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Una lettera a Philip Roth

Text Nicola Manuppelli

 

Mentre bevo un caffè e Hank consuma la sua ciotola di crocchette, questa mattina presto, come d’abitudine facciamo scorrere le notizie del New York Times. Il caffè mi rimane in gola, e la sensazione è strana, a metà fra il dispiacere e la riconciliazione, mentre leggo della scomparsa di Philip Roth. Mi siedo alla scrivania e come Charlie Brown in una delle sue lettere, appunto pensieri su Roth.

 


 

Ricordo che dopo Pastorale cominciarono a essere pubblicati tutti i tuoi libri. Quelli precedenti li avevo trovati nelle bancarelle: Il Teatro di Sabbath, Addio Columbus. Si avvertiva un’evoluzione nella tua narrativa che dalla rabbia iniziale portava a qualcosa di più potente, una sorta di saggezza, severa.

 

Il fatto è che i tuoi romanzi mi hanno accompagnato dall’adolescenza fino a diventare adulto, per poi abbandonarti quando tu stavi abbandonando la scrittura. Curiosamente, con un libro intitolato Nemesi. Ora mi sembra che tutto quel tempo riaffiori. I miei preferiti non erano i famosi Pastorale e Portnoy, ma Ho sposato un comunista e L’animale morente, che prende il titolo da una poesia di Yeats. In Ho sposato un comunista c’è la scena del funerale di un canarino per le strade del New Jersey. E poi c’è la storia di quest’uomo vittima del maccartismo che cerca di galleggiare a tutti i costi e che lotta come un pugile. Il pugilato era una metafora perfetta per la tua scrittura: la tenacia, l’aggressività, l’allenamento, la potenza. Non c’è mai stata scrittura così muscolare, anche quando saltellavi con grazia sul tappeto delle parole, perché il pugilato è anche tecnica e agilità.

 

Come quegli amici che si frequentano troppo, poi c’è stato un distacco. Avevo letto tutto di te, e forse non avevamo più niente da dirci. Come uno di quei momenti belli che non vuoi più toccare. Ora sì. Ora mi rendo conto che quei libri si attaccavano ai miei giorni. Erano romanzi veri, in un periodo di sperimentazioni, con storie e personaggi a tre dimensioni. Si incollavano a te perché si prendevano il tuo tempo per portarti da un’altra parte. Non so perché, ma sono qui davanti alla tua foto sul sito del New York Times e adesso riesco a ricordare solo le cose belle. Alcune migliaia di pagine perfette. Perciò, grazie, Philip.

L’articolo sulla scomparsa di Roth sul New York Times, nytimes.com

A spasso con Hank

Marco Petrella, Lee Konitz – IG @rufuswainleft

Nicola Manuppelli sarà al Salone del Libro di Torino sabato 12 maggio alle 17:30, per maggiori informazioni salonelibro.it

Text Nicola Manuppelli

7 – HANK NELLA MUSIC HALL OF FAME (PARTE UNO)

Io e Hank siamo appena tornati dalla nostra passeggiata mattutina all’alba e ci stiamo preparando un caffè americano in cucina quando sento un bip arrivare dal computer. Il bip è il segnale della casella di posta. Se ripetuto il bip forma la musichetta di Nuages di Django Reinhardt.

Lascio Hank a sorvegliare il bollitore e vado a controllare il messaggio.

La mail arriva da Angelica dell’ufficio stampa del Piacenza Jazz Club a cui io (e Hank) siamo iscritti. Ciao, scrive Angelica nella mail, e dopo qualche presentazione, ci invita – insieme a Crossroad, che ha organizzato l’evento – al concerto di Lee Konitz del 19 marzo al Milestone.

Lee Konitz!

Il concerto è l’unica data italiana del sassofonista di novantun anni che è stato qui ben settant’anni fa ed è una vera e propria leggenda. Nel corso della sua carriera Lee ha suonato con gente come Chet Baker, Lennie Tristano e Miles Davis e oggi se la spassa con Bill Frisel, Gary Peacock e altri nomi del genere.

Lee non è uno qualunque.

Ora, va detto che Hank, nonostante il nome preso dal musicista country Hank Williams, è un grande appassionato di jazz. Nella sua cuccia, con sopra stampati degli ananas molto jazz, passa le mattine a sentire vecchi classici degli anni trenta e quaranta. Adora Armstrong, Bessie Smith, Ma Rainey, il dixieland e il suo sogno è organizzare una band che suoni sui battelli insieme ai suoi fratelli cani (Loki, Chuck, Thor, le sorelle Zara e Maya e il loro manager, il criceto Mirtilla).

Ovviamente, tutto questo, non avendo la voce, Hank non lo può raccontare. Ma si sa, i cani comunicano con gli occhi.

Hank è anche piuttosto oltranzista quando si parla di musica. Annie mi dice che ha problemi a girare in auto con lui, perché si rifiuta di ascoltare musica elettronica e cose che vanno più in là degli anni Sessanta. Se invece gli si mette Benny Goodman che suona Good Enough to Keep si mette sdraiato a terra e si fa cullare dalle note. In qualche modo, lo capisco.

Tutto questo per dire che Hank questa mattina è molto contento.

 

Il jazz ha molto a che fare con la letteratura. Sono i club fumosi dove un musicista coi vestiti da gitano e la gamba zoppa ti racconta la sua notte (dove di solito ha litigato con la ragazza, è andato a bere e si è ritrovato ubriaco in un fiume) attraverso le note. Sono le band che suonano per le strade di New Orleans e ti sussurrano all’orecchio strane leggende sul cimitero e la maga voodoo che vi abita. Sono i campi di grano dove ci si può sdraiare e addormentare sotto la luna con Summertime in una delle sue diecimila versioni a ronzarti nelle orecchie. Sono i balli dentro qualche cantina dove le ragazze ondeggiano come vento e gli uomini hanno le scarpe lucide.

E poi c’è la struttura del jazz, che è molto più simile a un racconto o un romanzo rispetto a quella di una canzone, con le sue fughe, le sue pause, i suoi tic, le sue variazioni, i personaggi.

E poi non dimentichiamoci Fitzgerald.

 

Anni fa, quando non avevo ancora mai sentito una nota di jazz e mai scritto un racconto, ero a casa di una fidanzatina e avevamo un po’ alzato il gomito, così lei aveva messo Chet Baker e ci eravamo messi a ballare. Quello è stato il mio primo incontro col jazz. La voce di Baker che pareva non avere un genere, non essere né maschile né femminile, come uno strumento che può avere il doppio articolo, e le parole di The touch of your lips sussurrate. Baker ha l’effetto di avvolgere la notte e anche te che stai ascoltando (sì, proprio tu).

Il giorno dopo, mi portai a casa quel disco (la fidanzatina scomparve, e così si può dire che lo rubai. Il mio unico furto nella vita per il jazz!) e con quella canzone nelle orecchie, scrissi il mio primo racconto.

 

Woody Allen ha confessato che uno dei suoi sogni sarebbe fare un lungo film sulle vite dei jazzisti. Sarebbe qualcosa di strepitoso, perché le facce dei jazzisti sono come terre solcate da fiumi. Ve l’immaginate quanta acqua è passata in quei fiumi? E Woody che li segue da New Orleans al Mississippi?

Certo tutto questo può sembrare edulcorato e velato da un alone di leggenda. Ma a chi importa? Che cos’è il jazz se non leggenda?

È più o meno questo il discorso che io e Hank sfoderiamo a Annie quella sera per convincerla a evitare il nuovo film di Guadagnino e accompagnarci a vedere il buon, vecchio Lee.

Come si dice, due colpi in una volta sola.

 

Il Milestone è come ci si potrebbe immaginare un locale jazz. E l’immaginazione, ovviamente, conta. Locale intimo, sedie quasi appiccicate al palco, legno color sigaro, luci soffuse e quella sensazione che tutto potrebbe accadere. Silenzio e note.

Lee è al secondo set e pare che sia ancora più in forma del primo. Il bar è chiuso, e perciò l’alcol passa sotto banco. Proprio come ai bei vecchi tempi. Io e Annie ci mettiamo seduti nelle file davanti, con Hank sotto di noi a battere il ritmo.

Lee è vestito in modo strambo, una specie di tuta colorata, ma che su di lui calza a pennello. Guida i propri musicisti con gli occhi, col sassofono e la voce, che viene utilizzata come uno strumento. Il batterista ha un cappello di paglia con una striscia rossa e sembra uno di quei vagabondi dei film di Jim Jarmusch. Il pianista è elegante, ma pronto ad assecondare Lee in ogni evoluzione. È un quartetto e sembrano una banda di rapinatori di banche.

Attaccano con Stella by Starlight ed è subito magia. Le stelle si accendono sopra me, Annie e Hank anche se il Milestone un tetto ce l’ha. Ma non è importante. Ora siamo a New York o a Detroit o a Baltimora e chiudi gli occhi e li apri solo per vedere il vecchio Lee suonare, lui che è nato a Chicago novantun anni fa, da una famiglia russa, una delle tante arrivate negli Stati Uniti durante la grande migrazione, quando sulla terra delle possibilità ci si arrivava con la nave dopo giorni e giorni di viaggio, e la Statua della Libertà sembrava quasi una visione. E poi il porto, e le strade che dicevano lastricate d’oro e che spesso non lo erano affatto.

Quando era piccolo Lee rimase fulminato ascoltando la radio con suo fratello. Le note che gli arrivarono all’orecchio erano proprio quelle di Benny Goodman. Chissà forse proprio Good Enough to Keep. Subito dopo, cominciò a suonare, prima ancora di imparare qualsiasi standard. Da lì la collaborazione con Miles David, Garry Mulligan e poi un meraviglioso duetto con Duke Ellington e album favolosi come An Image, You and Lee, In Harvard Square.

C’è la storia del jazz qui questa sera.

 

Finito il concerto, dopo la bellissima esecuzione di Round Midnight di Monk, e quindi proprio attorno a mezzanotte, io e Hank ci precipitiamo nel camerino di Lee insieme a Annie che ci segue con la macchina fotografica per immortalarci col mito.

C’è un banchetto con una tovaglia bianca e sopra una serie di snack. Cioccolati, caramelle. Lee sorride, mangia, beve qualcosa, non so se una bibita o dell’alcol. Hank è per un attimo distratto dai dolci, ma poi Lee gli accarezza la testa, e per un amante del jazz, beh questa è come una benedizione.

E così, salutato Lee e immortalato il nostro incontro in uno scatto rigorosamente in bianco e nero, facciamo ritorno in auto, benedetti e fortunati, coi finestrini aperti e la primavera che sta arrivando.

Annie non mette nessun disco. La musica è ancora nell’aria e questa sera gioca con le stelle.

6 – HANK E LE LIBRERIE INDIPENDENTI

Nei nostri giri, ogni tanto a me e a Hank piace intrufolarci in qualche libreria indipendente.

La cosa va così; quando finiamo tutte le librerie presenti nei paraggi, saltiamo su un treno e andiamo a vederne altre. Annie non sempre ci segue. Per lei la nostra è una fissazione.

Hank non è un paladino delle librerie indipendenti. Alcune gli piacciono e altre meno. Gli piace anche qualche libreria di catena. Il fatto è che dipende dal libraio. Se questi riesce a racimolare qualche biscotto alla vaniglia, Hank è sempre disposto a pensare bene di una libreria.

 

A New York c’è un simpatico vecchietto che si chiama Otto Penzler e che possiede una libreria chiamata The Mysterious Bookshop che è anche la sua casa. È una libreria indipendente, ovviamente, ed è specializzata in quelli che noi chiamiamo ‘gialli’ (perché li chiamiamo così? Perché venivano pubblicati con delle copertine di colore giallo).

Nella libreria di Penzler si può trovare la più grossa collezione del mondo di libri su Sherlock Holmes. Non solo. La libreria fa anche da casa editrice e pubblica una famosa serie di ‘novelle’ gialle, che al centro del plot hanno un libro o una libreria. Questi libri portano la firma di autori amici di Penzler, come per esempio l’instancabile Joyce Carol Oates e John Connolly.

Penzler cura anche una serie di antologie, fra cui le più prestigiose sono le Best American mistery Stories che sono uscite in Italia con vari titoli, spesso nei Gialli Mondadori. Funziona in questo modo: Penzler raccoglie, aiutato da amici, la maggior parte dei racconti mistery pubblicati negli Stati uniti nel corso dell’anno, ne fa una piccola selezione e poi procede a farne un’ennesima cernita con un autore affermato nel genere. Fra i fantastici scrittori amici di Penzler ci sono Scott Turow, James Ellroy, Stephen King, George Pelecanos (perché hanno smesso di pubblicare le sue opere in Italia?), Jeffrey Deaver, Laura Lippman e molti altri. E ci sono anche antologie sul noir, sul pulp e sulla storia di questi generi. Centinaia e centinaia di racconti. A volte vere e proprie gemme.

 

Per esempio l’antologia The Best American Noir of the Century, curata da Penzler ed Ellroy e uscita nel 2010. L’antologia parte con un’introduzione di Ellroy sul perché il noir sia diverso dal thriller (non si sa perché, poi, nell’edizione italiana, il libro sia uscito col titolo Millennium Thriller).

Fra i nomi scelti dai due, ne trovate parecchi interessanti, soprattutto quelli meno noti. C’è il racconto Speroni di Tod Robbins da cui è stato tratto il film Freaks (il racconto è del 1923 e apre l’antologia) e poi James Cain, Steve Fisher (che ha scritto anche un romanzo molto bello, I Wake Up Screaming, anche questo divenuto un film) e MacKinlay Kantor.

Chi è Kantor? Oggi il suo nome non è granché noto, ma scrisse un romanzo sulla guerra civile, La polvere e la gloria, così bello che vinse un Pulitzer. Il fatto è che, dopo il premio, Kantor non faceva che andare in giro a vantarsi. Lui era il più bravo, lui era il migliore. Mentre viveva a Siesta Key, in Florida, Kantor prese a frequentare un giro di autori che si ritrovava tutti i giorni al Plaza Restaurant. Fra questi vi era John MacDonald che sfornava thriller in continuazione e con discreto successo. Kantor, però, lo prendeva in giro e gli diceva che i suoi erano romanzi scarsi, roba da edicola, che non avrebbe mai vinto un premio né sarebbe andata in classifica.

In pratica gli diceva: «Sei uno scrittore di Harmony! Solo con un po’ più di tensione».

MacDonald un giorno sbottò. Non ce la faceva più a sopportare quel tizio borioso.

«Scommettiamo», gli disse, «che in tre mesi scrivo un libro che fila direttamente in classifica, mi fa vincere un sacco di premi e non solo. Diventa un film e mi rende immortale più di te?»

«Ah, ah!» rispose MacKinlay Kantor.

Rosso in viso, MacDonald tornò a casa e in tre mesi buttò giù un romanzo che si intitolava The Executioners.

Era il 1957. Il romanzo andò subito in classifica e MacDonald cominciò a ricevere anche qualche apprezzamento critico. Un giorno, mentre era in viaggio, Gregory Peck (che era un gran lettore) pescò quel libro da una bancarella e se lo lesse in treno.

«Beh, potrebbe essere un grande film», pensò.

Così fu. Nel 1962 The Executioners divenne il celebre Cape Fear, ancora oggi uno dei film più celebrati del genere, e con un Robert Mitchum spaventoso.

 

Anche in Italia ci sono molte librerie indipendenti con librai appassionati. Se per esempio voglio parlare un po’ di autori come MacDonald, io e Hank saltiamo sul treno e andiamo a Roma, dove a Campo dei Fiori c’è la libreria Fahrenheit, con un sacco di libri nuovi e usati, profumi fatti con le pagine dei libri macerati e Angelo, il libraio che sa ogni cosa sui noir anni cinquanta. Per l’occasione Hank indossa il deerstalker, il cappello di Sherlock Holmes con le orecchie.

A Barzanò, in Brianza, c’è una libreria indipendente che è più grande di una libreria di catena e più accogliente di una sera di Natale in un libro di Dickens. Se ci andate d’inverno, quando fa buio un po’ prima, arrivando lì vedrete un sacco di luci. La libreria illumina letteralmente la città. Si chiama Peregolibri ed è gestita da Marta Perego e i suoi meravigliosi assistenti, che sono un po’ come gli elfi di Babbo Natale. Dentro c’è un’infinità di cose belle, non solo libri. La parola chiave è bellezza. Con Marta potete parlare di letteratura americana ma anche di vita. È una libraia vera, di quelle con una passione che arde. Lei e sua figlia Carlotta hanno una cagnolina di pezza che si chiama Tanta Lou, come il cane di uno dei miei libri. Inutile dire che Hank ne è perdutamente innamorato.

 

Le librerie di provincia sono un vero portento, a volte. Per rimanere in Lombardia, andate a Legnano, dove c’è la libreria Nuova Terra, e anche qui una quantità di volumi inimmaginabile, stipati per due piani interi, i librai Peo e Fiorella, e il loro nuovo acquisto Matteo, che può tenervi letteralmente ore a parlare di Larry McMurtry. Se pensate che i librai e le librerie di una volta siano scomparsi, qui trovate una libreria rimasta intatta come un gioiello.

 

A Milano, c’è la libreria Trittico, in zona Sant’Ambrogio. Ora c’è da fare un discorso. Non tutte le librerie aprono per sopravvivere. A volte c’è gente molto ricca che le apre solo per hobby e poi si stanca. A volte aprono anche le case editrici in questo modo. A Milano ci sono parecchie di queste librerie hobby. Se c’è una cosa che manca in tutto questo è la passione. Chi deve vivere del proprio lavoro, spesso invece cerca di mettercene il più possibile. È il caso di Trittico, dove Pietro e Rosy cambiano la vetrina ogni giorno e così potete vedere magicamente scorrere tutte le novità. Pietro adora i libri di Carlotto e la filosofia, Rosy vi può parlare di qualsiasi romanzo in circolazione, è una vera macchina da guerra. E poi c’è un reparto per bambini dove Hank adora nascondersi e io mi dispero per ritrovarlo.

A Genova c’è la libreria I Limoni, che si ispira a un verso di Montale, ed è molto poetica, così come la sua fondatrice Francesca, che ama i bei libri e il mare. Ci si può prendere un libro e poi scendere giù fino al porto per andare a leggere un po’ e poi guardare i lamantini all’Acquario.

 

Ci sono anche librerie di catena con grandi librai, penso a Emanuele della Mondadori di Piacenza e a Vittorio e Katia della Feltrinelli di Milano. E mi dimentico sicuramente un sacco di altri ottimi librai, indipendenti e non.

 

Il fatto è che è dai librai che dipende una libreria, e indipendenti e dipendenti è solo una suddivisione fittizia. Ci sono librerie indipendenti che si somigliano una all’altra e sembrano librerie di catena, anzi peggio perché spesso selezionano un certo tipo di pubblico e lettore e fanno sì che magari un appassionato di Cinquanta sfumature di grigio o un ragazzo di tredici anni dai gusti ancora incerti, si senta a disagio in quel luogo. Spesso mirano al lettore di quarant’anni dai gusti raffinati ma non particolarmente disposto al rischio e al lettore bambino, perché beh, quella è una letteratura che tira sempre. Poi si legano ad alcuni editori e ne escludono altri, indipendentemente dai titoli e dagli autori. A volte hanno una caffetteria e puntano molto sul cibo, ma non ci trovi un libro di Chandler o di Grisham.

Io e Hank non amiamo molto queste librerie, forse perché Grisham ci sta simpatico, o forse perché amiamo la letteratura come concetto popolare e non di élite.

 

Ci piacciono, invece, le librerie coi libri ammassati, i librai carichi di passione e che spesso ti parlano di un libro astruso, nei cui occhi non risplende una volontà di guerra o la fierezza dell’essere indipendenti, ma il semplice amore per perdersi nelle pagine.

I libri non dovrebbero essere un vanto o una medaglietta da appuntarsi al petto, ma una distrazione per la nostra fantasia, un posto piacevole, accogliente e illuminato bene.

Altre librerie, quelle che io e Hank amiamo, sono come case. E ogni tanto ci piace prendere il treno per perderci fra le loro pareti.

5 – Fitzgerald in Maserati

A proposito di domeniche e passeggiate. Il mio cane Hank adora la domenica perché spesso io e Annie lo portiamo fuori per tutta la mattina e ci fermiamo a fare colazione da Galetti, che è una di quelle vecchie caffetterie col mobilio un po’ retrò, i colori scuri, i lampadari imponenti e un salottino dove vecchie amanti dei libri di Agatha Christie si fermano per discutere dell’ultimo omicidio (fittizio).

Al parco, io e Annie abbiamo incontrato una di queste vecchiette, anche lei con un cane che si chiamava Willis.

«Era il cane di mio marito», ci ha detto. «A me non sono mai piaciuti i cani. Abbiamo litigato quando lo ha portato a casa. In tre eravamo troppi. Poi ho scoperto che Willis può stare in cortile e così ho pensato che in due, io e un cane, sarebbe stato meglio che con il povero Mario».

Ci ha rivolto un’occhiata strana e ha guardato Willis che sembrava sorridere. Poi si è allontanata.

«Secondo te lo ha ammazzato?» ho chiesto a Annie.

«Forse», mi ha risposto lei, per nulla preoccupata.

Ho fissato Hank negli occhi.

«Forse gli diamo pochi biscotti», ho detto.

 

Nel parco c’era già una traccia della brezza autunnale e di quella calma e frescura che mi ricorda sempre una delle mie poesie preferite, scritta dall’autore irlandese William Butler Yeats, I cigni selvatici a Coole. Parla del trascorrere del tempo e di come ci leghiamo a certi luoghi. I versi iniziali sono splendidi.

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale
I sentieri nel bosco sono asciutti,
Sotto il crepuscolo d’ottobre l’acqua
Riflette un cielo immobile;
Sopra l’acqua in piena fra le pietre
Cinquantanove cigni stanno.

È la poesia con cui Yeats annunciava la fine della propria giovinezza e l’arrivi di una nuova stagione.

 

Usciti dal parco veniamo assaliti da una comitiva di bambini e adulti appena usciti dal teatro. Le donne con assurdi abiti da sera, gli uomini così tirati e abbronzati che hai paura che la pelle possa staccarsi dai loro visi come cartapesta. Hank inizia a saltellare. È viziato. Di solito i bambini gli fanno un sacco di feste.

Ma questi bambini lo ignorano e così le madri. Anzi, una si mette a urlare quando Hank si avvicina alla sua gamba.

«Bestiaccia!»

Poco dopo, vediamo le donne e i bambini fermarsi davanti a una Maserati. Non è la loro, come inizialmente sospetto, ma ne sono affascinati.

«Guarda che bella. Sembra parlare!» dice una delle donne al figlio.

Il bambino accarezza la Maserati.

Hank gli si avvicina alla gamba, ma lui lo ignora.

«Niente coccole per te qui in mezzo,» dico a Hank, e mi allontano insieme a lui e Annie.

Mi vengono in mente i lampadari nella caffetteria e l’Irlanda e Oscar Wilde, e poi in mezzo a tutto questo flusso di pensieri, mi viene in mente Francis Scott Fitzgerald e il suo ‘Grande Gatsby’.

Mi è capitato di tradurlo qualche anno fa, così come altre sue opere. Fitz per me è come un fratello maggiore. Credo che insieme ci saremmo presi delle belle sbronze. Adoro tutto quello che ha scritto. È un autore sottile, lucente, dove c’è sempre una doppia lettura. Anche lui era affascinato dai lampadari e, se gli fosse capitato, lo sarebbe stato probabilmente anche dalle Maserati. Poi, però, (e in questo è molto più un ‘duro’ di Hemingway) subentrava la nausea e l’ironia su tutto quel mondo. C’è una scena che credo sia una pietra miliare nella storia della letteratura americana. È quando, dopo la morte di Gatsby, il suo amico Nick incontra Tom Buchanan, l’uomo ‘concreto’ che Daisy ha scelto al posto di Gatsby. L’eroe del romanzo veniva da ‘fuori’, non apparteneva al mondo di Daisy e Tom, lo guardava solo come io e Annie e Hank possiamo guardare quei lampadari luccicanti. Come Fitzgerald guardava quella ricchezza che aveva ottenuto, ma senza ‘possederla’ davvero. Come l’irlandese Oscar Wilde guardava Londra. E Fitzgerald, che già è disilluso su quel sogno, non usa un aggettivo aggressivo o offensivo per descrivere quella gente, quelli che trascurano un cane per accarezzare una Maserati. No. Il mio amico Fitz usa, come sempre, la parola giusta: indifferenti.

 

Tom e Daisy erano gente indifferente. Demolivano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro assoluta vaghezza, o in qualunque cosa vi fosse che li teneva insieme, e lasciavano che le altre persone rimettessero a posto il pasticcio che avevano combinato…

 

È come se questa scena fosse al centro della letteratura americana. Sotto di essa vi è tutta la letteratura popolare e sopra tutti quei libri cool, da New Yorker, di cui accarezzare le copertine come le Maserati. Dimenticandosi dei cani e delle persone.

Era il 1925 quando uscì Il grande Gatsby e a volte sembra ancora oggi.

4 – EDGAR LEE MASTERS HA UN FIGLIO

Alla domenica mattina, se non siamo in viaggio da qualche parte, io e Annie usciamo con Hank per fare colazione in un bar che si affaccia su Piazza Cavalli. Piacenza è una città piccola per uno come me che ha sempre vissuto a Milano, sognando di volare a New York, ma ci sono cose che inizio ad apprezzare. Fra queste, il clima che si respira nei giorni festivi. È come se il rituale di riposo dal lavoro venisse accentuato e ti accorgi di piccoli piaceri che avevi dimenticato: un caffè a un tavolino all’aperto, una chiacchierata con l’edicolante, il riconoscere un viso al mercato.
La piccola città – il piccolo paese – è affascinante dal punto di vista della scrittura. Ho diversi amici che si sono trasferiti a scrivere in periferia. Ci telefoniamo ed elogiamo le nostre nuove conquiste.
«Non sono fatto per scrivere Blade Runner!» mi sono sentito esclamare un giorno in preda all’euforia.
Ci inventiamo paesi immaginari e lì ambientiamo le nostre storie.

La letteratura delle provincie è oggi fra le più interessanti negli Stati Uniti. È lì che vado a scovare un sacco di autori che poi propongo alle case editrici. Molti frequentano i grandi corsi di scrittura creativa e poi si cercano qualche posto sperduto. Spesso chiacchiero con loro di questo.
Quand’ero a Pittsburgh, nella vecchia casa dello scrittore Chuck Kinder (in Squirrel Hill, nella stessa abitazione occupata un tempo da Willa Cather), una sera hanno organizzato una festa (uno dei famosi party degli scrittori americani) appositamente per me.
C’era un sacco di gente del mondo editoriale di Pittsburgh, scrittori ed editori. Mancava solo Stewart O’Nan, che all’epoca era impegnato a scrivere un romanzo su Fitzgerald a Hollywood (se vi capita, leggetelo). Come al solito si è bevuto, e stavo chiacchierando con Robert Peluso, che ha fondato una piccola casa editrice in città, quando all’improvviso lui si è voltato verso un signore piuttosto anziano che era appena arrivato.
«Sai chi è quello?» mi ha detto.
«No».
«Hai presente Edgar Lee Masters, l’autore di Spoon River? È il figlio».
Ho strabuzzato gli occhi e lui subito mi ha fermato.
«Non parlargli del padre. Lo odia».
In realtà li stavo strabuzzando perché non sapevo che Masters avesse un figlio e che fosse ancora vivo.
Ho ingannato un po’ il tempo parlando con la scrittrice Aubrey Hirsch e infine Chuck mi ha chiamato e mi ha presentato a Hilary Masters. Con lui c’era la moglie, la scrittrice Kathleen George.
Hilary (morto qualche anno dopo, nel 2015) era un meraviglioso scrittore di memoir, il cui libro più famoso è forse Last Stands. Il libro in gran parte racconta di quando Hilary era ragazzino e si divideva fra la casa dei nonni materni e quella del padre famoso e anziano con la sua giovane moglie. Oltre al ritratto di Edgar, è stupefacente quello del nonno. Nonostante la durezza del genitore, Hilary non può fare a meno di accettarne l’influenza. Entrambi raccontato un America fatta di piccole cose, la periferia, le invidie, il quotidiano. Un piccolo mondo, dove una domenica di festa si trasforma in un universo.
Hilary è stato molto gentile con me. Ci siamo stretti la mano e abbiamo chiacchierato. Alla fine mi ha spifferato anche qualcosa sul padre, ma resta un segreto.

 

Quando sono tornato a casa, questa domenica, ho accennato ad Annie questi miei pensieri sulla vita nei piccoli paesi.
«Piacenza non è un piccolo paese», mi ha detto risentita. «Voi scrittori lavorate sempre d’immaginazione».
Poi abbiamo tirato fuori il pollo arrosto dal sacchetto della rosticceria sotto casa e abbiamo apparecchiato la tavola, mentre guardavamo le piante fuori dalla finestra e ci rendevamo conto che erano gli ultimi giorni d’estate.

3 – IL MATRIMONIO DI BURROUGHS

Questa è breve.
Quando io e Annie ci siamo sposati, lo scorso marzo, abbiamo deciso di organizzare una doppia festa: a pranzo per i parenti e alla sera con gli amici. Il matrimonio si celebrava in Comune e la prima parte della giornata era stata abbastanza sobria. Verso le quattro, però, quando i primi amici iniziavano ad arrivare, entrambi eravamo già spossati.

«Ho voglia di bere», mi ha detto Annie.
Eravamo in una cascina fuori da Piacenza e avevamo fatto arrivare diverse bottiglie di un vino rosso locale chiamato Apogeo. Così abbiamo iniziato a bere. Poi sono arrivati gli amici e si sono uniti a noi, come previsto.
Quando scrivi e hai amici scrittori o artisti, sai come vanno questo genere di cose. È arrivato Claudio Marinaccio, scrittore di Torino e subito mi ha detto: «Dov’è il vino?» Poi è arrivato mio fratello, che fa il fumettista col soprannome di Hurricane, e mi ha detto: «Nulla da bere?» Nessuno ha degnato di un’occhiata le bomboniere. È arrivato il musicista e cantautore Claudio Sanfilippo e mi fa: «Belle le bomboniere. Il vino è là in fondo?»
Così ci siamo ubriacati.

Per l’occasione indossavo un Borsalino che ora mi pendeva sulla testa in modo strano. Annie beveva a canna da una bottiglia di whisky. Claudio Sanfilippo suonava e Claudio Marinaccio cantava. Mi arrivavano anche gli auguri degli scrittori americani: «Bevi per noi!»
A un certo punto ero a terra quasi privo di sensi, mio fratello, ubriaco anche lui, cercava di farmi bere della malva per farmi passare la nausea, altra gente ballava sui tavoli, la proprietaria della cascina stava chiamando la polizia.
Claudio M. si è seduto vicino a me soddisfatto e ha detto: «Sembra proprio il matrimonio di William Burroughs».

Avrei voluto esserci al matrimonio di W. Burroughs, anche se un vero e proprio matrimonio dello scrittore del Pasto nudo non c’è mai stato.
Nel 1937, quando aveva ventitré anni ed era in Europa a studiare medicina, Burroughs sposò una ragazza ebrea di nome Ilse Klapper. Burroughs era omosessuale. Per questo era visto come la pecora nera dalla famiglia, appartenente a un ceto elevato di St. Louis in Missouri.
I genitori gli continuavano a passare soldi per tenerlo lontano e nella speranza che il figlio tornasse nei ranghi, ma William non ne voleva sapere.
Anche se omosessuale, Burroughs sposò Ilse per sottrarla alla persecuzione nazista e farle ottenere un visto per gli Stati Uniti. Arrivati oltre oceano, i due divorziarono. Poco dopo, Burroughs si tagliò la punta di un mignolo per far colpo su un uomo di cui si era invaghito. Tutto ciò divenne materiale anche di uno dei suoi primi racconti Il dito.

Il secondo matrimonio di Burroughs, per così dire, fu la celebre relazione con Joan Vollmer. Una sorta di unione di fatto. Nel 1944, a guerra ancora in corso, Burroughs si era trasferito a vivere nell’appartamento che Joan divideva con Edie Parker, la prima moglie di Jack Kerouac. Siamo in piena Beat Generation. Anche il matrimonio fra Edie e Jack sarebbe una bella storia da raccontare, perché Jack in quel momento era in carcere come complice nell’omicidio di David Kammerer (l’episodio è raccontato da Burroughs e Kerouac nel romanzo a quattro mani E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche) e, beh, visto che il padre si rifiutava di pagargli la cauzione, Jack dovette essere scortato da due investigatori del N.Y.P.D. giusto il tempo di celebrare le nozze. Il matrimonio poi venne annullato nel 1948, ma sto divagando.

Tornando a Burroughs: era andato a vivere in casa di Joan, dove c’erano anche Jack ed Edie e tanti altri beat che fecero del posto un luogo di riferimento. «Andiamo da Joan!» dicevano tutti i vagabondi che Jack incrociava.
Giravano droghe e Burroughs stesso andava a spacciare al Greenwich. In quel periodo Joan Vollmer era ancora sposata con un poliziotto e aveva avuto una figlia, ma quando iniziò a usare benzedrina e frequentare i futuri beat, il marito chiese il divorzio e se la filò. Così Ginsberg e anche Kerouac convinsero Burroughs che Joan fosse la donna ideale per lui.
Mentre Burroughs era in Messico per ottenere il divorzio definitivo da Ilse, Joan soffrì di disturbi psichici e venne ricoverata. Burroughs tornò, la fece rilasciare e le chiese di sposarlo. Diverse complicazioni, fecero in modo che il matrimonio non venisse mai ufficialmente formalizzato. Ebbero un figlio, William Burroughs Jr., e una volta furono anche denunciati dalla polizia per essere stati sorpresi a fare sesso in macchina.

Nel 1951 lo loro storia si concluse tragicamente. La versione ufficiale diceva che entrambi, su di giri, stessero giocando a Guglielmo Tell. Per sbaglio Burroughs sparò in testa a Joan Vollmer.
E così, l’unico vero matrimonio di William Burroughs resta il mio.

2 – HANK E GLI ASCENSORI

C’è una piccola disputa familiare nella quale mi ritrovo incolpevolmente coinvolto. Annie è terrorizzata dagli ascensori, soprattutto quello del nostro palazzo, che è piccolo e stretto e cigolante come l’ascensore di Angel Heart. Hank invece non sopporta le scale e si blocca sul pianerottolo in attesa di vedere la luce verde dell’ascensore. Siccome Annie si rifiuta di salire con noi, tocca a me fare la parte dell’Elevator Boy di Hank. E lei si lamenta perché deve fare le scale da sola.

«Siete due egoisti!» ci dice.

Un lunedì mattina, rimango bloccato coi sacchetti della spesa e Hank a bordo del trabiccolo. Schiaccio più volte il pulsante, ma nel palazzo non pare esserci nessuno. Sono solamente tre piani, e le due case di sotto sono occupate da insegnanti che in questo momento sono al lavoro. Anche Annie è al lavoro. E il telefono non prende.

Fisso Hank che guarda i sacchetti della spesa. Lui sembra abbastanza tranquillo.

Così mi vengono in mente tutti gli ascensori della letteratura americana. Quando facevo il cameriere in corso Magenta a Milano, al caffè Litta, spesso mi mandavano in qualche palazzo con un vassoio e c’erano questi ascensori enormi e pomposi, che mi ricordavano quelli delle pagine di Saul Bellow e Henry Roth e di quelle due metropoli su cui spesso fantasticavo: Chicago e New York.

Henry Roth per molti è il meno famoso dei Roth, ma è stato per tanto tempo il mio scrittore preferito. Scrisse un romanzo nel 1934, a soli ventotto anni, con buone recensioni e discrete vendite. Il libro si intitolava Chiamalo sonno e rimase in libreria per qualche anno. Anche allora, però, i titoli morivano presto. Nel momento di scrivere il secondo romanzo, Roth s’imballò. C’è chi dice che lo stesse scrivendo sui portuali italiani e che questi lo picchiarono. C’è chi dice che fu un rapporto incestuoso con la sorella a condurlo a un graduale mutismo. Il famoso blocco creativo! Fatto sta che improvvisamente scomparve, e fu dimenticato.

Negli anni Sessanta, alcuni fra i più importanti critici americani vennero chiamati a eleggere il libro americano del secolo e, bum!, quello di Roth, ormai ignorato da tutti, fu l’unico a essere selezionato due volte, da Alfred Kazin e Leslie Fiedler. Risultato: il libro venne ristampato nel 1964, giudicato uno dei capolavori del secolo e venduto per più di un milione di copie. L’autore venne ritenuto uno dei padri della letteratura ebreo-americana.

Ma che fine aveva fatto Henry Roth? Era diventato un allevatore di anatre, dopo un’infinità di altri mestieri, e odiava il libro che aveva scritto. Anzi, accolse proprio malissimo la riscoperta. «Quel libro non sono io,» disse. «Ero ispirato da Joyce e non sopporto Joyce. Non è vero, non è reale!»

Si trasferì con la moglie ad Albuquerque, in New Mexico (vicino a dove aveva vissuto anche D.H. Lawrence), per vivere a bordo di una roulotte. La moglie era un ex pianista. L’amore di Roth per questa donna era sconfinato. Proprio per contrastare l’immagine di sé data dal primo libro, Roth lentamente riprese a scrivere. Un fiume di parole, migliaia e migliaia di pagine. Ne nacque un capolavoro, ancora oggi non abbastanza apprezzato, Alla mercé di una brutale corrente (in inglese Mercy Of A Rude Stream, un verso di Shakespeare le cui iniziali formano la parola MORS). Il libro sarebbe dovuto uscire dopo la sua morte, perché Roth rivelava troppo di sé e dei propri sentimenti, ma dopo la scomparsa di Muriel, HR decise di fare uscire i primi due volumi.

Quando anche lui morì, furono pubblicati altri due volumi, e poi un quinto più di recente, Un tipo americano.

Centinaia di pagine rimangono ancora non lette.

Che cos’è Alla mercé di una brutale corrente? È un libro sulla vita, vista a ritroso, sulle svolte che può prendere, su un ragazzino che cresce in un quartiere ebraico e fa degli errori e si ritrova, appunto, come dentro una corrente, dov’è difficile scegliere. È un libro impetuoso come un fiume. È come Huckleberry Finn ma intriso di passione e compassione per l’esistenza. Il ragazzo conosce l’amicizia, il lavoro, il sesso; ruba a scuola, fa il bigliettaio di tram, vende noccioline agli stadi, impara l’amore per la poesia. E, sì, prende un sacco di ascensori.

Quegli ascensori, a New York, sono il simbolo dei grandi palazzi, dei grattacieli; portano in alto verso l’azzurro.

Leggevo Henry Roth mentre facevo il cameriere, e tutte le volte che salivo su un ascensore mi immaginavo di essere in uno di quei palazzi di New York.

Appunto: un libro interessante da scrivere sarebbe su chi ha inventato gli ascensori. Sapevate che solo grazie alla loro invenzioni si poterono costruire grattacieli più alti? È uno dei simboli della letteratura americana, da Fitzgerald ai giorni nostri.

Così io e Hank non ci siamo fatti problemi a rimanere lì fermi ancora un po’ ad aspettare che qualcuno ci trovasse, dividendoci un pacchetto di grissini e sognando i mille possibili palazzi sui quali saremmo potuti sbucare dal nostro ascensore: il Chrysler Building, l’Empire State Building, il Flatiron; e tutte quelle decorazioni art déco e King Kong e i piani mancanti (tipo il 13).

Quando Annie è comparsa insieme al tecnico dell’ascensore, era pallida.

Hank si è sgranchito le zampe ed è uscito dalla cabina. Eravamo ancora al piano terra. Mi ha fissato.

«E ora come facciamo a salire?» ho detto a Annie.

1 – HANK, LO SQUALO E PETER BENCHLEY

Due giorni fa ho ricevuto per posta la prima edizione de Lo squalo di Peter Benchley. La vecchia – un Euroclub recuperato a una bancarella – era andata completamente divorata. Il misterioso predatore che aveva osato sfidare il collega più famoso aveva cominciato a puntare il libro già da giorni, sfilandolo silenziosamente dallo scaffale più basso della libreria e portandolo nella propria tana per mangiucchiarne i bordi. Da quel momento il libro ha avuto poche ore di vita.

Hank (come il famoso cantante Hank Williams) è un incrocio fra un maltese e uno shi tzu. È bianco e nero ed è qui in casa da qualche settimana, dopo essere stato salvato da una cucciolata di bastardini. Si gode la nuova fortuna, scodinzolando felice e divorando libri.

Il primo su cui si è accanito è stato Straniero in terra straniera di Robert Heinlein. Ne posseggo (sarebbe meglio dire possedevo) due edizioni, una del Club degli Editori, e una più recente di Fanucci, che include anche le parti censurate all’epoca.

Heinlein, nato nel Missouri alla fine dell’Ottocento, è stato uno scrittore importante in quella che è stata definita l’umanizzazione della fantascienza, inserendo uno sfondo sociale e temi come la libertà di costumi e di pensiero nelle proprie opere; i suoi personaggi si amavano, soffrivano, facevano riflettere. Per questo è stato uno dei primi scrittori di genere a scalare le classifiche. Se non ci fosse stato lui, non esisterebbero Vonnegut e molti altri. E film come E.T. Il che ci riporta a Spielberg e a Lo squalo. E a Hank.

Benchley è stato la sua seconda vittima.

Avendolo subito colto sul fatto, ho iniziato a spostare la copia perché non facesse la fine di Heinlein. Ma a quanto pare Hank sa che tengo i romanzi che hanno ispirato film sugli scaffali più bassi, e così si è trattato solo di aspettare. Non appena lasciavo la stanza, cercava in quale scaffale avessi messo lo Squalo, poi sferrava l’attacco.

«Ha divorato completamente la copia dello Squalo», ho detto a Annie una sera a cena. Hank era sotto il tavolo che la guardava con gli occhi languidi. Il mio sguardo languido faceva meno effetto.

«Colpa tua che la lasci lì sotto».

Alla fine però si è impietosita e mi ha ordinato l’edizione originale su Abebooks.

Quando il postino è arrivato, gli ho aperto e lui ha iniziato a fare le feste al cane. Ormai funziona così. Ho sistemato la copia del libro sul penultimo scaffale della libreria, poi sono tornato per parlargli. Di solito prendiamo sempre un caffè se ha qualche secondo libero e chiacchieriamo di vecchi noir.

Mentre eravamo seduti, ho sentito un tonfo giungere dallo studio. Una macchia bianca e nera è sfrecciata davanti alla porta della cucina, un po’ come la pinna dello squalo nel film di Spielberg.

Sono corso in camera e la nuova copia, ancora incellofanata era lì per terra, col segno di una zampa sopra.

Il postino è scoppiato a ridere.

«Dev’essere una protesta animalista», mi ha detto.

 

Questo pomeriggio ho fatto una ricerca su Peter Benchley.

Lo squalo è stato il suo più grande successo. Prima di scriverlo era famoso più che altro per il nonno, Robert Benchley, uno dei fondatori della tavola rotonda dell’Algonquin a New York. Anche Peter era nato a New York nel Quaranta. Pubblicista, autore per i discorsi del presidente Lyndon Johnson, a un certo punto si mise in testa di fare il romanziere. Un giorno lanciò due idee alla casa editrice Doubleday: un saggio sui pirati e un romanzo su uno squalo bianco che divora gli uomini. Quest’ultimo ispirato a un episodio vero verificatosi sulle spiagge di Long Island nel 1960. La Doubleday accettò la seconda e gli versò un assegno di mille dollari per le prime cento pagine, che Benchley scrisse dentro un garage del New Jersey preso in affitto.

Da lì arrivò anche il film e Benchley divenne milionario, lasciandosi alle spalle l’eredità del nonno.

Fu Spielberg a realizzarne il film, che è un po’ una versione aggiornata del precedente Duel, tratto da Matheson (che sarà sceneggiatore de Lo squalo 3). Così si ritorna alla fantascienza, insomma.

Che fine ha fatto Benchley? Ha scritto diversi altri romanzi, alcuni non molto riusciti, e a un certo punto si è pentito di aver contribuito a creare un’immagine così cattiva dello squalo. Così è diventato un animalista convinto, sostenendo l’importanza dell’esistenza degli squali per salvaguardare l’ecosistema.

È morto nel 2006.

«Ma a quanto pare, gli animali non hanno smesso di essere risentiti nei suoi confronti», mi ha detto il postino, quando è tornato e gliel’ho raccontato.

«No».

La nuova copia in prima edizione era già distrutta.

«Beh, puoi comprargli una copia personale. Una piccola libreria per il cane».

«Dovrei iniziare a pensare ad altri titoli di suo gusto, quindi?»

«Uno mi viene in mente».

«Quale?»

«Moby Dick

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