Loading the content...
The Fashionable Lampoon
Tag archives for:

louis vuitton

Louis Vuitton – #makeapromise

Text Lampooners

 

Per il terzo anno della partnership con Unicef, Louis Vuitton punta ancora una volta i riflettori sui bracciali Silver Lockit per continuare a sensibilizzare e raccogliere fondi per i bambini siriani. Un progetto che dal 2016 ha già raccolto oltre cinque milioni di dollari per fornire acqua potabile, strutture igienico-sanitarie, servizi, cibo e cure mediche, oltre a vestiti e coperte per i mesi invernali a nove milioni di bambini bisognosi e alle famiglie colpite dalla crisi siriana.

Il Silver Lockit Color, ispirato alla chiusura inviolabile inventata da Georges Vuitton nel 1901 per tenere al sicuro i beni dei propri clienti, è un simbolo di protezione e sigilla la promessa di aiutare i bambini siriani – #makeapromise. Il lucchetto in argento è disponibile in abbinamento a 5 nuovi colori: giallo, arancione, rosa, blu e nero. Il Silver Lockit Fluo – disponibile dal 22 giugno su louisvuitton.com e in oltre centotrentotto negozi Louis Vuitton in tutto il mondo – è venduto a duecentocinquanta euro, di cui cento sono donati ad Unicef.

 

louisvuitton.com

Courtesy Press Office

louisvuitton.com@louisvuitton 

Gioielli Empreinte di Louis Vuitton

Text Lampooners

 

Louis Vuitton presenta una revisione della collezione di gioielli Empreinte che, oltre a presentare  i rivetti dorati degli storici bauli, si caratterizza del fiore del Monogram, un altro motivo della Maison. Le iniziali di Louis Vuitton sono inserite sugli anelli e sui bracciali in oro giallo e rosa, dando un maggiore movimento ai bracciali in oro bianco tempestati di diamanti, disponibili in versione singola o doppia. La collezione è la testimone della creatività di Louis Vuitton nel mondo della gioielleria.

 

louisvuitton.com

Courtesy Press Office

louisvuitton.com – @louisvuitton

L’amore è sempre complicato

Text Carlo Mazzoni

 

Se la moda racconta il tempo che scorre, Ghesquière riassume il mondo che ci circonda: possiede coerenza nella sua visione, ogni infiltrazione esterna o artistica rientra nel suo discorso. A vederlo attraverso i suoi occhi, l’universo appare disegnato sulle sue matrici di diagonali: le trova ovunque, queste diagonali, nei continenti e nei secoli, nei contrasti e nelle melodie, nelle competizioni e nelle contraddizioni.

Le diagonali scendono dal collo per la schiena, rientrano dai fianchi a disegnare i muscoli dell’amore. Ghesquière possiede la capacità di sintesi: il ritmo della musica house è il suono della pioggia nella pineta che non cade perché uno sciamano indiano la impedisce, ma che scroscia da quella poesia di d’Annunzio. Una modella appare con un segno tribale sulla fronte – è una vergine Targaryen per Lady Stark seduta tra il pubblico – davanti ci sono Mark Ronson e Isabelle Huppert. Inserti rosso e viola in pelle lucida, sopra un beige di tessuto leggero in cotone – rosso fuoco smaltato sopra fiorellini rosa di prato provenzali, trapiantati nell’Isola di Pasqua. Vestaglie ricamate per un plauso a Dior della Chiuri, squame di metallo e piume per una concessione a Gucci. La nostalgia di Turandot, l’impero del cielo. Gli abiti sfilano in un labirinto disegnato da Jean Mirò: le maniche rinascimentali cascano oltre i polsini delle giacche, i giubbotti escono dall’armadio di un biker amato da Slimane a Los Angeles. Stivali da marziani, maschere subacquee. I ricami sono scacchiere di paillette grigio, nero e rame. Giacche oltre taglia in memoria di Balenciaga – sia del fondatore, sia della sua personale esperienza, sia della situazione attuale.

Davvero la cultura è la sintesi di una conversazione complicata. Negli anni Cinquanta, i fratelli François e Bernard Baschet condussero esperimenti acustici su strutture in metallo e vetro: diapason su frequenze diverse, montati a batterie ed archi. Strumenti musicali ritrovati e recuperati da Woodkid, un artista di trentaquattro anni, la stirpe che conta oggi: autore, regista, grafico, compositore. Woodkid ha radunato una band alternativamente rock in una scenografia da musica da camera all’aperto, ha lavorato alla colonna sonora per la sfilata di Ghesquière, dando il ritmo a Jennifer Connolly nella lettura di frammenti dalla biografia di Grace Coddington (i suoi gatti stilizzati apparivano e sparivano nelle borse e negli inviti).

La collezione crociera di Louis Vuitton per il 2019 ha sfilato alla Fondazione Maeght, una costruzione progettata da Josep Lluís Sert all’ombra di pini marittimi, nascosta tra le colline provenzali intorno a Saint-Paul-de-Vence, poco sopra Nizza. Aimé Maeght era un gallerista e collezionista nella Parigi del secolo scorso –  tra l’edificio e il parco, c’è un labirinto creato da Mirò, dicevamo; c’è un mosaico murale di Chagall, la piscina di cemento e vetro di Braque, la fontana di Bury. Il cortile è un’opera di Giacometti, le statue disposte come comparse a teatro, e una panchina sul tetto, disegnato in semicerchi e linee piatte. Sotto la panchina che affaccia nel vuoto, la scritta in italiano: «Per quelli che volano».

Manifattura Thélios

Text Giuseppe Fantasia

 

Ci sono voluti dodici mesi di cantiere per creare dal nulla una struttura avveniristica di ottomila metri quadri con pannelli di acciaio corten e vetrate, linee di produzione ordinate e funzionali, spazi ariosi e luce in ogni angolo, oltre a una sostenibilità ambientale assicurata dagli oltre duemila pannelli solari installati sul tetto. Stiamo parlando di Manifattura Thélios, la nuova struttura dedicata alla produzione di occhiali per le maison del gruppo Moët Hennessy Louis Vuitton (LVMH) sita a Longarone, in quella provincia di Belluno dove già insistono i big mondiali del settore, da Luxottica a Sàfilo, fino a De Rigo.

Lo stabilimento – che realizza concretamente la joint venture siglata circa un anno fa tra LVMH (per il 51%) e il gruppo locale Marcolin(49%) – è destinato alla produzione di occhiali per le maison del gruppo francese, prima fra tutte Céline, la cui produzione è già partita dallo scorso dicembre, mentre nella seconda metà di quest’anno entreranno in produzione anche Loewe e alla fine del 2018 il brand FRED.Grazie al connubio tra tecnologie avanzate e un know-how unico, Thélios – sintesi dei nomi delle divinità greche Theia, dea della luce e della vista, ed Helios, dio del sole – segna una tappa importante degli investimenti del gruppo francese LVMH in Italia, già detentore dei marchi Loro Piana, Bulgari, Fendi, Acqua di Parma e Berluti. «Quello che colpisce è la sua organizzazione produttiva completa e dinamica che assicura un controllo capillare dei prodotti, dal brief creativo iniziale al design in 3D, dalla realizzazione finale all’elaborazione del prototipo», ci spiega Giovanni Zoppas, neo presidente e CEO di Thélios, il giorno dell’inaugurazione. «Per il mondo dell’eyewear – aggiunge– non si può mai parlare di semplicità, perché richiede sempre l’eccellenza oltre alla massima e necessaria cura nella realizzazione dei vari prodotti. Sarà anche per questo che l’intero settore è stato uno dei pochi a non aver subito negli anni le sfide e le pressioni che molti altri invece hanno avuto». «Thélios – continua – testimonia la forte volontà del gruppo di investire nel patrimonio economico italiano e nel suo sviluppo con l’intento di proiettarci nel futuro valorizzando un savoir-faire frutto di una lunga tradizione, coniugando l’amore per gli oggetti di qualità, l’innovazione e il rispetto di un patrimonio culturale proprio della regione».

Così facendo, LVMH e Marcolin hanno voluto condividere la stessa idea sul ruolo dell’occhiale nelle maison di lusso, destinatoad affermarsi come accessorio irrinunciabile e a seguire i ritmi delle collezioni prêt-à-porter per soddisfare le esigenze dei nuovi consumatori. «Abbiamo una capacità produttiva 100% made in Italy di 1,5 milioni di pezzi l’anno che vogliamo portare a 4,5 milioni», ci confessa Zoppas durante la visita in esclusiva allo stabilimento, alla quale hanno partecipato anche Toni Belloni – direttore generale delegato del gruppo LVMH – e Jean Baptiste Voisin – direttore della strategia del gruppo LVMH. «Quello che facciamo è procedere con umiltà e con l’ambizione di essere un unicuumnell’ambito della produzione dell’eyewear grazie al modello organizzativo che coniuga tecnologia e artigianalità in un ecosistema irripetibile come quello bellunese per competenze e tradizione».

L’organizzazione dei processi è organica e snella: le fasi di controllo e di perfezionamento sono innumerevoli e il percorso tra una fase e l’altra è stato accorciato, grazie alla concentrazione dei reparti. «Questo perchéThélios– prosegue Zoppas – ritiene che l’esperienza del cliente sia un fattore chiave per le vendite e, per questo motivo, investe sul visual merchandising e sui servizi di assistenza».

Gli addetti complessivi della joint venture sono in tutto il mondo 245, di cui 100 all’interno dello stabilimento bellunese (presto ampliato) che registra un’età media di trent’anni e che proprio quest’annoospiterà la terza edizione dei LVMH Métiers d’Art. «Non sappiamo a quale velocità andremo, ma sicuramente non vogliamo andare troppo veloce».,conclude la nostra ‘guida speciale’ prima di salutarci. «Per tutte le cose d’eccellenza ci vuole il tempo giusto perché arrivino a essere tali».

 

lvmh.it

Louis Vuitton presenta Ian Cheng

Text Lampooners

 

Gli Espace Louis Vuitton di Tokyo, Venezia, Monaco e Pechino, per la terza mostra sviluppata nell’ambito del programma «Beyond the walls» della Fondation Louis Vuitton, presentano Emissary Forks At Perfection, la mostra dell’artista americano Ian Cheng, portando avanti l’intento della Fondation di realizzare progetti internazionali e renderli accessibili a un pubblico più ampio. Dal 2010, Cheng sviluppa un corpo artistico che include simulazioni digitali autogeneranti sotto forma di proiezioni audiovisive. Le sue opere, una miscela di scienze cognitive, programmazione computerizzata ed estetica dei videogiochi, esplorano il potenziale delle nuove tecnologie. Cheng sviluppa ecosistemi, biotopi virtuali popolati da creature animate e mutanti. Questi esseri prendono la forma di animali, vegetali o minerali e sono programmati con una serie di caratteristiche, comportamenti e intenzioni predeterminate, si muovono poi liberamente nel complesso universo creato dall’artista. Cheng vede le sue simulazioni come esperimenti scientifici, un modo di osservare l’evoluzione e i comportamenti umani per ispirare la riflessione sulle nostre funzioni cognitive, concettualizzate come una serie di potenziali algoritmi. 

 

louisvuitton.com

Courtesy Press Office

louisvuitton.com – @louisvuitton

Cannes Daily

Si è aperta così la settantunesima edizione: Martin Scorsese con Cate Blanchett sottobraccio. Cate, presidentessa del festival – in settantuno edizioni, solo dodici volte una donna ha presieduto la giuria – in pizzo nero Armani Privé, casto davanti e scollato dietro. Perdonabile l’affair dell’abito riciclato – è lo stesso look che aveva indossato ai Golden Globe del 2014, all’epoca vinse per Blue Jasmine di Woody Allen. Perdonabile, in nome dell’empowerment femminile – sottotema del Festival. Niente dichiarazioni femministe e nemmeno spillette evocative di movimenti Times’s up e MeToo.

Un’edizione nel segno del cambiamento, a partire dal divorzio da Netflix, i cui film sono stati esclusi anche dal fuori concorso. Per la prima volta, gli attori non potranno auto-immortalarsi a Cannes, anche se i motivi del bando non sono ben chiari: «A Cannes si va per guardare, non per essere visti», aveva detto il curatore del Festival, Thierry Fremaux. L’obiettivo sarebbe «Far sì che la première sia una vera première».

Text Maria Antonietta Crespi

 

C’è tanto, troppo, un surplus di significato a caricare d’enfasi ogni singolo gradino della Montée des Marches a Cannes. Ingolfa, appesantisce persino il tubino nero e tacco medio. Il Festival dei significati rischia di vanificarli tutti. Glamour dimesso, parco. Lo si pesa in carati di preziosi normalmente prestati a chilo, ora a etti sparsi. Incombe l’anniversario delle uova e delle pellicce bruciate a maggio che infiammarono la Croisette. Cinquant’anni dal 1968, i borghesi via, Truffault e Godard a cavalcare la protesta.

Oggi la crisi è da ridere, riguarda esclusivamente l’identità. Di un paese, di una manifestazione, di un lungomare. Via i massimi sistemi, via l’ideologia. Via persino i selfie dal red carpet a ribadire che quest’anno si cambia ma non è altrettanto divertente. Il pop è diversamente abile al confronto e viene ri-protetto altrove, defilato. Gli autori parlano e non mostrano, si raccontano e non raccontano. Nell’era dei maestri spariti, tornano i maestri insegnanti per un cinema che per definizione, se va spiegato non assolve più al suo compito primario.

Vestiti cupi e botte di colore spot a ribadire il principio dell’autodeterminazione. Nel 1968 il problema era gestirla, oggi è preservarla dagli attacchi maschili. Si parla di violenze, un argomento caldo perfetto per l’anniversario. Se ne lamenta Léa Seydoux infilata in un brutto copricostume da sera e ne parlano le donne giurate. Ecco il dialogo femminile, idee diverse, acconciature non dissimili. «Una giuria militante», pontifica la presidente Cate Blanchett, di lotta e di rossetto, un gruppo di resistenti toste e pure, che si muove nella stessa direzione, evitando di ondeggiare i fianchi. Una battaglia lunga giorni che ha poco di epico e molto di stylist. La Nouvelle Vague non è più neppure un ricordo. E per cortesia, sciogliete i capelli.

Dalla poltrona di Proust

Text Sara Magro

 

Il primo viaggio che si fa seduti in poltrona, senza prendere un volo o salire su un treno. È una pausa nel quotidiano che porta nel mondo dell’autore, e nel luogo che racconta. È una vacanza, anche se statica. Armchair tourism è il termine con cui si definisce in modo moderno questa parentesi casalinga. Non è una perversione o una frustrazione del viaggiatore, solo uno dei tanti tipi di turismo possibili oggi.

Il vero trend è l’Adjectival Tourism, che definisce meta e scopo del viaggio a seconda dell’aggettivo a cui si accompagna. Dal Websurfing nelle geografie virtuali al Cineturismo nei luoghi dove sono stati girati film e serie tv. Dal turismo bellico nei siti in conflitto a quello medico nelle cliniche di lusso in estremo Oriente, sono più di cento le definizioni che si possono trovare ai modi di viaggiare oggi. L’Armchair Tourism restringe il raggio d’azione a una stanza. Senza saperlo, il testimonial perfetto è Marcel Proust che viaggiava sdraiato nel letto della sua camera, circondato da cartine geografiche e orari ferroviari.

Esiste anche una variante più movimentata che Aldo Grasso ha definito in un articolo di qualche anno fa Tas, ovvero il Turismo adrenalinico sedentario che si compie guardando trasmissioni su luoghi esotici e selvaggi, viaggi da brivido e spedizioni pericolose. A quanto pare, il pubblico partecipa emotivamente a questi programmi: «Lo spettatore – scrive Grasso – si deve spaventare, pur sapendo che è tutto sotto controllo». Lo spunto per un viaggio nasce da imprevedibili incroci di fatti, pensieri e impressioni da un carnet de voyage altrui.

 

Louis Vuitton Travel Books: louisvuitton.com/travel-books

Courtesy Press Office
louisvuitton.com – @louisvuitton

Louis Vuitton – Objets Nomades

Dal 18 al 22 aprile, in Corso Venezia 48, Louis Vuitton arricchisce la collezione di arredi da viaggio creati in collaborazione con designer internazionali.

La collezione Objets Nomades comprende pezzi realizzati in materiali pregiati e venduti in edizioni limitate o prototipi sperimentali. In occasione del Fuori Salone 2018 ne sono stati presentati due: Ribbon Dance di André Fu, che ricorda la grazia dei movimenti delle tradizionali danze dei nastri asiatiche e Diamond Mirror di Marcel Wanders, caratterizzata da un design geometrico.

La maison presenta inoltre Louis Vuitton Les Petits Nomades, la prima collezione di oggetti funzionali di décor della maison: il vaso Tropicalist dei Fratelli Campana, i Fiori Origami, i Rosace Vase e Tray in pelle e i cuscini Flower Field di Atelier Oï e lOverlay Bowl di Patricia Urquiola.

 

it.louisvuitton.com

Courtesy of Press Office

it.louisvuitton.com – @louisvuitton

Louis Vuitton arruola Virgil Abloh

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Virgil Abloh, direttore creativo della linea uomo di Louis Vuitton, a modo di streetwear.

Quel modo di vestire informale nato negli anni Settanta, ispirato alla cultura hiphop, lo streetwear. Se la moda dettava cosa succedeva nella cultura, da quel momento fu l’interpretazione dei ragazzi per strada a creare un’estetica che ne influenzava il mercato. Un meccanismo ribaltato. Ovvero, un modo intelligente di rapportarsi con il pubblico. Lo scorso anno lo streetwear ha contribuito a un aumento delle vendite del settore del 5%, pari a 263 miliardi di euro. Dello streetwear Abloh è maneggiatore.

Virgil Abloh – aka Flat White nei panni di Dj. Classe 1980. Ghanese, nato a Rockford, in Illinois. La mamma è sarta, ma la sua non è formazione da stilista: laurea in ingegneria e master in architettura. Ha iniziato a interessarsi di moda nel 2012, in seguito alla collaborazione tra Miuccia Prada e l’architetto Anish Kapoor. Aveva ventidue anni quando divenne consulente creativo del rapper Kanye West e del marchio Pyrex Vision – «C’erano questi ragazzini di Harlem che proponevano Rick Owens e Raf Simons in un modo diverso che era connesso alla cultura, e Pyrex Vision divenne l’estetica di quella cosa» – spiegava Abloh.

Fondatore di Off-White, tra i primi marchi dello streetwear di lusso. Le sue collaborazioni sono quelle ‘giuste’: Jimmy Choo, Levi’s, Moncler, Ikea, Nike. Sarà il primo direttore creativo afroamericano di Louis Vuitton, al posto di Kim Jones che passerà a dirigere la linea maschile di Christian Dior. Bisognerà aspettare fino a giugno, per vedere la sua prima collezione – quella per l’autunno/inverno 2018/19.

Ralph Mecke / Harleth Kuusik

Text Roberta Mazzoni

 

Ricordo ancora la prima volta che vidi Enrico. Era il 1980, ero arrivata da pochi anni a Roma per tentare la grande avventura del cinema. Ci incontrammo a casa di Fabrizio Apolloni, antiquario e amico di famiglia, e per me fu una vera e propria folgorazione, non solo per la sua avvenenza – a quei tempi Enrico era un meraviglioso cinquantenne – ma per la gentilezza, il garbo e l’attenzione con cui ascoltò i miei primi balbettanti progetti cinematografici, ancora del tutto utopistici e informi. Avevo trent’anni allora, e ancora non avevo ben capito cosa avrei fatto ‘da grande’. Le esperienze che avevo avuto da poco come assistente alla regia avevano fatto naufragare per sempre il sogno di diventare regista. Non era il mestiere per me, non avevo la concentrazione, la sicurezza e il carisma necessario per riuscire a dominare un set. Così, da qualche tempo, stavo pensando alla sceneggiatura, e glielo dissi. Ricordo ancora il suo sguardo, la sua curiosità.

Fu quell’attenzione che mi fece pensare a lui, un anno dopo, quando Salvatore Nocita – per il quale avevo appena scritto un trattamento per un film televisivo in quattro puntate su Carlo Magno che non fu mai realizzato – mi offrì la sceneggiatura de I promessi sposi, la mia prima sfida professionale – «ma prima devi trovare uno sceneggiatore famoso che ti affianchi», mi disse, «tu sei troppo giovane e inesperta». Fu così che pensai a Enrico. Lo chiamai sicura che mi avrebbe mandato al diavolo e invece accettò subito. «È uno dei sogni della mia vita» mi disse.

Iniziò così il nostro sodalizio che, professionalmente, durò diversi anni e che, affettivamente, dura tutt’ora. Enrico ama chiamare i suoi giovani collaboratori ‘complici’, in realtà è stato per tutti noi un vero maestro. Enrico mi ha insegnato tutto. Mi ha insegnato a costruire le scene, a scandire i dialoghi, ad affrontare ogni scelta con originalità, attingendo a piene mani dalla grande letteratura. Mi ha fatto capire che essere sceneggiatore, prima di ogni altra cosa, vuol dire essere curiosi, aperti, ‘ladri’ di realtà e di buone letture. Vuol dire conoscere il lato oscuro del cuore, le intermittenze, gli scarti del carattere. Mi ha insegnato a non essere mai didascalica, a delineare sempre i personaggi partendo dall’interno, da quel qualcosa capace di renderli verosimili ma non banali, universali ma allo stesso tempo unici e irripetibili.

In tutti i lunghi anni della nostra collaborazione, ogni volta che gli portavo le mie paginette, Enrico, senza farsene accorgere, le correggeva aggiungendoci quel tocco di verità, di witz e di originalità che le rendevano vive e geniali. Mi ha sempre lodato, mentre lavoravamo insieme, ma io so che quello che scrivevo non era nulla più di un compitino ben fatto. Era Enrico a restituire alle scene la vita che mancava, il guizzo che le rendeva uniche. Ha questo di bello, Enrico. Che ti accoglie nella sua vita, sapendo valorizzare i tuoi lati migliori, sapendo stimolare senza mai ferire, incoraggiare senza mai sottolineare i tuoi difetti.

L’avventura de I promessi sposi è durata sei anni, dal 1982 al 1988: ogni anno c’era una nuova revisione, nuovi produttori esteri da compiacere, nuove scene da riscrivere. Sembrava la fabbrica del Duomo ma, a ogni revisione, Enrico ha saputo trovare sempre la soluzione più brillante, l’escamotage più geniale e diplomatico per salvare il nostro lavoro e accontentare, nello stesso tempo, i committenti. Alla fine il prodotto che ne è uscito è stato di tutto rispetto ed è un peccato che la Rai non lo ritrasmetta a distanza di venticinque anni.

Poco dopo ci fu l’avventura di Casa Ricordi, per la regia di Mauro Bolognini. Anche questo un progetto che assorbì diversi anni e che ci permise di ripercorrere le vite dei più grandi musicisti italiani – da Donizetti, a Verdi, Bellini, Rossini fino ad arrivare a Puccini – raccontandoli attraverso i loro rapporti con la famiglia Ricordi nell’arco di un secolo di storia patria. Enrico è un grande conoscitore e amante della musica e lavorare a questa sceneggiatura è stato, più che un lavoro, un piacere e un’immersione nella sua cultura musicale.

Stylist
Yana Kamps

Art Director
Alessandro Fornaro

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Mauro Zorba

Make-up
Maurizio Massari

Set designer
Luigi Battaglia

Producer
Giulia Bertossi

Special thanks to
ROBERTAEBASTAGalleria d’Arte antiquaria

Model
Harleth Kuusik @ elite

Not so sure about that list

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Secondo la classifica dei marchi più hot e dei prodotti più venduti del 2017, pubblicata pochi giorni fa da Business of Fashion, realizzata in collaborazione con Lyst, Gucci e Balenciaga dominano la scena su entrambi i fronti. Tanti i big assenti: da Prada a Chanel, da Hermès a Dior, da Louis Vuitton a Céline. Lo stupore.

Se ne stupisce anche Diet Prada che, sul suo profilo Instagram, commenta: «When lvmh-owned BoF partners with Lyst and can’t hide the fact that Kering is killing the game lol». Come a dire, il successo di Kering con Gucci e Balenciaga è talmente impressionante che neanche il colosso LVMH può nasconderlo su un giornale di sua proprietà. Qualcosa non torna: non tanto la presenza apicale di Gucci e Balenciaga, quanto l’assenza degli altri. A pedice dell’articolo, la chiosa: «Due to exclusive vertical distribution models, the Lyst Index does not include: Chanel, Christian Dior, Hermès, Louis Vuitton, Céline and Prada». La classifica dei marchi più influenti e dei prodotti più venduti non tiene conto di almeno sei dei maggiori nomi del suo universo di riferimento per via del loro modello di distribuzione esclusivamente verticale.

Quale utilità può avere una classifica che non tiene conto di marchi così rilevanti? Perché un gruppo come LVMH ha permesso la pubblicazione su un giornale di sua proprietà di una notizia così parziale e svantaggiosa per sé?

La classifica degli hottest brand parte da Gucci, Balenciaga, Vetements, Valentino, Off-White, Givenchy, Moncler, Stone Island, Balmain e si chiude con Yeezy. Per quanto riguarda i prodotti più venduti: sandali fiorati di Gucci, speed trainer Balenciaga, cintura logata di Gucci, sneaker fiorata Gucci, T-shirt con logo Gucci, sandali Givency, T-shirt Balenciaga, tronchetti Isabel Marant, giubbotto di jeans Acne Studios e bomber Moncler.

Cartoline per la Duchessa

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

È una delle stanze più grandi dell’Hotel de Russie. Sul tavolo, la scatola di Louis Vuitton – dentro una collezione di cartoline. Cartoline che riportano a un’epoca trascorsa: queste cartoline le trovavi davanti ai concierge dei grandi alberghi, disegni a olio di una promenade o di un balcone miramonti che riassumevano l’eleganza propria solo a chi piace girare per il mondo. Il rimando è a un tempo in cui gli alberghi erano scene di un romanzo di Agatha Christie per Poirot, Miss Marple al Bertram Hotel. Sono molte queste cartoline: profumano di ogni infanzia, le scorro tra le mani e sembrano titoli di libri gialli o d’amore – quei volumi che ti porti appresso quando parti per un viaggio.

È un mio vezzo entrando in una camera d’albergo: cercare la piantina del piano per le vie di evacuazione e controllare l’ampiezza della stanza dove mi trovo rispetto alle altre. Ragiono su come un tempo, negli alberghi con le cinque stelle, le camere fossero più grandi. Il Negresco, il Bristol, il Continental, l’Imperiale – ricorrono in molte città e località, di mare o di Alpi. Una nomenclatura nobile o comune, che riappare sul lungomare di tutta Europa, nelle tappe di Jules Verne di un giro del mondo in settantanove giorni, nei quadri di Monopoli.

Alla fine di ogni vacanza, mia madre mi dava cinquemila lire – la cartolina costava cento o duecento lire, il francobollo, settecento – con cinquemila lire forse arrivavo a sei. Le compravo dal concierge – me ne dava qualcuna in regalo, così che riuscissi a prendere un francobollo in più – il concierge mi suggeriva di farle addebitare sul conto, mia madre non se ne sarebbe accorta, ma io non volevo. Era un gioco degli anni delle elementari, ereditava una tradizione antica del Novecento. La prima cartolina che ricevetti fu quella che mio nonno mi spedì durante un suo viaggio da Marrakech – nell’immagine, un fez da che mi avrebbe portato in regalo.

Roma, Hotel de Russie. Siamo qui per l’apertura di un nuovo angolo di Louis Vuitton alla Rinascente, oltre i negozi di via Condotti e di San Lorenzo in Lucina. Il nome Rinascente, gli anni Venti in Italia: il viaggio era lungo e il bagaglio era un’entità, la villeggiatura da aristocratica diventava borghese producendo un’etichetta non più di corte ma da albergo. Lampoon ricerca il piacere, mai il lusso: il piacere estetico di D’Annunzio – fu il vate a coniare la parola Rinascente – il piacere di saper cogliere le tracce degli altri, non solo di lasciare le proprie.

The Art of Travel through Hotel Labels. Claridge’s a Londra, il Governor a New York, Mamounia a Marrakech, The Biltmore a Los Angeles, L’Inglaterra a L’Avana, il Bristol al Cairo, Astor House a Shangai. Le cartoline diventano adesivi disegnati su nuovi bauli che Louis Vuitton ha prodotto per l’apertura alla Rinascente di Roma, bauli che sembrano appena scesi da una stanza dei Grand Hotel di Biarritz, al seguito di una duchessa di Guermantes scesa a Roma dopo un viaggio sull’Orient Express, in coincidenza da Venezia. Il gaston di turno incollava lo stampo dell’Hotel Flora – uno in più – sui bagagli appena registrati all’arrivo.

Fra le mani, in questa grande stanza del De Russie, scorro e passo le cartoline fra le dita come fossero carte da gioco. A Natale comprerò francobolli – molti, più di quanti riuscissi a comprare con cinquemila lire. Scriverò auguri un po’ come farei su tutti i muri. Le farò cadere nelle buche delle lettere, quelle di metallo rosso laccato.

Louis Vuitton, the new store opening at La Rinascente in Rome. Video MadelStudio

Image cover: The Art of Travel through vintage Louis Vuitton Hotel Labels – Ph. Carlo Mazzoni

Louis Vuitton in Rinascente in Rome

Louis Vuitton, the new store opening at La Rinascente in Rome. Video MadelStudio

From Cartoline per la Duchessa, words Carlo Mazzoni.

Biennale Arte 2017

Text Ornella Fusco

 

Di abitudine, una mostra prevede con una serata d’inaugurazione il giorno prima dell’apertura al pubblico. La Biennale dell’Arte di Venezia vuole un’intera settimana di mattine con la testa sopra i postumi di notti in giro con scarpe di vernice nera per abiti da festa. Venezia non è un pesce, in questa settimana, ma un salotto: la sagoma della città è la stanza da ballo per sovrane in transito alla ricerca di tempi perduti – riedizioni di Sofia di Napoli, Cristina di Svezia, Elisabetta d’Asburgo. Ducati e feudi che oggi si manifestano su poteri simili per economia ma reattivi per immagine.

Martedì sera, due regni dello stesso impero. Per Louis Vuitton sedevano alle due tavole nel salone d’onore del Museo Correr, parte di quello che resta il Palazzo Reale di Venezia, quasi tutta la famiglia Memmo: due sorelle, Daniela d’Amelio e Patrizia Ruspoli, per due generazioni di una dinastia che ha saputo trasformare la furia della società capitolina in un codice di eleganza, arte e understament – tra Londra e Roma

Damien Hirst a Palazzo Grassi. Sussisteva un chiacchiericcio insistente, prima che aprissero i battenti: il riscatto di Hirst in polemica e in declino. Nessuna delusione. Hirst ha ritrovato in fondo all’oceano un relitto di un vascello custode di ori antichi, busti romani, oracoli orientali – inaspettatamente, niente di meno, il primo reperto riproduceva le sembianze di Monsier Pinault. Hirst ha ritrovato nel mare, aggredite da coralli e alghe che ne aumentano la bellezza dei volumi, statue in bronzo di Mowgli e a Baloo da Il Libro della Giungla. Dagli abissi, sono riapparse teste di Medusa stile Caravaggio, ante tempo per l’antichità presupposta; colossi caduti da Rodi – il più grande ricostruito nell’androne centrale del palazzo. Archeologia stonata dal genio. Le fotografie – le opere più vendibili – si basano su un blu oceanico, le sfumature sui volti di divinità indù. Il bottino. Damien Hirst ha saputo giocare sul confine tra storia e finzione, proprio lì dove nasce la definizione di letteratura.

Mercoledì sera, per tradizione, Monsieur Pinault invitava in onore di tutto quanto questo. La Fondazione Cini brillava per le finestre di una Versailles riapparsa, sul sagrato, a fondamenta dell’isola. Un agrumeto conduceva all’ingresso – se c’è un Re Sole a questo mondo, lo si trovava sulla porta a stringerti la mano. Tutti i generali del gruppo Kering. Marco Bizzari, alto due metri, a capo dell’ammiraglia Gucci. Francesca Bellettini, Ceo di Saint Laurent, Sabina Belli per Pomellato, Cristiano De Lorenzo per Christie’s, anche questa casa parte del gruppo di Pinault. Uno schieramento, il senso di maestà, tra Charlotte Rampling e l’imperatrice dell’Iran, Farah Dibah. Un gruppo di principesse forse decadute si aggirava per i chiostri: qualche anno fa brillavano per voglia e sorrisi, l’altra sera apparivano più appassite di quanto potrebbe imporre loro qualsiasi età. Senza smalto, vagavano dismesse queste Swan che la sera prima Sotheby’s si ostinava a proclamare iconiche di un’alta società che queste per prime non saprebbero definire.

Giovedì sera, Theodor Currentzis è salito sul palco del Teatro Goldoni per la VAC Foundation di Leonid Mikhelson. Ha diretto Mahler, la Sinfonia numero 1. Un’orchestra enorme, più elementi di quanto il teatro potesse contenere. Metà della platea era stata occupata da una struttura per dare spazio ai violini e a tutti gli archi. L’effetto è stato plateale, nel senso più preciso del predicato – in sala, la musica avvolgeva come non siamo più abituati a percepirla in un’esecuzione dal vivo – era potente quanto il suono amplificato dall’ultimo sistema Pioneer. Il ricevimento dopo l’opera, a Dorsoduro – c’era l’acqua alta a Venezia, e sotto alcuni ponti i motoscafi non riuscivano a passare. Un giardino nascosto era stato illuminato a piccole fiamme come lucciole per la regia di Matteo Corvino. Victoria Mikhelson, giovane, bionda, carattere particolare, non ha permesso ci fosse musica in alcun angolo – il rumore dei piatti e della cena ricordava l’ambiente di una mensa scolastica.

Venerdì sera, il Gritti Palace. Lampoon invitava insieme a Nataliya e Vicktor Bondarenko in occasione del lancio di una collezione di capi e accessori firmata da Rubeus e realizzati con i tessuti della tessitura Bevilacqua, tra le botteghe più leggendarie di Venezia. Una tavola lunga per cinquanta persone era allestita nel Club del Doge, il vento di primavera girava con vortici gentili sulla terrazza davanti alla Salute. La società moscovita si mescolava a quella veneziana, tra tutti brillavano come brillano sempre, le due sorelle, Viola e Vera Arrivabene Valenti Gonzaga. I broccati rossi con inserti in vetro e pietre preziose secondo l’arte di Nataliya Bondarenko, direttrice artistica di Rubeus Milano, era lo spartito emotivo per i violini – quanti violini a Venezia – i cocktail rosa, pesci di laguna le sfere di cioccolato.

Images courtesy of press office and @sgp Italia 

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

IT’S ALL ABOUT ME(N)

Testo Enrica Murru

 

Il 2017 si preannuncia come un anno di cambiamenti: dall’insediamento di Trump alle elezioni nei paesi del G7 – la Francia prima, la Germania poi – per arrivare al sostanziamento della Brexit. Gli equilibri del mondo arabo e africano minacciano di scompaginare le carte di un mappamondo incapace di assestarsi. È lo stesso anno in cui, grazie a Denis Villeneuve, arrivano al cinema due storie che parlano dell’incontro con altri mondi – ora Arrival e a ottobre Blade Runner 2049 – e che riscoprono una caratteristica essenziale dell’umanità: l’adattamento per la sopravvivenza, ai mutamenti, alle rivoluzioni e soprattutto al caos. Governandolo ma più spesso assecondandolo.

Kris Van Assche per Dior mette subito in chiaro la caratura dell’uomo che immagina, coriaceo con una vis ribelle, replicando su copricapi e borse il claim Hardior. Tra attitudine punk e alta sartoria, i completi disseminati di safety pin fanno da contraltare alle mantelle stampa riot e ai pullover che recitano They should just let us rave.

Nessun giardino delle delizie aspetta i nuovi maschi adulti, ma per coloro che sono pronti a lasciarsi trascinare c’è l’arcobaleno all’orizzonte: stimoli visuali che ridistribuiscono i capi di abbigliamento alla rinfusa su questi esseri mutevoli. Demna Gvasalia per Balenciaga continua a mescolare le carte, mettendo stivali tecnici da moto sotto al cappotto classico e portando in passerella shopper di carta usate come borse: uno squatter che è difficile trovare impreparato. È lo stesso ragazzo che abita la collezione di Kenzo, tra piumini, maglie, passamontagna e tute da sci – i colori mai così azzeccati. Gioca sulle sovrapposizioni anche Yohji Yamamoto, che fa baciare i lembi delle camicie con la ruvidezza dei cappotti e lascia spuntare il camouflage dalle stampe psichedeliche e fluo.

In questa babilonia sarà l’athleisure a salvarci: sdoganato ormai l’abbigliamento sportivo nei più svariati contesti, l’unica risorsa per lo stile è quella del dettaglio di lusso. L’esempio lo dà Kim Jones da Louis Vuitton, in una collaborazione con il marchio di street style Supreme. A cogliere la sfida anche Yusuke Takahashi che firma per Issey Miyake una collezione che ristabilisce alcuni punti fermi: la versatilità dei tessuti tecnici, la stratificazione dei neri o dei colori (curcuma, blu elettrico e senape su tutti), l’eleganza senza tempo delle giacche orientali.

Si fa tentare dal velluto in tonalità notturne Hermès, dove Véronique Nichanian prova a sdoganare l’accessorio più controverso dell’abbigliamento maschile, il marsupio. Difficile non leggere anche qui il bisogno di avere le mani libere, di muoversi a proprio agio nell’agitazione generale, la necessità di essere pronti a difendere il territorio dagli incursori, che siano alieni oppure no.

Text Enrica Murru


2017 promises to be a year of changes: From Trump’s inauguration to elections in the G7 countries – first France, followed by Germany – to Brexit’s becoming operative. The delicate balance in the Arab and African countries threatens to throw into disarray a world map that seems incapable of settling. In this same year, thanks to Denis Villeneuve, two stories will hit our screens that speak of encounters with other worlds – Arrival, in cinema theaters now, and Blade Runner 2049, out in October– and that rediscover a fundamental feature of humankind: the ability to adapt, in order to survive, to change, to revolutions and, most of all, to chaos. Ruling it, but more often bending to it.

Kris Van Assche for Dior makes it clear from the very start what kind of man he envisages – tough, with a rebellious vigor, by repeating on hats and bags the claim Hardior. Halfway between punk attitude and haute couture, the suits scattered with safety pins are juxtaposed with the riot print capes and sweaters that say They should just let us rave.

There is no garden of delights that awaits the new grown-up males, but for those ready to be dragged off, there’s a rainbow on the horizon: visual stimuli that randomly redistribute the garments on these erratic beings. Demna Gvasalia for Balenciaga keeps mixing things up, teaming technical motorcycle boots with traditional coats, and sending down the catwalk paper shopping bags used as purses: a squatter that is hard to catch off guard. He’s the same young man inhabiting Kenzo’s collection, sporting puffer jackets, sweaters, balaclavas and ski suits – and the hues have never been so spot-on. Yohji Yamamoto too plays with layering, making the hems of shirts touch the rugged coats, and letting psychedelic and neon camo prints peek out.

In this Babylon, athleisure is going to save us: now that sportswear has been debunked in the most diverse contexts, the only resource style can turn to is luxury detailing. A case in point is Kim Jones at Louis Vuitton, in collaboration with street style brand Supreme. The challenge was taken up also by Yusuke Takahashi for Issey Miyake who designed a collection that re-establishes a number of tenets: the versatile quality of technical fabrics, the layering of black and other hues – turmeric, electric blue and mustard above all –, the timeless elegance of oriental-style jackets.

Hermès indulges in nocturnal nuances of velvet with Véronique Nichanian attempting to debunk the most controversial menswear item there is, the bum bag. It’s hard not to detect, also in this case, the need to keep one’s hands free, to move with ease amidst general confusion and to be ready to defend one’s land from the invaders, whether they are aliens or not.

Images courtesy of press office

SHCHUKIN, THE LAST VISIONARY

Testo Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Più che di una visita, si tratta di una visione. Una mostra nella mostra: immobilizzata tra il vetro e l’acciaio temperato – rappresentano le vele di un vascello – all’interno del sedicesimo arrondissement è la Fondazione Louis Vuitton, creata dall’architetto Frank Gehry nel 2001, uno dei pochi che unisce fisicamente l’architettura con la scultura (suo il museo Guggenheim di Bilbao). Duemila quattrocento metri quadri sono designati a esporre la più grande raccolta di opere d’arte mai uscita dalla Russia.

È la collezione di Sergei Ivanovic Shchukin – 1854-1936 – l’ultimo visionario tra i galleristi mondiali del Novecento. Per ospitare questa selezione collaborano dal febbraio 2016 la Fondation Louis Vuitton, il Museo dell’Hermitage e il Museo Statale Pushkin, rinnovando la tradizione di scambio trasversale tra Russia e Francia.

Shchukin ha collezionato opere rinomate, prediligendo i geni impressionisti, post impressionisti e moderni, ma ha anche seguito le proprie pulsioni scegliendo autori meno celebrati come Derain. Insieme a Picasso e Matisse – Shchukin contribuì a salvare quest’ultimo dal fallimento economico – si trovano i Gauguin, all’epoca semi sconosciuto: Shchukin comprò dal ‘folle’ impressionista sedici tele. Non rivendeva mai i quadri, ottenuti anche grazie al fratello Ivan, più giovane di quindici anni, dandy stanziato a Parigi.

La collezione scampò persino alla furia di Stalin, venendo alla fine raccolta nei sotterranei dell’Ermitage di Leningrado. Shchukin, che proveniva da una famiglia di industriali del tessile, riuscì a raggiungere la propria famiglia in fuga in una Parigi che finalmente gli offerse riparo e risposte culturali adeguate alla sua inarrestabile sete di arte, ma sofferse molti lutti tra cui quello di due dei suoi figli: da lì la partenza a dorso di cammello per il Sinai a meditare per poi tornare in Russia. Dovette però finalmente ripartire rinunciando ai propri quadri, quando si ritirò a Parigi: l’ultimo viaggio di notte, in treno.

Questa collezione, creata tra il 1890 ed il 1914, è stata finalmente riunita e oggi viene organizzata per la mostra da un team di esperti: il nipote, André-Marc Delocque Fourcaud, profondo conoscitore del lavoro del suo antenato e consulente storico della collezione si è affidato a protagonisti dell’arte contemporanea. La direttrice della fondazione è Suzanne Pagé, che ha militato in vari musei parigini: è lei a volere questa raccolta di capolavori del mercante russo. La parte multimediale è stata allestita da due ‘architetti della visione’: Peter Greenaway, pittore e regista inglese – suo I misteri del giardino di Compton House – simbolista, dedica una parte del suo metodo narrativo cinematografico proprio a Shchukin, e Saskia Boddeke, conosciuta per la capacità di installare opere di ogni tipo, usando tecnologia digitale di ultima generazione e mettendo al centro di tutto il fruitore, facendo sì che molteplici schermi, performance dal vivo, suoni elettronici, elementi presi da social media siano strumentali alla ricezione più totale.

Lo spazio sarà allestito in modo da evocare l’architettura del palazzo Troubetskoy di Shchukin e il suo modo di accostare i quadri, con le cosiddette ‘stanze private’ dedicate proprio ai suoi amati Picasso, Matisse e Gauguin. Più che di visitatori, in questo caso si parla di spettatori.

Text Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

More than a visit, a vision. An exhibition within the exhibition: wrapped inside billowing sails made of glass and tempered steel on the edge of the 16th arrondissement of Paris is Fondation Louis Vuitton, designed in 2001 by Frank Gehry, one of the few architects that is capable of physically marrying architecture and sculpture (he is also the architect behind the Guggenheim Museum in Bilbao). An area of about two thousand and four hundred square meters will host the greatest art collection to have ever been presented outside Russia. Icons of Modern Art – The Shchukin collection is a tribute to the man behind this collection: Sergei Ivanovic Shchukin (1854 – 1936), the last visionary collector among the world’s art patrons of the early twentieth century. In order to make this exhibition possible, Fondation Louis Vuitton, the Hermitage and the Pushkin State Museum have been collaborating since February 2016, thereby strengthening the tradition of collaboration and exchange between Russia and France.

Shchukin collected prominent artworks, showing a penchant for the masters of Impressionism, of post-Impressionism and modern art but also offered his support to less celebrated artists like Derain. Next to paintings by Picasso and Matisse – whom Shchukin helped save from financial collapse – are canvases by Gauguin, bought at a time when the artist was almost unknown: Shchukin bought sixteen paintings from the ‘madcap’ post-impressionist artist. Shchukin never resold the paintings once he had acquired them. The acquisitions occurred thanks also to his fifteen years younger brother Ivan, a dandy art fanatic who had taken residence in Paris. The collection even survived Stalin’s fury, consigned to the basement of the Hermitage Museum in the former city of Leningrad. Eventually Shchukin, who was born into a family of textile merchants, managed to reach his family that had fled to Paris, a city finally capable of offering refuge and a cultural environment suited to his unquenchable thirst for art. There, however, he suffered the loss of many dear ones, including that of two of his sons. Following those deaths, he set off on a camel caravan to a monastery on the Sinai Peninsula to meditate before going back to Russia. Eventually, he was forced to go back to Paris leaving his paintings behind – the last journey being on a night train.

After being broken up, the collection – whose vision took shape in the years between 1890 and 1914 – is being displayed in a single exhibition thanks to the work and contribution of a team that includes Shchukin’s grandson, André-Marc Delocque Fourcaud, an expert in the work of his ancestor and historical consultant on the project and the artistic director of Fondation Louis Vuitton, Suzanne Pagé, who previously served in various Parisian museums and is the mind behind the decision to host the collection of the Russian merchant. In charge of the multimedia installation is a duo of ‘vision architects’ consisting of British film director and artist, Peter Greenaway – director of The Draughtsman’s Contract – who owes part of his image-based narrative method to Shchukin himself and Saskia Boddeke, who is known for her versatile installation skills. Using the latest digital technologies, Boddeke puts the viewer at the center, ensuring that multiple screens, live performance, electronic sound and social media elements are instrumental in creating the most engaging viewing experience. The space is set up to recreate the architecture of Shchukin’s Trubetskoy Palace and the collector’s way of assembling his paintings, with the so called ‘private rooms’ dedicated to his beloved Picasso, Matisse and Gauguin. More than visitors, those coming to see the exhibition can rightly be called spectators. 

Icons Of Modern Art – The Shchukin collection 
From 22 October 2016 to 20 February 2017
Fondation Louis Vuitton, 8
avenue du Mahatma Gandhi
75116, 16th arrondissement, Paris

Images courtesy of press office
www.fondationlouisvuitton.fr

Louis Vuitton at Brera

Testo Lampooners

 

Nel quartiere di Brera, in via Fiori Chiari, Louis Vuitton ha aperto un nuovo negozio. Soltanto per l’abbigliamento maschile, e temporaneo – ha aperto l’altro ieri e chiuderà tra due settimane. Questo senso labile della moda coincide con la voglia di esclusività che rimane solo in teoria opposta alla destinazione di vendita. In pratica, si tratta della regola base: chi può, vuole comprarsi quello che gli altri possono solo sognare. Il lusso è per pochi – ma il lusso è il sogno della massa, se la massa non lo sogna, il lusso non esiste. Louis Vuitton sa articolare questo sogno meglio di Leonardo di Caprio in Inception.

Quello che non è sogno ma è realtà anche oltre il lusso, è la qualità della collezione maschile di Vuitton – non tanto per la linea o per la moda, ma per i singoli capi. Dalle scarpe di vernice che calzano come pantofole, agli accessori indistruttibili anche dai carrarmati, alle felpe maglioni in lana e cachemire. Queste soprattutto – le chiamo felpe perché mi sentirei lento a chiamarle maglioni – hanno una grafica a colori così veloce da essere geniale: grafiche e fiammate, dal bianco, al blu, al rosso al nero – sulla lana lavorata a strappo, con una morbidezza che ti lascia tra una nostalgia da scuola elementare e queste troppo variegate file di sedute delle sfilate. Andate a vederle, queste felpe, vi resteranno nel cuore – nel cuore di Brera, io le sogno da mesi.

Text Lampooners

 

Located on via Fiori Chiari, in Milan’s Brera district, Louis Vuitton has opened a new store. It is a menswear-focused, pop-up store, meaning that having opened the day before yesterday, it will close in two weeks’ time. This ephemeral side of fashion mirrors the desire for exclusivity, which is only theoretically in contradiction with the target market. The same basic rule applies – those who can want to buy what others can only dream of. Luxury is for the few, yet luxury is the dream of the masses and, if the masses do not dream of it, luxury ceases to exist. Louis Vuitton can convey such dream better than Leonardo di Caprio in Inception

What is no dream but rather a reality beyond luxury is the quality of the Vuitton menswear collection, not so much in terms of cuts or style but on account of the individual pieces. From the patent leather shoes that fit like a slip-on, to the indestructible accessories, down to the sweatshirt-jumpers in wool and cashmere. These in particular – I shall opt for the term ‘sweatshirts’ as ‘jumpers’ feels daft – come with a vivid, fast-forward graphic that is utterly genius: flared-up patterns dipped in white, blue, red and black on brushed wool that adds such tactile softness to leave you suspended between a primary-school nostalgia and the excessively multi-colored front row seaters at fashion shows. Go and check these sweatshirts out, they will remain anchored in your heart – the heart of Brera. I have been dreaming of them for months.

Pop-up store Louis Vuitton
Via Fiori Chiari corner Via Formentini, 9
20121 Milan
Phone: +39 800 308 980
Open to the public 14 to 29 January
Every day, 11:30 to 20:30

Images and courtesy of press office
www.louisvuitton.com

#LVMilanPopUp