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Una lettera a Philip Roth

PHILIP ROTH - ILLUSTRATION BY MARCO PETRELLA
PHILIP ROTH - ILLUSTRATION BY MARCO PETRELLA

Text Nicola Manuppelli

 

Mentre bevo un caffè e Hank consuma la sua ciotola di crocchette, questa mattina presto, come d’abitudine facciamo scorrere le notizie del New York Times. Il caffè mi rimane in gola, e la sensazione è strana, a metà fra il dispiacere e la riconciliazione, mentre leggo della scomparsa di Philip Roth. Mi siedo alla scrivania e come Charlie Brown in una delle sue lettere, appunto pensieri su Roth.

 


 

Ricordo che dopo Pastorale cominciarono a essere pubblicati tutti i tuoi libri. Quelli precedenti li avevo trovati nelle bancarelle: Il Teatro di Sabbath, Addio Columbus. Si avvertiva un’evoluzione nella tua narrativa che dalla rabbia iniziale portava a qualcosa di più potente, una sorta di saggezza, severa.

 

Il fatto è che i tuoi romanzi mi hanno accompagnato dall’adolescenza fino a diventare adulto, per poi abbandonarti quando tu stavi abbandonando la scrittura. Curiosamente, con un libro intitolato Nemesi. Ora mi sembra che tutto quel tempo riaffiori. I miei preferiti non erano i famosi Pastorale e Portnoy, ma Ho sposato un comunista e L’animale morente, che prende il titolo da una poesia di Yeats. In Ho sposato un comunista c’è la scena del funerale di un canarino per le strade del New Jersey. E poi c’è la storia di quest’uomo vittima del maccartismo che cerca di galleggiare a tutti i costi e che lotta come un pugile. Il pugilato era una metafora perfetta per la tua scrittura: la tenacia, l’aggressività, l’allenamento, la potenza. Non c’è mai stata scrittura così muscolare, anche quando saltellavi con grazia sul tappeto delle parole, perché il pugilato è anche tecnica e agilità.

 

Come quegli amici che si frequentano troppo, poi c’è stato un distacco. Avevo letto tutto di te, e forse non avevamo più niente da dirci. Come uno di quei momenti belli che non vuoi più toccare. Ora sì. Ora mi rendo conto che quei libri si attaccavano ai miei giorni. Erano romanzi veri, in un periodo di sperimentazioni, con storie e personaggi a tre dimensioni. Si incollavano a te perché si prendevano il tuo tempo per portarti da un’altra parte. Non so perché, ma sono qui davanti alla tua foto sul sito del New York Times e adesso riesco a ricordare solo le cose belle. Alcune migliaia di pagine perfette. Perciò, grazie, Philip.

L’articolo sulla scomparsa di Roth sul New York Times, nytimes.com