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The Fashionable Lampoon
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Jean Paul Gaultier

Il trucco per uomo
è ancora un taboo?

Brian Molko, Gilbert Blecken, 1997
Black Market Music, Placebo, 2000
Paul Smith
The Cure in the Eighties
Boy de Chanel Male Make-up Collection
Tout Beau Tout Propre Collection, Jean Paul Gaultier 2009

Text Jacopo Bedussi
@jacopobedussi

 

Era il Duemila quando uscì Black Market Music dei Placebo, disco piuttosto importante sia per la band, che era forse all’apice del successo, sia per la scena rock alternativa in cui si muoveva. In uno dei brani Brian Molko cantava ‘I was never loyal except to my own pleasure zone. I’m forever black-eyed, a product of a broken home’.

Chi scrive aveva tredici anni e se lo ricorda come un piccolo evento che segnò forse la sua vita futura: un ragazzo androgino e bellissimo, con dei grandi occhi azzurri bistrati di nero, cantava di disperazione e decadenza e incomunicabilità e droghe. Non era ancora l’emo degli Anni Duemila come lo conosciamo oggi, con le t-shirt a righe e i ciuffi stirati, ma ne fu di certo un antesignano. In comune, oltre ai temi non proprio allegri, un massivo utilizzo di matita nera, kajal, eyeliner accuratamente colato fin quasi alle guance e lo smokey-eye make-up come fine ultimo.

Quasi vent’anni dopo, il trucco maschile è del tutto sdoganato e si è ritagliato una nicchia di mercato in perenne crescita, con canali youtube dedicati che macinano numeri e hanno portato i loro creatori sulle copertine dei magazine e nelle campagne pubblicitarie dei brand di make-up. Ad aprire la strada con una linea ‘per lui’, come si diceva allora, fu probabilmente Jean Paul Gaultier, nel 2003, con Tout Beau Tout Propre, cavalcando il fascino di un David Beckham metrosexual divenuto improvvisamente mainstream e nuovo canone maschile.

Oggi, anche Chanel annuncia per il 2019 il lancio di Boy de Chanel, mini linea composta da correttore, fondotinta, matita per le ciglia e balsamo per le labbra. Per evitare polveroni gender che possono arrivare da destra e da sinistra, come da gay conservatori o fronte queer, l’azienda dichiara che ‘la bellezza non è questione di genere, è questione di stile’, tagliando la testa al toro.

Tornando a noi e ripensando a quegli Anni Duemila pre-crisi e quindi fertili di scoperte e lassismo e decadenza capitalista in cui sguazzare, viene da chiedersi da dove derivasse tutto quel nero sugli occhi e lo smalto per le unghie e l’illuminante e chi più ne ha più ne metta. Forse una risposta indie al sopracitato Beckham che spopolava con mèches oggi più che discutibili e strati di opacizzante.

Forse invece era tutto un revival di Anni Ottanta in cui eravamo immersi e da cui ancora oggi fatichiamo a prendere le distanze, come del resto da tutta quella palude post-moderna che come un blob ingloba ogni cosa e la rimastica e la ripropone. Forse era un’anima dark, e c’entravano Robert Smith e i Cure. Forse il punk.

Forse volevamo scriverci in faccia quanto non ci andasse di essere ‘normali’. La verità è che con gli occhi truccati e i jeans skinny eravamo la prima generazione a essere illuminata dal sole della cultura, dello Zeitgeist e del marketing e quindi eravamo per forza bellissimi. Ho riprovato poco tempo fa a rifarmi lo smokey eye per andare a una festa. Mi invecchiava da morire e mi stava orribilmente. Mi sono subito lavato la faccia.

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