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jazzelle zanaughtti

Nick Knight / Jazzelle Zanaughtti

Text Émile Zola

 

In questo momento, in Francia, non abbiamo più critica. Questa è l’espressione che sento ripetere attorno a me. Formalmente, nulla da eccepire, ma il ruolo della critica, ha ancora una grande importanza. Certamente, non credo alla sua influenza, diretta o meno, sul piano estetico. Non siamo più ai tempi in cui si potevano richiamare gli scrittori al rispetto dei generi e delle regole, in cui la critica distribuiva colpi di bacchetta comportandosi come un maestro di provincia.

Alla critica non si assegna più la missione pedagogica di correggere, di segnalare gli errori come nel compito di uno studente, di imbrattare i capolavori con annotazioni da retori e grammatici. La critica si è allargata, è diventata uno studio anatomico degli scrittori e delle loro opere. Prende un uomo, prende un libro, lo seziona, si sforza di mostrare attraverso quale meccanismo quell’uomo ha prodotto il tal libro, si accontenta di spiegare, di preparare un verbale.

Il temperamento dell’autore viene approfondito, stabiliti i mezzi e le circostante in cui ha lavorato, l’opera vi appare come l’inevitabile prodotto, buono o cattivo, del quale si tratta unicamente di mostrare la ragion d’essere. In questo modo, ogni operazione critica si limita a constatare un fatto, passando dalle cause che l’hanno prodotto alle conseguenze che ne deriveranno. Un lavoro del genere contiene indubbiamente una lezione e osservandosi in uno specchio tanto fedele lo scrittore può riflettere, conoscere le proprie infermità, sforzandosi di mascherarle il più possibile.

Un solo fatto, però: la lezione arriva dall’alto, fuoriesce dalla verità stessa del ritratto e non è più il compassato insegnamento di un professore. La critica espone, non insegna. Essa ha compreso da sé che la propria influenza sul piano letterario era pressappoco nulla, poiché gli umori rimangono poco addomesticabili. Allora, ha preferito interpretare il bel ruolo di scrivere la storia della critica contemporanea, esplicata e commentata. La sua attuale importanza è dunque quella di segnalare i movimenti letterari in corso. Deve esserci, essere sempre presente, come un innesto, a registrare i fatti nuovi, a constatare in quale direzione marcia una generazione di scrittori.

Il pubblico, che l’originalità evidentemente getta nello sconcerto, ha bisogno di essere rassicurato e condotto per mano. Un critico che possieda autorità sui propri lettori può rendere i più grandi servigi. Si accetta tutto da lui, si attende che parli per credergli sulla parola. Perciò, se è di vedute abbastanza larghe, se accoglie anche i temperamenti più originali, lui solo ha il potere di imporli al pubblico esitante. Studierà questi temperamenti, mostrerà le rare qualità di cui sono portatori, educherà in questo modo il pubblico che finirà per addomesticarsi. Non c’è ruolo migliore da interpretare che quello di abituare la grande massa agli inquietanti splendori del genio. Andrò ancora avanti, dicendo che ogni generazione, ogni gruppo di scrittori ha bisogno di avere il proprio critico che li comprenda e li volgarizzi. Si capisce che il critico, così inteso, debba nascere con la generazione di scrittori che andrà a rivelare e a imporre. Gli serve il «gusto» di questa generazione, gli stessi amori e gli stessi disamori.

Solo venti anni fa un giornale era uno strumento serio che dava alla politica e alla letteratura tutto lo spazio di cui avevano bisogno. I fatti di cronaca si trovano relegati in quarta pagina. Ci si abbonava per simpatia con questa o quella redazione, si attendevano gli articoli di questo o di quel giornalista, e li si leggeva con attenzione, fossero pure su cinque colonne. La critica, in quel momento felice, si trovava a proprio agio. Non faceva alcuna fretta, aspettava anche due mesi prima di parlare dell’ultimo libro apparso, fornendo dei giudizi seriamente motivati. Anche i lettori, da parte loro, non provavano impazienza. Domandavano, su tutto, coscienza, talento e giustizia. Ebbene, abbiamo cambiato tutto. Il nuovo giornale tende a mettere alla porta la letteratura. I fattacci di cronaca, in seguito a molteplici appelli, hanno invaso tutto.

È nata la stampa per l’informazione, non si tratta più di analizzare un libro e, d’altronde, i lettori neppure lo chiedono. Occorre raccontare che cosa è successo il giorno prima in questo o quel salotto, raccontare il delitto in trecento battute, con un bel ritratto dell’assassino, cosa mangiava, cosa beveva. Bisogna ridurre tutto a piccoli fatti circostanziati e precisi, fatti bruti senza alcun ornamento. Se continuerà questo andazzo, fra cinquant’anni i giornali si saranno ridotti a semplici fogli di annunci. Si può capire facilmente il colpo mortale assestato dall’informazione alla critica. Gli studi preparati con coscienza e scrupolo non sono più alla moda. Occupavano spazio. L’assioma di ogni direttore è quello che non si leggono articoli troppo lunghi.

La prima parola di un caporedattore è diventata: «Trattami questo argomento in cinquanta righe, non di più!». Non è più questione di coscienza. Si pretende che l’articolo su un libro appaia il giorno seguente la pubblicazione del libro stesso o, meglio ancora, alla vigilia. Non è necessario alcuno studio, non si legge neppure. Il critico sfoglia e taglia le pagine, prendendo a casaccio una parola e, quando il libro è tagliato, ci si mette al lavoro per le proprie cinquanta righe. Spesso non parla neppure del libro, parla di qualsiasi cosa, a proposito di quel libro. Basta siano citati il titolo e il nome dell’autore. L’importante, infatti, è la notizia della messa in commercio che bisogna dare prima che la diano altri giornali. Quanto al resto, ai reali meriti dell’opera, alla sua originalità, alla sua influenza futura, poco importa.

In queste condizioni, i critici improvvisati dovrebbero accontentarsi di annunciare l’uscita di un romanzo in due righe. La sfortuna è che non si è ancora giunti a questa concisione. I critici aggiungono allora a casaccio le proprie riflessioni. Lodano o biasimano per ragioni loro, nessuno ha un metodo. Ammucchiano errori, refusi, menzogne, enormità di ogni tipo. Niente di più penoso di un simile spettacolo, nei quotidiani, quando appare un libro. Non sono risparmiate banalità. La paura di annoiare ha ucciso gli studi seri. Si è data al pubblico l’abitudine di leggere in tutta fretta, addirittura con ‘i tempi di lettura’ del dato articolo.

Una follia. Vogliamo che un uomo che vive la nostra vita frenetica trovi un quarto d’ora per leggere un articolo impegnato? Gli servirebbe riflettere, fare uno sforzo intellettuale, sarebbe disastroso. Gli bastano i luoghi comuni, le idee che tranquillamente si accomodano nel cervello. L’entusiasmo, la fede letteraria, tutto ciò che smuove, ostacola la digestione. Bisogna comodamente andare all’avventura, dicendo nero un giorno, e bianco il giorno dopo. I soli articoli lunghi tollerati dai giornali sono quelli fatti con estratti di opere in corso di pubblicazione. I redattori si procurano i libri, prima che vengano posti in vendita, prendono dei passaggi interessanti, vi aggiungono qualche riga, e adescano il pubblico sostenendo di essere i primi a offrire questa anticipazione. È la redazione a buon mercato. Rientra nel sistema dell’indiscrezione, che gode di grandi favori oggi giorno. Si evita ogni sforzo al pubblico, il giornalismo contemporaneo è basato sulla pigrizia dei lettori. La gente vuole notizie? Ingozziamola di notizie. I giornali di informazione sono agenti di perversione letteraria. Il male è tale che ha preso tutti. Nessuno sfugge al contagio.

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

 

Photography
Nick Knight

 

Executive producer
Charlotte Knight

Stylist
Charlotte Roberts

Model
Jazzelle Zanaughtti
@storm management

Hair
Martin Cullen
@streeters

Make-up
Lisa Eldridge
@streeters

Manicurist
Hannah Bond

Hair assistant
Freddie Leubner

Make up assistant
Jessie Richardson

Photography team
Britt Lloyd, Rob Rusling, Tom Alexander, Sander Gabriel and Joe Colley

Production manager
Riana Casson

Production assistant
Mariana Caldeira, Lallie Doyle

Fashion assistant
Issy Martin