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The Fashionable Lampoon
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ROME BY HYMAN

Louis Vuitton rende omaggio a Roma con una mostra che racconta, attraverso le illustrazioni dell’artista Miles Hyman per la collana Travel Book Louis Vuitton, i monumenti, l’atmosfera e la vita quotidiana della Città Eterna. Dal 5 Ottobre all’11 Novembre l’Istituto Centrale per la Grafica, ospiterà oltre 100 disegni originali dell’artista americano commissionati da Louis Vuitton, alcuni appositamente realizzati per la mostra a Roma.

 

Hyman ha trascorso i giorni in città con gli occhi rivolti verso il cielo romano, puntati su un dettaglio architettonico, su un viso, un portone di Trastevere o sulla cupola di una chiesa di piazza Navona, con l’obbiettivo di raffigurare Roma per l’omonimo libro della collana Louis Vuitton Travel Book: Rome by Miles Hyman. Ne è scaturito un vero e proprio invito al viaggio reale e virtuale, arricchito da stimoli intellettivi e momenti intensi, che regala ai lettori una visione inedita della città. Roma risponde all’approccio di Hyman offrendo la propria bellezza senza filtri, ricca di elementi poetici nella sua vita di tutti i giorni. 

 

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Attrape-Rêves

Abito bianco e chioma scarlatta mossa dal vento. Sullo sfondo, il mare, impetuoso. Con questa immagine Louis Vuitton mostra il volto della sua prima campagna pubblicitaria video legata a Attrape-Rêves, il nono tra i profumi della collezione Les Parfums Louis Vuitton: Emma Stone, ambassador della Maison e attrice premio Oscar per La La Land. 

Il cortometraggio segna la prima collaborazione tra Louis Vuitton e il regista inglese Sam Mendes, che ha fatto il suo debutto nel cinema nel 1999 con American Beauty – il film vinse cinque premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e la migliore regia –, assistito dal direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema.

 

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Radersi da LV

Louis Vuitton ospita la Barberia Acqua di Parma nelle Boutique di Milano Montenapoleone e Roma Étoile: due Maison icona di stile e eleganza sono per la prima volta insieme per celebrare l’universo maschile.

L’evento nasce dalla profonda affinità tra Acqua di Parma e Louis Vuitton. Il marchio simbolo dello stile italiano più autentico condivide con la Maison francese, emblema del lusso, i valori dell’alta artigianalità, della tradizione aperta alle innovazioni e di un’eleganza contemporanea con solide radici nello storico savoir-faire.

La sintonia fra i due brand si riconosce anche dalla storia di Colonia: la fragranza di Acqua di Parma ottiene i suoi primi successi – oltre cento anni fa – nelle sartorie maschili dove è il tocco finale per profumare l’abito su misura prima che venga consegnato.

I negozi Louis Vuitton di Milano Montenapoleone e Roma Étoile ospiteranno la Barberia Acqua di Parma in uno spazio intimo appositamente ricreato sul piano dell’universo maschile, dove potersi dedicare al rito appagante della rasatura tradizionale italiana e ammirare la nuova collezione sartoriale dell’abbigliamento maschile di Louis Vuitton: un guardaroba versatile e completo composto da capi dalla silhouette sofisticata con accenti casual, dagli abiti formali da giorno e da sera, ai cappotti dai tagli classici e in materiali preziosi.

Un’esperienza gratificante su un’autentica sedia da barbiere scandita dai momenti di preparazione della pelle e da speciali trattamenti con panni caldi e formulazioni specifiche. Un rituale che si conclude con il tocco finale delle note luminose dell’iconica Colonia Acqua di Parma. A guidare questo cerimoniale senza tempo, che si tramanda da padre in figlio, saranno i gesti sapienti e precisi del Barbiere Acqua di Parma.

 

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Cantino x LV

Stefano Cantino è il nuovo Senior Vice President Comunicazione & Eventi di Louis Vuitton. Il manager italiano subentra a Jenny Galimberti, che assumerà un nuovo incarico all’interno del gruppo Lvmh, di cui la Maison francese rappresenta uno dei marchi di punta, e riporterà direttamente al presidente e ceo Michael Burke.

Con un’esperienza ventennale acquisita dal segmento del retail a quello della comunicazione, passando per il marketing, Cantino ha lavorato per Prada e per Alaïa a Parigi, Milano e Londra, ricoprendo diverse posizioni di sviluppo globale e maturando una profonda conoscenza strategica e operativa nell’ambito della comunicazione.

Dal 2014 è stato direttore marketing e sviluppo commerciale per Miu Miu, Prada, Car Shoe e Church’s.

 

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Louis Vuitton – #makeapromise

Text Lampooners

 

Per il terzo anno della partnership con Unicef, Louis Vuitton punta ancora una volta i riflettori sui bracciali Silver Lockit per continuare a sensibilizzare e raccogliere fondi per i bambini siriani. Un progetto che dal 2016 ha già raccolto oltre cinque milioni di dollari per fornire acqua potabile, strutture igienico-sanitarie, servizi, cibo e cure mediche, oltre a vestiti e coperte per i mesi invernali a nove milioni di bambini bisognosi e alle famiglie colpite dalla crisi siriana.

Il Silver Lockit Color, ispirato alla chiusura inviolabile inventata da Georges Vuitton nel 1901 per tenere al sicuro i beni dei propri clienti, è un simbolo di protezione e sigilla la promessa di aiutare i bambini siriani – #makeapromise. Il lucchetto in argento è disponibile in abbinamento a 5 nuovi colori: giallo, arancione, rosa, blu e nero. Il Silver Lockit Fluo – disponibile dal 22 giugno su louisvuitton.com e in oltre centotrentotto negozi Louis Vuitton in tutto il mondo – è venduto a duecentocinquanta euro, di cui cento sono donati ad Unicef.

 

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Gioielli Empreinte di Louis Vuitton

Text Lampooners

 

Louis Vuitton presenta una revisione della collezione di gioielli Empreinte che, oltre a presentare  i rivetti dorati degli storici bauli, si caratterizza del fiore del Monogram, un altro motivo della Maison. Le iniziali di Louis Vuitton sono inserite sugli anelli e sui bracciali in oro giallo e rosa, dando un maggiore movimento ai bracciali in oro bianco tempestati di diamanti, disponibili in versione singola o doppia. La collezione è la testimone della creatività di Louis Vuitton nel mondo della gioielleria.

 

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Cruise LV

Text Carlo Mazzoni

 

Se la moda racconta il tempo che scorre, Ghesquière riassume il mondo che ci circonda: possiede coerenza nella sua visione, ogni infiltrazione esterna o artistica rientra nel suo discorso. A vederlo attraverso i suoi occhi, l’universo appare disegnato sulle sue matrici di diagonali: le trova ovunque, queste diagonali, nei continenti e nei secoli, nei contrasti e nelle melodie, nelle competizioni e nelle contraddizioni.

Le diagonali scendono dal collo per la schiena, rientrano dai fianchi a disegnare i muscoli dell’amore. Ghesquière possiede la capacità di sintesi: il ritmo della musica house è il suono della pioggia nella pineta che non cade perché uno sciamano indiano la impedisce, ma che scroscia da quella poesia di d’Annunzio. Una modella appare con un segno tribale sulla fronte – è una vergine Targaryen per Lady Stark seduta tra il pubblico – davanti ci sono Mark Ronson e Isabelle Huppert. Inserti rosso e viola in pelle lucida, sopra un beige di tessuto leggero in cotone – rosso fuoco smaltato sopra fiorellini rosa di prato provenzali, trapiantati nell’Isola di Pasqua. Vestaglie ricamate per un plauso a Dior della Chiuri, squame di metallo e piume per una concessione a Gucci. La nostalgia di Turandot, l’impero del cielo. Gli abiti sfilano in un labirinto disegnato da Jean Mirò: le maniche rinascimentali cascano oltre i polsini delle giacche, i giubbotti escono dall’armadio di un biker amato da Slimane a Los Angeles. Stivali da marziani, maschere subacquee. I ricami sono scacchiere di paillette grigio, nero e rame. Giacche oltre taglia in memoria di Balenciaga – sia del fondatore, sia della sua personale esperienza, sia della situazione attuale.

Davvero la cultura è la sintesi di una conversazione complicata. Negli anni Cinquanta, i fratelli François e Bernard Baschet condussero esperimenti acustici su strutture in metallo e vetro: diapason su frequenze diverse, montati a batterie ed archi. Strumenti musicali ritrovati e recuperati da Woodkid, un artista di trentaquattro anni, la stirpe che conta oggi: autore, regista, grafico, compositore. Woodkid ha radunato una band alternativamente rock in una scenografia da musica da camera all’aperto, ha lavorato alla colonna sonora per la sfilata di Ghesquière, dando il ritmo a Jennifer Connolly nella lettura di frammenti dalla biografia di Grace Coddington (i suoi gatti stilizzati apparivano e sparivano nelle borse e negli inviti).

La collezione crociera di Louis Vuitton per il 2019 ha sfilato alla Fondazione Maeght, una costruzione progettata da Josep Lluís Sert all’ombra di pini marittimi, nascosta tra le colline provenzali intorno a Saint-Paul-de-Vence, poco sopra Nizza. Aimé Maeght era un gallerista e collezionista nella Parigi del secolo scorso –  tra l’edificio e il parco, c’è un labirinto creato da Mirò, dicevamo; c’è un mosaico murale di Chagall, la piscina di cemento e vetro di Braque, la fontana di Bury. Il cortile è un’opera di Giacometti, le statue disposte come comparse a teatro, e una panchina sul tetto, disegnato in semicerchi e linee piatte. Sotto la panchina che affaccia nel vuoto, la scritta in italiano: «Per quelli che volano».

Manifattura Thélios

Text Giuseppe Fantasia

 

Ci sono voluti dodici mesi di cantiere per creare dal nulla una struttura avveniristica di ottomila metri quadri con pannelli di acciaio corten e vetrate, linee di produzione ordinate e funzionali, spazi ariosi e luce in ogni angolo, oltre a una sostenibilità ambientale assicurata dagli oltre duemila pannelli solari installati sul tetto. Stiamo parlando di Manifattura Thélios, la nuova struttura dedicata alla produzione di occhiali per le maison del gruppo Moët Hennessy Louis Vuitton (LVMH) sita a Longarone, in quella provincia di Belluno dove già insistono i big mondiali del settore, da Luxottica a Sàfilo, fino a De Rigo.

Lo stabilimento – che realizza concretamente la joint venture siglata circa un anno fa tra LVMH (per il 51%) e il gruppo locale Marcolin(49%) – è destinato alla produzione di occhiali per le maison del gruppo francese, prima fra tutte Céline, la cui produzione è già partita dallo scorso dicembre, mentre nella seconda metà di quest’anno entreranno in produzione anche Loewe e alla fine del 2018 il brand FRED.Grazie al connubio tra tecnologie avanzate e un know-how unico, Thélios – sintesi dei nomi delle divinità greche Theia, dea della luce e della vista, ed Helios, dio del sole – segna una tappa importante degli investimenti del gruppo francese LVMH in Italia, già detentore dei marchi Loro Piana, Bulgari, Fendi, Acqua di Parma e Berluti. «Quello che colpisce è la sua organizzazione produttiva completa e dinamica che assicura un controllo capillare dei prodotti, dal brief creativo iniziale al design in 3D, dalla realizzazione finale all’elaborazione del prototipo», ci spiega Giovanni Zoppas, neo presidente e CEO di Thélios, il giorno dell’inaugurazione. «Per il mondo dell’eyewear – aggiunge– non si può mai parlare di semplicità, perché richiede sempre l’eccellenza oltre alla massima e necessaria cura nella realizzazione dei vari prodotti. Sarà anche per questo che l’intero settore è stato uno dei pochi a non aver subito negli anni le sfide e le pressioni che molti altri invece hanno avuto». «Thélios – continua – testimonia la forte volontà del gruppo di investire nel patrimonio economico italiano e nel suo sviluppo con l’intento di proiettarci nel futuro valorizzando un savoir-faire frutto di una lunga tradizione, coniugando l’amore per gli oggetti di qualità, l’innovazione e il rispetto di un patrimonio culturale proprio della regione».

Così facendo, LVMH e Marcolin hanno voluto condividere la stessa idea sul ruolo dell’occhiale nelle maison di lusso, destinatoad affermarsi come accessorio irrinunciabile e a seguire i ritmi delle collezioni prêt-à-porter per soddisfare le esigenze dei nuovi consumatori. «Abbiamo una capacità produttiva 100% made in Italy di 1,5 milioni di pezzi l’anno che vogliamo portare a 4,5 milioni», ci confessa Zoppas durante la visita in esclusiva allo stabilimento, alla quale hanno partecipato anche Toni Belloni – direttore generale delegato del gruppo LVMH – e Jean Baptiste Voisin – direttore della strategia del gruppo LVMH. «Quello che facciamo è procedere con umiltà e con l’ambizione di essere un unicuumnell’ambito della produzione dell’eyewear grazie al modello organizzativo che coniuga tecnologia e artigianalità in un ecosistema irripetibile come quello bellunese per competenze e tradizione».

L’organizzazione dei processi è organica e snella: le fasi di controllo e di perfezionamento sono innumerevoli e il percorso tra una fase e l’altra è stato accorciato, grazie alla concentrazione dei reparti. «Questo perchéThélios– prosegue Zoppas – ritiene che l’esperienza del cliente sia un fattore chiave per le vendite e, per questo motivo, investe sul visual merchandising e sui servizi di assistenza».

Gli addetti complessivi della joint venture sono in tutto il mondo 245, di cui 100 all’interno dello stabilimento bellunese (presto ampliato) che registra un’età media di trent’anni e che proprio quest’annoospiterà la terza edizione dei LVMH Métiers d’Art. «Non sappiamo a quale velocità andremo, ma sicuramente non vogliamo andare troppo veloce».,conclude la nostra ‘guida speciale’ prima di salutarci. «Per tutte le cose d’eccellenza ci vuole il tempo giusto perché arrivino a essere tali».

 

lvmh.it

Louis Vuitton presenta Ian Cheng

Text Lampooners

 

Gli Espace Louis Vuitton di Tokyo, Venezia, Monaco e Pechino, per la terza mostra sviluppata nell’ambito del programma «Beyond the walls» della Fondation Louis Vuitton, presentano Emissary Forks At Perfection, la mostra dell’artista americano Ian Cheng, portando avanti l’intento della Fondation di realizzare progetti internazionali e renderli accessibili a un pubblico più ampio. Dal 2010, Cheng sviluppa un corpo artistico che include simulazioni digitali autogeneranti sotto forma di proiezioni audiovisive. Le sue opere, una miscela di scienze cognitive, programmazione computerizzata ed estetica dei videogiochi, esplorano il potenziale delle nuove tecnologie. Cheng sviluppa ecosistemi, biotopi virtuali popolati da creature animate e mutanti. Questi esseri prendono la forma di animali, vegetali o minerali e sono programmati con una serie di caratteristiche, comportamenti e intenzioni predeterminate, si muovono poi liberamente nel complesso universo creato dall’artista. Cheng vede le sue simulazioni come esperimenti scientifici, un modo di osservare l’evoluzione e i comportamenti umani per ispirare la riflessione sulle nostre funzioni cognitive, concettualizzate come una serie di potenziali algoritmi. 

 

louisvuitton.com

Courtesy Press Office

louisvuitton.com – @louisvuitton

Cannes Daily

Si è aperta così la settantunesima edizione: Martin Scorsese con Cate Blanchett sottobraccio. Cate, presidentessa del festival – in settantuno edizioni, solo dodici volte una donna ha presieduto la giuria – in pizzo nero Armani Privé, casto davanti e scollato dietro. Perdonabile l’affair dell’abito riciclato – è lo stesso look che aveva indossato ai Golden Globe del 2014, all’epoca vinse per Blue Jasmine di Woody Allen. Perdonabile, in nome dell’empowerment femminile – sottotema del Festival. Niente dichiarazioni femministe e nemmeno spillette evocative di movimenti Times’s up e MeToo.

Un’edizione nel segno del cambiamento, a partire dal divorzio da Netflix, i cui film sono stati esclusi anche dal fuori concorso. Per la prima volta, gli attori non potranno auto-immortalarsi a Cannes, anche se i motivi del bando non sono ben chiari: «A Cannes si va per guardare, non per essere visti», aveva detto il curatore del Festival, Thierry Fremaux. L’obiettivo sarebbe «Far sì che la première sia una vera première».

Text Maria Antonietta Crespi

 

C’è tanto, troppo, un surplus di significato a caricare d’enfasi ogni singolo gradino della Montée des Marches a Cannes. Ingolfa, appesantisce persino il tubino nero e tacco medio. Il Festival dei significati rischia di vanificarli tutti. Glamour dimesso, parco. Lo si pesa in carati di preziosi normalmente prestati a chilo, ora a etti sparsi. Incombe l’anniversario delle uova e delle pellicce bruciate a maggio che infiammarono la Croisette. Cinquant’anni dal 1968, i borghesi via, Truffault e Godard a cavalcare la protesta.

Oggi la crisi è da ridere, riguarda esclusivamente l’identità. Di un paese, di una manifestazione, di un lungomare. Via i massimi sistemi, via l’ideologia. Via persino i selfie dal red carpet a ribadire che quest’anno si cambia ma non è altrettanto divertente. Il pop è diversamente abile al confronto e viene ri-protetto altrove, defilato. Gli autori parlano e non mostrano, si raccontano e non raccontano. Nell’era dei maestri spariti, tornano i maestri insegnanti per un cinema che per definizione, se va spiegato non assolve più al suo compito primario.

Vestiti cupi e botte di colore spot a ribadire il principio dell’autodeterminazione. Nel 1968 il problema era gestirla, oggi è preservarla dagli attacchi maschili. Si parla di violenze, un argomento caldo perfetto per l’anniversario. Se ne lamenta Léa Seydoux infilata in un brutto copricostume da sera e ne parlano le donne giurate. Ecco il dialogo femminile, idee diverse, acconciature non dissimili. «Una giuria militante», pontifica la presidente Cate Blanchett, di lotta e di rossetto, un gruppo di resistenti toste e pure, che si muove nella stessa direzione, evitando di ondeggiare i fianchi. Una battaglia lunga giorni che ha poco di epico e molto di stylist. La Nouvelle Vague non è più neppure un ricordo. E per cortesia, sciogliete i capelli.

Dalla poltrona di Proust

Text Sara Magro

 

Il primo viaggio che si fa seduti in poltrona, senza prendere un volo o salire su un treno. È una pausa nel quotidiano che porta nel mondo dell’autore, e nel luogo che racconta. È una vacanza, anche se statica. Armchair tourism è il termine con cui si definisce in modo moderno questa parentesi casalinga. Non è una perversione o una frustrazione del viaggiatore, solo uno dei tanti tipi di turismo possibili oggi.

Il vero trend è l’Adjectival Tourism, che definisce meta e scopo del viaggio a seconda dell’aggettivo a cui si accompagna. Dal Websurfing nelle geografie virtuali al Cineturismo nei luoghi dove sono stati girati film e serie tv. Dal turismo bellico nei siti in conflitto a quello medico nelle cliniche di lusso in estremo Oriente, sono più di cento le definizioni che si possono trovare ai modi di viaggiare oggi. L’Armchair Tourism restringe il raggio d’azione a una stanza. Senza saperlo, il testimonial perfetto è Marcel Proust che viaggiava sdraiato nel letto della sua camera, circondato da cartine geografiche e orari ferroviari.

Esiste anche una variante più movimentata che Aldo Grasso ha definito in un articolo di qualche anno fa Tas, ovvero il Turismo adrenalinico sedentario che si compie guardando trasmissioni su luoghi esotici e selvaggi, viaggi da brivido e spedizioni pericolose. A quanto pare, il pubblico partecipa emotivamente a questi programmi: «Lo spettatore – scrive Grasso – si deve spaventare, pur sapendo che è tutto sotto controllo». Lo spunto per un viaggio nasce da imprevedibili incroci di fatti, pensieri e impressioni da un carnet de voyage altrui.

 

Louis Vuitton Travel Books: louisvuitton.com/travel-books

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Louis Vuitton – Objets Nomades

Dal 18 al 22 aprile, in Corso Venezia 48, Louis Vuitton arricchisce la collezione di arredi da viaggio creati in collaborazione con designer internazionali.

La collezione Objets Nomades comprende pezzi realizzati in materiali pregiati e venduti in edizioni limitate o prototipi sperimentali. In occasione del Fuori Salone 2018 ne sono stati presentati due: Ribbon Dance di André Fu, che ricorda la grazia dei movimenti delle tradizionali danze dei nastri asiatiche e Diamond Mirror di Marcel Wanders, caratterizzata da un design geometrico.

La maison presenta inoltre Louis Vuitton Les Petits Nomades, la prima collezione di oggetti funzionali di décor della maison: il vaso Tropicalist dei Fratelli Campana, i Fiori Origami, i Rosace Vase e Tray in pelle e i cuscini Flower Field di Atelier Oï e lOverlay Bowl di Patricia Urquiola.

 

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Louis Vuitton arruola Virgil Abloh

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Virgil Abloh, direttore creativo della linea uomo di Louis Vuitton, a modo di streetwear.

Quel modo di vestire informale nato negli anni Settanta, ispirato alla cultura hiphop, lo streetwear. Se la moda dettava cosa succedeva nella cultura, da quel momento fu l’interpretazione dei ragazzi per strada a creare un’estetica che ne influenzava il mercato. Un meccanismo ribaltato. Ovvero, un modo intelligente di rapportarsi con il pubblico. Lo scorso anno lo streetwear ha contribuito a un aumento delle vendite del settore del 5%, pari a 263 miliardi di euro. Dello streetwear Abloh è maneggiatore.

Virgil Abloh – aka Flat White nei panni di Dj. Classe 1980. Ghanese, nato a Rockford, in Illinois. La mamma è sarta, ma la sua non è formazione da stilista: laurea in ingegneria e master in architettura. Ha iniziato a interessarsi di moda nel 2012, in seguito alla collaborazione tra Miuccia Prada e l’architetto Anish Kapoor. Aveva ventidue anni quando divenne consulente creativo del rapper Kanye West e del marchio Pyrex Vision – «C’erano questi ragazzini di Harlem che proponevano Rick Owens e Raf Simons in un modo diverso che era connesso alla cultura, e Pyrex Vision divenne l’estetica di quella cosa» – spiegava Abloh.

Fondatore di Off-White, tra i primi marchi dello streetwear di lusso. Le sue collaborazioni sono quelle ‘giuste’: Jimmy Choo, Levi’s, Moncler, Ikea, Nike. Sarà il primo direttore creativo afroamericano di Louis Vuitton, al posto di Kim Jones che passerà a dirigere la linea maschile di Christian Dior. Bisognerà aspettare fino a giugno, per vedere la sua prima collezione – quella per l’autunno/inverno 2018/19.

Ralph Mecke / Harleth Kuusik

Text Roberta Mazzoni

 

Ricordo ancora la prima volta che vidi Enrico. Era il 1980, ero arrivata da pochi anni a Roma per tentare la grande avventura del cinema. Ci incontrammo a casa di Fabrizio Apolloni, antiquario e amico di famiglia, e per me fu una vera e propria folgorazione, non solo per la sua avvenenza – a quei tempi Enrico era un meraviglioso cinquantenne – ma per la gentilezza, il garbo e l’attenzione con cui ascoltò i miei primi balbettanti progetti cinematografici, ancora del tutto utopistici e informi. Avevo trent’anni allora, e ancora non avevo ben capito cosa avrei fatto ‘da grande’. Le esperienze che avevo avuto da poco come assistente alla regia avevano fatto naufragare per sempre il sogno di diventare regista. Non era il mestiere per me, non avevo la concentrazione, la sicurezza e il carisma necessario per riuscire a dominare un set. Così, da qualche tempo, stavo pensando alla sceneggiatura, e glielo dissi. Ricordo ancora il suo sguardo, la sua curiosità.

Fu quell’attenzione che mi fece pensare a lui, un anno dopo, quando Salvatore Nocita – per il quale avevo appena scritto un trattamento per un film televisivo in quattro puntate su Carlo Magno che non fu mai realizzato – mi offrì la sceneggiatura de I promessi sposi, la mia prima sfida professionale – «ma prima devi trovare uno sceneggiatore famoso che ti affianchi», mi disse, «tu sei troppo giovane e inesperta». Fu così che pensai a Enrico. Lo chiamai sicura che mi avrebbe mandato al diavolo e invece accettò subito. «È uno dei sogni della mia vita» mi disse.

Iniziò così il nostro sodalizio che, professionalmente, durò diversi anni e che, affettivamente, dura tutt’ora. Enrico ama chiamare i suoi giovani collaboratori ‘complici’, in realtà è stato per tutti noi un vero maestro. Enrico mi ha insegnato tutto. Mi ha insegnato a costruire le scene, a scandire i dialoghi, ad affrontare ogni scelta con originalità, attingendo a piene mani dalla grande letteratura. Mi ha fatto capire che essere sceneggiatore, prima di ogni altra cosa, vuol dire essere curiosi, aperti, ‘ladri’ di realtà e di buone letture. Vuol dire conoscere il lato oscuro del cuore, le intermittenze, gli scarti del carattere. Mi ha insegnato a non essere mai didascalica, a delineare sempre i personaggi partendo dall’interno, da quel qualcosa capace di renderli verosimili ma non banali, universali ma allo stesso tempo unici e irripetibili.

In tutti i lunghi anni della nostra collaborazione, ogni volta che gli portavo le mie paginette, Enrico, senza farsene accorgere, le correggeva aggiungendoci quel tocco di verità, di witz e di originalità che le rendevano vive e geniali. Mi ha sempre lodato, mentre lavoravamo insieme, ma io so che quello che scrivevo non era nulla più di un compitino ben fatto. Era Enrico a restituire alle scene la vita che mancava, il guizzo che le rendeva uniche. Ha questo di bello, Enrico. Che ti accoglie nella sua vita, sapendo valorizzare i tuoi lati migliori, sapendo stimolare senza mai ferire, incoraggiare senza mai sottolineare i tuoi difetti.

L’avventura de I promessi sposi è durata sei anni, dal 1982 al 1988: ogni anno c’era una nuova revisione, nuovi produttori esteri da compiacere, nuove scene da riscrivere. Sembrava la fabbrica del Duomo ma, a ogni revisione, Enrico ha saputo trovare sempre la soluzione più brillante, l’escamotage più geniale e diplomatico per salvare il nostro lavoro e accontentare, nello stesso tempo, i committenti. Alla fine il prodotto che ne è uscito è stato di tutto rispetto ed è un peccato che la Rai non lo ritrasmetta a distanza di venticinque anni.

Poco dopo ci fu l’avventura di Casa Ricordi, per la regia di Mauro Bolognini. Anche questo un progetto che assorbì diversi anni e che ci permise di ripercorrere le vite dei più grandi musicisti italiani – da Donizetti, a Verdi, Bellini, Rossini fino ad arrivare a Puccini – raccontandoli attraverso i loro rapporti con la famiglia Ricordi nell’arco di un secolo di storia patria. Enrico è un grande conoscitore e amante della musica e lavorare a questa sceneggiatura è stato, più che un lavoro, un piacere e un’immersione nella sua cultura musicale.

Stylist
Yana Kamps

Art Director
Alessandro Fornaro

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Mauro Zorba

Make-up
Maurizio Massari

Set designer
Luigi Battaglia

Producer
Giulia Bertossi

Special thanks to
ROBERTAEBASTAGalleria d’Arte antiquaria

Model
Harleth Kuusik @ elite

Not so sure about that list

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Secondo la classifica dei marchi più hot e dei prodotti più venduti del 2017, pubblicata pochi giorni fa da Business of Fashion, realizzata in collaborazione con Lyst, Gucci e Balenciaga dominano la scena su entrambi i fronti. Tanti i big assenti: da Prada a Chanel, da Hermès a Dior, da Louis Vuitton a Céline. Lo stupore.

Se ne stupisce anche Diet Prada che, sul suo profilo Instagram, commenta: «When lvmh-owned BoF partners with Lyst and can’t hide the fact that Kering is killing the game lol». Come a dire, il successo di Kering con Gucci e Balenciaga è talmente impressionante che neanche il colosso LVMH può nasconderlo su un giornale di sua proprietà. Qualcosa non torna: non tanto la presenza apicale di Gucci e Balenciaga, quanto l’assenza degli altri. A pedice dell’articolo, la chiosa: «Due to exclusive vertical distribution models, the Lyst Index does not include: Chanel, Christian Dior, Hermès, Louis Vuitton, Céline and Prada». La classifica dei marchi più influenti e dei prodotti più venduti non tiene conto di almeno sei dei maggiori nomi del suo universo di riferimento per via del loro modello di distribuzione esclusivamente verticale.

Quale utilità può avere una classifica che non tiene conto di marchi così rilevanti? Perché un gruppo come LVMH ha permesso la pubblicazione su un giornale di sua proprietà di una notizia così parziale e svantaggiosa per sé?

La classifica degli hottest brand parte da Gucci, Balenciaga, Vetements, Valentino, Off-White, Givenchy, Moncler, Stone Island, Balmain e si chiude con Yeezy. Per quanto riguarda i prodotti più venduti: sandali fiorati di Gucci, speed trainer Balenciaga, cintura logata di Gucci, sneaker fiorata Gucci, T-shirt con logo Gucci, sandali Givency, T-shirt Balenciaga, tronchetti Isabel Marant, giubbotto di jeans Acne Studios e bomber Moncler.

Cartoline per la Duchessa

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

È una delle stanze più grandi dell’Hotel de Russie. Sul tavolo, la scatola di Louis Vuitton – dentro una collezione di cartoline. Cartoline che riportano a un’epoca trascorsa: queste cartoline le trovavi davanti ai concierge dei grandi alberghi, disegni a olio di una promenade o di un balcone miramonti che riassumevano l’eleganza propria solo a chi piace girare per il mondo. Il rimando è a un tempo in cui gli alberghi erano scene di un romanzo di Agatha Christie per Poirot, Miss Marple al Bertram Hotel. Sono molte queste cartoline: profumano di ogni infanzia, le scorro tra le mani e sembrano titoli di libri gialli o d’amore – quei volumi che ti porti appresso quando parti per un viaggio.

È un mio vezzo entrando in una camera d’albergo: cercare la piantina del piano per le vie di evacuazione e controllare l’ampiezza della stanza dove mi trovo rispetto alle altre. Ragiono su come un tempo, negli alberghi con le cinque stelle, le camere fossero più grandi. Il Negresco, il Bristol, il Continental, l’Imperiale – ricorrono in molte città e località, di mare o di Alpi. Una nomenclatura nobile o comune, che riappare sul lungomare di tutta Europa, nelle tappe di Jules Verne di un giro del mondo in settantanove giorni, nei quadri di Monopoli.

Alla fine di ogni vacanza, mia madre mi dava cinquemila lire – la cartolina costava cento o duecento lire, il francobollo, settecento – con cinquemila lire forse arrivavo a sei. Le compravo dal concierge – me ne dava qualcuna in regalo, così che riuscissi a prendere un francobollo in più – il concierge mi suggeriva di farle addebitare sul conto, mia madre non se ne sarebbe accorta, ma io non volevo. Era un gioco degli anni delle elementari, ereditava una tradizione antica del Novecento. La prima cartolina che ricevetti fu quella che mio nonno mi spedì durante un suo viaggio da Marrakech – nell’immagine, un fez da che mi avrebbe portato in regalo.

Roma, Hotel de Russie. Siamo qui per l’apertura di un nuovo angolo di Louis Vuitton alla Rinascente, oltre i negozi di via Condotti e di San Lorenzo in Lucina. Il nome Rinascente, gli anni Venti in Italia: il viaggio era lungo e il bagaglio era un’entità, la villeggiatura da aristocratica diventava borghese producendo un’etichetta non più di corte ma da albergo. Lampoon ricerca il piacere, mai il lusso: il piacere estetico di D’Annunzio – fu il vate a coniare la parola Rinascente – il piacere di saper cogliere le tracce degli altri, non solo di lasciare le proprie.

The Art of Travel through Hotel Labels. Claridge’s a Londra, il Governor a New York, Mamounia a Marrakech, The Biltmore a Los Angeles, L’Inglaterra a L’Avana, il Bristol al Cairo, Astor House a Shangai. Le cartoline diventano adesivi disegnati su nuovi bauli che Louis Vuitton ha prodotto per l’apertura alla Rinascente di Roma, bauli che sembrano appena scesi da una stanza dei Grand Hotel di Biarritz, al seguito di una duchessa di Guermantes scesa a Roma dopo un viaggio sull’Orient Express, in coincidenza da Venezia. Il gaston di turno incollava lo stampo dell’Hotel Flora – uno in più – sui bagagli appena registrati all’arrivo.

Fra le mani, in questa grande stanza del De Russie, scorro e passo le cartoline fra le dita come fossero carte da gioco. A Natale comprerò francobolli – molti, più di quanti riuscissi a comprare con cinquemila lire. Scriverò auguri un po’ come farei su tutti i muri. Le farò cadere nelle buche delle lettere, quelle di metallo rosso laccato.

Louis Vuitton, the new store opening at La Rinascente in Rome. Video MadelStudio

Image cover: The Art of Travel through vintage Louis Vuitton Hotel Labels – Ph. Carlo Mazzoni

Louis Vuitton in Rinascente in Rome

Louis Vuitton, the new store opening at La Rinascente in Rome. Video MadelStudio

From Cartoline per la Duchessa, words Carlo Mazzoni.

Biennale Arte 2017

Text Ornella Fusco

 

Di abitudine, una mostra prevede con una serata d’inaugurazione il giorno prima dell’apertura al pubblico. La Biennale dell’Arte di Venezia vuole un’intera settimana di mattine con la testa sopra i postumi di notti in giro con scarpe di vernice nera per abiti da festa. Venezia non è un pesce, in questa settimana, ma un salotto: la sagoma della città è la stanza da ballo per sovrane in transito alla ricerca di tempi perduti – riedizioni di Sofia di Napoli, Cristina di Svezia, Elisabetta d’Asburgo. Ducati e feudi che oggi si manifestano su poteri simili per economia ma reattivi per immagine.

Martedì sera, due regni dello stesso impero. Per Louis Vuitton sedevano alle due tavole nel salone d’onore del Museo Correr, parte di quello che resta il Palazzo Reale di Venezia, quasi tutta la famiglia Memmo: due sorelle, Daniela d’Amelio e Patrizia Ruspoli, per due generazioni di una dinastia che ha saputo trasformare la furia della società capitolina in un codice di eleganza, arte e understament – tra Londra e Roma

Damien Hirst a Palazzo Grassi. Sussisteva un chiacchiericcio insistente, prima che aprissero i battenti: il riscatto di Hirst in polemica e in declino. Nessuna delusione. Hirst ha ritrovato in fondo all’oceano un relitto di un vascello custode di ori antichi, busti romani, oracoli orientali – inaspettatamente, niente di meno, il primo reperto riproduceva le sembianze di Monsier Pinault. Hirst ha ritrovato nel mare, aggredite da coralli e alghe che ne aumentano la bellezza dei volumi, statue in bronzo di Mowgli e a Baloo da Il Libro della Giungla. Dagli abissi, sono riapparse teste di Medusa stile Caravaggio, ante tempo per l’antichità presupposta; colossi caduti da Rodi – il più grande ricostruito nell’androne centrale del palazzo. Archeologia stonata dal genio. Le fotografie – le opere più vendibili – si basano su un blu oceanico, le sfumature sui volti di divinità indù. Il bottino. Damien Hirst ha saputo giocare sul confine tra storia e finzione, proprio lì dove nasce la definizione di letteratura.

Mercoledì sera, per tradizione, Monsieur Pinault invitava in onore di tutto quanto questo. La Fondazione Cini brillava per le finestre di una Versailles riapparsa, sul sagrato, a fondamenta dell’isola. Un agrumeto conduceva all’ingresso – se c’è un Re Sole a questo mondo, lo si trovava sulla porta a stringerti la mano. Tutti i generali del gruppo Kering. Marco Bizzari, alto due metri, a capo dell’ammiraglia Gucci. Francesca Bellettini, Ceo di Saint Laurent, Sabina Belli per Pomellato, Cristiano De Lorenzo per Christie’s, anche questa casa parte del gruppo di Pinault. Uno schieramento, il senso di maestà, tra Charlotte Rampling e l’imperatrice dell’Iran, Farah Dibah. Un gruppo di principesse forse decadute si aggirava per i chiostri: qualche anno fa brillavano per voglia e sorrisi, l’altra sera apparivano più appassite di quanto potrebbe imporre loro qualsiasi età. Senza smalto, vagavano dismesse queste Swan che la sera prima Sotheby’s si ostinava a proclamare iconiche di un’alta società che queste per prime non saprebbero definire.

Giovedì sera, Theodor Currentzis è salito sul palco del Teatro Goldoni per la VAC Foundation di Leonid Mikhelson. Ha diretto Mahler, la Sinfonia numero 1. Un’orchestra enorme, più elementi di quanto il teatro potesse contenere. Metà della platea era stata occupata da una struttura per dare spazio ai violini e a tutti gli archi. L’effetto è stato plateale, nel senso più preciso del predicato – in sala, la musica avvolgeva come non siamo più abituati a percepirla in un’esecuzione dal vivo – era potente quanto il suono amplificato dall’ultimo sistema Pioneer. Il ricevimento dopo l’opera, a Dorsoduro – c’era l’acqua alta a Venezia, e sotto alcuni ponti i motoscafi non riuscivano a passare. Un giardino nascosto era stato illuminato a piccole fiamme come lucciole per la regia di Matteo Corvino. Victoria Mikhelson, giovane, bionda, carattere particolare, non ha permesso ci fosse musica in alcun angolo – il rumore dei piatti e della cena ricordava l’ambiente di una mensa scolastica.

Venerdì sera, il Gritti Palace. Lampoon invitava insieme a Nataliya e Vicktor Bondarenko in occasione del lancio di una collezione di capi e accessori firmata da Rubeus e realizzati con i tessuti della tessitura Bevilacqua, tra le botteghe più leggendarie di Venezia. Una tavola lunga per cinquanta persone era allestita nel Club del Doge, il vento di primavera girava con vortici gentili sulla terrazza davanti alla Salute. La società moscovita si mescolava a quella veneziana, tra tutti brillavano come brillano sempre, le due sorelle, Viola e Vera Arrivabene Valenti Gonzaga. I broccati rossi con inserti in vetro e pietre preziose secondo l’arte di Nataliya Bondarenko, direttrice artistica di Rubeus Milano, era lo spartito emotivo per i violini – quanti violini a Venezia – i cocktail rosa, pesci di laguna le sfere di cioccolato.

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