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The Fashionable Lampoon
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make up

La bellezza oggi non è più
un ideale ma un diritto

   Self-Release, 2003, ph. Christian Vogt

   ph. Laura Pannack

   ph. Alessandro Furchino Capria

   ph. Reatile Moalusi

   ph. Kozorezova Luba

   ph. Luca Anzalone
   Consumer Art, 1974, Courtesy Natalia LL and lokal, 30 gallery Warsaw
Bella Hadid and Gigi Hadid preparing backstage before the H&M Studio
show as part of the Paris Fashion Week on March 1, 2017 in Paris, France
ph. Calypso Mahieu

Text Barbara Rodeschini

 

La cosmetica contemporanea non può più permettersi di ignorare le diversità – etniche, gender e religiose – e deve includere i bisogni legati a un qualsivoglia credo, come il veganesimo le cui formulazioni cosmetiche entro il 2025 potrebbero valere oltre 20 miliardi di dollari. Il solo mercato muslim toccherà un giro d’affari di 82 miliardi nel giro dei prossimi quattro anni secondo il Gie-Global Islamic Economy.

Questa rivoluzione non riguarda solo il settore della bellezza e non coinvolge solo il mercato estero: «L’80% dei consumatori sceglie con convinzione, o comunque preferisce, brand inclusivi», ci spiega Gabriella Crafa, vicepresidente di Diversity che ha condotto una ricerca sugli italiani. Non c’è bisogno di scomodare Marina Abramović con il monologo Art must be Beautiful, Artist must be Beautiful, per decretare la fine del concetto di canone estetico. Winnie Harlow, Adwoa Abdoah, ma anche Kendall Jenner, Gigi e Bella Hadid sono i corpi che interpretano la contemporaneità e che scrivono il capitolo finale del ‘90-60-90’.

In quest’ottica la bellezza è anche un’arma a doppio taglio: l’obiettivo è dare spazio all’individualità, e non passare dalla ‘Bellezza Aspirazionale’ alla ‘Bellezza Equosolidale’ come scrive Giulia Blasi nel Manuale per ragazze rivoluzionarie. Il concetto di inclusività dovrebbe accogliere, secondo le migliori intenzioni, le diversità in un circolo virtuoso e democratico. Movimenti come ‘Body Positivity’, l’evoluzione contemporanea del Victorian ‘Dress Reform Movement’, che rivendica il diritto a piacersi anche senza un corpo da top model, nascono dal desiderio di sostenere un’immagine femminile non convenzionale. Una dichiarazione di intenti supportata da personalità come Demi Lovato, Melissa McCarthy, Ashley Graham e Jennifer Lawrence, per citarne solo alcune, che nell’epoca dei filtri si ergono a paladine del desiderio di mantenere un look naturale, anche nel perimetro di set fotografici e cover patinate.

Se per vedere una donna di colore in copertina ci sono voluti circa vent’anni, considerando il lasso di tempo che passa tra Beverly Johnson nel 1974 su Vogue America e Naomi Campbell sull’edizione francese nel 1991, oggi c’è una nuova determinazione che può fare conto sullo star system, con produzioni imponenti come ‘Black Panther’, ma anche sulla nuova intellighenzia con role model come Michelle Obama.

Già nel 2004 Dove aveva lanciato la campagna pubblicitaria Real Beauty, scuotendo in modo efficace l’audience. Così, oggi anche Barbie – settanta anni a marzo e oltre un miliardo di bambole vendute – può essere alta, magra, curvy, petit, afro, caucasica o asiatica. Con buona pace di Kant, il bello è un dato oggettivo; ciò che cambia è il substrato culturale che lo nobilita. Così la bambola più famosa al mondo si concede il lusso di non essere perfetta. La diversità, fisica ma soprattutto culturale, è parte integrante dell’indipendenza femminile. Il femminismo del nuovo Millennio scrive le regole della fisicità annullandole, perché oggi il problema, non solo delle ragazze, non è il colore della pelle e nemmeno la taglia, bensì la cronica mancanza di rispetto. Le mille nuance di un fondotinta, pensato per tutti gli incarnati, sono la voce cosmetica di un movimento unitario. Le formule vegane, ossia con ingredienti a base minerale o vegetale e mai animale, non sono solo rispettose della nuova coscienza urbana, ma rispondono a un’esigenza precisa di mercato su base globale soprattutto grazie alle scelte dei Millennials. Questa nuova consapevolezza sarà il traino anche dei prodotti halal, rispettosi dei principi religiosi del Corano. Nel dettaglio, la cosmetica muslim, che per dirsi tale deve essere puntualmente certificata, è destinata ad avere un grande impatto nel mondo degli affari. L’individuo è al centro, in una sorta di Umanesimo 4.0, dove la personalità si esprime in tanti territori tra i quali anche quello estetico.

 

‘Shine the light on whatever’s worse

Perfection is the disease of a nation

Pretty hurts

Shine the light on whatever’s worse

Tryna fix something

But you can’t fix what you can’t see

It’s the soul that needs the surgery’

Pretty Hurts, Beyoncé

 

Si guarda alla bellezza indie, libera da diktat commerciali e da sovrastrutture social(i), non filtrata. Una bellezza alla Mapplethorpe, che valorizza anche le imperfezioni. Un’immagine capace di stupire tanto nella semplicità quanto nell’opulenza e che non ha bisogno di algoritmi per acquisire contenuto. Da vivere prima di condividere. Una dichiarazione di intenti che passa per il rispetto, di sé e degli altri. «Sometimes there’s so much beauty in the world, I feel like I can’t take it, and my heart is just going to cave in» – American Beauty. Il risultato è un mosaico di individualità, dove l’essenza, anche quella estetica, trova casa nel superamento del conformismo e dello status-quo. Colori, tradizioni culturali ma anche generi si intrecciano. Le differenze sono l’asset fondamentale per disegnare una bellezza più consapevole e inclusiva. Tutto nel rispetto dell’identità e nella sicurezza, perché «Beauty is truth, truth beauty» – that is all/ Ye know on earth and all ye need to know– Keats. Un viaggio alla scoperta della propria identità, anche sessuale, che si racconta con un linguaggio trasversale. Non più maschio e femmina. Non solo.

Il nuovo Millennio si è aperto con un ulteriore passo verso un’immagine ‘genderless’, anche se forse il termine più corretto è ‘a-gender’ con l’alfa privativa a spazzare via ogni dubbio sulle politiche di genere. In questo contesto, la cosmetica prende coscienza del potenziale, anche economico, del rileggere il contemporaneo in un’ottica più aperta e accogliente. Il make-up smette di essere appannaggio esclusivamente femminile, grazie a Chanel ma anche a marchi di grande diffusione come Mac, che arruola come testimonial i Brant Brothers.

Questione di vanità? In parte, ma non bisogna dimenticare che, secondo l’ultima analisi di Euromonitor International, a fronte di un mercato 2018 che ha visto le vendite di cosmetici e prodotti per l’igiene personale superare i 460 miliardi di dollari, il beauty maschile vale cinquanta miliardi di dollari e le previsioni sono per una crescita a doppia cifra anche per i prossimi anni. Cedono le barriere per lasciare spazio a identità aperte e a un’immagine non convenzionale alla Rain Dove. Un’ambivalenza di genere che non se ne sta chiusa in soffitta e che anzi rivendica un ruolo, meglio se da protagonista. Sono le bellezze non-binary come Madison Paige e Terra Juano. Creature in bilico, in costante equilibrio tra maschile e femminile, che vogliono poter scegliere il proprio orientamento. Non sembra casuale il successo planetario di Fenty beauty, l’etichetta cosmetica creata dalla popstar Rihanna, in prima fila sul tema dell’inclusività. Realizzata con Kendo, l’incubatore beauty del gruppo LVMH, l’iniziativa, secondo l’analisi condotta da Tribe dynamycs, nel suo primo mese di vita ha realizzato 72 milioni di dollari di earned media value e oggi conta oltre sei milioni di follower su Instagram, che vanno sommati agli oltre sessantasei milioni di seguaci della cantante, per avere un’idea dell’impatto che potrebbe avere il lancio del nuovo correttore disponibile in cinquanta sfumature sul mondo digitale e non. Sarà la reazione ai venti nazionalisti, da Donald  Trump alla Brexit, o il semplice risultato della globalizzazione, sta di fatto che oggi non si può più parlare di bellezza in termini assoluti.

l concetto di bellezza stessa è in evoluzione ed esce in modo deciso dal perimetro del marketing per contaminare nuovi territori. A partire dal pieno diritto di essere qualsiasi cosa si voglia e di non rispondere a ogni costo alle  aspettative.

Toxic Beauty

Igor Skaletsky
Igor Skaletsky
Igor Skaletsky
Igor Skaletsky
Igor Skaletsky
Igor Skaletsky
Igor Skaletsky

Text Anna Maria Giano
@annaholic_giano93

 

Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso,
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine

Hymne à la Beauté, Charles Baudeaire, I Fiori del Male, 1857

Charles Baudelaire pareva aver sondato l’imperscrutabilità della bellezza e della sua essenza. Non può esservi un’unica natura dietro la beauté – non solo ciò che è giusto e moralmente accettabile può essere definito ‘bello’. Etica ed estetica, allitterazione che suona bene ma che non ha altrettanta affinità concettuale, non sono due facce della stessa medaglia, al contrario, l’etica in quanto tale ha ben poco a che fare con tondi in oro zecchino, mentre l’estetica è un monile antico rivestito di pietre preziose.

L’evoluzione storico-sociale del concetto di bello ha visto snodarsi in concomitanza due realtà parallele e opposte: la Golden Age Elisabettiana fatta di belletti e volti porcellanati aveva il sentore della biacca bianca, sostanza tossica ad alto contenuto di carbonato di piombo; lo sfarzo di Luigi XIV era accompagnato dal tanfo e dalla scarsa igiene – e i francesi decantano l’invenzione del bidet. Il lusso pare porsi come la buccia cerata di una mela dall’interno marcescente. Lo sanno bene le donne, che dai tempi del Pomo della Discordia e dal peccato di Eva, mordono mele scatenando l’ira dell’ordine cosmico, che mal sopporta il desiderio di potere femminile.

Capostipite di questa dinastia di belle e dannate è Cleopatra, regina d’Egitto, che nel suo sangue racchiude il veleno dell’incesto tolemaico mescolato all’oro liquido del Nilo baciato dal sole. Ha fatto inginocchiare Giulio Cesare là dove gli eserciti avevano fallito. La cura del corpo, quasi maniacale, tra bagni immersi in latte d’asina e macabri rituali di skincare antidiluviana. Alla base delle sue labbra color mattone c’erano i resti di insetti, come formiche rosse e coleotteri carminio. Pestati come vittime sacrificali da ancelle ricoperte di veli color smeraldo, gli immolati all’altare del make-up creavano un belletto dall’allure regale, e consegnati con inchini cerimoniosi alla déesse Hathor. Questa foga insetticida che nell’era del Rouge Coco di Chanel fa rizzare i capelli, si è pian piano evoluta, sfociando in pratiche al limite del sadismo.

Sfatiamo il falso mito secondo cui la ferocia e minuzia patologica da serial killer sia una prerogativa maschile. La contessa ungherese Erzsébet Báthory, vissuta in un anti-rinascimento oscurantista nelle corti slovacche, inizia la stirpe delle forever young oggi capeggiata da Madonna, che almeno però non uccide nessuno per un lifting facciale. Pare infatti che la contessa Erzsébet avesse trovato un miracoloso rimedio anti-age nel sangue delle vergini – più economico di un siero di Prairie. Appese al soffitto accanto ai crocifissi e alle icone bizantine, queste fanciulle, proseguendo l’immaginario simbolista e baudeleriano, stillavano gocce cremisi che cadevano sulla fronte della martire, che le accoglieva come una benedizione pentecostale, a mani spiegate, a metà strada tra la beatificazione e l’esultazione alla Freddie Mercury. Secondo quanto ritrovato nel suo diario, le vittime sarebbero state ben 650 – noblesse oblige, non ci si può preoccupare della moralità quando in gioco c’è una pelle senza rughe.

Si può condannare, resuscitare la Santa Inquisizione dandole il volto di una Fashion Police con una Joan Rivers recidiva che veste i panni di Torquemada, e bruciare queste streghe – per pietà, sostituendo paglia e liquidi incendiari con tartan e gocce di J’Adore –, ma la cosa non cambia. La bellezza, al pari e forse più dell’amore, è l’unica cosa che muove le mani dell’uomo, spingendole ad accarezzare la triplice testa di Cerbero e bussare alle porte dell’Inferno. Chi di noi non imiterebbe Dorian Gray vendendo l’anima a non si sa quale demonio per restare giovane per sempre? Che poi, può una forza che preserva beltade e gioventù essere definita maligna?

La corona di spine si avvale di un’altra rosa, incipriata e con gocce di rugiada memori del neo finto di Marylin Monroe. È quella di Marie Antoinette, regina franco-austriaca e nota amante delle brioche – che la contemporaneità ha tramutato in macarons di Ladurée. Immagine di frivolezza da fashion addict, Marie Antoinette seguiva la dieta del digiuno, piluccando come un uccellino briciole di meringhe e inanellandosi le dita con lamponi freschi per avere un vitino stretto. L’unico ricettario cui faceva riferimento era quello tramandatole dalla madre, con ricette di bellezze a base del cugino sfortunato di tortore e colombe: il piccione. Carcasse di questo volatile erano lasciate a macerare in un intruglio di aceto, limone e spezie varie per venti giorni, producendo un liquido alchemico dal potere sbiancante – chissà cosa sarebbe successo se avesse potuto conoscere lo Chanteclair, tanto tra galli e piccioni è la stessa solfa.

Interroghiamoci su quanto saremmo disposti a fare se non avessimo più acqua micellare e creme idratanti infuse di madreperla. Saremmo davvero così schizzinosi davanti a pratiche un tempo d’avanguardia? Ascolteremmo il brusio del Grillo parlante echeggiare dai recessi della nostra anima una volta giunti in prossimità della dannazione, o lo lasceremmo sfregolare fra le fiamme per realizzare un kajal dalle sue ceneri?

Asia Centric Beauty

Text Marzia Nicolini

 

Come sarà la beauty routine della stagione autunnale? Secondo gli addetti ai lavori, sempre più marcatamente ‘Asia centrica’. Stando a una recente presentazione a New York di Sharon Kwek e Sarah Jindal, entrambi analiste Mintel specializzate in ricerche in campo cosmetico, il continente asiatico – tanto vasto, quanto popolato – è destinato a restare l’epicentro del settore bellezza.

Noi occidentali possiamo solo imparare dai consumatori dell’estremo Est. Secondo i dati presentati durante la conferenza, a dettare tendenza nei mesi a venire saranno in particolare Corea e Giappone. I loro cavalli di battaglia? Su tutti, la detersione: scrupolosa, supportata da un arsenale di referenze a disposizione, dal tonico alla spuma. Seguono i numerosi passaggi del layering, stratificazione ragionata di sieri, acque trattanti, creme, booster, da personalizzare a seconda di tipologia cutanea, età, stile di vita, sposando la filosofia del cucito su misura. Altro passaggio di rigore riguarda l’applicazione di un prodotto viso e collo a effetto scudo, per proteggersi efficacemente sia dall’aria inquinata (in Asia i livelli di smog sono allarmanti), che dai raggi solari, strettamente legati al processo di invecchiamento. Anche in questo senso la popolazione asiatica si mostra un passo avanti: la categoria di prodotti ‘no pollution’ è esplosa almeno otto anni fa, mentre da noi sta decollando solo ora. Altra gestualità che già stiamo copiando (e sempre più copieremo) dagli asiatici è l’applicazione di maschere viso, anche se oggi è più corretto parlare di multimasking.

Sud Corea docet: applicare sulle differenti parti del volto maschere ‘su misura’, assecondando le specifiche esigenze cutanee e mirando a obiettivi diversi (ad esempio assorbire le lucidità nella zona T e minimizzare i segni di stanchezza del contorno occhi), è la chiave per guadagnare una pelle in salute. Sempre le sudcoreane insegnano a divertirsi nella cura di sé: molti marchi di skincare, su tutti Tonymoly (in vendita anche nei Sephora italiani) puntano tutto su packaging accattivanti e texture giocose e trasformiste. L’effetto sorpresa crea rapidamente nuovi adepti, specie tra i più giovani.

Quello che forse più vale la pena prendere in prestito dai consumatori orientali è la volontà di informarsi prima di mettere a segno gli acquisti beauty: leggere le etichette e decodificare l’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) è la norma. Per chi volesse approcciarsi alla cosmesi made in Asia, si consigliano marchi come Shiseido (Giappone), Erborian e Dr. Jart + (entrambi coreani). Si trovano facilmente in Italia e ben rappresentano il connubio tra tecnologia delle formule, ricerca dermatologica, ingredienti naturali e originalità propri del beauty asiatico.

Il make up nel backstage di MSGM

Text Gloria Bertuzzi
@gloriaberta

 

Oli essenziali da mescolare a fondotinta e ombretti, o da massaggiare sull’incarnato per donare al volto idratazione e luminosità. Sparisce il contouring, considerato troppo invasivo. Le sopracciglia sono spazzolate e riempite con il filler, le ciprie pressate sono i nuovi fondotinta per dare tridimensionalità al volto e coprire le imperfezioni. «Sentirsi bene con se stessi è sinonimo di bellezza», suggerisce Federico Spinas. La bellezza nel 2018 si spoglia del superfluo, per stare al passo con la frenesia del quotidiano.

Colorito è sinonimo di salute psicofisica. Il blush sulle guance ricorda il rossore dopo una partita di calcio. Michele Magnani, Global Senior Artist Mac Cosmetics Italia, suggerisce un contorno occhi per ridurre i gonfiori, un correttore a base di acido ialuronico per correggere le occhiaie e una crema per massima idratazione della pelle. Labbra ben esfoliate e idratate con MAC Lip Scrubtious, uno scrub a base di zucchero che rigenera e idrata.

Meghan Markle – Wedding Day Make up

Text Lampooners

 

Per ottenere un aspetto simile a quello di Meghan Markle per il giorno del matrimonio, sono stati utilizzati prevalentemente prodotti firmati Dior, scelti con cura per enfatizzare il suo incarnato. Il fondotinta usato per il suo viso è il Dior Backstage Face & Body Foundation, una prossima uscita della Maison. Un tocco di luce è stato dato, poi, dalla Dior Backstage Contour Palette, perfetta per scolpire i lineamenti. Sulle labbra, il Dior Lip Glow in Coral Glow, un balsamo luminoso e naturale. Per rendere più profondo lo sguardo è stato utilizzato il mascara Diorshow Iconic, accompagnato da una linea molto sottile data dall’eyeliner nero Diorshow On Stage Liner e da uno smokey eyes molto leggero nei toni del marrone, creato con la palette Dior Backstage Eye Palette in Warm Neutrals.

 

dior.com

Courtesy Press Office

Parfums Christian Dior @diorparfums

Chanel Coco Codes

Text Paola Corazza

 

Il nero va con tutto, come il bianco. Sono di una bellezza assoluta, è l’accordo perfetto, diceva Gabrielle Chanel. E per Coco il colore era un elemento dominante, di cui faceva un uso molto personale, anticonformista, spesso audace. Il rosso, il nero, l’oro, il bianco e il beige sono cinque colori emblematici della Maison e base di Coco Codes, la nuova collezione Make Up per la primavera 2017 ideata dalla Global Creative Makeup & Color Designer, l’italiana Lucia Pica. Pica, che per l’autunno 2016 aveva creato una straordinaria collezione ‘in rosso’, la Chanel Collection Rouge N°1, oggi rivisita e decodifica cinque codici colore, così strettamente legati all’anima e alla vita di Chanel, con nuovi prodotti e nuance inaspettate e con il suo tocco irriverente, come irriverente sapeva essere anche Coco. Lucia invita le donne a ricreare i propri codici, mettendo in discussione il concetto di bellezza convenzionale, giocando con queste straordinarie sfumature, in contrasto e in armonia fra loro, delicate e vibranti, discrete e audaci.

Fra i prodotti più attesi c’è senza dubbio la Creazione Esclusiva di Coco Codes, il blush in quattro tinte, due opache e due satinate, un mix di toni chiari e scuri modulabili fra loro, per un effetto bonne mine, per creare punti luce o scolpire il viso. E poi c’è Élégance, il nuovo fard beige dorato della gamma Joues Contrast. Lo sguardo è sottolineato dalle due nuove palette Les 4 Ombres Codes Élégants e Codes Subtilsdeclinate in colori scintillanti e opulenti che vanno dall’oro al beige, dal platino al marrone, e da due matite Stylo Yeux Waterproof, nelle nuove tonalità Noir Pétrole e Mat Taupe. Per le labbra, Lucia Pica propone due nuove nuance di rosso: un corallo fresco e un red fiammeggiante per la gamma Rouge Allure. Due armonie di beige setosi e opachi vanno ad ampliare la gamma Rouge Allure Velvet, mentre due nuove gradazioni di Rouge Coco Shine, Beige Doré e Noire Moderne permettono di usare la tecnica del layering, tanto amata da Pica, e vestire di “rouge noire” le labbra anche in primavera. Le mani si vestono di tre nuove raffinate sfumature di Le Vernis Longue Tenue (Rouge Red, Blanc White, Beige Beige) e si arricchiscono di uno straordinario top coat nero, Black Métamorphosis. Il concetto “su misura” che permea tutta la collezione Coco Codes si applica, quindi, anche alla manicure.

Oltre a Coco Codes, fra le nuove proposte trucco per questa Primavera anche dodici nuance dal nude al rosso carminio, per Le Rouge Crayon de Coleur, le matite Jumbo a lunga tenuta per le labbra dal finish satinato, e ventiquattro toni di Rouge Coco Gloss, concepiti espressamente da Pica, dalla texture fresca e leggera, un concentrato di joie de vivre, oltre a tre top coat, dal più discreto al più vibrante. Lucia Pica porta una ventata di novità nel mondo del maquillage, e invita le donne a scegliere come abbinare, mescolare, indossare questi colori in modo personale.

C’è qualcosa di autobiografico nelle creazioni di Gabrielle Chanel. Non poteva fare a meno di utilizzare questi colori, questi ‘codici’; rappresentavano il suo essere, rappresentavano la sua vita. Lucia Pica.

Il nuovo Chanel Make Up per la Primavera 2017 è disponibile da febbraio 2017.

Video and Images – Backstage of The Fashionable Lampoon Issue 8 Featuring Silvia Dell’Orto for Chanel Beauty – Chanel Coco Codes Make Up 

Makeup Iconic Colors

Testo Paola Corazza

 

Il rosso, il nero, l’oro, il bianco e il beige. Sono cinque colori emblematici della Maison, in contrasto e in armonia fra loro, e strettamente legati a Coco Chanel, che del colore faceva un uso molto personale, originale, audace. Per il Make Up di primavera 2017 Chanel lancia Coco Codes, una serie di raffinati prodotti ideati dalla Global Creative Makeup & Color Designer Lucia Pica, che rivisita i cinque codici colore,  intrinsecamente legati all’anima e alla storia di Chanel, con nuove proposte trucco e nuance inaspettate e con il suo tocco irriverente. Invita le donne a ricreare, divertendosi, i propri codici di bellezza. Fra i prodotti più attesi c’è sicuramente la Creazione Esclusiva di Coco Codes: il blush in quattro tinte, due opache e due satinate, per un mix di toni chiari e scuri modulabili fra loro, oltre a Élégance, il nuovo tono del blush Joues Contrast, e a due nuove palette Les 4 Ombres, mentre lo sguardo è sottolineato anche dalle nuove matite Stylo Yeux Waterproof, nei colori Noir Pétrole e Mat Taupe. Per le labbra, Lucia Pica propone due nuove nuance di rosso vibrante per la gamma Rouge Allure e due beige per Rouge Allure Velvet, oltre a due nuove tonalità di Rouge Coco Shine. Le mani si vestono di raffinatezza con tre nuove tinte de Le Vernis Longue Tenue (Rouge Red, Blanc White, Beige Beige) e un nuovissimo top coat nero, Black Métamorphosis. Oltre a Coco Codes, anche dodici nuance di Le Rouge Crayon de Coleur, le matite per le labbra dal finish satinato, e ventiquattro toni di Rouge Coco Gloss, concepiti da Pica, dalla texture fresca e leggera, oltre a tre top coat. «Voglio sovvertire le aspettative in tema di bellezza; voglio che le donne si lancino in nuove sfide». Lucia Pica. Il nuovo Chanel Make Up per la Primavera 2017 è disponibile da febbraio 2017.

Images courtesy of press office

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