) linea.

I brand indipendenti, case più piccole rispetto ai grandi nomi, compongono seconde linee di trincea che stanno per sfondare e arrivare sul campo di battaglia a prendersi medaglie e onorificenze. Basta vedere il front row stellare da Alyx: lo street si intellettualizza, sceglie personaggi, materiali e funzioni che alla strada erano soliti stare sotto, in club pieni di fumo, o che in strada ci dormivano direttamente.

The Kidz are Alright!

Text Jacopo Bedussi
@jacopobedussi

 

Nicola Guiducci è personalità della notte milanese dal 23 dicembre 1980, giorno di apertura di quel fenomeno di costume che prende il nome di (Killer) Plastic. Negli anni è stato dj, art director, grafico, discografico, ambrogino d’oro, designer e socialite. Non però una cosa dopo l’altra, ma tutte insieme. Sempre. Natura irrequieta che si nutre del nuovo, lo rielabora e poi lo ri-offre alla città. È un artista intriso di un contemporaneo multiforme, come solo certi semi-mitici autori del passato à la Boris Vian. Ultima espressione di questo ribollire è la mostra The Kidz are Alright! (From West Side Story to Quadrophenia) in scena al PlasMA (Plastic Modern Art, spazio espositivo attiguo al club) fino alla seconda settimana di maggio.

Un’esplorazione di quella rebel youth che da sempre lo affascina e che da sempre analizza, qui in versione cartoon. Ragazzi da parete in senso letterale, ribelli senza un motivo, che ciondolano per strada schiena al muro illuminati da un lampione. Coltello nello stivale. Sputi a terra per passare il tempo. È un mondo di giostre, strade, fiere e periferia anni Cinquanta. West Side Story, certo, i beat e la letteratura pulp. Ma è solo una scelta per un primo capitolo. Perché di questa tensione se ne può trovare in ogni subcultura, a prescindere dalla decade di riferimento. Tutto un misto di dolcezza struggente e pop culture. L’installazione fatta di sirene della polizia, registrazioni ambientali, luci dall’alto e palloni gonfiabili da scavalcare o calciare a seconda dell’attitude rende un’idea perfetta di questo mondo possibile che però tutti abbiamo attraversato, anche solo per incombenza anagrafica. Un ambiente che può toccare corde sopite o assecondare derive lynchane. Occidentale per discendenza ma milanese per vocazione, divertissement locale per una visione globale. E resoconto d’autore di un mondo a parte.

The Kidz are Alright!

PlasMA (Plastic Modern Art) in Via Gargano, 15 – Milan, Italy

April 12th > May 13th (Friday > Sunday from 11PM)

Facebook event

Courtesy Club Plastic
@clubplasticmilano