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luca guadagnino

Call me by your name

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La mattina in bicicletta, l’estate, il caldo morbido – per andare a prendere un pezzo di focaccia, comprare il giornale, portare una lettera in posta. I pomeriggi lontani dall’afa – quelle ore in camera tra sonno lieve e libri – la finestra è aperta sull’ombra delle foglie di un tiglio. In giardino, la vasca in pietra di acqua da torrente, nei campi di grano quando il sole brucia, ma non ti soffoca più – lungo il fiume, le spighe al vento arso che ti sfiorano i piedi, le labbra – sul ciglio, sotto una quercia che frastaglia la luce – il tramonto è ancora lontano. Quelle giornate eterne di un’estate che non finirà mai – in una vecchia Italia di paese, di campagna. La cena sotto la pergola, il chiaroscuro, il canto del grillo, qualche lucciola nell’erba – per poi uscire di nuovo pedalando, la compagnia della tua età, i tavolini di un bar, la musica dal jukebox, la luna, i baci e le mani dappertutto.

Ciò che più colpisce è l’armonia: il gusto con cui Guadagnino compone gli attori, la sceneggiatura, l’argomento. Nelle prime virate della storia d’amore, quando Elio ragazzino acerbo si trasforma in rapace timido, i dialoghi di Ivory colgono l’equilibrio delle contraddizioni di un carattere umano: Elio è sfacciato, ma nervoso – tu sai che funziona così, e non stoppi il cuore con un ‘va bene, ma questo è un film’. Ivory racconta una posa tra la timidezza e l’assalto che possiedi quando ancora non hai vissuto niente, non ti sei mai sporcato – ma hai letto tutti i libri che ti sono passati tra le mani.

Tutti gli occhi sono per Armie Hammer, le ragazze lo vogliono, i genitori lo adorano, il pubblico smania – ma dopo la prima mezz’ora tutti sono ossessionati da Timothée. Troppo giovane per essere bello, troppo smilzo per essere sensuale. Al pianoforte, è un invasato di Bach che confonde la sfida con l’attrazione, un maschio che si agita come una Lolita ancora vergine. Lascia intendere a Oliver, con pochi mezzi termini, quello che vuole. Oliver è frastornato, ribatte che Elio lo sta mettendo in difficoltà.

La scena del bacio è stata la prima messa in prova. I due attori si erano appena conosciuti, da poco arrivati sul set. Su uno spiazzo con poca erba la scena da provare è la numero 71 – i due attori scorrono il copione – la scena non prevede parole, ma semplicemente making outfarsi, baciarsi, toccarsi. Iniziano – vanno vanti fino a che si accorgono che il regista se n’è andato e li ha lasciati lì – a farsi. Il ghiaccio non si è sciolto, dice Timothée, si è disintegrato. Quella scena sull’erba, il primo bacio del film – di nuovo, avresti potuto farla tu, è qui la forza di Guadagnino, non resti lì a dire ‘va bene, ma questo è un film’. L’azzardo con cui Oliver gli tocca la bocca, la tranquillità con cui Elio apre le labbra umide e gli tocca le dita con la lingua – è tutto un gioco, tra due uomini eterosessuali che si stanno provando, un po’ divertendosi, prendendosi in giro. Quando Oliver dice no, non si può – te lo ricordi – è quello stop che significava sono tuo.

I due attori sono eterosessuali nella vita, e così nei loro ruoli sono presentati all’inizio del film. Nella storia d’amore rimane un’eterosessualità latente che rende la loro relazione una storia universale. Quello che colpisce è la sobrietà nel racconto, l’equilibrio, l’armonia. Non c’è niente di forzato, non c’è niente sopra le righe – tutto ha la stessa cadenza di un pomeriggio d’estate al sole. Il sesso è tra due amici, l’esperienza di un luglio che ti rimarrà nel cuore, anche se la tua vita potrebbe superarlo andando in altra direzione. Il discorso con il padre è un apice: la luce e l’inquadratura sul volto di Elio creano un chiaroscuro. Fateci caso, quando lo vedrete – Elio è sul divano, il padre lo sta consolando: la camera inquadra il volto di Elio – Elio non è mai stato così bello in tutto il film, ed è giusto che così bello appaia solo alla conclusione del racconto. Una storia d’amore di tre, quattro settimane – le lacrime, la devastazione, la nostalgia, il pugno allo stomaco. Quella cotta che abbiamo vissuto tutti, quella che si è sempre conclusa su un binario della stazione: le linee, il treno che scorre via, sono tagli che chiudono – ma sono anche traiettorie di infinto. Se siamo innamorati oggi, se siamo felici oggi, è perché il cuore si è spaccato allora.

Crema, Cremona, fino alle Alpi di Bergamo – l’estate italiana non è quella al mare, ma in un centro di una Pianura Padana che Guadagnino dipinge come un crogiolo di letteratura e arte, multietnico e poliglotta. Tutto il film si basa su esseri umani intrisi di cultura, sapere e piacere – senza questa sofisticazione niente qui sarebbe possibile. Un professore di archeologia riceva eccentrici personaggi di lingua inglese, nella villa accanto vivono due sorelle francesi, i ragazzi di provincia vestono meglio di quelli della rive gauche o di Brera, a Sirmione riemerge un reperto della scuola di Prassitele. È una concessione letteraria, questo angolo sopra il Po raccontata come un’edizione della società sulle colline di Lucca o intorno a Firenze, Villa La Pietra ai tempi di Harold Acton. Guadagnino – ormai è dato – prosegue su Visconti: la compostezza, la rotondità, l’armonia di questo film superano il maestro per semplicità di cuore.

La frase del libro di Aciman non è recitata nel film. Le lacrime scendono come scesero mentre eri fermo sul quel binario e i vagoni ti scorrevano via davanti agli occhi. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo e chiamami col tuo nome.

warnerbros.it/chiamami-col-nome – @sonypicturesit

Courtesy Cristiana Caimmi