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The Fashionable Lampoon
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matteo mammoli

Michele Franzese

The Store Michele Franzese
The Store Michele Franzese
The Store Michele Franzese
The Store Michele Franzese

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

Storia di un climax imprenditoriale ascendente, quella di Michele Franzese. Inizia nel 1992, con l’apertura del negozio di Sant’Anastasia, che resta ancora oggi l’headquarter dell’azienda. In pochi anni diventa il punto di riferimento per l’abbigliamento di lusso in tutto il meridione – nel 2010 apre anche un negozio a Napoli, tre piani in via Morelli. Tre anni fa, l’approdo online con l’e-commerce.

Quasi diecimila post pubblicati finora e centotrentamila seguaci, che ogni giorno ricevono update sulle novità della moda attraverso le stories che il profilo Instagram di Michele Franzese pubblica ogni giorno: «Facciamo attenzione alla scelta dei contenuti – spiega Michele – e collaboriamo con i brand per la condivisione delle immagini. Sviluppiamo internamente piani di marketing e con i nostri strumenti di tracciabilità cerchiamo di raggiungere un numero sempre più elevato di potenziali clienti». 

Ha studiato giurisprudenza, ma la passione per la moda ha portato Michele a dedicare le sua energie all’attività commerciale e imprenditoriale. «Con poche risorse iniziali ma grazie alla creazione di una reta di contatti ho fatto crescere l’azienda, che oggi è tra le più note del settore nel sud Italia», e anche oltre, con lo store online – i diecimila visitatori del 2015 sono quintuplicati nel corso degli ultimi tre anni. Oltre all’e-commerce, il sito di Michele Franzese Moda possiede una sezione magazine sulle notizie di moda e attualità curata dalla giornalista Cristina Cennamo.

«Tutto ciò che è oversize e di gusto vagamente street ha un riscontro di vendite», parlando di best seller e di must-have. «Le felpe Ader Error, i cappotti trench di Vetements, i capi Off-White con loghi preponderanti e lettering d’impatto sono i più ricercati, insieme agli accessori, come la cintura Metro di Maison Margiela o la selezione di calzini che richiamano gli anni Novanta, con grafiche d’effetto e loghi ben visibili. Alexander McQueen e le sue sneakers Larry, due must-have del momento».

Stefania Mode

The boutique in Trapani
The boutique in Favignana
The boutique in Favignana
Fontana di Saturno, Trapani

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

Tutte le strade della moda portano a Milano, ma effettuando qualche sosta lungo la penisola si scoprono fiorenti poli del fashion anche altrove.

In Sicilia, a Trapani, fin dagli anni Settanta, Stefania Mode diffonde il verbo del glam. Fu proprio Stefania, ispirandosi alla moda parigina, ad avviare l’attività che è oggi gestita dal figlio Aldo Carpinteri. La sede storica è a Trapani, dove si trovano il polo logistico avanzato e il negozio principale – in centro storico, nel restaurato palazzo di via Torrearsa.

Cuore siciliano, arterie sparse: «Oltre agli uffici di Milano, ho aperto satelliti in località turistiche come Favignana, St. Mortiz e Forte Village», spiega Aldo. «Fin dagli inizi ho investito nelle nuove metodologie di vendita digitali e instaurato una partnership con un big player come Farfetch, diventandone uno dei principali supplier. Con Balenciaga ho aperto i negozi di Porto Cervo, Portofino e Forte dei Marmi».

Da Stefania Mode lavorano più di centocinquanta persone, divise nei vari uffici e «il fatturato, che nel 2017 era di 97 milioni di euro, è previsto che salirà a 125 nel 2018». La geografia di un e-commerce non conosce ostacoli, vale anche per Stefania Mode, il cui mercato è forte soprattutto negli Stati Uniti, nel Regno unito, in Cina e in tutta l’Asia. «Possiamo spedire giornalmente in ogni parte del mondo, possiamo far arrivare un capo da St. Mortiz a Forte Village o organizzare private sales in hotel di lusso».

Oltre all’e-commerce c’è di più – l’arte. Stefania Mode collabora con il Museo di Arte Contemporanea di Trapani e ha finanziato il restaurato – oltre che del palazzo in cui ha sede il negozio di via Torrearsa –, anche della Fontana di Saturno, costruita nel 1342 per ricordare il primo acquedotto che portò l’acqua dentro le mura della città – nell’età pagana il dio era considerato padre protettore di Trapani.

Il bio di moda, nella moda

Davide Grillo
Grillo Sketch
Grillo look
Behno
Behno Sketch
Behno look
Gilberto Calzolari
Calzolari Sketch
Calzolari look
Teatum Jones
Teatum Jones Sketch
Teatum Jones look
Wrad
Wrad Sketch
Wrad look

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Pelle tinta con rabarbaro e bottiglie di plastica che tagliuzzate si fanno pailettes. Abiti composti da borse di iuta, comprate ai Navigli, e grafite usata come surrogato delle decolorazioni chimiche. Queste alcune delle soluzioni proposte dai giovani designer candidati alla vittoria della seconda edizione di The CNMI Green Carpet Talent Competition, l’evento parte dei Green Carpet Fashion Awards promosso dalla Camera della Moda Italiana. Scopo: definire il valore della sostenibilità nella moda, puntando alla filiera produttiva italiana. Quattordici giudici – tra cui l’attore Hu Bing, il direttore di Vogue UK Edward Enninful, la cantautrice Ellie Goulding – che, il 23 settembre al Teatro alla Scala, in chiusura della settimana della moda donna, sceglieranno tra cinque finalisti il vincitore del Premio Franca Sozzani GCC Award for Best Emerging Designer. Per tutti i cinque finalisti, un programma di supporto da parte di The Bicester Village Shopping by Value Retail e l’aiuto a costruire strategie di marketing, di identità di brand e di distribuzione. Il vincitore presenterà la sua collezione alla fashion week di febbraio.

Per il direttore della Camera della Moda Italiana, Carlo Capasa, «la sfida è trasformare ‘il bello e ben fatto’ dell’abbigliamento Made in Italy, in ‘bello, ben fatto e sostenibile’». Il percorso è iniziato cinque anni fa, quando «abbiamo pubblicato il Manifesto della sostenibilità per la moda Italiana. L’attenzione si concentra sui le sui requisiti eco-tossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature e accessori, per le miscele chimiche e per gli scarichi Industriali. Documenti che serviranno per organizzare le aziende del futuro». Moda sostenibile, è possibile: «La sostenibilità oggi è centrale, tutte le aziende si stanno strutturando sia a livello di sistema sia a livello di competenze interne».

Davide Grillo è uno dei cinque designer finalisti. Classe 1994, spezzino, dall’Istituto di Artigianato della Moda di Parma. «I primi anni di lavoro sono stati i più formativi. Ero da Pinko. Valanghe di lavoro e divertimento, libertà creativa unica. Quando ti trovi a imparare da solo, non hai alternative: o impari o impari». Davide ha ideato un abito ricoperto di piume di seta, tinte al naturale e tagliate al laser. I ricami realizzati a mano dal maestro Pino Grasso, i disegni dipinti a mano con pelle di cipolle, legno e guscio di noce da ReSequins. Per Davide, i designer sono schiacciati da tempistiche impossibili di collezioni enormi che escono serrate in sequenza e dimenticate dieci minuti dopo. «Produzioni eccessive tolgono tempo alla creatività e alla cura delle collezioni, portando a un surplus di capi, con un impoverimento di idee che si riducono ripetitive». Il recupero della tradizione è cruciale, «nella manifattura alcune tecniche stanno andando perdute, c’è una generazione di sarte e ricamatrici che è storica del Made in Italy, ma c’è bisogno di un passaggio di consegne». Davide dichiara di avere «un soft spot» per Gigli e guarda con ammirazione alle creazioni delle sorelle Fontana. Un ricordo: «quando c’è stata la mostra per i quarantacinque anni di moda di Valentino all’Ara Pacis, mi ha incantato un abito, bianco, plissé, ricamato con piccole paillettes in Costa a formare volant che cadevano sulla gonna. Avevo quattordici anni, era la prima volta davanti a un abito di couture».

Shivam Punjya, indiano, direttore creativo di Behno, ha fondato il brand con lo scopo di dedicarsi ai temi della povertà e della salute globale. Esperienze disparate, da quella all’InterContinental Hotels – un conglomerato di hotel di lusso di Londra, a quella alla GreatNonprofits.org – un’organizzazione senza scopo di lucro basata nella Silicon Valley. Studi economico-sociali, un B.A. in Economia Politica Internazionale alla U.C. Berkeley e una laurea in Salute Globale alla Duke University. «Una visione interdisciplinare. Noi lavoriamo con i nostri partner di produzione per ascoltare le loro necessità e per capire come migliorare l’integrazione sociale». Tra le creazioni di Behno, un abito prima decostruito e poi ricostruito con capi inutilizzati, combinati con seta biologica certificata GOTS e nylon rigenerato Econyl, un filato realizzato riciclando reti da pesca e tappeti abbandonati. «I consumatori oggi sono più individualisti che mai, spendono oculatamente il loro denaro», dice Shivam, grato al supporto della famiglia: «siamo in sette. Le mie due madri e i miei due padri. Mio fratello e mia sorella. Lunga storia, ma in breve: la sorella minore di mia madre ha sposato il fratello minore di mio padre, e passiamo tutto il tempo insieme».

Gilberto Calzolari, milanese. Si è diplomato all’accademia delle Belle Arti di Brera, poi esperienze in diverse case. «Da Marni, ho approcciato volumi e tagli giapponesi, addolciti da una vena naif romantico-inglese. Da Alberta Ferretti, ho studiato abiti di chiffon. Da Valentino, mi sono innamorato del glamour femminile. Da Miu Miu, dello stile concettuale di Miuccia Prada. Da Giorgio Armani, la portabilità e il gusto per l’eleganza Made in Italy». L’abito di Gilberto è stato creato con sacchi di caffè in juta usati, originari del Brasile – e acquistati in una bancarella ai Navigli. La fodera fatta con un tessuto d’archivio e cristalli lead free Swarovski Elements. Vivienne Westwood è il riferimento – regina del punk, attivista della green economy.

La Westwood è un modello anche per Catherine Teatum e Rob Jones, che nel 2011 hanno creato Teatum Jones. «Vivienne dimostra come la moda possa insegnare a guardare fuori dal proprio mercato, e può restare messaggio». Le collezioni di Teatum Jones vengono vendute a livello globale nei negozi di lusso del mondo – Liberty, Harvey Nichols, Saks 5th Avenue, Boon The Shop e David Jones. Catherine e Rob hanno creato un abito in poliestere riciclato e lenzing modal – un tessuto derivato dal legno. Foderato in poliestere riciclato, è impreziosito da paillettes tagliate al laser realizzate con bottiglie d’acqua in plastica riciclata.

«Le nostre pagine Instagram e WRÅD nascono dalla necessità di comunicare in modo pro-attivo alla crisi. ‘People care when they know’», dicono i tre cofondatori di Wrad: Matteo Ward, CEO, prima Senior Manager dell’A&F Diversity and Inclusion Council in Abercrombie and Fitch; Victor Santiago, Art Director, fotografo di moda e direttore di casting e Silvia Giovanardi, direttore creativo, laureata in Fashion Design allo IED, e prima Senior Designer di Etro. Hanno realizzato un abito in tessuto di menta, prodotto con cotone organico al cinquanta per cento di viscosa di bambù e cinquanta per cento di cotone biologico certificato GOTS, fabbricato a Pistoia. Particolarità sostenibile, la tintura in grafite riciclata, surrogato dei coloranti chimici. Street è la loro dimensione: «è una manifestazione di questo momento storico che vive una crisi di valori politico-sociali. Siamo a caccia della verità in una post truth society – cosa non facile. C’è necessità di cambiamento – e quelli grandi partono dalla strada. Preoccupa invece l’incapacità del mercato di percepire la qualità dei vestiti che vengono scelti come proprio manifesto». Instagram è stata una tappa fondamentale, che ha permesso a WRAD di «attirare l’attenzione di player grandi. Primo fra tutti Alisea Recycled and Reused Objects Design, azienda vicentina, che ci ha permesso di creare gpwdr technology, un trattamento speciale che recuperando la polvere di grafite scartata dall’industria del tech ci consente di conferire ai nostri tessuti una punta di grigio unica al mondo – WRÅD GREY, riducendo il consumo d’acqua in fase di tintura del novanta per cento. Furono gli antichi Romani a utilizzare questo metodo, poi trasmesso a noi dagli abitanti di Monterosso Calabro che da duemila anni se la tramandano. inspired from our past, recycled for our present, repurposed for our future».

Dalla pietra al tessuto

Pal Zileri FW2018
Interiors Pal Zileri boutique in via Manzoni, Milan
Palazzo Loschi Zileri Dal Verme in Vicenza

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Boutique in settanta paesi del mondo, ma Vicenza resta al centro. Pal Zileri appartiene a questo territorio. Qui, a Quinto Vicentino, la produzione e uno showroom – gli altri due a Milano e a New York. Dal 2014 è parte del gruppo Mayhoola, che possiede anche Balmain e Valentino. Come nel tessuto urbano le costruzioni storiche si integrano con quelle moderne, così l’abito classico si adatta all’uomo contemporaneo. Lontano dal trend hype, Pal Zileri si rivolge a un pubblico educato, fashion-conscious. A luglio dell’anno scorso, l’arrivo di Rocco Iannone, trentaquattro anni, prima in Armani, alla direzione creativa.

Vicenza nasce alla confluenza di due fiumi – il Bacchiglione e il Retrone. La pianura nel centro storico e i Colli Berici sullo sfondo. L’industria è la sua forza, ma lo è anche la cultura – dal 1994 è Patrimonio dell’umanità Unesco. Per alcuni il suo nome viene dal greco oniketia, terra dei Veneti, per altri dal latino vincens, vincente. A Vicenza, Andrea di Pietro della Gondola incontrò il conte Gian Giorgio Trissino. Il primo vi si era trasferito a quindici anni, nel 1523, e iniziava a lavorare nelle botteghe di costruttori e scultori. Il secondo vi era nato, nel 1478 – riscoprì e tradusse il De vulgari eloquentia. Si incontrarono a Cricoli, nel cantiere della villa di Trissino, dove Andrea lavorava. Fu Trissino a conferirgli il soprannome di Palladio.

Palladio, il nome di un angelo. Quello che compare nel poema L’Italia liberata dai Goti di Trissino. Palladio, come Pallade Atena, la dea della sapienza, della tessitura, delle arti. Grazie al suo mentore Trissino, Andrea Palladio si perfezionò, studiò i classici, andò a Roma. Costruì ville, chiese, palazzi – ne è piena Vicenza, il Veneto. La Basilica in Piazza dei Signori, con le logge in marmo a serliane. Villa Almerico Capra, la più celebre del Palladio, a pianta quadrata, con la cupola che spicca al centro e i pronai con le colonne ioniche sulle quattro facciate. Un paradigma – James Hoban vi si ispirò per la costruzione della Casa Bianca. Il Teatro Olimpico di Vicenza, l’ultima opera di Palladio, il primo teatro stabile coperto dell’epoca moderna. Palladio scrisse un trattato, I quattro libri dell’architettura, Thomas Jefferson ne possedeva cinque edizioni, ‘una Bibbia’, lo definì – ne fece seguire i dettami per realizzare la sua residenza a Monticello.

La storia di Pal Zileri parte da Vicenza, dal civico 42 di Corso Palladio. C’è un palazzo, costruito nel 1782 dall’architetto neopalladiano Ottone Calderari. Scudi, spade e trofei di guerra escono dalla pietra e disegnano i confini di semicolonne corinzie. Nel cortile piante secolari, all’interno un atrio scandito da colonne e una serie di nicchie concave. È Palazzo Loschi Zileri Dal Verme, che fu dimora di una delle famiglie vicentine più influenti, i Loschi, protetti dai Visconti, fedeli agli Scaligeri e ai dogi di Venezia. Gianfranco Barizza e Aronne Miola presero ispirazione da questo palazzo e dall’architettura del territorio vicentino per dar vita, negli anni Ottanta, a un marchio di sartoria maschile.

L’architettura elabora il vuoto sia dello spazio urbano sia di quello umano. L’architettura non deriva da una somma di larghezze, lunghezze e altezze che racchiudono lo spazio, ma proprio dal vuoto, dallo spazio racchiuso. Quando la volumetria di questo spazio racchiuso dove l’uomo penetra si avvicina alla volumetria del corpo umano, nasce un vestito. Il vestito è una struttura in tessuto in cui a tutti è concesso di entrare – For all. Dalla pietra al tessuto, il palazzo diventa un abito

Iannone ha curato le due ultime collezioni Pal Zileri. Alla base del suo lavoro, la contaminazione delle arti: letteratura classica, cinema, musica. I viaggi in luoghi fisici e in universi immaginari. I colori dell’ultima capsule ricordano la foresta, le battute di caccia. La nuova identità cromatica scelta per Pal Zileri è Il verde laguna – Venezia è vicina. In Morte a Venezia Aschenbach restava abbagliato dalla bellezza di Tadzio. Iannone ha preso ispirazione da Mann per creare la limited edition di uno zaino che ha chiamato Tadzio, e che è comparso in cento esemplari per l’inaugurazione del nuovo negozio di Milano, in via Manzoni. A ciascuna area dello store, un colore – verde laguna, blu pavone, testa di moro, rosa Jaipur. L’ispirazione per Iannone arriva dal cinema, per mediare classico e contemporaneo. Attinge al neorealismo di Luchino Visconti, che ha sempre, con poesia, raccontato l’alto e il basso, conciliando i contrasti. La contaminazione è la chiave.

Epopea borghese

Leonardo Di Caprio in a pink BB Suit – The Great Gatsby
Naomi Campbell poses in a BB oxford cloth button-down - courtesy Brooks Brothers 200 years of American Style
David Hockney wearing a white oxford shirt
Limited edition of apparel to commemorate the Head of The Charles Regatta
Paul Newman wearing oxford button-down
Barack Obama wearing a Brooks-Brothers coat and red scurf
Brooks Brothers Store in 346 Madison Avenue, NY
Vintage map of Brooks Brothers stores in NY
Roosevelt wearing a black coat between Stalin and Churchill – Yalta summit 1945

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Mary Shelley pubblicava Frankenstein, Manzoni scriveva Il Conte di Carmagnola e Franz Xaver Gruber componeva Astro del ciel. Era il 1818. A New York vivevano poco più di centoventi mila persone. Non c’era ancora la metropolitana, né il ponte di Brooklyn. A sud di Manhattan, il fulcro della vita borghese. Solcavano i marciapiedi avvocati, mercanti, armatori, avvolti in cappotti con bavero e bottoni dorati, foulard al collo. Sotto, panciotti e pantaloni in pelle. Non era lo stile che piaceva a Henry Sands Brooks, commerciante di quarantasei anni, spesso in viaggio a Londra, dove Beau Brummell scriveva il codice dell’uomo dandy in pantaloni stretti e stivali da equitazione. Qui, Henry visitava le botteghe dei sarti di Savile Row e riportava a New York abiti con gilè colorati e cravatte in seta, e li regalava agli amici – l’inizio di un business.

All’incrocio tra Catherine e Cherry Street, socio il fratello David, Henry Sands Brooks apriva con diciassette mila dollari un negozio di abiti da uomo, H. & D.H. Brooks & Co. Trent’anni dopo, i quattro figli di Henry lo rinominarono Brooks Brothers e ne scelsero il logo: un Golden Fleece, o Toson d’oro, che pende da un anello. Memorie di imprese – quelle di Giasone e degli Argonauti partiti dalla Colchide alla ricerca del Vello d’oro. Memorie storiche che riportano al tempo dei dignitari d’Europa – i cavalieri dell’ordine del Toson d’oro, fondato nel 1431 da Filippo il Buono, duca di Borgogna. I loro abiti ricamati, rossi e viola in velluto, li resero celebri tra la nobiltà come gli uomini meglio vestiti del continente. Sul petto dei cavalieri brillava una collana d’oro e un ciondolo – il montone, simbolo della supremazia della Borgogna nel commercio della lana.

A fare la fortuna di Brooks Brothers furono i mercanti di New York. A metà Ottocento, sfogliavano il New York Enquirer, la pubblicità dei fratelli Brooks: «Ready-made clothing suitable for the California Trade». In partenza per Singapore o Sacramento, non dovevano più aspettare un abito confezionato su misura, ma potevano comprare vestiti già pronti da indossare – il pret-à-porter antesignano.

Polo con collo morbido, pantaloni e giacche venduti separatamente, la soluzione che propose a inizio Novecento per l’uomo borghese in cerca di colore nel dopo lavoro. Il cotone indiano seersucker, per i vestiti leggeri da indossare nelle giornate estive al mare. Negli anni Cinquanta, la svolta della No-iron, una camicia morbida e facile da lavare grazie al mix di Dacron e cotone. Nel 1973 – erano gli anni di Marcuse, delle contestazioni studentesche, dei Beatles, di Andy Worhol – la firma di uno stile che vestiva le giovani generazioni con pantaloni scampanati, revers larghi e soprabiti sportivi di Harris Tweed. Pochi mesi dopo, il Watergate travolse l’amministrazione Nixon, il suffisso gate dell’abito si impose – era il Brooksgate.

Katherine Hepburn amava i pantaloni seersucker e Marlen Dietrich, con un tuxedo da uomo, cantava al cabaret di Morocco. ‘Borrowing from boys’ – le donne hanno sempre preso in prestito dal guardaroba degli uomini. Facevano incursioni nei negozi Brooks Brothers per accaparrarsi il polo coat appena uscito. A metà secolo, la camicia rosa era stata adatta alla taglia femminile, un instant bestseller – l’allora presidente John C. Wood non gradiva, restava fermo sulle sue considerazioni: «We are definitely not in the woman’s clothing business».

Nixon vestiva Brooks Brothers, come altri quaranta presidenti americani – su quarantacinque. Abramo Lincoln sulla fodera del cappotto fece scrivere il motto di Daniel Webster, One Country, One Destiny. Lo indossò per il giuramento al portico est del Campidoglio e lo indossò cinque settimane dopo, al Ford Theatre, quando John Wilkes Booth gli sparò, uccidendolo. Una cappa nera copriva le spalle di Roosevelt nel 1945 a Yalta, seduto tra Stalin e Churchill. John Fitzgerald Kennedy indossava il suo abito preferito, il Number one sack suit, quando fu proclamato presidente, «l’esempio della perfezione Brooks Brothers», scrivevano di Kennedy sul New York Times nel 1960. Bill Clinton era solito portare una giacca scamosciata, regalo di Hillary. Barack Obama, al suo primo insediamento, con una sciarpa rossa e il cappotto Westbury.

Come in politica, così al cinema – e su Netflix. Fred Astaire collezionava Repp Ties, le iconiche cravatte a righe – come gli studenti che praticavano canottaggio nei college britannici, le usava al posto della cintura. Clark Gable, raccontavano i sarti che gli prendevano le misure, aveva un rapporto vita-spalle da manuale. Classici americani – fuori dal set e sul set. È un abito Brooks Brothers rosa quello che Leonardo Di Caprio, the Great Gatsby, indossa al Plaza Hotel – «Chi è quest’uomo, Daisy, con questa casa, queste feste, questi vestiti eleganti?», chiede il marito Tom Buchanan, gilet e maniche della camicia arrotolate. Dagli anni Venti di Fitzgerald agli anni Sessanta di Matthew Weiner’s e del suo Mad Man, il pubblicitario Don Draper indossa il no. 1 Sack Suit. Il romanzo nasce per raccontare vicende e bisogni di una nuova classe sociale – moderna epopea borghese.

Un poncho

HELEN YARMAK
PEARL, AQUAMARINE, DIAMONDS
AQUAMARINE, DIAMONDS
RING-SCULPTURE AQUAMARINE, DIAMONDS
RUBELLITE, DIAMONDS
RIHANNA WEARING HELEN YARMAK FUR
 JENNIFER LOPEZ WEARING HELEN YARMAK FUR
LADY GAGA WEARS HELEN YAMARK FUR IN THE VIDECLIP G.U.Y.
CARMEN DELL'OREFICE - PHOTOGRAPHY FADIL BERISHA
HELEN YARMAK PONCHO IN THE MOVIE THE DEVIL WEARS PRADA

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

In via Montenapoleone non ci sono solo boutique al livello della strada. Ai piani alti, al riparo dal vociare di un coro modaiolo, gli showroom accolgono clienti riservati. Qui Helen Yarmak, fashion designer, produttrice di gioielli e pellicce, ne possiede uno – altri due a Mosca e a New York.

Helen è nata in Ucraina, a Kiev. Due passioni hanno animato la sua giovinezza: la scienza e il design. L’una ha a che fare con la razionalità, l’altra con la creatività – cos’hanno in comune, mi viene da chiederle: «Quando sei predisposto ai ragionamenti logici, vuol dire che il lato sinistro del cervello funziona bene. Quando hai creatività, è quello destro che lavora. Diciamo che i miei due lati si sono sempre parlati, e io li ho lasciati fare», così mi risponde, in inglese, con accento russo, mentre siede sul divano bianco con accanto una fila di pellicce, e di fronte, su un tavolo basso, i gioielli – l’ultima collezione. Due pezzi li indossa, anello e orecchini – la Paraiba.

Si è laureata in matematica, un dottorato alla Kiev State University, e ha iniziato a lavorare al Cybernetic Research Institute. Poi «è arrivata la Perestroika. Con mio marito ci siamo trasferiti a Mosca. Il governo decise di tagliare i fondi per le scienze. Così, chi aveva una formazione scientifica, fu costretto ad adattarsi, uomini tassisti e donne cameriere». Helen ha perseverato sulla strada della creatività e ha iniziato a lavorare come designer.

Le pietre sono la sua passione, ne conosce tutti gli aspetti. Penso a Guinizzelli – «Foco d’amore in gentil cor s’aprende come vertute in petra preziosa» ­– e le domando se crede nelle virtù delle pietre: «Sì, credo che siano una fonte di energia positiva. Le pietre che ci appartengono, ci danno forza. I nostri clienti giapponesi mi hanno insegnato una cosa, ti mostro». Stringe la sua Paraiba in una mano, nell’altra unisce pollice e indice, «Prova a separare le mie dita – mi sfida – Fai pure con forza. Non riesci, perché la pietra mi dà energia». All’oroscopo, invece, non crede: «Ho avuto due mariti, sono nati nello stesso anno, nello stesso giorno, ma avevano due personalità del tutto differenti».

Prima di intervistarla avevo scorso il suo Instagram. Sui red carpet del mondo e sulle copertine dei magazine di moda, star internazionali – Lady Gaga, Rihanna, Sharon Stone, jennifer Lopez –  posano con le pellicce e i gioielli di Helen. Clienti, non amiche: «Pensi sia possibile avere amici nello star system? Sono tutti troppo impegnati. Vengono nei miei showroom, se gli piace qualcosa – e se possono permetterselo – la comprano. Non facciamo mai regali alle star, è la nostra policy. Puoi fare beneficienza, fare regali ai tuoi veri amici, ma non alle celebrità».

Helen si divide tra la Russia e gli Stati Uniti, ma è sempre in viaggio: «Vivo in aereo. Ogni volta che vado in un posto, vorrei restarci per sempre, che sia in Asia, in America o in Italia». A Milano viene due volte all’anno, qui si producono tutti i gioielli e le pellicce. Quelle che vedo appese mi incuriosiscono. La collaboratrice di Helen mi mostra lo zibellino. In poche abili mosse e sbottonamenti, accorcia la pelliccia fino a che resta solo il coprispalla: «La novità di quest’ultima collezione è la versatilità: le pellicce si scompongono – maniche comprese – a seconda delle esigenze».

Torno da Helen per saperne di più sui gioielli. «Quando ho iniziato come designer, era ancora una pietra accessibile, – mi spiega mentre si toglie dal dito l’anello con la Paraiba – adesso è intoccabile. È la mia preferita, brilla, emana vibrazioni positive. Il valore è inestimabile». Poi mi mostra un anello con l’opale rossa e uno con un tris di pietre – perla, rubino e zaffiro. Ci sono anche i gioielli da uomo, che lancerà sul mercato a settembre per la prima volta.

I suoi clienti amano gli oggetti particolari, «per la maggior parte sono dei mariti molto generosi – scherza – e persone che si sono fatte da sole». Anche molte donne tra i frequentatori dei suoi atelier, «donne d’affari, che arrivano esauste dopo il lavoro, si provano le pellicce, i gioielli e iniziano a cantare, sorridono, si sentono a loro agio». Pochi anni fa ha ricevuto un premio come miglior designer al Metropolitan Museum. «Erano presenti una serie di esperti del settore, uno di questi si rivolge a me e mi dice: ‘è la prima volta che vedo un gioiello e mi viene da sorridere’. È questo che mi dà soddisfazione, rendere felici le persone attraverso le mie crezioni. Design is about making people happy».

Il profilo Instagram di Helen Yarmak, @helenyarmak

A conversation with Trudie Styler

TRUDIE STYLER – PHOTOGRAPHY BY ANDREW COOPER
BILLY – ALEX LAWTHER
ALEX LAWTHER
LAVERNE COX, ABIGAIL BRESLIN, ALEX LAWTHER
TRUDIE STYLER – PHOTOGRAPHY BY ANDREW COOPER
TRUDIE STYLER, IAN NELSON – PHOTOGRAPHY
BILLY'S MOTHER, MOV – BETTLE MIDDLER

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Trudie Styler arriva al Teatro Strehler. Non è accompagnata dal marito Sting, ma dall’attore che nel film di cui è regista e produttrice interpreta Billy, Alex Lawther – già James nella serie di Netflix The end of the fucking world. Sono a Milano per presentare il lungometraggio Freak Show al pubblico del Festival Mix, la rassegna del cinema QLGBT che si tiene ogni anno, da trentadue anni.

Incontro Trudie nel suo camerino, sorride. Alta, con la blusa a fiori dentro una gonna a pieghe blu. Arriva un cocktail di benvenuto, e un paio di forbici – l’etichetta del reggiseno la tormenta. Non doveva dirigere lei Freak Show, ma quando il regista ha avuto una crisi personale e si è dimesso «ci siamo chiesti: molliamo o continuiamo? Mi sono fatta avanti, ho pensato a me stessa come Guy Ritchie, una creative producer, così sono diventata io la regista». Quattro settimane per fare i casting, ventidue giorni per girare: «non avevamo abbastanza tempo, non avevamo abbastanza soldi».

Il film ha visto la luce. Il tema è il bullismo, a cui si aggiunge la rivendicazione dell’identità sessuale. Billy si è appena trasferito nella ricca proprietà del padre nel sud del Connecticut, dove inizia il liceo. Matita agli occhi e abiti da donna: l’appellativo fag non tarda ad arrivare, e nemmeno le violenze fisiche. Sogna l’Italia: «Mettermi un paio di jeans non mi salverà. Forse un biglietto per Marte potrebbe, o per Milano». Fronteggia cheerleader conservatrici e maschi alfa della squadra di football. Non rinuncia a essere se stesso: si cosparge di profumo, si traveste da Ella Fitzgerald, recita, danza. Si definisce transvisionario, gender obliviator, freak. Raccoglie consensi: si candida per diventare homecoming queen sfidando la trumpiana Lynette il cui slogan è «Let’s make America great again», e inaspettatamente perde.

Sembra la metafora della politica reale, eppure «quando stavamo girando il film non sapevamo che Trump avrebbe vinto, nessuno lo immaginava» rivela Trudie. «Il fatto che Lynette abbia proclamato quello slogan è un’ironia della sorte. Il fatto che Trump abbia vinto, è assurdo. Il mondo è un posto sempre più pericoloso per causa sua». Si preoccupa anche per il nostro paese: «Anche voi avete un governo che sta virando sempre più a destra, voi giovani non ne siete spaventati?».

L’Italia la conosce bene. Billy vagheggia Milano, Trudie anche: «Tutti pensiamo che sia la città più all’avanguardia nel fashion. Billy, dopo una giornata orribile a scuola, immagina di trascorrere qui le sue vacanze: quale posto migliore per fare shopping?». Si guarda allo specchio e realizza: «Sono tutta italiana!». A richiesta, passa in rassegna il suo outfit: «questa borsa è di Prada, la camicetta di Valentino, la gonna, anche questa di Prada. Le scarpe no, non sono italiane: Manolo Blahnik». Ama i vestiti: «Scelgo io tutti gli abiti che indosso, voglio sentirmi a mio agio. Per lavorare ho un daytime wardrobe, mi serve per spostarmi da una parte all’altra di New York».  

Per la realizzazione dei costumi del film la scelta è ricaduta sulle amiche e colleghe Colleen Atwood e Sarah Laux: «Sono costume designer, utile! Avevamo così poco budget». Anche per la scelta delle musiche ha chiesto il supporto di una persona fidata: «mia figlia Eliot è una musicista, due canzoni sono sue. Mi sono divertita a scegliere i brani con lei. Utile avere una ‘famiglia musicale’».

Con Sting si è sposata nel 1992. «Mi supporta in tutto quello che faccio – compreso questo mio esordio da regista. Guarda tutti i miei film e mi da feedback». Una dei quattro figli, Eliot, è nata a Pisa. La Toscana, la loro seconda casa: «siamo stati adottati dall’Italia. Mio marito registra qui e abbiamo una tenuta in cui facciamo vino, Il Palagio. Ogni bottiglia ha il titolo di una canzone, Sister moon, Message in a bottle, Roxanne. Il vino è l’espressione del nostro amore per questo territorio».

Il Festival MIX Milano di Cinema QLGBT è da trentadue anni il Festival del cinema della comunità gay, lesbica, trans e queer. Ogni anno viene proiettata una selezione di film della cinematografia indipendente a tematica LGBT.

Nell’edizione 2018 sono stati premiati:

Miglior Lungometraggio a: Venus di Eisha Marjara – Canada 2017

Miglior Documentario a: Mr Gay Syria di Ayşe Toprak – Turchia, Francia, Germania 2017

Miglior Cortometraggio a: Marguerite di Marianne Farley – Canada 2017

Per più informazioni, festivalmixmilano.com

Favola secondo Mauri

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

È Favola il primo film – tra il drama e la comedy – di Sebastiano Mauri, adattamento cinematografico della pièce scritta nel 2011. È la storia della presa di coscienza – e liberazione – di Mrs Fairytale, una donna bianca, borghese e transessuale nell’America degli anni Cinquanta.

Dal teatro al grande schermo. «Per essere fedeli allo spirito dell’opera, dovevamo tradirla. Il cambio di medium necessita di un cambio di prospettiva», spiega il regista. «Al teatro si vede un totale del personaggio, che con corpo e voce deve arrivare lontano. Al cinema, basta vibrare un sopracciglio e si comunica». Il cast originale – Filippo Timi, Lucia Mascino, Luca Santagostino – si è arricchito di due personaggi – Piera degli Esposti, nel ruolo dell’austera, poi redenta, mother, e Sergio Arbelli, marito padrone di Mrs Fairytale – Timi – sempre con la piega fatta e l’abito a palloncino.

La legge che vige nelle case dell’America anni Cinquanta è questa: «Più la donna fatica in casa, più è bella agli occhi del marito». La declama Mrs Fairytale, correndo da una sala all’altra della sua borghese dimora americana – attende il ritorno del marito Sten. Colma il vuoto dei pomeriggi versando tè corretto al whisky in bicchieri di cristallo e si diletta in sensuali lezioni di Mambo. Il barboncino Lady è impagliato, ma agisce e viene trattato come fosse vivo. Un giorno Mrs Fairytale scopre la verità su se stessa: è transessuale, ed è attratta – ricambiata – dall’amica con cui trascorre buona parte delle giornate, Mrs Emerald, compagna di domestiche sventure.

Il mondo in cui si muovono i personaggi è pieno di colore. C’è una cura dei dettagli non fine a se stessa, ma funzionale al racconto. «Questa realtà, senza svelare troppo, è immaginaria, creata da Mrs Fairytale stessa». È la visione di un’America in cui non è mai stata, quella incantata della golden age hollywoodiana. «Era necessario avere quel livello di estetismo, tipico dei drammi alla Douglas Sirk in cui nessun colore era lasciato al caso, ma al servizio degli stati d’animo: il verde delle foglie era smeraldo se la donna era innamorata, grigio se depressa».

Per rappresentare le fantasie di Mrs Fairytale, Mauri ha scelto persone fidate: «Ho seguito un consiglio dato da Hitchcock in un libro di dialoghi che lessi a diciassette anni, Hitchcock/Truffaut – leggersi quel libro e vedere i suoi film vale una scuola». Sebastiano Mauri italo argentino è laureato in cinema alla New York University. «Non è pensabile che il regista decida ogni cosa, come vuole la romantica idea europea: scegli persone capaci e lasciati sorprendere». Scenografie di Dimitri Capuani – Il canaro, Tale of tales. Acconciature e trucco di Aldo Signoretti – nel 2007 disegnava sui volti dei Maya in Apocalypto. I costumi sono di Fabio Zambernardi, design director di Miu Miu e Prada dal 2002, che aveva creato anche i costumi originali dello spettacolo: «Alcuni vengono proprio dal teatro, adattati a una Mrs Fairytale che ha perso qualche chilo dai tempi delle turnée».

Ci sono momenti di emotività. Il film ha degli aspetti intimi, in cui ci si connette al dolore del personaggio. Come nella scoperta dell’identità sessuale. Il tema è proprio a Mauri, forte di un impegno civile: nel 2015, nel pamphlet Il giorno più felice della mia vita, entrava nel diritto delle coppie gay a sposarsi. Due anni fa, il matrimonio con Filippo Timi a New York. «La parola transessuale non esisteva neanche negli anni Cinquanta. Solo da pochi anni si parla di questi temi, e finalmente fanno parte del mainstream. Oggi si reclamano diritti che prima non erano mai stati veramente considerati».

Vivere la sua sessualità e amare una donna, i diritti che reclama Mrs Fairytale. Complice Mrs Emerald – e alla fine anche con l’aiuto di mother – mette in atto un piano d’azione per fuggire dalla prigione domestica e dai soprusi del marito violento.

Favola

Film di Sebastiano Mauri

Con Filippo Timi, Lucia Mascino, Luca Santagostino, Sergio Arbelli, Piera degli Esposti

Prodotto da Palomar con Rai Cinema

Al cinema il 25, 26, 27 giugno

sebastianomauri.com

Favola secondo Mauri

Sebastiano Mauri
Una scena di Favola
Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

È Favola il primo film – tra il drama e la comedy – di Sebastiano Mauri, adattamento cinematografico della pièce scritta nel 2011. È la storia della presa di coscienza – e liberazione – di Mrs Fairytale, una donna bianca, borghese e transessuale nell’America degli anni Cinquanta.

Dal teatro al grande schermo. «Per essere fedeli allo spirito dell’opera, dovevamo tradirla. Il cambio di medium necessita di un cambio di prospettiva», spiega il regista. «Al teatro si vede un totale del personaggio, che con corpo e voce deve arrivare lontano. Al cinema, basta vibrare un sopracciglio e si comunica». Il cast originale – Filippo Timi, Lucia Mascino, Luca Santagostino – si è arricchito di due personaggi – Piera degli Esposti, nel ruolo dell’austera, poi redenta, mother, e Sergio Arbelli, marito padrone di Mrs Fairytale – Timi – sempre con la piega fatta e l’abito a palloncino.

La legge che vige nelle case dell’America anni Cinquanta è questa: «Più la donna fatica in casa, più è bella agli occhi del marito». La declama Mrs Fairytale, correndo da una sala all’altra della sua borghese dimora americana – attende il ritorno del marito Sten. Colma il vuoto dei pomeriggi versando tè corretto al whisky in bicchieri di cristallo e si diletta in sensuali lezioni di Mambo. Il barboncino Lady è impagliato, ma agisce e viene trattato come fosse vivo. Un giorno Mrs Fairytale scopre la verità su se stessa: è transessuale, ed è attratta – ricambiata – dall’amica con cui trascorre buona parte delle giornate, Mrs Emerald, compagna di domestiche sventure.

Il mondo in cui si muovono i personaggi è pieno di colore. C’è una cura dei dettagli non fine a se stessa, ma funzionale al racconto. «Questa realtà, senza svelare troppo, è immaginaria, creata da Mrs Fairytale stessa». È la visione di un’America in cui non è mai stata, quella incantata della golden age hollywoodiana. «Era necessario avere quel livello di estetismo, tipico dei drammi alla Douglas Sirk in cui nessun colore era lasciato al caso, ma al servizio degli stati d’animo: il verde delle foglie era smeraldo se la donna era innamorata, grigio se depressa».

Per rappresentare le fantasie di Mrs Fairytale, Mauri ha scelto persone fidate: «Ho seguito un consiglio dato da Hitchcock in un libro di dialoghi che lessi a diciassette anni, Hitchcock/Truffaut – leggersi quel libro e vedere i suoi film vale una scuola». Sebastiano Mauri italo argentino è laureato in cinema alla New York University. «Non è pensabile che il regista decida ogni cosa, come vuole la romantica idea europea: scegli persone capaci e lasciati sorprendere». Scenografie di Dimitri Capuani – Il canaro, Tale of tales. Acconciature e trucco di Aldo Signoretti – nel 2007 disegnava sui volti dei Maya in Apocalypto. I costumi sono di Fabio Zambernardi, design director di Miu Miu e Prada dal 2002, che aveva creato anche i costumi originali dello spettacolo: «Alcuni vengono proprio dal teatro, adattati a una Mrs Fairytale che ha perso qualche chilo dai tempi delle turnée».

Ci sono momenti di emotività. Il film ha degli aspetti intimi, in cui ci si connette al dolore del personaggio. Come nella scoperta dell’identità sessuale. Il tema è proprio a Mauri, forte di un impegno civile: nel 2015, nel pamphlet Il giorno più felice della mia vita, entrava nel diritto delle coppie gay a sposarsi. Due anni fa, il matrimonio con Filippo Timi a New York. «La parola transessuale non esisteva neanche negli anni Cinquanta. Solo da pochi anni si parla di questi temi, e finalmente fanno parte del mainstream. Oggi si reclamano diritti che prima non erano mai stati veramente considerati».

Vivere la sua sessualità e amare una donna, i diritti che reclama Mrs Fairytale. Complice Mrs Emerald – e alla fine anche con l’aiuto di mother – mette in atto un piano d’azione per fuggire dalla prigione domestica e dai soprusi del marito violento.

Favola

Film di Sebastiano Mauri

Con Filippo Timi, Lucia Mascino, Luca Santagostino, Sergio Arbelli, Piera degli Esposti

Prodotto da Palomar con Rai Cinema

Al cinema il 25, 26, 27 giugno

sebastianomauri.com