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lampoon libri

Fall in book

Text Gian Paolo Serino

Michael Chabon
Sognando la luna
Rizzoli, pagg. 526, euro 22, traduzione di Matteo Colombo

Senza dubbio è il miglior romanzo americano tradotto in Italia nel 2017. Non è il più sorprendente (lo è il nuovo 4321, appena pubblicato da Einaudi, che vede il ritorno del primo Auster, quello della Trilogia di NY, de La musica del caso e Leviatano), non è il più riuscito come metafora (lo è La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead appena uscito per Edizioni Sur, non una metafora sul razzismo nei confronti degli afro-americani, come hanno scritto tutti ma, basta leggerlo, sul genocidio dei nativi indiani): il miglior romanzo scritto quest’anno è senza il minimo dubbio Sognando la luna. Una prosa ipnotica, magnetica, che ti prende in ostaggio sin dalla prima riga per portarti in un mondo non fantastico, come poteva essere Le fantastiche avventure di Kavalier e Klay o dalle atmosfere troppo marcatamente dickensiane di Telegraph Avenue, ma è un libro di rottura totale con la letteratura contemporanea americana. Lontano dall’essere quel software che è Jonathan Franzen, lontano da quell’altezzosità che caratterizza Foer, lontano anche da Thomas Pynchon (a cui molti lo hanno paragonato) e da ogni suo contemporaneo. Chabon ritorna ai fasti de I misteri di Pittsburgh ma con maturità: meno ingenuo pur conservando la medesima purezza ci racconta di un mondo che, bombardato di informazioni, proprio nella memoria trova il miglior luogo dove vivere le proprie fantasie. Attraverso un io narrante che coincide con lo scrittore Michael Chabon leggiamo la storia di suo nonno, figura accostata demenzialmente in Italia a Barney o Lebowski con cui nulla ha da spartire. In realtà, come scrive lo stesso Chabon, è ispirato alla figura di suo zio e in parte a quella del nonno paterno morto ormai incosciente e irriverente sotto l’effetto dei sedativi. Ne esce un personaggio attraverso cui leggiamo la storia degli Stati Uniti che, non si comprende mai, se siano la metafora del progresso o un errore di navigazione.

Ma è anche la storia sulle cose che vengono dette, quelle che vengono censurate, i compromessi, o anche il modo in cui certe storie non vengono mai veramente superate, e due persone sarebbero capaci di arrivare sino alla tomba con due modi diversi di raccontare uno stesso fatto.

Inizialmente Chabon aveva pensato di scrivere un sequel di Telegraph Avenue, uscito nel 2012, ambientato in una Oakland più o meno contemporanea. Quando si è messo a scrivere, però, tutto ciò che gli è venuto in mente riguardava la sua famiglia e le sue storie: come quella dello zio che perde il lavoro di rappresentante commerciale perché il proprietario dell’azienda in cui lavorava doveva assegnare il suo posto a un amico di famiglia, la spia comunista Alger Hiss.

È quel tipo di storia che Chabon ama, soprattutto in un momento in cui quest’enorme arco di storia pop-culturale s’interseca con le storie personali. Perché in Sognando la luna c’è, forte, la storia d’amore tra i suoi nonni che si contrappone al trauma dell’Olocausto, alla devastazione dell’Europa e alla folle corsa per una scienza sempre più vissuta come arma di distruzione. Chabon è cresciuto anche tra le ombre della ‘Guerra fredda’ in cui gli eroi Marvel combattevano a modo proprio, come le trasmissioni televisive, contro il ‘pericolo rosso’. C’è un forte riverbero di quelle atmosfere è non a caso il romanzo è intitolato Sognando la luna: come se Chabon avesse rimosso quella corsa verso lo spazio che dagli anni ’50 sino all’allunaggio da una Luna da sognare diventò una Luna da conquistare tendando di salvare quel che resta del sogno americano, ormai sepolto tra le ombre di macerie morali che ci hanno portato a un presente futuro completamente ‘remoto’ (nella doppia eccezione di ‘passato’ e di ‘remote control’). Un romanzo che ci racconta, soprattutto, senza allontanare il lettore con contorsionismi stilistici alla Thomas Pynchon e al contempo senza cadere nel caricaturale del Pynchon di Vice, il mondo di oggi in cui ‘ti aiutano a nuotarci dentro senza andare a fondo’. Ti aiutano a galleggiare sulle profondità di un mondo che se solo ci sforzassimo di comprenderlo non saremmo qui. Ora. Adesso. A leggere queste parole sull’acqua, le mie, ma già in libreria (o in biblioteca) a leggere magari Sognando la luna.

Jean-Baptiste Del Amo
Regno Animale
Neri Pozza, pagg. 408, euro 18, traduzione di Margherita Botto

Noi esseri umani siamo solo un ‘regno animale’. Al di là della solita e innocua denuncia animalista (quella per intenderci alla Jonathan Safran Foer del bestseller Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?), Jean-Baptiste Del Amo con Regno animale – romanzo finalista del Prix Goncourt, Prix Medicìs, Prix Femina e vincitore del Prix du Livre International – racconta una famiglia di allevatori nella sua ‘evoluzione’ dalla fine Ottocento alla fine del Novecento. Personaggi che rimangono indelebilmente impressi nella memoria, anche a libro chiuso, che facciamo fatica a scrollarci di dosso come fossero gli odori descritti da Patrick Süskind nel Profumo o come le immagini cinematografiche di Jean Jacques Annaud. Leggendo Regno animale sembra di essere accanto al ‘chiarore del focolare’: ma è soltanto un’illusione quella fiamma, perché il calore non ci riscalda ma ci brucia dentro. In questa famiglia di ‘allevatori di maiali’ riviviamo tutta la nostra bestialità: ormai immersi sino al collo nel fango del profitto economico in un’Apocalisse che creiamo ma che non comprendiamo di star già vivendo. Al di là della trama – che ha la stessa potenza de La vita degli animali di Coetzee, capolavoro edito in Italia da Adelphi – è la scrittura a colpire. In Francia si sono fatti i più illustri paragoni perché malgrado la giovane età, trentacinque anni e al suo terzo romanzo, Del Amo ha una prosa oltre modo chirurgica, quasi ipnotica nella violenza di un linguaggio alla De Sade. Una violenza che si trova già soltanto leggendo la parola ‘genitrice’ al posto di ‘madre’, con una tensione poetica che ricorda il Francois Villon perduto delle ‘ballate’ e con uno stile spesso telegrafico come l’Agota Kristof de La Trilogia della città di K e il Jonathan Littell de Le benevole. Eppure lo scrittore riesce a mantenere intatta la propria originalità nel farci rivivere, anche in tempi moderni ma attraverso atmosfere quasi medievali, ‘le piccole scene domestiche che si svolgono al chiarore del focolare’. Perché è proprio dalla famiglia (il cui etimo latino, non dimentichiamolo mai, viene da ‘servulus’: ‘essere servitore’) che nasce quel male che poi sfoghiamo diventando ogni giorno cannibali di noi stessi. Perché è questo che sembra volerci dire Del Amo: non serve poi così tanto mangiare soltanto verdure o essere animalisti per migliorare il mondo se poi sfoghiamo la nostra crudeltà nella recita del nostro quotidiano rosario meschino di inesauribili astuzie e di ambizioni superbe. Dalla famiglia, quella vera, quindi da noi, può nascere l’unica vera soluzione per evitare la catastrofe. Quella descritta in Regno animale che viviamo tutti i giorni attraverso la nostra maschera di apparenze, di violenze silenziate e apparentemente minime. Per un giorno, almeno, sul piatto al posto di una fetta di carne mettete questo libro. Così: almeno per comprendere il gusto sano di un capolavoro.

Dennis Lehane
Ogni nostra caduta
Longanesi, pagg. 412, euro 18,60, traduzione di Alberto Pezzotta

Dennis Lehane è considerato il vero re del thriller. Non mi occupo, solitamente di questo genere narrativo, quando non è letteratura. Dennis Lehane lo è. A dimostrarlo anche questo suo nuovo romanzo. Autore di capolavori spesso adattati per il grande schermo come Mystic River (regia di Clint Eastwood e due Premi Oscar a Sean Penn e Tim Robbins) e L’isola della paura (Shutter Island con Leonardo Di Caprio e regia di Martin Scorsese), Lehane più che un ‘thrillerista’ è tra gli scrittori che ha meglio raccontato le nostre paure (senza cadere negli incubi ossessivo-compulsivi di Stephen King) come in questo romanzo che già dal titolo, Ogni nostra caduta, ci racconta un mondo. Quel mondo siamo noi. Un mondo sempre più a portata di internet, ma per tutti sempre più piccolo. Un piccolo mondo sempre più privato da proteggere, nascondere. Lehane ci racconta – attraverso le vicende della protagonista, una donna lacerata da un’infanzia difficile, figlia di una scrittrice di successo e di un padre misterioso – di temi come la fiducia, l’amore, la famiglia, il matrimonio, la paura delle ombre non solo del nostro passato. Con uno stile molto vicino a un Alfred Hitchcock di Nodo alla gola che incontra il James Ellroy della Dalia nera, con una scrittura serrata quasi da ‘serial crime’ televisivo alla The Wire o alla Boardwalk Empire (di cui non a caso è stato sceneggiatore di diversi episodi) Lehane ci consegna il suo miglior romanzo. Il più letterario. Sin dal prologo, dove con la scusa della madre scrittrice della protagonista ci racconta di una narrativa sempre più spinta verso ‘scempiaggini per emotività adolescenziali’. E subito alla seconda pagina scrive: Il successo rendeva sempre più cupa sua madre, che già non era mai felice di suo. (…) Abile a diagnosticare i problemi degli altri, non sapeva da dove iniziare quando si trattava di se stessa. E così aveva passato la vita a cercare di risolvere problemi che erano nati, cresciuti e morti dentro il suo cervello. Non è quello che fa la maggior parte di noi ogni giorno? Ogni nostra caduta è lo specchio d’inchiostro che ogni lettore dovrebbe leggere per (ri)trovare se stesso, quell’io che spesso perdiamo pe occuparci degli altri – figli, genitori, amici– pur di non indagare dentro noi stessi.

Edith Pearlman
Intima apparenza
Bompiani, pagg. 292, euro 19, traduzione di Angela Ruggeri

La fama per Edith Pearlman è arrivata decisamente tardi, a 74 anni, nel 2011, entrando tra i cinque finalisti del National Book Award con la raccolta di racconti Visione Binoculare. Ora in libreria, sempre per Bompiani, con una nuova e senza dubbio ancor miglior antologia di ‘short story’ di cui la scrittrice americana è indiscussa maestra, tanto da essere paragonata a maestri come Alice Munro e John Cheever.

Nata a Rhode Island nel 1936 da immigrati ebrei dell’Europa orientale, anche in questa Intima apparenza le sue sono storie piene di non detti, storie mai banali, comunque avvolte intorno a strani, ironici, inattesi o difficili frangenti in cui si trovano i protagonisti in genere sofisticati, colti, benestanti, pieni di principi, abitanti di Godolphin, sobborgo (immaginario) di Boston: situazioni non calcolate in cui impercettibilmente si fa strada un’emozione spiazzante. Sono racconti in cui si stabilisce una strana relazione tra la scrittrice e il lettore, quasi di complicità, comprendendo sin dalle prime pagine come davvero la verità non ha niente a che vedere con la testimonianza degli occhi. La Pearlman ha una sensibilità unica nel raccontare e celebrare la gente comune: infermieri, professori di piccoli università, anziani in ospizio, coppie innamorate. Ognuno abitato da una goccia di splendore, da quel tocco che permette di vedere e assaporare la vita dando il vero valore anche a particolari che noi troppo spesso diamo per scontati. È una realista della scrittura e come Raymond Carve, riduce tutto più che all’osso al midollo, ma a differenza di Carver i suoi racconti non sono venati da quella malinconia che ci prende e non ci lascia andare (si legga ad esempio il racconto Il bagno, uno dei migliori e al contempo più tristi racconti mai scritti nel Novecento. In questa Intima apparenza c’è sempre un filo, a volte sottile a volte più saldo tanto da farsi ‘trama’, di umana speranza e di virtù nascoste.

Quello che non manca mai è il romanticismo: quasi acerbo, verde come appare alla vista, ma dolcissimo all’interno, come sotto intende anche il titolo originale Honeydew (che in americano significa ‘melone d’inverno’). Venti racconti che, partendo dal realismo più crudo arrivano a pagine di ottimismo che mai sfiorano il realismo magico, ma soprattutto ci insegnano a cercare di guardare al di fuori della superficie delle cose che accadono. Andiamo oltre e troveremo. Anche quella felicità che, a volte, sembra inafferrabile.

Image cover Christian Schloe, Night Cat
society6.com/christianschloe

Fogli(e) di lettura

Text Gian Paolo Serino

Don Carpenter
La sceneggiatura
Frassinelli, pagg. 288, euro 18,50, traduzione di Stefano Bortolussi

Amatissimo sin dagli esordi da un maestro della letteratura americana come Norman Mailer, dimenticato per decenni, possiamo ora finalmente conoscere anche in Italia Don Carpenter, oggi venerato anche da Quentin Tarantino. Un romanzo, uno dei tre che Carpenter ha dedicato a Hollywood, che è un una vera e propria cavalcata nella Los Angeles decadente degli anni Settanta: tra sogni realizzati ma soprattutto quelli infranti dalle mille luci di un cinema che nella vita riflette solo le ombre, Carpenter firma uno dei grandi libri hard boiled americani capace di mettere a tacere l’osannato Thomas Pynchon di Vice e di far paura persino al genio di James Ellroy. Don Carpenter, come ha scritto Mailer, ci regala una prosa superba, rapida, luminosa, tenera, ironica, triste, ricca di consapevole sofferenza e cosmico ottimismo. Ma soprattutto una metafora attualissima su quelle mille luci di un’America che non realizza i sogni ma li anestetizza.

Stephen King e Owen King
Sleeping Beauties
Sperling&Kupfner, pagg. 672, euro 21,90, traduzione di Giovanni Arduino

Mentre dal 19 ottobre esce il film tratto da It, il consiglio è di prenotare Sleeping Beauties, il nuovo romanzo che Stephen King firma insieme all’ultimo dei tre figli Owen, in uscita il 21 novembre. Pubblicato la scorsa settimana negli Stati Uniti (per chi legge in originale vale la pena per una volta anche l’e-book) è il miglior King mai letto. Lontano da Carrie, Shining o Misery – meglio i film – King ritrova il miglior se stesso: quello di On Writing (autobiografia confessione sul ‘mestiere di scrivere’ che non sempre coincide con quello di vivere). Un romanzo che racconta un mondo in cui improvvisamente sono scomparse le donne (il più grande orrore immaginabile) e ambientato in una cittadina sospesa tra Il buio oltre la siepe e I peccati di Peyton Place. Un’occasione anche per scoprire Owen King, che è il vero talento della famiglia come ha già dimostrato con Siamo tutti sulla stesa barca (Frassinelli) e Double Feature (ad oggi purtroppo inedito in Italia): la storia di Sam Dolan, regista al suo primo film interpretato dal padre Booth Dolan, «uno scrittore e un guitto che inganna per lavoro». Più metafora di così…

John Williams
Augustus
Fazi, pagg. 412, euro 18, traduzione di Stefano Tummolini

Vincitore del National Book Award questa docufiction ci fa rivivere la storia di Ottaviano Augusto, che nel 31 a.C. con la vittoria di Azio mise fine all’epoca delle guerre civili a Roma. Concentrò nelle sue mani tutto il potere e garantì all’Impero un lungo periodo di pace e prosperità senza precedenti nel mondo romano. Augusto seppe inoltre migliorare l’immagine del suo governo grazie a una sapiente opera di propaganda politica che si poté avvalere delle migliori intelligenze del tempo (da Svetonio a Plutarco). Un romanzo, basato su fonti storiche reali, anche capace di immergerci in un mondo talmente pieno di complessità, lussuria, cinismo e violenza, da sembrare quello in cui viviamo oggi. Dalla penna di John Williams, l’autore dell’immenso romanzo Stoner, una storia scritta con una grandiosa cifra stilistica, resa al meglio dalla nuova traduzione di Stefano Tummolini, attraverso realtà e finzione come spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.

Charlie Chaplin
Opinioni di un vagabondo
minimum fax, pagg. 242, euro 14, traduzione di Andreina Lombardi Bom

Attraverso la comicità vediamo l’irrazionale in ciò che sembra razionale, il folle in ciò che sembra sensato, l’insignificante in ciò che sembra pieno d’importanza. È questa una delle tante frasi che troviamo in questa raccolta di ‘mezzo secolo di interviste’ a Charlie Chaplin, tra gli intellettuali più raffinati e geniali del Novecento. Spesso ridotto a una comica di Charlot (che sono, in realtà, durissimi attacchi contro la disumanizzazione del progresso e della politica populista) qui troviamo non solo l’artista ma anche l’uomo e il pensatore. Se è vero, come scrive Chaplin, che il tempo è un grande regista perché trova sempre il finale migliore, la speranza è che molti leggano questo libro. Per capire il dramma di uomo e di un artista incompreso che ripeteva sempre: «Volevo cambiare il mondo e l’ho fatto soltanto ridere».

Ben Lerner
Odiare la poesia
Sellerio, pagg. 88, euro 12, traduzione di Martina Testa

Ben Lerner, scrittore americano rivelazione degli ultimi anni, malgrado la giovane età (è nato nel 1979) non manca mai di stupire: prima con i romanzi Un uomo di passaggio (Neri Pozza, finalista nel 2016 del National Book Award), poi con Nel mondo a venire (Sellerio 2015) e adesso con questo geniale pamphlet.
«Considero che la poesia e l’odio per la poesia siano fusi insieme ed è questo che voglio arrivare a spiegare, che ogni poesia è sempre la testimonianza di un fallimento». Ormai sono tutti poeti: anche in chi pubblica versi in plaquette per oscuri editori a pagamento o sproloquia poetando sui social, si cela una logica crudele: quella che fa dire «siamo tutti poeti». Eppure non siamo tutti pianisti o scultori o ballerini. E in questa illusione, o speranza, risiede il luminoso e tragico paradosso dell’arte della parola.

Image cover Christian Schloe, Wandering Forest
society6.com/christianschloe

Lampoon Libri: Compulsion

Text Gian Paolo Serino

 

Compulsion
by Meyer Levin
2017, Adelphi

 

Il vero, primario, A sangue freddo, sino a oggi considerato il primo libro di non-fiction novel (una sorta di docu-film che partendo da fatti reali li racconta secondo diverse tecniche narrative) non è di Truman Capote, con la sua storia in presa diretta dei due psicopatici che assassinarono senza apparente motivo una famiglia  di agricoltori in un paesino del Kansans, nel profondo MidWest. L’ha scritto Meyer Levin nel 1955 (A sangue freddo è del 1966) con il titolo Compulsion.

Arriva in Italia e racconta la ben più intrigante vicenda di due studenti appena maggiorenni appartenenti alla Chicago del West South, quella dei multimilionari che vivevano nel quartiere, oggi residenza di Obama, delle ville affacciate sul Lago Michighan. I due rampolli nel 1925 rapirono e uccisero un ragazzino di quattordici anni dando il via a quello che in seguito fu definito il processo del secolo. In quella Chicago anni Venti, in mano alla criminalità organizzata con il pericolo pubblico numero uno, John Dillinger, e con gli speakeasy gestiti da Al Capone per il contrabbando di alcolici. In quella Chicago maledetta, come la definisce l’autore pur non raccontandola mai, esiste una società parallela: quella delle famiglie ebree milionarie a cui appartengono i due assassini e la vittima. Una società che rimane scossa, insieme a tutta l’America, davanti a quello che all’inizio doveva essere un delitto perfetto (non a caso ispirò anche Hitchcock per il suo Nodo alla gola).

A raccontare, con nomi fittizi, ma fedelissimo alla realtà degli accadimenti è lo stesso Meyer Levin che era loro compagno di college e al contempo lavorava come giovane inviato del Chicago Daily News contribuendo alla risoluzione del caso. Quel che affascina, pur nella brutalità del gesto, è la motivazione che spinse i due ragazzi: s’ispiravano quasi identificandosi al superuomo di Nietzsche, un superuomo che seguendo leggi dionisiache è al di sopra del Bene e del Male. Volevano dimostrare di essere intoccabili, non punibili dalle leggi terrene.

Il rapporto tra i due non è mai del tutto esplicito (e anche in questo è bravo Levin. Di tipo omosessuale sadomasochista (con un dominante e un dominato). Atmosfere antesignane dei film alla Fassbinder o alla Roman Polanski, che intrigano ancora di più: per il rapporto narcisistico con il male e quell’attrazione presente in tutti noi, esseri umani, dell’esperienza erotica-estetica più estrema, l’assassinio per voluttuosità del piacere.

Image courtesy of Adelphi
www.adelphi.it – @adelphiedizioni

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

Tiffany at New York

Text Jennifer Paccione

 

Ha abbellito la storia di New York. Quella fra Tiffany & Co. e la città di New York è una storia d’amore passionale, come quelle che ammiriamo sul grande schermo. La colazione di Holly Golightly, la più grande proposta alla Sweet Home Alabama in una commedia romantica americana. È il 1837: Charles Lewis Tiffany arriva a New York. Inizia una storia d’amore senza tempo, che in seguito ne avrebbe creata un’altra, all’angolo fra Fifth Avenue e la 57ma strada.

 

L’edificio sulla Fifth Avenue in granito e pietra calcarea con influenze Art Deco è abbellito dalla figura in bronzo di Atlante, alta circa tre metri, e avrebbe in seguito esposto il Giallo di Tiffany, uno dei più grandi diamanti mai venuti alla luce. L’origine di Tiffany & Co. è stata da allora in qualche modo ‘deleteria’ per la storia della città. L’anima, la quintessenza di New York? Un vero newyorchese risponderebbe sprezzante: sono gli Yankees. Tiffany & Co. crearono uno stemma che sarebbe stato poi adottato come logo ufficiale dai New York Yankees, nel 1909.

 La storia Tiffany & Co. da sempre si intreccia con la letteratura, la creatività, le arti visive. Il punto panoramico più famoso della High Line è stato ribattezzato Tiffany & Co. Foundation Overlook, in onore del grande sostegno che la fondazione ha dato al parco newyorchese. Gene Moore a partire dal 1955 aveva creato per Tiffany i suoi incantevoli allestimenti in miniatura per le vetrine del flagship. Andy Warhol aveva invece collaborato alla creazione di biglietti d’auguri per il brand americano. Negli anni Ottanta, era stata la volta di Paloma Picasso con le sue ammiratissime creazioni per Tiffany & Co., mentre i classici hollywoodiani hanno reso la location sulla Fifth Avenue una vera e propria destinazione turistica.

Tiffany ha in negozio una cosa che non si può comperare per nessuna cifra, si può solo ricevere in regalo: una delle sue scatole. La Tiffany Blue Box. Quasi due secoli più tardi, Tiffany & Co. è ancora il simbolo di New York. La notte velata color inchiostro si accende di luci delle finestre che sembrano stelle. L’Empire State Building è fluo, vestito di blu Tiffany.
Tiffany & Co., all’angolo fra la Fifth Avenue e la 57ma, ha aperto i battenti il 21 ottobre 1940. Una storia che ha avuto inizio a New York City, e che perdura ancora.

Images from Pinterest

The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

ITALO ROTA

Text Cesare Cunaccia

«Credo che l’architetto messicano Luis Barragán, con la sua architettura fatta di colore che è forma ed emozione, sia proprio l’ultimo allievo di Proust», confida Italo Rota, milanese, 1953, tra i più liberi e immaginifici esponenti del dibatto architettonico, una parabola creativa di dimensione internazionale in incessante e sperimentale metamorfosi. «Non ho libri cult, non rileggo mai nulla, la mia vita è un continuo viaggio e la ripetitività non mi tocca, non mi appartiene. Ma ricordo perfettamente le parole con cui iniziano certe pagine, le vedo nitide, grafiche, come se fossero stampate nella mente. Pratico la lettura veloce in diagonale. Questa è una tecnica che aiuta sotto vari aspetti, ma che indubbiamente ti toglie anche parte del piacere di leggere. Dunque non leggo mai poesie. Un testo che mi ha molto affascinato ad esempio è Quand j’étais photographe di Nadar, pioniere della fotografia dalla metà dell’Ottocento, ma anche novellista, caricaturista e aeronauta. Un libro autobiografico che appare nel 1900, quando Félix Nadar è ormai ottantenne e che indaga il mistero dell’arte fotografica attraverso una sequenza di racconti e tante peripezie vissute dall’autore, tra le quali i primi scatti di una città presi dall’alto di un pallone aerostatico e le suggestive, quasi esoteriche escursioni nel sottosuolo parigino. E’ un tipico esempio di contaminazione tra due discipline, quello ordito dal corrosivo e poetico ritrattista di Delacroix, di Baudelaire e di Sarah Bernahrdt. La città è limite tra materia costruita e materia. Alle volte un libro diviene esso stesso una piccola architettura. Di casi me ne vengono in mente tanti, come Americana, del 1971, il primo romanzo di Don DeLillo o, tra gli altri, i novel dei Minimalisti US anni ’80, che già così come sono costituiscono delle sceneggiature perfette e avvincenti. Oggi, non a caso, le ispirazioni arrivano soprattutto dalle grandi serie televisive. A me quello che interessa davvero è la vita, che va salvaguardata e migliorata. Mi occupo di fare città con i cittadini, di modificare lo spazio urbano con il lavoro. Giusto adesso sto partendo per il Messico – aggiunge ancora Itallo Rota – e poi per La Paz e Bogotà, per tenervi una lectio magistralis sul tema estremamente attuale del destino della megalopoli contemporanea. Quello che è certo è che gli individui che abitano le megalopoli odierne, ora si sentono molto più responsabilizzati e sono impegnati direttamente in tema di ambiente. A Milano, per parlare di qualcosa che ci è molto vicino, il verde incredibilmente si sta diffondendo un po’ ovunque a macchia d’olio e ben 200000 cittadini negli ultimi anni hanno voluto rinunciare all’automobile».

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

 

On Cover Photo Claudia Sarchia –  @quellaclaudia

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

The Dot Circle 2017

I cinque libri in gara

The DOT Circle 2017

La seconda edizione del premio letterario è dedicato al Doc Fiction, il racconto tra cronaca e finzione. La linea editoriale è curata da The Fashionable Lampoon. L’iniziativa e l’impegno culturale è reso possibile grazie al sostegno di Tiffany & Co.

Quando. Cinque romanzi in gara a partire da giovedì 19 aprile. Il vincitore sarà proclamato il 4 maggio e premiato durante una cena di gala, su invito.

I libri. La ricerca di una letteratura precisa: il Doc Fiction, anche definito come New Journalism – quando la letteratura incontra la realtà.

A seguire i 5 libri in concorso:

Storie dal mondo nuovo, di Daniele Rielli, Adelphi
Trentacinque secondi ancora, di Lorenzo Iervolino, 66thand2nd
Se hai sofferto puoi capire, di Giovanni F. con Francesco Casolo, Chiarelettere
Vivere, di Ugo Bertotti, Fandango
Io sono con te, di Melania G. Mazzucco, Einaudi

Tiffany & Co. sostiene The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale. Le città sono catene di energia, lavoro e bellezza.

La votazione. Aperta a tutti, su questo sito, cliccando il libro scelto sulle schede di questa pagina. Su Instagram, mettendo un like sotto la foto del libro scelto postata su @TheFashionableLampoon il giorno di apertura del concorso – giovedì 20 aprile. Alla votazione pubblica sarà sommata la votazione della giura di The DOT Circle.

I Membri della Giuria.

Maria Lusia Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero

Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna
Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
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On Cover Illlustration by Barbara Dziados @Barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz

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The Dot Circle 2017 – Gli Autori

I cinque libri in gara

Text Claudia Bellante

 

Storie dal mondo nuovo, Daniele Rielli
Ed. Adelphi

Storie da mondo nuovo è una raccolta di dieci reportage che Daniele Rielli ha pubblicato tra il 2014 e il 2016 su diverse testate italiane come IL, il venerdì di Repubblica, Internazionale, e due scritti inediti.

«Il filo rosso che li lega» – spiega Raelli – «è l’esplorazione di due aspetti complementari del nostro tempo: la coabitazione di isole di innovazione tecnologica spinta e di altre dove invece a farla da padrone sono ancora credenze arcaiche e pre-scientifiche». Emisferi opposti, costretti a coesistere a lungo perché l’ambivalenza tratteggiata da Rielli è connaturata nell’essere umano, che da una parte spinge verso la scoperta e l’evoluzione e dall’altro trova rifugio nelle certezze dogmatiche.

Il mondo nuovo di Rielli, che richiama il romanzo più celebre di Aldous Huxley nel quale lo scrittore americano anticipava temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, l’eugenetica e il controllo mentale, è abitato, tra gli altri, da promotori di startup, pokeristi online, indiani ricchi che si sposano nel Salento e writer. Tutti personaggi che l’autore avvicina e racconta solo dopo un’accurata fase di ricerca. «Devono essere cose di cui conosco i contorni ma di cui vorrei sapere di più, mi interessando soprattutto piccoli mondi con i loro simbolismi, i loro equilibri di potere, i loro linguaggi specifici».

Per immergersi nelle situazioni «l’importante è ascoltare davvero le persone e studiare i documenti con mente aperta, il modo migliore per fare un lavoro pessimo è arrivare in un luogo per confermare una tesi che ci si è fatti prima ancora di partire».

Per riportare poi quello che ha vissuto Rielli lavora sul ritmo e sulla pulizia della scrittura:«provo ad usare una lingua priva dei luoghi comuni giornalistici, che sia in grado di adeguarsi all’oggetto della narrazione, senza iper-semplificazioni e senza barocchismi, che poi sono due facce dello stesso problema. Detto così sembra facile, non sempre lo è. Comunque lo scopo principale per quanto mi riguarda è raccontare una storia nella maniera più efficace, senza tormentare inutilmente il lettore. Se chi ha in mano il libro si chiede, fra tutte le altre cose, anche Come andrà a finire? io sono molto contento».

L’io narrante di Rielli è sempre presente ma, come sottolinea lui stesso, «è rilevante nella dimensione della storia che stiamo affrontando» ovvero se quello che lui sente e gli accade ha un legame diretto con la realtà che si sta raccontando.

Le storie spesso hanno un inizio ma raramente incontrano una fine. L’autore sceglie di raccontarne una parte, un frammento, un intermezzo, fino a che una conclusione diventa necessaria. Ben sapendo però che il punto messo può essere solo di sospensione perché «da una storia non si va mai via davvero: se succedono cose nuove, e in genere succedono quasi sempre, puoi riaprire il faldone e ricominciare a lavorarci sopra».

Text Claudia Bellante

 

Trentacinque secondi ancora, Lorenzo Iervolino
ed. 66tha2nd

Tommie Smith e John Carlos non erano amici da tutta la vita, anzi, uno veniva dai campi della California e l’altro dalle strade di Harlem, uno era pacato, studioso, l’altro uno scavezzacollo. Eppure quella foto li ha uniti per sempre, con i loro pugni alzati avvolti da un guanto nero a sfidare l’America ipocrita e razzista dal podio delle Olimpiadi di Città del Messico il 16 ottobre 1968. Quell’immagine li ha trasformati nel simbolo di una lotta che non è ancora finita e che anzi, ciclicamente ritorna, a fare nuove vittime. Lorenzo Iervolino quella foto l’ha staccata dall’album, l’ha ritagliata dai giornali e strappata dalle copertine dei libri. Se l’è messa in tasca ed è partito per andare a raccontare le vite che ci sono dietro quello scatto. Trentacinque secondi ancora – «il tempo necessario per scendere dal podio e raggiungere gli spogliatoi – nasce dal sentirsi ossessionati da una storia prima ancora di capire se si è in grado di raccontarla. Prima che buttasse giù la prima parola sono passati nove mesi, di studio e ricerca. Sono stato ospite dell’archivio della San Jose State University dove Tommie e John si sono conosciuti e poi ho viaggiato andando a ritrovare i luoghi che gli sono appartenuti». Iervolino parte con l’idea di scrivere un romanzo di finzione ma quello che ne viene fuori è un testo ibrido nel quale inventa dialoghi e situazioni rispettando però sempre la veridicità dei fatti.«Mettere la propria voce è un elemento che ti richiama alla realtà ma io mi pongo come uno scrittore non come un giornalista. Non mi sono mai preoccupato dell’appeal che la storia poteva o meno avere sul pubblico anche perché la lontananza nello spazio e nel tempo è relativa: quell’immagine non ha mai smesso di parlare».

«Quella di Tommie e John è la storia di un’integrazione fallita all’interno di uno stesso paese che per decenni ha riservato agli atleti afroamericani una cittadinanza a statuto speciale, senza permettere loro di godere della ricchezza che generavano con le loro vittorie». Applauditi in pista e sul podio ma ghettizzati nelle aule, nei bar e negli alloggi studenteschi. Obbligati alla gratitudine verso un paese arrogante, convinto di avergli fatto un favore a permettergli di arrivare fino a quella medaglia e che non ha perdonato quel gesto di sfida statuario: la testa bassa in memoria dei troppi yes sir e il pugno che squarcia il cielo urlando la sua dignità.

«Raccontare significa anche decidere cosa non raccontare» spiega Iervolino, ed è per questo che il suo incontro con Tommie e John nel libro non c’è: Avrebbe spostato l’attenzione su di me, su quell’unico momento carico di aspettative, mentre a me interessava dare ai due protagonisti una credibilità atemporale», come fossero un testimone da passare a qualcun altro oggi e domani».
Prime di Trentacinque secondi ancora Iervolino è stato autore di Un giorno triste così felice nel quale aveva raccontato la storia di Socrates, calciatore rivoluzionario nel Brasile degli anni ottanta. «Non mi voglio recintare dentro la narrazione sportiva però in questo modo mi sembra di poter parlare a un pubblico più vasto, che travalica i cosiddetti lettori forti o gli addetti ai lavori. Raggiungo i giovani e gli appassionati, per i quali lo sport è una sintesi di umanità e politica. Credo che la solidarietà e il coraggio interessino a tutti».

Text Marta Abbà

 

Se hai sofferto puoi capire, Giovanni F. e Francesco Casolo
ed. ChiareLettere

E’ un piccolo romanzo di formazione, una storia normale di un ragazzino che cresce. Poteva essere timido, poteva essere obeso, e invece è sieropositivo, ma è, e resta, un romanzo di formazione.

Francesco Casolo, editor e co autore di Se hai sofferto puoi capire ci tiene a precisarlo, ancora prima di raccontare come è nato il libro e come ha conosciuto Giovanni F. il nome che il giovanissimo protagonista si è dato, ispirandosi al magistrato Falcone.
Tutto parte da un blog e dalla voglia del team di psicologi del reparto di Infettivologia pediatrica dell’ospedale Sacco di Milano di«dare possibilità ai ragazzi di raccontare le proprie esistenze e sensazioni». Il libro è «un modo per farli uscire dall’anonimato, senza svelare i loro nomi, ma dando voce alla frustrazione e ai problemi familiari legati all’HIV e anche alla tristezza nel vedere amici e partner che fuggono» spiega Casolo.
Il ‘guerriero’ Giovanni, 12 anni, «mi è stato segnalato come il più adatto per la sua personalità forte, da combattente, e perché aveva appena saputo di essere sieropositivo quindi poteva avere meglio presente come ci si sente e come si gestisce la situazione, e che futuro ci si aspetta». Casolo ha seguito live questo momento di Giovanni e l’ha potuto per questo raccontare ‘da vicino’, senza gli abbellimenti che a volte la memoria regala. Non c’è niente di sfuocato nel racconto di Giovanni F., al contrario ci sono battute, riflessioni strampalate, c’è la voce di un dodicenne senza filtri né censure.
Attorno a lui ci sono altre storie, anche di adulti che continuano a frequentare il Sacco perché, presto orfani, è lì che sono cresciuti. Casolo intreccia le loro vicende con quelle del protagonista mostrando come ci siano molte differenti ragioni per cui si nasce, o ci si ritrova, sieropositivi, provando poi la sensazione comune di ‘sentirsi sbagliati, guasti’.
Frequentando per vari mesi l’Ospedale Sacco «ho avuto l’assurda sensazione che mi vedessero quasi come un salvatore: non ne possono più di doversi nascondere e hanno capito che libri come questo possono essere utili a informare correttamente sui progressi fatti finora nel trattare l’HIV e a far capire che chi si ammala non è destinato necessariamente a un’esistenza di sofferenze e di esclusione.
Lavorando al libro ho trovato molte analogie con l’omosessualità, per come veniva percepita una decina di anni fa. Perché le cose inizino a cambiare, ci vuole qualcuno che ci metta la faccia e che dimostri che si può fare una vita normale. Ci sono invece ancora ragazzi sieropositivi che vengono esclusi dal gruppo di atletica, o lavoratori che perdono il posto».
Passerà, Casolo ne è sicuro, e nelle sue pagine lo si percepisce, mentre racconta di Giovanni F., «un bambino coi baffetti che ha pensieri da grande, anche se non lo è ancora del tutto».

Text Claudia Bellante

 

Vivere, Ugo Bertotti
Ed. Coconino Press – Fandango

Selma arriva in Italia su un barcone, ha lasciato la Siria, è passata dall’Egitto ed è a un passo da una nuova vita. Ma il suo piede non trova un appoggio sicuro e la fa cadere, picchiando la testa durante quell’interminabile viaggio in mare. A Palermo viene ricoverata in un ospedale dove un medico palestinese l’ascolta, la conforta e rivive con lei le sensazioni di chi non ha più una casa a cui tornare, una terra che possa dire sua. Selma muore e la sua famiglia, in quel momento di estremo dolore, quando sarebbe stato lecito e comprensibile richiudersi in sé stessi e sfogare tutta la propria rabbia, fa un gesto di estrema umanità e: decide di donare gli organi di quella donna, madre e sposa. E così la nuova vita Selma la regala a Don Vito – un prete cattolico, che ironia – a Mimmo – un ex militare, anche qui la ruota della sorte ha colpito – e a Maria, madre, sposa e donna, come lei.

Ugo Bertotti racconta quest’intreccio di storie dopo averle ascoltate da vicino. Lo fa con una graphic novel realizzata in collaborazione con l’ISMETT (Istituto mediterraneo per i trapianti e terapie ad alta specializzazione) di Palermo per volere del direttore Bruno Gridelli.«All’inizio avevamo pensato a un’animazione che avesse come oggetto la donazione ma poi il progetto è cambiato. E’ stato un lavoro lungo durato due anni. Di questi i primi tre, quattro mesi sono stati solo di incontri e testimonianze raccolte per entrare nei loro vissuti in punta di piedi» racconta Bertotti che con il medico arabo Hasan Hawad ha stretto un’amicizia che ancora dura e che l’ha accompagnato persino a Malta, a trovare il fratello di Selma e a vedere dove la donna è stata sepolta.

«La difficoltà, per chi fa fumetti come me, è riuscire a dare il giusto peso al racconto utilizzando un linguaggio che invece per sua natura è liberatorio, eccessivo, urlato, nel quale è più importante il segno rispetto al contenuto e stride con concetti impegnativi» spiega Bertotti«Quello di Vivere è un disegno intuitivo, veloce, più che un’analisi profonda, se avessi raccontato in maniera analitica rischiava di diventare noioso. Il colore mi sembrava un’ingerenza, il bianco e nero invece mi aiutava a stare stretto sui dettagli a non cedere alla decorazione» e così Bertotti è riuscito a farci vedere l’invisibile.

«Mi sono preso qualche libertà narrativa, nei dialoghi ad esempio, ma quando i familiari di Selma li ha letti mi hanno detto: Io non ti ho raccontato questo, eppure è così. E’ stata una bella sensazione, voleva dire che li avevo capiti».

«Affrontando storie di questo tipo si entra in una nuova dimensione e quindi il fumetto diventa ricerca sperimentale per trovare un compromesso di sintesi, di asciuttezza, di completezza delle brevi cose che si dicono senza essere freddi. Ma quelle poche parole che usiamo devono essere precise, piene. Storie di questo genere sono dei fotogrammi, delle folate emotive, dei respiri che cercano di descrivere dei frammenti di vita e questi frammenti devono racchiudere l’intera esistenza di una persona».

«All’inizio di questo lavoro sono andato un po’ in crisi perché la preoccupazione era quella di fare una cosa in cui prevalesse l’aspetto medicale. Ho visitato l’ospedale per giorni, l’intenzione era di calcare di più la mano su quell’aspetto però poi mi sono allontanato perché il senso era un altro: raccontare storie di vite che vengono accomunate da un gesto civile, intelligente, generoso. Nella vicenda di Selma c’è un valore simbolico molto alto. E’ come se le rispettive identità dei singoli si siano mescolate e abbiano confluito l’una nell’altra». Dando vita, non c’è dubbio, a esseri umani migliori.

Text Claudia Bellante & Marta Abbà

 

Io sono con te. Storia di Brigitte, Melania Mazzucco
Ed. Einaudi

Ancora non so se riuscirò mai a scrivere la sua storia. Ma sono sicura che, se potrò farlo, sarà solo perché lei sarà stata se stessa con me, e anch’io con lei. Allora io potrò essere anche lei e riuscirò a trovare le parole. E’ questo l’obiettivo di Melania Mazzucco, che lei esplicita sin dalla prime, pagine e del suo ultimo romanzo Io sono con te. Storia di Brigitte: incontrare l’altro e conoscerlo a tal punto da poterne intuire i pensieri, sentire sotto pelle le sue sensazioni e percorrere la sua strada, con i suoi vestiti addosso. Nel caso di Brigitte i vestiti che porta quando arriva alla Stazione Termini, nel gennaio del 2013, non sono nemmeno sufficienti a difenderla dal gelo. Cinque gradi registra Roma quel giorno, la città che sempre immaginiamo assolata, illuminata da un tempo eterno che ci sospende e ci rende immortali. Questo però è un privilegio riservato ad altri, non certo a lei, fuggita dal Congo, torturata per mesi dai militari governativi per aver curato i nemici. Brigitte Zebé, 40 anni, vedova, madre di quattro figli, nel suo paese era un’infermiera e gestiva due cliniche, ora non ha più niente. Solo un paio di jeans blu scuri e una giacca nera. Non sono abbastanza per proteggerla dall’inverno.

«Per capire chi è Brigitte» – afferma la Mazzucco – «bisogna leggere un po’ di pagine perché la storia comincia quando lei è letteralmente una naufragata a Roma. E’ una donna nera, lacera, affamata, che dorme per terra, che non sa perché è lì e dunque è un nessuno».

Melania la incontra e decide di raccontare la sua storia. Lo fa con uno stile asciutto, che non si lascia andare mai a pietismi. Usa parole dirette, che ti permettono di vivere le situazioni, non semplicemente di immaginarle. Se Brigitte mangia dalla pattumiera ecco che anche il lettore ne sente il sapore e lo schifo. Non aggiunge tragedia alla tragedia, perché non ce n’è bisogno, e non insegue i luoghi comuni nemmeno quando ritrae la varietà umana che incontra quella donna, che l’aiuta, la evita, la ignora. Non ci sono né buoni né cattivi, ci siamo noi, con i nostri slanci di comprensione e i nostri momenti no, perché anche se Brigitte è la protagonista ed è a lei che rivolgiamo la nostra attenzione, non è l’unica da avere dei problemi. Io sono con te è un libro denso, pieno di fatti, che riesce in poche pagine a raccontare un’intera vita e ci fa rendere conto che dietro a ogni immigrato, richiedente asilo, profugo (tutte categorie che usiamo generalizzando) c’è una storia che meriterebbe un libro. La Mazzucco racconta Brigitte perché è Brigitte che incontra. Le si avvicina poco a poco e le loro voci si fondono in una narrazione che diventa continua. Senza abbracci, senza una tenerezza ostentata che può suonare fasulla. La Mazzucco rimane fedele all’obiettivo di raccontare, non cerca di guidare il lettore ma lo lascia libero di farsi un’opinione, su Brigitte, sugli stranieri che ogni giorno sbarcano in Italia, sul razzismo che li accompagna. Perché sta a noi, e solo a noi, decidere cosa fare quando il fantasma di un uomo o di una donna ci apparirà davanti, naufragato in una qualunque delle nostre fredde città.

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The Dot Circle 2017 – Le storie2

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

LEGGERE È UNA LEGITTIMA OFFESA

Text Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

 

Leggere significa essere letti da ciò che si legge. Significa entrare nella propria mente, nella propria coscienza, nel proprio io attraverso uno specchio di inchiostro. Io credo fermamente nella Letteratura, credo meno nella narrativa da intrattenimento, quella che gli americani chiamano “airport novels”, romanzi da aeroporto, quei romanzi che durano il tempo di un volo, ma che non ti mettono le ali. Un libro, romanzo o saggio che sia, deve metterti davanti e anche contro te stesso: contro le convinzioni, contro le convenzioni, contro quella ignoranza di pregiudizi che ognuno, bene o male, porta dentro di sé. Perché l’ignoranza prima era radicata, adesso è laureata. Leggere significa entrare nel tempo senza vendersi ai Poteri del tempo. È questo che deve fare un vero libro. Non finire all’ultima pagina, ma iniziare all’ultima riga. Eppure basti scorrere le classifica dei libri più venduti per provare un senso di sconforto. Negli ultimi anni, ad esempio, si assiste a un vero e proprio boom di romanzi gialli: se fino a qualche tempo fa c’era il poeta della porta accanto – chiunque scriveva versi – oggi c’è il giallista della porta accanto. Ormai ci sono più noiristi che delinquenti, più giallisti che detenuti. Certo non si può condannare un genere, che tra l’altro annovera grandi scrittori (da Hammett a Chandler, da Jim Thompson a David Goodis), ma l’impressione è che, almeno in Italia, questi romanzi, esposti anche nelle vetrine di tutte le librerie, in realtà allontanino dalla letteratura. Non sono un assertore della lettura per distrarsi, per intrattenersi: per quello ci sono i telefilm o i reality, se proprio si ha bisogno di evadere dal proprio carcere emotivo. Leggere è qualcosa di altro. Come scrive Kafka nei suoi Diari: “Leggere è quell’ascia che serve per rompere il mare ghiacciato che abbiamo dentro”. Visto le temperature polari in cui spesso viviamo – indifferenza, razzismo, egoismo – credo molto nella frase dello scrittore. Un libro deve essere un’arma. Deve essere come un’ecografia interiore, un percorso esistenziale che ci porti a crescere, che ci porti a educarci: educare nel suo etimo latino, ex duco, portare fuori quello che si pensa.

Questo per me è leggere. Mettere una firma su se stessi, ogni volta che si volta pagina.

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The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

HARPER, L’AVVOCATO E IL PRETE VOODOO (Parte 1)

Text Nicola Manuppelli

 

Storia del romanzo perduto o mai completato di Harper Lee e dei delitti che sconvolsero Alexander City in Alabama

È il 1978 quando Harper Lee, fino a quel momento scrittrice di un unico leggendario libro, Il buio oltre la siepe, riceve una strana telefonata. L’uomo dall’altra parte della cornetta dice di chiamarsi Tom Radney. È un avvocato, chiama dall’Alabama, più precisamente da Alexander City, una piccola città a centosessanta miglia da Monroeville, il paese dove Harper è nata e dove ha ambientato il proprio romanzo (nel libro col nome fittizio di Maycomb).
L’uomo ha una storia da raccontarle. È la storia del caso che ha segnato la sua vita. «Potrebbe raggiungermi», dice ad Harper.
«So che è nata qui e questa potrebbe essere per lei un’opportunità di scrivere il suo A sangue freddo»Il riferimento al libro di Capote fa scattare una scintilla in Harper. Anche se Truman si è limitato a farle una semplice dedica in calce al libro, Harper si considera a tutti gli effetti co-autrice di A sangue freddo. È stata con lui in Kansas a intervistare persone e raccogliere testimonianze sull’omicidio di quattro membri della famiglia Clutter, ha aiutato Truman a correggere le bozze, insieme hanno deciso che traiettoria dare al reportage. Ma quando il più grande pezzo di non-fiction del decennio viene pubblicato, Capote se ne prende tutti i meriti. Succede nel 1966. Il buio oltre la siepe è uscito sei anni prima, ha vinto il Pulitzer ma – ai tempi della telefonata di Radney – sta rischiando di diventare una gabbia, e Harper teme di diventare la classica autrice di ‘un libro solo’. E poi c’è l’amicizia con Truman, che col ‘furto’ si è incrinata e il desiderio perverso di una vendetta.
E poi c’è questo avvocato, un democratico in Alabama, che le ricorda tanto il ‘suo’ Atticus Finch. Così, nel 1978, Harper torna in Alabama e si addentra in una vicenda che sembra uscita da una puntata di True Detective, e che coinvolge delitti, eredità, riti voodoo e strani legami di sangue. È la storia del reverendo Maxwell, della sua uccisione e delle cinque morti misteriose che la precedettero.

Tutto inizia nel 1970, alle due e mezza di notte di una sera d’agosto, quando l’avvocato Tom Radney sente squillare il telefono di casa. È abituato alle chiamate notturne. La gente ha sempre qualcosa da confessare a quell’ora, qualcosa per cui farsi difendere. Ma questa volta la voce dall’altra parte del telefono suona un po’ tetra, fa un po’ spavento. A parlare è il reverendo William Maxwell, già conosciuto in paese come personaggio piuttosto singolare.
«Deve venirmi a difendere», dice il reverendo.
«Da cosa?» chiede Radney.
«Sono accusato dell’omicidio di mia moglie».
Il corpo di Mary Lou Maxwell è stato trovato all’interno di una Ford del 1968 schiantata contro un albero. Ma la donna non è morta a causa dell’incidente. È stata picchiata.
Nelle vicinanze del cadavere, viene anche ritrovata una corda. Probabilmente Mary è stata anche strangolata.
In ballo ci sono 90.000 dollari di assicurazione.
Radney esce di casa e raggiunge il reverendo. Inizia a fare domande in giro. La vicina del prete, Dorcus Anderson, fa due testimonianze differenti.
La seconda è quella che serve a fornire un alibi a Maxwell e scagionarlo.
Pochi mesi dopo, il marito di Dorcus muore in circostanze altrettanto strane e Dorcus convola a nozze col reverendo.
Entrambi i casi rimangono irrisolti.

Passano due anni, Radney si è quasi dimenticato della vicenda, quando riceve un’altra telefonata. È sempre il reverendo e c’è un altro morto. Questa volta si tratta del fratello di Maxwell, John. Il prete vuole l’aiuto di Radney, più che altro per l’eredità, dato che la causa ufficiale della morte è l’alcool. Il corpo dell’uomo è stato ritrovato privo di vita sul ciglio di un’autostrada locale.
«Può darmi ancora una mano?» chiede il reverendo.
«È il mio mestiere», dice Radney.
In fondo non c’è alcuna prova contro il prete. Quando le cose si risolvono, Radney saluta Williams. Pensa che si tratti di un addio e invece è solo un arrivederci. Dopo qualche mese Maxwell lo chiama di nuovo. Questa volta è toccato a Dorcus, la seconda moglie del reverendo. Trovata morta, anche lei, dentro un’auto. Ci sono tracce di strangolamento, ma Radney riesce a convincere la giustizia che si sia trattato di una crisi d’asma. Non ne è molto convinto neppure lui, ma è un professionista. Il suo mestiere è difendere i clienti, si ripete. Maxwell ringrazia e incassa altri 50.000 dollari di assicurazione.

Fine Prima Parte

HARPER, L’AVVOCATO E IL PRETE VOODOO (Parte 2)

Text Nicola Manuppelli

 

In paese le strane voci sul prete iniziano a crescere. Robert Burns, che più avanti sarà uno dei personaggi chiave di questa storia, racconta: «La gente come mia madre se ne stava in veranda la sera, e quando lo vedeva arrivare, subito correva in casa, serrava la porta e chiudeva tutte le finestre».

Si dice che il prete sia in qualche modo legato alle Sette Sorelle di New Orleans, che negli anni Venti erano diventate celebri nella città della Louisiana per la loro capacità di leggere nella mente delle persone e prevederne il futuro. Si diceva che le sette sorelle avessero tutte un identico aspetto e che non invecchiassero mai. Alcuni erano sicuri che fosse un imbroglio, che la sorella fosse solo una e che continuasse a cambiarsi i vestiti per raggirare i clienti.

John T. Smith ha dedicato alla vicenda anche una canzone blues, Seven Sisters Blues. Insomma è New Orleans, e lì tutto può succedere.
Fra le voci che circolano su Maxwell, c’è anche quella di una Voodoo Room nell’appartamento del reverendo, dove sarebbero custoditi vasetti pieni di sangue con sopra le scritte Love, Death, Friendship, Hate. La casa è circondata da alberi di pecan, a cui Maxwell avrebbe legato della galline per tenere lontani gli spiriti malvagi. O forse per tenerli vicini.

Passano quattro anni, prima che Radney senta di nuovo al telefono quella voce ormai familiare. Il nipote di Maxwell, James Hicks, è morto nell’ennesimo incidente stradale. Il corpo è intatto, l’auto pure. Il ragazzo aveva solo ventitré anni. Radney fa scagionare nuovamente Maxwell. Ma giura a se stesso che sarà l’ultima volta.

Così, quando nel luglio del 1977, Radney riceve l’ennesima chiamata del reverendo, la sua risposta è già decisa.
«No. Di qualsiasi cosa si tratti. Magari lei non c’entra nulla con tutto questo, ma non mi sento più di difenderla».
«Non sa in che guai si sta mettendo…» inizia a dire il reverendo. Ma Radney ha già attaccato.

Poche ore prima, l’11 luglio del 1977, un certo Amos Hearn ha sorpreso il reverendo sul ciglio di una strada mentre trafficava col corpo privo di vita della figliastra (Maxwell nel frattempo si era sposato una terza volta) Shirley Ann Ellington, sedici anni. In apparenza, la ragazza sarebbe morta schiacciata dall’auto mentre stava cercando di cambiare una gomma. Ma ha le mani pulite, e come si fa a cambiare una gomma senza almeno sporcarsele un po’?

La domenica seguente viene celebrato il funerale della ragazza. In chiesa ci sono trecento persone. La polizia è all’esterno dell’edificio. Ormai i sospetti su Maxwell sono quasi divenuti certezze e vogliono osservare i suoi movimenti e il suo comportamento. Ed ecco entrare in scena il nostro Robert Burns, zio della defunta, appena tornato dal Vietnam. Il fato vuole che sia seduto sulla panca immediatamente dietro quella del reverendo. Burns estrae una calibro 25 e spara tre volte alla testa del reverendo. Maxwell cade a terra privo di vita. Scoppia il panico nella cappella, ma la polizia all’esterno impone a tutti di non uscire. Il prete che sta celebrando la messa continua a predicare, l’organista continua a suonare. Quando la polizia finalmente fa irruzione nella chiesa, sotto diverse panche vengono trovate altre pistole, fucili, armi.

È questa scena che colpisce la fantasia di Harper Lee, è da qui che vorrebbe partire per scrivere il suo libro, The Reverend. Ma la storia di questo romanzo è un altro mistero nel mistero.

 

Tornando a Burns, ora l’uomo che ha posto fine alla vita del prete voodoo ha bisogno di difendersi in tribunale. Ha ucciso un uomo di fronte a centinaia di testimoni. Chi può aiutarlo? La scelta è quasi scontata: Tom Radney, l’avvocato che non riesce proprio a tenersi lontano da questa vicenda.

Per Radney è come saldare un debito. Si sente in colpa per quelli che potrebbero essere gli ‘omicidi’ di Maxwell. Così difende Burns e riesce nel capolavoro. Il Vietnam gli fornisce una mano, convince la giuria che il suo assistito soffre di instabilità mentale. Burns viene scagionato, salvo un periodo di cure presso un istituto.

Sarà una delle prime persone che Harper andrà a trovare, dopo avere ascoltato quella vicenda pazzesca da Radney.
«Mi è venuta a trovare due volte», racconta oggi Burns. «Una donna strana e divertente. Fumava e beveva e diceva un sacco di parolacce. Si incontrano delle donne così ogni tanto in Alabama»Burns racconta anche di come durante le due visite la scrittrice abbia cambiato atteggiamento. «La prima volta mi ha raccontato un sacco di cose che non sapevo nemmeno io. Era sicura di avere delle prove. Diceva che c’erano state altre persone che avevano partecipato ai delitti e che era tutta una questione di soldi. Voleva scriverci un libro. Era molto entusiasta e certa del proprio lavoro. La seconda volta, mi è parsa più perplessa. Non era più così sicura di volerlo pubblicare. Mi ha detto che era rischioso. Che c’era un conflitto di interessi, gente coinvolta. Mi è parso di capire che lei stessa fosse imparentata con qualcuno di Alexander City e che la cosa avrebbe potuto procurarle dei guai».
Non è sicuro se Burns abbia inteso bene le parole di Harper Lee. Non risultano gradi di parentela certi con persone di Alexander o implicate nella vicenda.
Fatto sta che Lee lavorò al libro per tutti gli anni Settanta. Nel 1984, quando morì Capote, parte del ‘desiderio’ di vendetta si estinse.
Chi continuò a essere interessato alla realizzazione del progetto, invece, fu Radney. Era la sua storia, il fatto più importante della sua vita. Sarebbe potuta diventare un film.
Radney consegnò a Harper tutti i propri archivi, chiacchierò spesso con lei del caso e continuò a sentirla anche per i due decenni successivi. La scrittrice lo rassicurava. Il libro era terminato, diceva, doveva solo correggerlo. «Domani lo consegno all’editore».
Madolyn Price nipote di Radney racconta che la madre fece visita a Harper e vide il suo studio pieno di appunti sul libro. Forse tutto si è perso in un trasloco. Forse il libro c’è ancora. La sorella di Harper parlò anche di un furto di un manoscritto. Era forse The Reverend?

 

Di concreto ci sono quattro pagine dattiloscritte consegnate da Lee alla famiglia Radney.

In queste pagine tutto inizia con uno squillo di telefono nel mezzo della notte. Tom Radney viene rinominato Jonathan Larkin. È il primo capitolo, che è stato visionato in via eccezionale anche dalla redazione del New Yorker.
Le ‘b’ del dattiloscritto sono segnate a mano per un difetto della macchina da scrivere.
È tutto come nel più tradizionale dei gialli

 

‘Big Tom’ morì nel 2011. Negli ultimi anni, smise di credere alla realizzazione del libro e alle promesse di Harper. Ma la famiglia continuò a informarsi.

Harper e la sua legale Tonja Carter smisero di rispondere.
«Harper non conosce nessun Radney. Non sa di che cosa stiate parlando», divenne la replica della legale.
A oggi, gli archivi di Radney non sono mai più stati restituiti alla famiglia.
Si parla di una lettera del 1987 scritta da Harper Lee al romanziere Madison Jones, anche lui alle prese con un romanzo (mai realizzato) sul caso Maxwell.
«Ho raccolto così tante fantasie, congetture, sogni da poterne fare un libro più lungo del Vecchio testamento. So che c’era un complice ed è ancora vivo. Abita a meno di centocinquanta miglia da te. Ma non ho abbastanza fatti concreti da poter completare la storia».
Nel 2014, prima di morire, Harper Lee ha pubblicato un nuovo libro, Va’, metti una sentinella.
Ma non era altro che la prima versione di Il buio oltre la siepe.
Di The Reverend si hanno per ora solo quattro pagine e un mistero che sembra avvolto da una maledizione voodoo le cui radici affondano nelle terre dell’Alabama.

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The Dot Circle 2017 – Le storie -d

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

DIAMARA PARODI DELFINO

Text Cesare Cunaccia

 

Diamara Parodi Delfino si occupa di cultura. È manager dell’ auditorium del Parco della Musica per Roma. Forte di una esperienza, sta per intraprendere nei prossimi mesi un’avventura professionale con il marito Giancarlo Leone, che ha al suo attivo una carriera di ben 33 anni ai vertici della Rai. Insieme hanno fondato una società di consulenza, la ‘Q10 Media’, nata nel 2016, che opera in vari ambiti del campo della comunicazione e della multimedialità. «Il mio libro della vita – racconta Diamara Parodi Delfino, madre di due ragazzi – a costo di sembrare banale, è senz’altro Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij, un romanzo ‘polifonico’, dove ogni personaggio in qualche maniera riassume un’idea, un’ossessione, dichiara un punto di vista sul mondo. L’ho letto la prima volta a 14 anni e ciclicamente lo riprendo in mano. Immancabilmente mi affascina perché rappresenta quella contraddittoria duplicità psicologica, quella chiaroscurale miscela di bianco e nero, di bene e male che c’è in ogni essere umano.

Credo che i premi letterari, oltre a dare tutt’ora un segno e un’indicazione precisa al mercato, siano comunque uno stimolo a fare meglio, una piattaforma ideale per identificare la qualità, per capire e poter imparare cose nuove.
Quest’occasione mi ha aperto terreni letterari che non avevo mai esplorato. La lettura per me è evasione e intrattenimento, un momento tutto mio. Mi piace molto la fiction, il genere thriller psicologico in particolare.
I cinque libri che compongono la selezione di ‘The dot Circle’, invece, calati come sono nella complessa e stridente realtà del tempo che stiamo vivendo, suggeriscono molte domande cruciali, ti mettono a confronto con argomenti e fattori sociali e politici che caratterizzano il nostro presente e che probabilmente condizioneranno il nostro futuro. Mi hanno insegnato aspetti e rivelato angolazioni concettuali che superficialmente forse non avevo ancora sondato.
Non lo avrei mai creduto, ma fare parte di una delle due giurie del premio, con un’ immersione dentro questi testi, mi ha aperto una visuale inattesa e talvolta anche partecipata e commovente. Alterno la lettura su tablet e i-pad a quella cartacea. A costo di sembrare antica, penso però che il fascino delle pagine di un libro, la tattilità e l’odore particolare che esalano, siano difficilmente sostituibili».

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

 

On Cover Photo Claudia Sarchia –  @quellaclaudia

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The Dot Circle 2017 – 1

I cinque libri in gara

The DOT Circle 2017. La seconda edizione del premio letterario è dedicato al Doc Fiction, il racconto tra cronaca e finzione. La linea editoriale è curata da The Fashionable Lampoon. L’iniziativa e l’impegno culturale è reso possibile grazie al sostegno di Tiffany & Co.

Quando. Cinque romanzi in gara a partire da giovedì 19 aprile. Il vincitore sarà proclamato il 4 maggio e premiato durante una cena di gala, su invito.

I libri. La ricerca di una letteratura precisa: il Doc Fiction, anche definito come New Journalism – quando la letteratura incontra la realtà.

A seguire i 5 libri in concorso:

Storie dal mondo nuovo, di Daniele Rielli, Adelphi
Trentacinque secondi ancora, di Lorenzo Iervolino, 66thand2nd
Se hai sofferto puoi capire, di Giovanni F. con Francesco Casolo, Chiarelettere
Vivere, di Ugo Bertotti, Fandango
Io sono con te, di Melania G. Mazzucco, Einaudi

Tiffany & Co. sostiene The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale. Le città sono catene di energia, lavoro e bellezza.

La votazione. Aperta a tutti, su questo sito, cliccando il libro scelto sulle schede di questa pagina. Su Instagram, mettendo un like sotto la foto del libro scelto postata su @TheFashionableLampoon il giorno di apertura del concorso – giovedì 20 aprile. Alla votazione pubblica sarà sommata la votazione della giura di The DOT Circle.

I Membri della Giuria.

Maria Lusia Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero

Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna
Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Text Claudia Bellante

 

Storie dal mondo nuovo, Daniele Rielli
Ed. Adelphi

Storie da mondo nuovo è una raccolta di dieci reportage che Daniele Rielli ha pubblicato tra il 2014 e il 2016 su diverse testate italiane come IL, il venerdì di Repubblica, Internazionale, e due scritti inediti.

«Il filo rosso che li lega» – spiega Raelli – «è l’esplorazione di due aspetti complementari del nostro tempo: la coabitazione di isole di innovazione tecnologica spinta e di altre dove invece a farla da padrone sono ancora credenze arcaiche e pre-scientifiche». Emisferi opposti, costretti a coesistere a lungo perché l’ambivalenza tratteggiata da Rielli è connaturata nell’essere umano, che da una parte spinge verso la scoperta e l’evoluzione e dall’altro trova rifugio nelle certezze dogmatiche.

Il mondo nuovo di Rielli, che richiama il romanzo più celebre di Aldous Huxley nel quale lo scrittore americano anticipava temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, l’eugenetica e il controllo mentale, è abitato, tra gli altri, da promotori di startup, pokeristi online, indiani ricchi che si sposano nel Salento e writer. Tutti personaggi che l’autore avvicina e racconta solo dopo un’accurata fase di ricerca. «Devono essere cose di cui conosco i contorni ma di cui vorrei sapere di più, mi interessando soprattutto piccoli mondi con i loro simbolismi, i loro equilibri di potere, i loro linguaggi specifici».

Per immergersi nelle situazioni «l’importante è ascoltare davvero le persone e studiare i documenti con mente aperta, il modo migliore per fare un lavoro pessimo è arrivare in un luogo per confermare una tesi che ci si è fatti prima ancora di partire».

Per riportare poi quello che ha vissuto Rielli lavora sul ritmo e sulla pulizia della scrittura:«provo ad usare una lingua priva dei luoghi comuni giornalistici, che sia in grado di adeguarsi all’oggetto della narrazione, senza iper-semplificazioni e senza barocchismi, che poi sono due facce dello stesso problema. Detto così sembra facile, non sempre lo è. Comunque lo scopo principale per quanto mi riguarda è raccontare una storia nella maniera più efficace, senza tormentare inutilmente il lettore. Se chi ha in mano il libro si chiede, fra tutte le altre cose, anche Come andrà a finire? io sono molto contento».

L’io narrante di Rielli è sempre presente ma, come sottolinea lui stesso, «è rilevante nella dimensione della storia che stiamo affrontando» ovvero se quello che lui sente e gli accade ha un legame diretto con la realtà che si sta raccontando.

Le storie spesso hanno un inizio ma raramente incontrano una fine. L’autore sceglie di raccontarne una parte, un frammento, un intermezzo, fino a che una conclusione diventa necessaria. Ben sapendo però che il punto messo può essere solo di sospensione perché «da una storia non si va mai via davvero: se succedono cose nuove, e in genere succedono quasi sempre, puoi riaprire il faldone e ricominciare a lavorarci sopra».

Text Claudia Bellante

 

Trentacinque secondi ancora, Lorenzo Iervolino
ed. 66tha2nd

Tommie Smith e John Carlos non erano amici da tutta la vita, anzi, uno veniva dai campi della California e l’altro dalle strade di Harlem, uno era pacato, studioso, l’altro uno scavezzacollo. Eppure quella foto li ha uniti per sempre, con i loro pugni alzati avvolti da un guanto nero a sfidare l’America ipocrita e razzista dal podio delle Olimpiadi di Città del Messico il 16 ottobre 1968. Quell’immagine li ha trasformati nel simbolo di una lotta che non è ancora finita e che anzi, ciclicamente ritorna, a fare nuove vittime. Lorenzo Iervolino quella foto l’ha staccata dall’album, l’ha ritagliata dai giornali e strappata dalle copertine dei libri. Se l’è messa in tasca ed è partito per andare a raccontare le vite che ci sono dietro quello scatto. Trentacinque secondi ancora – «il tempo necessario per scendere dal podio e raggiungere gli spogliatoi – nasce dal sentirsi ossessionati da una storia prima ancora di capire se si è in grado di raccontarla. Prima che buttasse giù la prima parola sono passati nove mesi, di studio e ricerca. Sono stato ospite dell’archivio della San Jose State University dove Tommie e John si sono conosciuti e poi ho viaggiato andando a ritrovare i luoghi che gli sono appartenuti». Iervolino parte con l’idea di scrivere un romanzo di finzione ma quello che ne viene fuori è un testo ibrido nel quale inventa dialoghi e situazioni rispettando però sempre la veridicità dei fatti.«Mettere la propria voce è un elemento che ti richiama alla realtà ma io mi pongo come uno scrittore non come un giornalista. Non mi sono mai preoccupato dell’appeal che la storia poteva o meno avere sul pubblico anche perché la lontananza nello spazio e nel tempo è relativa: quell’immagine non ha mai smesso di parlare».

«Quella di Tommie e John è la storia di un’integrazione fallita all’interno di uno stesso paese che per decenni ha riservato agli atleti afroamericani una cittadinanza a statuto speciale, senza permettere loro di godere della ricchezza che generavano con le loro vittorie». Applauditi in pista e sul podio ma ghettizzati nelle aule, nei bar e negli alloggi studenteschi. Obbligati alla gratitudine verso un paese arrogante, convinto di avergli fatto un favore a permettergli di arrivare fino a quella medaglia e che non ha perdonato quel gesto di sfida statuario: la testa bassa in memoria dei troppi yes sir e il pugno che squarcia il cielo urlando la sua dignità.

«Raccontare significa anche decidere cosa non raccontare» spiega Iervolino, ed è per questo che il suo incontro con Tommie e John nel libro non c’è: Avrebbe spostato l’attenzione su di me, su quell’unico momento carico di aspettative, mentre a me interessava dare ai due protagonisti una credibilità atemporale», come fossero un testimone da passare a qualcun altro oggi e domani».
Prime di Trentacinque secondi ancora Iervolino è stato autore di Un giorno triste così felice nel quale aveva raccontato la storia di Socrates, calciatore rivoluzionario nel Brasile degli anni ottanta. «Non mi voglio recintare dentro la narrazione sportiva però in questo modo mi sembra di poter parlare a un pubblico più vasto, che travalica i cosiddetti lettori forti o gli addetti ai lavori. Raggiungo i giovani e gli appassionati, per i quali lo sport è una sintesi di umanità e politica. Credo che la solidarietà e il coraggio interessino a tutti».

Text Marta Abbà

 

Se hai sofferto puoi capire, Giovanni F. e Francesco Casolo
ed. ChiareLettere

E’ un piccolo romanzo di formazione, una storia normale di un ragazzino che cresce. Poteva essere timido, poteva essere obeso, e invece è sieropositivo, ma è, e resta, un romanzo di formazione.

Francesco Casolo, editor e co autore di Se hai sofferto puoi capire ci tiene a precisarlo, ancora prima di raccontare come è nato il libro e come ha conosciuto Giovanni F. il nome che il giovanissimo protagonista si è dato, ispirandosi al magistrato Falcone.
Tutto parte da un blog e dalla voglia del team di psicologi del reparto di Infettivologia pediatrica dell’ospedale Sacco di Milano di«dare possibilità ai ragazzi di raccontare le proprie esistenze e sensazioni». Il libro è «un modo per farli uscire dall’anonimato, senza svelare i loro nomi, ma dando voce alla frustrazione e ai problemi familiari legati all’HIV e anche alla tristezza nel vedere amici e partner che fuggono» spiega Casolo.
Il ‘guerriero’ Giovanni, 12 anni, «mi è stato segnalato come il più adatto per la sua personalità forte, da combattente, e perché aveva appena saputo di essere sieropositivo quindi poteva avere meglio presente come ci si sente e come si gestisce la situazione, e che futuro ci si aspetta». Casolo ha seguito live questo momento di Giovanni e l’ha potuto per questo raccontare ‘da vicino’, senza gli abbellimenti che a volte la memoria regala. Non c’è niente di sfuocato nel racconto di Giovanni F., al contrario ci sono battute, riflessioni strampalate, c’è la voce di un dodicenne senza filtri né censure.
Attorno a lui ci sono altre storie, anche di adulti che continuano a frequentare il Sacco perché, presto orfani, è lì che sono cresciuti. Casolo intreccia le loro vicende con quelle del protagonista mostrando come ci siano molte differenti ragioni per cui si nasce, o ci si ritrova, sieropositivi, provando poi la sensazione comune di ‘sentirsi sbagliati, guasti’.
Frequentando per vari mesi l’Ospedale Sacco «ho avuto l’assurda sensazione che mi vedessero quasi come un salvatore: non ne possono più di doversi nascondere e hanno capito che libri come questo possono essere utili a informare correttamente sui progressi fatti finora nel trattare l’HIV e a far capire che chi si ammala non è destinato necessariamente a un’esistenza di sofferenze e di esclusione.
Lavorando al libro ho trovato molte analogie con l’omosessualità, per come veniva percepita una decina di anni fa. Perché le cose inizino a cambiare, ci vuole qualcuno che ci metta la faccia e che dimostri che si può fare una vita normale. Ci sono invece ancora ragazzi sieropositivi che vengono esclusi dal gruppo di atletica, o lavoratori che perdono il posto».
Passerà, Casolo ne è sicuro, e nelle sue pagine lo si percepisce, mentre racconta di Giovanni F., «un bambino coi baffetti che ha pensieri da grande, anche se non lo è ancora del tutto».

Text Claudia Bellante

 

Vivere, Ugo Bertotti
Ed. Coconino Press – Fandango

Selma arriva in Italia su un barcone, ha lasciato la Siria, è passata dall’Egitto ed è a un passo da una nuova vita. Ma il suo piede non trova un appoggio sicuro e la fa cadere, picchiando la testa durante quell’interminabile viaggio in mare. A Palermo viene ricoverata in un ospedale dove un medico palestinese l’ascolta, la conforta e rivive con lei le sensazioni di chi non ha più una casa a cui tornare, una terra che possa dire sua. Selma muore e la sua famiglia, in quel momento di estremo dolore, quando sarebbe stato lecito e comprensibile richiudersi in sé stessi e sfogare tutta la propria rabbia, fa un gesto di estrema umanità e: decide di donare gli organi di quella donna, madre e sposa. E così la nuova vita Selma la regala a Don Vito – un prete cattolico, che ironia – a Mimmo – un ex militare, anche qui la ruota della sorte ha colpito – e a Maria, madre, sposa e donna, come lei.

Ugo Bertotti racconta quest’intreccio di storie dopo averle ascoltate da vicino. Lo fa con una graphic novel realizzata in collaborazione con l’ISMETT (Istituto mediterraneo per i trapianti e terapie ad alta specializzazione) di Palermo per volere del direttore Bruno Gridelli.«All’inizio avevamo pensato a un’animazione che avesse come oggetto la donazione ma poi il progetto è cambiato. E’ stato un lavoro lungo durato due anni. Di questi i primi tre, quattro mesi sono stati solo di incontri e testimonianze raccolte per entrare nei loro vissuti in punta di piedi» racconta Bertotti che con il medico arabo Hasan Hawad ha stretto un’amicizia che ancora dura e che l’ha accompagnato persino a Malta, a trovare il fratello di Selma e a vedere dove la donna è stata sepolta.

«La difficoltà, per chi fa fumetti come me, è riuscire a dare il giusto peso al racconto utilizzando un linguaggio che invece per sua natura è liberatorio, eccessivo, urlato, nel quale è più importante il segno rispetto al contenuto e stride con concetti impegnativi» spiega Bertotti«Quello di Vivere è un disegno intuitivo, veloce, più che un’analisi profonda, se avessi raccontato in maniera analitica rischiava di diventare noioso. Il colore mi sembrava un’ingerenza, il bianco e nero invece mi aiutava a stare stretto sui dettagli a non cedere alla decorazione» e così Bertotti è riuscito a farci vedere l’invisibile.

«Mi sono preso qualche libertà narrativa, nei dialoghi ad esempio, ma quando i familiari di Selma li ha letti mi hanno detto: Io non ti ho raccontato questo, eppure è così. E’ stata una bella sensazione, voleva dire che li avevo capiti».

«Affrontando storie di questo tipo si entra in una nuova dimensione e quindi il fumetto diventa ricerca sperimentale per trovare un compromesso di sintesi, di asciuttezza, di completezza delle brevi cose che si dicono senza essere freddi. Ma quelle poche parole che usiamo devono essere precise, piene. Storie di questo genere sono dei fotogrammi, delle folate emotive, dei respiri che cercano di descrivere dei frammenti di vita e questi frammenti devono racchiudere l’intera esistenza di una persona».

«All’inizio di questo lavoro sono andato un po’ in crisi perché la preoccupazione era quella di fare una cosa in cui prevalesse l’aspetto medicale. Ho visitato l’ospedale per giorni, l’intenzione era di calcare di più la mano su quell’aspetto però poi mi sono allontanato perché il senso era un altro: raccontare storie di vite che vengono accomunate da un gesto civile, intelligente, generoso. Nella vicenda di Selma c’è un valore simbolico molto alto. E’ come se le rispettive identità dei singoli si siano mescolate e abbiano confluito l’una nell’altra». Dando vita, non c’è dubbio, a esseri umani migliori.

Text Claudia Bellante & Marta Abbà

 

Io sono con te. Storia di Brigitte, Melania Mazzucco
Ed. Einaudi

Ancora non so se riuscirò mai a scrivere la sua storia. Ma sono sicura che, se potrò farlo, sarà solo perché lei sarà stata se stessa con me, e anch’io con lei. Allora io potrò essere anche lei e riuscirò a trovare le parole. E’ questo l’obiettivo di Melania Mazzucco, che lei esplicita sin dalla prime, pagine e del suo ultimo romanzo Io sono con te. Storia di Brigitte: incontrare l’altro e conoscerlo a tal punto da poterne intuire i pensieri, sentire sotto pelle le sue sensazioni e percorrere la sua strada, con i suoi vestiti addosso. Nel caso di Brigitte i vestiti che porta quando arriva alla Stazione Termini, nel gennaio del 2013, non sono nemmeno sufficienti a difenderla dal gelo. Cinque gradi registra Roma quel giorno, la città che sempre immaginiamo assolata, illuminata da un tempo eterno che ci sospende e ci rende immortali. Questo però è un privilegio riservato ad altri, non certo a lei, fuggita dal Congo, torturata per mesi dai militari governativi per aver curato i nemici. Brigitte Zebé, 40 anni, vedova, madre di quattro figli, nel suo paese era un’infermiera e gestiva due cliniche, ora non ha più niente. Solo un paio di jeans blu scuri e una giacca nera. Non sono abbastanza per proteggerla dall’inverno.

«Per capire chi è Brigitte» – afferma la Mazzucco – «bisogna leggere un po’ di pagine perché la storia comincia quando lei è letteralmente una naufragata a Roma. E’ una donna nera, lacera, affamata, che dorme per terra, che non sa perché è lì e dunque è un nessuno».

Melania la incontra e decide di raccontare la sua storia. Lo fa con uno stile asciutto, che non si lascia andare mai a pietismi. Usa parole dirette, che ti permettono di vivere le situazioni, non semplicemente di immaginarle. Se Brigitte mangia dalla pattumiera ecco che anche il lettore ne sente il sapore e lo schifo. Non aggiunge tragedia alla tragedia, perché non ce n’è bisogno, e non insegue i luoghi comuni nemmeno quando ritrae la varietà umana che incontra quella donna, che l’aiuta, la evita, la ignora. Non ci sono né buoni né cattivi, ci siamo noi, con i nostri slanci di comprensione e i nostri momenti no, perché anche se Brigitte è la protagonista ed è a lei che rivolgiamo la nostra attenzione, non è l’unica da avere dei problemi. Io sono con te è un libro denso, pieno di fatti, che riesce in poche pagine a raccontare un’intera vita e ci fa rendere conto che dietro a ogni immigrato, richiedente asilo, profugo (tutte categorie che usiamo generalizzando) c’è una storia che meriterebbe un libro. La Mazzucco racconta Brigitte perché è Brigitte che incontra. Le si avvicina poco a poco e le loro voci si fondono in una narrazione che diventa continua. Senza abbracci, senza una tenerezza ostentata che può suonare fasulla. La Mazzucco rimane fedele all’obiettivo di raccontare, non cerca di guidare il lettore ma lo lascia libero di farsi un’opinione, su Brigitte, sugli stranieri che ogni giorno sbarcano in Italia, sul razzismo che li accompagna. Perché sta a noi, e solo a noi, decidere cosa fare quando il fantasma di un uomo o di una donna ci apparirà davanti, naufragato in una qualunque delle nostre fredde città.

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Alberta Vianello
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On Cover Illlustration by Barbara Dziados @Barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz

Video Directed by @CriSeresini – Diana Film Sudio, Music Here Comes The Wave by Silence is Sexy
Thanks to Milano Porta Nuova CoimaSGR PNSC Vivi Porta Nuova and ACTLAB, Dipartimento ABC, Politecnico di Milano

Inside Illustration by Anna Tsvell @anna_tsvell  – annatsvell.com

Photography Angela Improta @angela_improta – www.angelaimprota.com 

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The Dot Circle 2017 – Le storie – Italo Rota

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

ITALO ROTA

Text Cesare Cunaccia

«Credo che l’architetto messicano Luis Barragán, con la sua architettura fatta di colore che è forma ed emozione, sia proprio l’ultimo allievo di Proust», confida Italo Rota, milanese, 1953, tra i più liberi e immaginifici esponenti del dibatto architettonico, una parabola creativa di dimensione internazionale in incessante e sperimentale metamorfosi. «Non ho libri cult, non rileggo mai nulla, la mia vita è un continuo viaggio e la ripetitività non mi tocca, non mi appartiene. Ma ricordo perfettamente le parole con cui iniziano certe pagine, le vedo nitide, grafiche, come se fossero stampate nella mente. Pratico la lettura veloce in diagonale. Questa è una tecnica che aiuta sotto vari aspetti, ma che indubbiamente ti toglie anche parte del piacere di leggere. Dunque non leggo mai poesie. Un testo che mi ha molto affascinato ad esempio è Quand j’étais photographe di Nadar, pioniere della fotografia dalla metà dell’Ottocento, ma anche novellista, caricaturista e aeronauta. Un libro autobiografico che appare nel 1900, quando Félix Nadar è ormai ottantenne e che indaga il mistero dell’arte fotografica attraverso una sequenza di racconti e tante peripezie vissute dall’autore, tra le quali i primi scatti di una città presi dall’alto di un pallone aerostatico e le suggestive, quasi esoteriche escursioni nel sottosuolo parigino. E’ un tipico esempio di contaminazione tra due discipline, quello ordito dal corrosivo e poetico ritrattista di Delacroix, di Baudelaire e di Sarah Bernahrdt. La città è limite tra materia costruita e materia. Alle volte un libro diviene esso stesso una piccola architettura. Di casi me ne vengono in mente tanti, come Americana, del 1971, il primo romanzo di Don DeLillo o, tra gli altri, i novel dei Minimalisti US anni ’80, che già così come sono costituiscono delle sceneggiature perfette e avvincenti. Oggi, non a caso, le ispirazioni arrivano soprattutto dalle grandi serie televisive. A me quello che interessa davvero è la vita, che va salvaguardata e migliorata. Mi occupo di fare città con i cittadini, di modificare lo spazio urbano con il lavoro. Giusto adesso sto partendo per il Messico – aggiunge ancora Itallo Rota – e poi per La Paz e Bogotà, per tenervi una lectio magistralis sul tema estremamente attuale del destino della megalopoli contemporanea. Quello che è certo è che gli individui che abitano le megalopoli odierne, ora si sentono molto più responsabilizzati e sono impegnati direttamente in tema di ambiente. A Milano, per parlare di qualcosa che ci è molto vicino, il verde incredibilmente si sta diffondendo un po’ ovunque a macchia d’olio e ben 200000 cittadini negli ultimi anni hanno voluto rinunciare all’automobile».

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The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

LA PINA – MOTORE DI ENTUSIASMO

Text Micol Beltramini

 

La Pina ha appena pubblicato un libro. Si chiama I love Tokyo, edizioni Vallardi. Una dichiarazione d’amore in forma di guida, che sfrutta i tanti della sua autrice. Racconta nel trailer: «Non prendetevela se non vi dico esattamente come arrivare in un locale o a un tempio: qualsiasi mappa sul vostro telefono vi ci potrà portare meglio di me. Quello che nessuna guida però vi potrà dare è la mia Tokyo. Io ci ho messo tanti anni a capire certe cose, e avrei sempre voluto avere qualcuno che mi spiegasse come fare, cosa dire, dove andare. Ecco, ho provato a fare esattamente questo: rendervela il più possibile leggibile da subito».

Mai come nell’era digitale quello che viene raccontato necessita di efficacia, immediatezza, entusiasmo – altrimenti non passa. L’intuizione della Pina in questo senso è lucidissima: «L’entusiasmo è il motore fondamentale per chi fa le cose e per chi deve subirle; una volta che comunichi quello il meccanismo si accende. Io spero sempre che trasferendo gli entusiasmi si accendano altri entusiasmi: poi non è che dopo averne sentito parlare uno deva per forza andarsi a comprare un biglietto per Tokyo – si viaggia benissimo anche da casa, per esempio leggendo un libro».

Oltre a tantissime foto personali, I love Tokyo contiene addirittura una colonna sonora. «È perché non essendo scrittrice sentivo che mi mancavano dei pezzi. Intanto mi mancava la musica, per cui ho chiesto a mio marito (Emiliano Pepe) di mettercela; poi volevo far vedere dei posti che altrimenti sarebbe stato difficile descrivere, per cui ci ho messo le foto dei miei viaggi. Ho sempre paura che le cose rimangano bidimensionali; con questa soluzione mi pare che un po’ più di 3D lo prendano».

Ciliegina sulla torta: ti hanno dedicato una Hello Kitty. «Sììì, ne vado pazza! La trovate in vendita online e nei Mondadori Store, assieme a altri pupazzetti e gadget ispirati al mio libro. I proventi andranno al progetto #DANCE4AFRICA, per aiutare bambini, adolescenti e orfani vittime di violenza in Swaziland». Italia, Giappone, Africa del Sud: vedi tu quanto può portarti lontano, un entusiasmo luminoso come quello della Pina.

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The Dot Circle at Portofranco

I cinque libri in gara

Text Alessandra Damin
@alessandradamin

 

The DOT Circle è anche responsabilità sociale quando la moda e la letteratura si fondono in un pomeriggio trascorso con i giovani di Portofranco, il centro di aiuto allo studio per ragazzi. Anche quest’anno sono stati attivamente coinvolti gli adolescenti nel concorso letterario. I partecipanti sono stati fotografati con uno dei cinque romanzi in gara, e, coloro che avranno posato con il libro che vincerà il concorso the DOT Circle riceveranno una copia in omaggio.

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Images from Lampooners

The Dot Circle La Location – Mari&Co

MARI&CO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

Immersi nel verde ci accoglie un giardino fiorito in cui si intersecano lampade, ferro e si sviluppano piante e fiori bianchi. In un angolo intimo c’è un tavolo a forma di peonia viola dalle foglie dorate. Pochi scalini conducono alla prima stanza. L’interno è arredato con opere d’arte, che interagiscono in un ambiente a metà tra classico e moderno. Arte contemporanea firmata da Antonino Sciortino, fatta di fili di ferro che ornano il tavolo di legno. Si tratta di disegni la cui linea suggerisce un volto, lasciando alla nostra percezione il compito di completarne la forma. Un divano di velluto viola contrasta il tavolo in vetro su cui poggiano bicchieri dorati. Sospesi, cerchi di ferro luminosi, ideati da Sabina Belfiore, riempiono l’area intorno al tavolo centrale. Su una credenza posate, mestoli d’oro e vasi di vetro che richiamano i pomelli dei cassetti. Un’istallazione di rami è il passaggio che porta all’ambiente successivo. È l’opera vegetale di Emy Petrini, rifugi.

Tre stanze. La principale che ospiterà la cena. Già scelta da The Fashionable Lampoon per uno scatto dell’Issue 8 – Aristofunk.
Pentole, piatti e vassoi d’argento illuminano e arricchiscono le scaffalature alle pareti. Altre due stanze sono sfondo di esposizioni artistiche. In una Lella Zambrini fiorisce in numerosi rettangoli di vetro accostati ad un lampadario in stile barocco. Nell’altra copri abiti bianchi arredano. In questo caso invece il rimando è all’arte povera, con un cesto di rami di salice creato da Emy Petrini. Al piano inferiore, la cucina, ristrutturata di recente.

Una location che si anima con gli arredi di Marinella Rossi.
Diventerà stasera realtà onirica con l’arrivo degli ospiti.

The Dot Circle 2017 – The Location
Mari&Co – Marinella Rossi
via Ampola 18, Milano

Photo Giulia Mantovani – Creative Direction  Adelaide Striano 

www.marienco.it
Facebook Mari&Co

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Lampoon Libri

A Lampoon crediamo che spesso la realtà superi la fantasia. Che possa essere paradossale, violenta, meravigliosa. Leggiamo Truman Capote, Tom Wolfe, James Ellroy, Gay Talese, Gabriela Wiener e Alma Guillermoprieto. Cerchiamo cronache quotidiane che abbiano il respiro di un romanzo e giovani autori o giornalisti che abbiano voglia di immergersi in una storia, correndo il rischio di affogare. Se avete una bozza, o anche solo un’idea, venite a parlarcene e valuteremo assieme una possibile pubblicazione con Lampoon Libri.

Text Claudia Bellante

 

Lampoon Libri è una scommessa, un esperimento, un laboratorio e un salto nel vuoto.

E’ una scommessa perché vogliamo dare voce e visibilità a un genere che in Italia è ancora poco conosciuto e apprezzato: il giornalismo letterario o narrativo. Vogliamo cioè raccontare storie reali usando gli strumenti della fiction – strutture, atmosfere, toni, descrizioni, dialoghi, scene.

Il giornalismo narrativo – riflette Leila Guerriero in un suo magistrale testo – è molte cose ma è, innanzitutto, uno sguardo – vedere, in quel che guardano tutti, qualcosa che non tutti vedono – e una certezza: la certezza di credere che non è la stessa cosa raccontare una storia in un modo qualsiasi.

Lampoon Libri è poi un esperimento perché vogliamo che i libri che pubblichiamo nascano da un’idea forte e sentita dell’autore accompagnata però da un profondo e rigoroso lavoro di indagine, produzione ed editing da fare in squadra. Non mandateci quindi manoscritti inediti in cerca di apprezzamento perché se un libro giace moribondo in un cassetto, una ragione ci sarà e non saremo certo noi a rianimarlo.

Il giornalismo narrativo ha le sue regole e la principale, ça va sans dire, è che si tratta di giornalismo – continua Leila Guerriero. Questo significa che la costruzione di questi testi corposi non inizia per un impeto di ispirazione, né con l’aiuto del divino Buddha, ma con quello che si chiama reporting o lavoro sul campo, un momento precedente la scrittura che prevede una serie di operazioni quali lo studio di dati e statistiche, la lettura di libri, la ricerca di documenti storici, foto, mappe, cause giudiziarie, e un eccetera lungo come l’immaginazione del giornalista che intraprende tali attività.

Lampoon Libri vuole quindi essere un laboratorio aperto dove giornalisti e scrittori possano venire a presentare le storie che sentono il bisogno di raccontare e spieghino perché proprio loro saranno capaci di farlo in modo diverso e unico. Noi valuteremo la proposta, tempestandovi di domande al fine di seminare il dubbio e l’incertezza, ma se resisterete e riterremo l’impresa degna di essere compiuta, inizieremo a lavorarci assieme. Non ci sono limiti ai soggetti da proporre né ai personaggi che si intendono ritrarre. E qualunque fusione di linguaggi (fotografia, illustrazione, poesia, …) verrà presa in considerazione se giustificata.

Il giornalismo narrativo – afferma infine Leila Guerreiro – è un mestiere modesto, praticato da individui abbastanza umili da sapere che non potranno mai comprendere il mondo, abbastanza testardi da perseverare nei propri obiettivi, e abbastanza superbi da credere che questi obiettivi interessino a tutti.

E sono proprio questi testardi narratori, umili e superbi allo stesso tempo, che noi cerchiamo a Lampoon Libri.
Per saltare nel vuoto senza chiudere gli occhi, ma anzi, godendoci appieno le vertigini di un volo che non necessariamente terminerà con una caduta.
Per inviare le vostre proposte scrivete a claudia@lampoon.it
Bastano poche righe che riassumano la storia, una breve bibliografia (trafiletti di giornale, testi sparsi, link) che dia supporto all’idea e la vostra bio. Vi contatteremo al più presto per incontrarci se siete a Milano o per organizzare una call se abitate altrove.

Il testo integrale di Leila Guerriero lo trovate in lingua originale qui http://www.revistaanfibia.com/cronica/que-es-el-periodismo-literario/

E tradotto qui

http://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/20-06-2016/cose-giornalismo-letterario/

 

Inviate una mail a digital@lampoon.it indicando il vostro nome ed i vostri recapiti con una breve biografia e una sinossi del vostro manoscritto.

Info at digital@lampoon.it