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micol beltramini

L’amore e l’abbandono

Sara Gamberini

Maestoso è l’abbandono

Hacca Editore, p. 203, € 15,00

Text Micol Arianna Beltramini

 

Nel 2010 Xavier Dolan, ventun anni, scrive, dirige e interpreta il suo secondo film, Les amours imaginaires. È la storia di due ragazzi, Marie e Francis, che si innamorano di un loro coetaneo, Nicolas. Nicolas è fatto della stessa sostanza dei sogni; né Francis né Marie riusciranno mai a farlo loro, e questa tensione, o strazio che dir si voglia, consumerà i loro giorni. Nel 2017 Luca Guadagnino, su sceneggiatura di James Ivory, dirige quello che per molti è il suo capolavoro, Call me by your name. Punta quasi tutto su estetismo ed edonismo, minimizzando un aspetto che nel libro di André Aciman, del 2007, era dominante: il brancolamento invisibile. Inizialmente confuso dai contraddittori messaggi di Oliver (perché mi ha toccato la spalla? mi ama o gli do noia?) il protagonista Elio arriverà presto a pregare che quell’agonia non si esaurisca mai: dall’alto dei suoi diciassette anni ha già capito quasi tutto quel che c’è da capire. Nel 2018 Sara Gamberini firma il suo primo romanzo, Maestoso è l’abbandono. Chiude con queste parole la questione amori immaginari: «Hanno gli occhi pieni di una sostanza liquida fatta di amore eccezionale e di stelle, l’amore mai provato prima. Io che sono molto diffidente provo a rintracciare in me, per liberarli, i punti in cui l’idealizzazione si è potuta aggrappare con tanta intenzione. Ma poi di loro non se ne sa più niente, essi sfumano con educazione o svaniscono all’improvviso. L’eco che accompagna il loro svanire dice cose come abitavamo un sogno, ma anche la vita senza di te, poi credi di sentire una parola piccolissima che forse dice cuore, dice mai». Dolan e Aciman, se la conoscessero, l’abbraccerebbero.

Courtesy Press Office
hacca.it

#Dionysus, #Safe Sex – The Condom Series

#Dionysus, #Safesex – the condom series, feat. Alice Longyu Gao, Ezra J. Williams, Molly Howard, Liza Voloshin, Maxwell Osborne, Blaine O’Neill, Markus Molinari, Mia Moretti, Sean Bennett, Joey Regan, Aluna George, Margot, Kacy Hill. Producer Mia Moretti, Director Rony Alwin, Editor Maritza Gonzalez, Original Music Voomz

Text Mia Moretti
@miamoretti

 

Ho intervistato l’artista cinese Alice Longyu Gao nel contesto di una sua installazione color rosa, con le pareti rosa. Mi sentivo dentro a un utero. Uno spazio morbido, caldo e confortevole. Mi ha detto: «Sono venuta su questa terra con questo unico corpo, voglio proteggerlo per fare cose più significative». La sua oasi rosa era più di un’installazione artistica temporanea, era più di una stanza con quattro pareti per ospitare i nostri corpi fisici: era il suo santuario.

Se tutti onorassero il proprio corpo come Alice – se tutti si amassero come Alice – potremmo iniziare ad amare le nostre tribe, le nostre tribù. Ho creato questo video con la mia tribù – gli amici, i colleghi e i vicini di casa, da Los Angeles a New York, il mio hair stylist, il mio compagno di band, i eantanti pop, i pittori, i registi, gli amministratori delegati, gli stilisti e i ristoratori. Sono entrata nel loro spazio più intimo – la camera da letto – ho chiesto loro del sesso. Siamo intuitivi, dipendenti dal sentirci bene, pronti a concederci. Siamo la nostra fantasia dionisiaca. Il nostro Dioniso inghiotte la passione come un bicchiere di vino senza fondo.

Concediamoci con amore, con gentilezza, con onore – alziamo un bicchiere e beviamo per i nostri corpi – i nostri santi santuari – proprio come Alice.

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Il Controllo

Text Ilaria Macchia

 

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». È passato più di un anno ormai, da quando Giulio mi disse quella frase per telefono. Quasi non la ricordavo più. Mi è ritornata in mente oggi, quando me ne ha detta un’altra, molto più ostile. Mi ha detto ti amo.

Abbiamo fatto l’amore a casa sua. È venuto a prendermi in macchina, e io ho pensato che avremmo scopato lì dentro, come piace a noi, con la pioggia che batte sui vetri come se fosse un guardone che vuole entrare nella camera da letto – invece no, siamo andati a casa sua, in camera sua, sul suo letto. Mi ha toccata e mi ha stretto i fianchi in un modo diverso, più forte del solito. Giulio ha goduto, io no. Non ho avuto il coraggio di dirgli: fai qualcosa, sto aspettando. Così, quando ho capito che niente si stava muovendo dentro di me, ho deciso di muovere il mio corpo. Almeno quello avrebbe potuto seguire una scossa che io, con tutta la mia volontà, gli imponevo. Quando si è staccato da me, mi ha accarezzato i capelli e ha detto la solita frase dopo il sesso: «Faccio il controllo».

Gli ho sorriso, e gli ho detto che oggi lo volevo fare anche io. Mi sono messa carponi sul letto, in attesa di trovare l’energia per tirarmi su e seguirlo in bagno. Volevo partecipare al rito forse perché mi sentivo in debito di non aver partecipato, veramente, alla scopata. Mentre ero ancora sul letto, si è messo a piovere forte e mi è venuto su un languore. Anche se non avevo goduto, quel letto con le lenzuola di flanella era l’unico angolo del mondo in cui volevo fermarmi. Allora gli ho fatto una proposta. Uno strappo alla sua regola, uno sgarro alle sue abitudini che potesse fargli pensare che si poteva scopare anche senza seguire il metodo, ed eventualmente addirittura saltando l’ispezione. «Dai, oggi non controlliamo».

Mi ha guardato con stupore, si è fermato in mezzo alla stanza. Teneva in mano il suo preservativo penzolante, pieno del suo sperma. Una visione che per me, ormai era come un quadro appeso davanti al letto. Gli ho notato negli occhi una piccolissima scintilla di delusione per questa proposta. Poi si è ripreso, mi avrà perdonata in quella frazione di secondo, e mi ha risposto malamente. «No, controlliamo. Sai perché?» – «No, perché?» – «Perché ti amo».

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». Questo me lo disse al telefono, un anno prima. Io chiusi il libro di letteratura inglese, sospirai e spinsi il mio corpo sino alla poltrona. Giulio stava aggiungendo altre parole, altri concetti, e chissà cosa voleva dire di più. Io avevo memorizzato solo quell’ammonimento, e in particolare la parte finale: ti lascio. Fino a quel momento, ero stata una ragazza fortunata. Nessuno dei mostri con cui avevo avuto una storia mi aveva lasciata. Tutti avevano sofferto per me, almeno così mi sembrava.

Mi piaceva, dopo averli abbandonati senza preavviso, incontrarli per la strada e vedere che erano dimagriti per il dispiacere. Mi piacevano anche le loro telefonate, anonime o disperate, solo per sentire la mia voce dire pronto. Mi piaceva pensare ai soldi che spendevano in benzina per raggiungermi all’uscita dalle lezioni, o sotto casa, per chiedermi se per caso avevo cambiato idea. Le loro facce – addolorate, incredule, speranzose, e rassomiglianti tra loro – mi confermavano sempre che avevo fatto bene a lasciarli.

Con Giulio stava durando. Io avevo quasi vent’anni, ed ero vergine – e Giulio diceva sul serio. «Va bene – gli risposi – stasera scopiamo». Sospirai, e per un momento sentii di essere stata per me stessa una delusione. Mi alzai dalla poltrona, rovistai in un cassetto della scrivania e venne fuori una rivista di quando ero adolescente. C’era una domanda che occupava due pagine intere: che cosa significa fare l’amore? Appena sotto c’erano le foto di alcune ragazzine, e le loro risposte. Frasi molto romantiche che mi fecero sorridere. Poi, in basso, era riportato un elenco con alcuni consigli per «affrontare la prima volta: procedere con una depilazione accurata, assoluta; mettere lo smalto anche alle dita dei piedi, indossare mutande nuove, e un reggiseno facile da togliere».

Questi erano solo alcuni dei punti in elenco, ma a me sembrarono quelli che potevano essermi più utili. Iniziai con lo smalto, e sarei passata al resto ma dopo poco squillò il telefono. «Pronto?» – «Sono io. Li compri tu i preservativi?» – Giulio me lo chiese in un modo brusco, che non gli apparteneva. Questa cosa di scopare era una faccenda che forse si poteva sbrigare solo così, in modo brusco appunto. Per questo gli risposi risoluta: «Certo». Non c’era niente di più incerto, nella mia vita, di me che compravo dei preservativi – ma se mi fossi tirata indietro, Giulio mi avrebbe lasciata. Presi la bicicletta e andai nell’unica farmacia del paese, dove comprai preservativi e assorbenti, per ricordare a me stessa che quegli oggetti facevano parte della stessa vita, e si sarebbero entrambi occupati della mia fica.

Scopare non fu difficile. Pioveva, avevamo trovato un angolo alla fine di una strada chiusa che mi fece sentire raccolta, accolta sotto un tetto. Ci spogliammo, la luce della luna entrava a sprazzi, la musica ci alleggeriva del peso della concentrazione. Tutto fu fatto nel modo giusto, tranne quello che successe dopo. Giulio si tolse il preservativo, e lo sollevò all’altezza degli occhi. Penzolava, ed era pieno del suo sperma. «Adesso facciamo il controllo», disse. Prese una bottiglietta d’acqua che aveva lì in macchina, aprì lo sportello e in quel momento lo scroscio della pioggia mi arrivò limpido alle orecchie. Riempì il preservativo di acqua, e quello si gonfiò come un palloncino. «Siamo a posto, è integro», mi disse. Io sorrisi, ma non volli guardarlo in faccia. Quell’operazione mi era sembrata ridicola, ma io di certe cose non ne sapevo niente, e quello che contava per me era essere stata brava.

Dopo la prima volta, scopai con Giulio quasi tutti i giorni. I preservativi li compravo sempre io, e di quello che Giulio chiamava il controllo se ne occupava lui. Di questa attività io conoscevo solo i risultati, me li ha sempre riferiti alla fine dell’operazione. So per certo che, in tutto il tempo che abbiamo scopato insieme, mai ci è successo, nemmeno una volta, di trovare un preservativo rotto, bucato, fallato. Anche per questo oggi gli ho chiesto di non controllare. Chissà perché invece, lui mi ha risposto con questo ti amo. L’ha pronunciato, mi ha sorriso e io ho fatto lo stesso. In quell’istante ho pensato, non ce la faccio. Non riesco ad amare Giulio, perché Giulio tutte le volte che scopa con me, fa il controllo. Così l’ho lasciato, e sono tornata a casa a piedi.

Ora sono distesa sul letto, ho aperto il cassetto e ho tirato fuori uno dei tanti preservativi che ho di scorta. Ci ho messo dentro un dito, poi un altro, l’ho avvicinato al naso, l’odore che ha mi piace moltissimo. Ho tirato giù i jeans e le mutande, e con la mia mano protetta dal preservativo mi sto masturbando. Mi ama, ma io no, per niente. Il sesso non può fare niente contro la noia.

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Il Sesso casuale

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta la ricerca dell’anima gemella. A scuola, sul lavoro, per strada. Ci si guardava intorno con una certa quota di struggimento, come se dovesse trovarsi lì, da qualche parte, nascosta. Prima o poi ci saremmo incappati, era cosa certa; anzi, meglio non cercarla, sarebbe arrivata da sola, più in fretta. Il sesso casuale era questione di status, per l’uomo; per la donna, a volte, un problema – o meglio, un problema il giudizio degli altri. Sugli anni Novanta incombeva l’ombra lunga dell’HIV; persino in Italia si era più cauti e prudenti del solito. Poi è arrivato Internet: blog, forum, mail, chat. Abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con persone che altrimenti non avremmo mai incontrato. Le abbiamo conosciute prima di conoscerle. Intimamente. La protezione dello schermo ha fatto sì che ci aprissimo molto; innamorarsi, in gran parte dei casi, è stato inevitabile. Lo spazio condiviso, finché è durata, sembrava una festa per pochi. Poi sono arrivati i social network, Facebook e Instagram davanti agli altri. L’importanza delle foto ha surclassato quella dei messaggi; inoltre, eravamo invitati al giudizio: mi piace? Dall’apprezzamento estetico a quello triviale è stato un attimo: mi piace questa ragazza? è figa? Abbiamo iniziato a scorrere le foto più velocemente: con chi esce stasera? dove va? Quelle che prima si chiamavano agenzie matrimoniali sono diventate portali di incontri; quando si sono ulteriormente trasformate in app abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo – molto meno sbattimento. Siamo diventati parte di un catalogo, merce esposta in vetrina: è avvenuto consensualmente, non hanno nemmeno dovuto chiedercelo. Di certo qualcuno ci sta browsando anche in questo momento: varremo un mi piace, un cuore, addirittura un messaggio?

Una volta, non ricordo più dove, ho letto una verità che mi ha colpita: ogni cosa, lasciata a sé stessa, tende ad andare a male. Una stanza a sporcarsi; un fuoco a spegnersi; un amore a darsi per scontato, a perdere il suo potenziale romantico. L’unico antidoto all’incuria – la cura, appunto – richiede impegno. Come ci si difende dall’incuria relazionale? Di cosa ci si arma contro la non giustificata rozzezza? Proviamo a delineare le dinamiche di un approccio non offensivo, un primo appuntamento gentile. Bisogna innanzitutto – non è cosa scontata – che l’altra persona ci piaccia davvero. Che la consideriamo degna di stima e amicizia: perché frequentarla, altrimenti? Avremo poi cura che la comunicazione avvenga in modo chiaro e corretto: per nessun motivo l’altra persona dev’essere illusa, o tenuta in sospeso – si risponde sempre ai messaggi che richiedono risposta, anche un semplice adesso non posso. La scelta di dove incontrarsi cadrà su un luogo che faccia sentire entrambi a proprio agio, liberi di andarsene in qualunque momento: è preferibile un invito a bere qualcosa rispetto a una ben più impegnativa cena. Nel corso dell’appuntamento si dovrà osservare il reciproco linguaggio del corpo: se l’altro evita il contatto, non sorride, si guarda intorno o accampa pretesti, andrà semplicemente lasciato andare. Per nessuna ragione al mondo sarà lecito ricorrere al ricatto, né sentimentale – vorrei che restassi, né materiale – ti rendi conto di quanto ho speso stasera?. Le prime impressioni possono e devono essere rinegoziate fino all’ultimo: l’intimità sessuale è la questione più delicata che ci riguarda, abbiamo il diritto di ripensarci o di tirarci indietro. La decisione di chiudere una serata a letto con qualcuno, infine, dovrebbe essere non solo consensuale, ma entusiasta: le altre opzioni, inevitabilmente, rasentano la molestia o lo squallore.

La prevenzione, in teoria non ci sarebbe bisogno di dirlo, è la forma di educazione sessuale e sentimentale più importante. I dati diffusi nell’ultimo anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall’AIDS alla sifilide, è aumentata fino a quattro volte – soprattutto tra i più giovani, gli adolescenti e i ventenni. Il preservativo, dal canto suo, sembra diventato un optional. Le donne, più portate per natura a proteggersi, si ritrovano in condizione di dover chiedere all’uomo di indossarlo: le risposte che ricevono sono per lo più prive di senso – la colpa viene data al costo, alla difficile reperibilità, ma soprattutto all’apparente scomodità intollerabile: ne va del rapporto, pare. Da anfratti anni Ottanta dimenticati da Dio e dagli uomini vengono fuori scuse quali sono allergico al lattice o non esistono preservativi della mia misura. Resistenze di questo genere sono contrarie a ogni forma di civiltà: indossare un preservativo prima di un rapporto sessuale a rischio – dove per a rischio si intende con chiunque si conosca poco – dovrebbe essere un gesto automatico come lavarsi i denti prima di dormire. Non c’è niente di eccitante nel giocare alla roulette russa con la propria salute e con quella degli altri. È questo il messaggio di Shake your love, la campagna di educazione sessuale lanciata da Lampoon nel febbraio 2018. Che il sesso sia libero, sfrenato, audace: ma, prima di ogni altra cosa, rispettoso.

Photography Roberto Patella feat. Giove Taioli @ Brave Models, Editor in Charge Alessandro Fornaro

Scontro frontale

Text Matteo B. Bianchi

 

Ricordo il posto, l’ora, persino la temperatura. Era un pomeriggio d’estate, di luglio, dovevano essere le due e mezza o le tre, gli adulti erano andati a fare una pennichella dopopranzo, mia sorella e le mie cugine guardavano un telefilm in cucina, io ero su una sdraio nel retro della casa, in quello spazio di confine indefinito fra il nostro giardino e l’inizio del bosco, il caldo del pieno sole era mitigato dalla frescura delle piante, si stava benissimo. Stavo leggendo una rivista. Era l’ultimo numero di Panorama, che all’epoca mio padre comprava quasi sempre. Ed è lì, fra quelle pagine, che ho letto per la prima volta un articolo sull’AIDS. In quel numero c’era anche un servizio fotografico su Gianni Agnelli, in vacanza nel Mediterraneo sul proprio yacht, che si tuffava in mare totalmente nudo. Quel servizio fece scalpore, se ne parlò per settimane. Assurdo ripensarci ora: l’attenzione collettiva puntata su un industriale svestito che fa il bagno mentre su tutti noi stava per abbattersi l’apocalisse.

Avevo diciassette anni, ero privo di esperienze sessuali di qualsiasi genere e solo da poco avevo cominciato ad ammettere a me stesso la mia natura. Avevo capito di essere omosessuale e pochi mesi dopo apprendevo dalle pagine di un settimanale che c’era in giro una malattia nuova che stava colpendo le persone come me e della quale si sapeva poco o nulla, tranne che fosse fatale. Benvenuta tempesta ormonale e vaffanculo, di te non so che farmene.

La mia maturazione fisica ha coinciso col periodo peggiore degli ultimi decenni per fare esperienze sessuali: quello del panico. All’inizio c’era solo confusione. E terrore. Vietato il sesso. Vietato baciarsi. Non bere dallo stesso bicchiere. Non mangiare dallo stesso piatto. E gli abbracci? Si può abbracciare qualcuno. Quello forse. In un primo momento non lo chiamavano neanche AIDS ma GRID (Gay Related Immune Disease) perché sembrava prerogativa esclusiva della comunità omosessuale. Solo in un secondo tempo si è capito che riguardava tutti quanti. Persino la sigla AIDS è stata una forma di assurda, malata conquista. Nella testa di molta gente, per anni, è rimasta la malattia dei froci.

L’esplosione del virus in perfetta sincronia con la nostra maturazione fisica, almeno per me e per i miei amici, ha complicato tutto, ha rallentato tutto. Avevamo desideri e paure che ci esplodevano nel petto, ma le paure erano più forti. Ci è voluto tempo anche per capire che il preservativo fosse una barriera efficace. Oltre al danno, la beffa: vivevamo in un paese nel quale la Chiesa si opponeva anche solo al diffondere questa informazione. La peste voluta da Dio, dicevano gli esaltati. La condanna divina per essere quello che ero.

Ricordo anche che il primo stato europeo a fare una campagna pubblicitaria a favore del preservativo era stato l’Inghilterra. L’annuncio consisteva nella foto di un letto dalle cui lenzuola spuntavano dei piedi, un paio maschili sopra e un paio femminili sotto. Era l’immagine inequivocabile di una copula, benché dei due amanti si intravedessero solo le estremità inferiori. Il titolo diceva: «Ora può causare la morte, oltre che la vita». Agghiacciante, come lo slogan di un film horror.

Avevo trovato l’annuncio su una rivista musicale inglese, l’avevo strappato e l’avevo incollato sul lato dell’armadio della mia cameretta dedicato alle foto delle popstar, mischiato fra i Duran Duran e i Depeche Mode. Un monito al me stesso in fase di sviluppo: vedi di non dimenticartene.

La prima persona che conoscevo a morire di AIDS è stata Stefano. Era un amico del mio amico Paolo, che a volte veniva con noi nei locali, come componente aggiunto della compagnia. Un tipo simpatico ed esuberante, che si vantava di conquistare gli uomini con uno sguardo camminando per strada e che nei suoi racconti snocciolava avventure erotiche a metà strada fra il rocambolesco e l’esilarante. Uno che amava essere al centro della scena e che non aveva paura di attirare l’attenzione. Una sera eravamo andati in gruppo al cinema a vedere la commedia Una donna in carriera e al termine del film, sui titoli di coda, prima che si accendessero le luci in sala, si era alzato e aveva dichiarato a voce alta: «Ma questa è la storia della MIA VITA!», suscitando l’ilarità dell’intera sala. Un personaggio, la cui assenza non passava inosservata. Così abbiamo subito cominciato a chiedere sue notizie dopo un paio di weekend in cui non lo incontravamo. All’inizio Paolo diceva trattarsi di un malessere momentaneo, poi ha parlato di una malattia rara che i dottori stavano valutando con cautela. Non avevamo il coraggio di chiedere in modo esplicito. Dire quella parola equivaleva pronunciare una sentenza di morte. Più genericamente chiedevamo: «ma è grave?» Paolo minimizzava: «Ho detto che è rara, non che è grave». Bastava questo ad allontanare le nubi del sospetto, a confinare il pericolo mortale in un punto ancora lontanissimo da noi.

Il tempo passava, Stefano faceva dentro e fuori dagli ospedali, e anche quando era a casa non usciva né concedeva visite a domicilio. Ho chiesto a Paolo come mai non si facesse più vedere in giro e solo a quel punto ha sbottato: «Perché non può! È coperto di macchie ovunque, anche in faccia». Dall’espressione che ha assunto subito dopo ho capito che si era pentito di quello che aveva detto, che gli era sfuggito. Non aveva pronunciato la parola, ma fra le righe io l’avevo sentita chiarissima: Kaposi. Non ho più domandato nulla. Un mese dopo c’è stato il funerale.

Poi, una serie. Uno più impressionante di altri, quando il mio migliore amico, Antonio, aveva cominciato a uscire con questo operaio brianzolo, un tipo rasato e pieno di muscoli, di fede leghista (un frocio leghista era materiale da leggenda all’epoca). Le poche volte che uscivamo insieme non sapevamo bene di cosa parlare con lui, ci sembrava non avesse nulla in comune (anche se segretamente volevamo farcelo un po’ tutti). Quella con Antonio non era una storia seria. Si frequentavano, poi si mollavano, poi riprendevano a vedersi di nuovo. Poi venne fuori che aveva preso il virus. L’altro, perché Antonio ci stava sempre attento. L’abbiamo visto spegnersi a poco a poco, quell’aria salubre da boscaiolo scomparire settimana dopo settimana, il corpo sgonfiarsi come un palloncino bucato. Alla fine sembrava un vecchietto scheletrico in cui l’unica cosa rimasta viva erano gli occhi chiari, pungenti, completamente sperduti.

Avevamo imparato anche a ridere di noi. Sempre Antonio mi aveva raccontato che un giorno un suo collega a pranzo gli aveva confidato che quella sera avrebbe fatto l’amore con la sua ragazza e sarebbe stata la prima volta per entrambi. Gli aveva poi chiesto di accompagnarlo in farmacia per comprare una scatola di preservativi. «Se siete vergini entrambi a cosa vi serve il preservativo?» – aveva domandato Antonio. Il collega l’aveva guardato stupefatto e aveva risposto: «Beh, perché non corra il rischio di restare incinta». Noi gay avevamo talmente radicato il concetto di preservativo come unica forma di prevenzione da dimenticarci che, in effetti, il suo scopo reale fosse un altro.

Poi per fortuna le cose hanno cominciato a cambiare, le terapie a rivelarsi efficaci, contrarre il virus significava imparare a gestirlo, a conviverci, non a morirci. Ci siamo tranquillizzati, ce ne siamo fatti una ragione, e abbiamo preso a scopare forsennatamente, come è giusto che sia. Però per la mia generazione, quella degli anni Ottanta, l’imprinting è stato categorico. Il nostro era stato uno scontro frontale, che non avremmo potuto dimenticare mai.

Ripenso a tutte queste cose, in questo caotico flusso, stamattina mentre sono seduto in un caffè con Sebastian, un amico che ha la metà dei miei anni ed è sieropositivo. Mi chiedo se il terrore che ho assorbito in fase adolescenziale sia la sola causa della mia immunità. Perché io che ho raggiunto i cinquanta sono sano e lui no? Ho scopato con un numero imprecisato di uomini, a volte mi sono innamorato e ho avuto delle relazioni con loro, altre sono stati sconosciuti incontrati in discoteca, in saune, in feste di amici, su chat erotiche. Ho corso i miei rischi, avventurandomi da solo in parchi di notte in città dall’altra parte del mondo, in locali dall’aria clandestina cui accedere attraverso porte anonime suonando un determinato campanello rivelato ai soli interessati, trovandomi in festini dove in ogni stanza c’erano corpi sudati e intrecciati, eppure mai, neanche una singola volta, ho fatto sesso senza preservativo. È come se fosse un istinto animale connesso al mio DNA, un imperativo imprescindibile.

Sebastian sta affrontando nuove sfide, legate all’epoca che stiamo vivendo. Ha scelto di dichiararsi pubblicamente, sui social, e da allora riceve tanto incoraggiamento quanto violenza verbale, sei un viscido mostro, grazie per quello che stai facendo, ammiro il tuo coraggio, mi fai vomitare, te lo sei meritato. Un frullato senza senso di amore e odio, privo di controllo e di morale, e Sebastian che si erge da solo al centro del ciclone assorbendo tutto a viso aperto. Ammiro la sua spavalderia e cerco di dimostrarglielo ogni volta che posso, per quanto serva. Non posso fare a meno di pensare alla contraddizione della sua generazione, investita da informazioni di ogni genere e che tralascia i discorsi di prevenzione, come se i pericoli fossero già superati, mentre non è così. «È stato il mio primo ragazzo», mi confidato Sebastian. «Non era uno stronzo, solo che non sapeva di averlo».

Il destino è un figlio di puttana, comunque.

Claire Danes and Leonardo DiCaprio in a scene from the movie Romeo + Juliet, 1996 – Courtesy of 20th Century-Fox/Getty Images

Sesso non protetto

Text Rosa Matteucci

 

A metà degli anni Settanta, alunna di terza media, quasi ogni giorno andavo con due mie compagne, davanti allo studio del dottor Fraschetta Antonguido, Venerologo. L’importanza della venerologia ci era ignota, ma la targa di ottone del medico che s’occupava di genitali, suscitava in noi irrefrenabili sghignazzi misti a inconfessati turbamenti, per l’ipocrisia dell’aggettivo che evocava una ragazzona dalle carni mollicce che emergeva dalle acque, e anche una scritta, letta nei gabinetti della stazione, dove s’ammoniva che Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere.

Talora ci appostavamo, sempre sbellicandoci, in attesa dei pazienti del Fraschetta, paria affetti da disgustose malattie sessuali, efferatezze che avevo sbirciato, in foto bianco e nero, sul manuale di patologia clinica della cugina Celeste. Scroti deformati dall’ipertrofia, falli impestati di pustole, testicoli dalle dimensioni di un’anguria. Era quello della sessualità, un mistero di cui avevamo un’infarinatura, fra la biologia dei mammiferi e il leggendario, ma in definitiva era un mondo misterioso e parallelo a quello delle tredicenni, un destino riproduttivo in cui ci saremmo avventurate prima o poi, sotto la minaccia del ciclo mestruale. All’epoca la gente fumava dentro ai cinema, sprovvisti di impianti di aerazione, sugli autobus dove spippacciavano anche l’autista e il bigliettaio, i docenti fumavano in classe, l’eternit era un formidabile materiale di costruzione, si beveva l’acqua del rubinetto, le allergie e le intolleranze alimentari erano ignote, se un marito riteneva che la moglie lo avesse cornificato poteva ammazzarla e il suo gesto sarebbe stato rubricato come delitto d’onore e nemmeno il carcere – il reato delitto d’onore fu abolito solo nel 1981, per ricevere una telefonata l’obbligo era stare in casa di guardia al fisso, su cui si sarebbe potuto avventare tuo padre al primo squillo. Neo divinità pagana del benessere il telefono di casa e noi adolescenti suoi vassalli. Gli assorbenti e i preservativi si compravano esclusivamente in farmacia.

L’acquisto dei profilattici era per tacito accordo riservato ai maschi. Già davanti alla farmacia la vergogna era suprema, perché il cappuccetto in lattice con serbatoio suggeriva il suo prossimo utilizzo in pratiche di cui era meglio non parlare. I preservativi non erano certo esposti al pubblico, il farmacista con un ghignetto li faceva uscire da un cassettino. Erano sempre confezioni da tre, reputandosi tre copule sufficienti ai bisogni del giovane maschio, che poi due di questi si rompessero all’atto pratico non rilevava.

La morale veterocattolica era salva. Ossuti adolescenti, con barbette visibili con la lente d’ingrandimento, vistose fioriture di brufoli sul collo, ponfi rossi e dolenti da cui, nei casi più fortunati, uscivano rivoli di pus; i poveri compagni maschi, tormentati da uragani testosteronici, guidati dall’istinto arcaico del riprodursi, bramavano di accoppiarsi con pettorute ma ingenue adolescenti femmine, vittime del Romanticismo ormonale che postulava l’incontro con il principe azzurro. Renitenti a indossare ‘quel coso’, i maschi lo reputavano una vessazione – secondo la vulgata maschile del ‘non si sente niente’.

Neppure codesto strumento poteva peraltro scampare la sorte dell’ipertecnologizzazione. In Gran Bretagna ne hanno infatti escogitato la versione 2.0: ovvero un sensore applicabile al tradizionale cappuccetto, in grado non solo di individuare malattie sessualmente trasmissibili, ma anche di decodificare le risultanze fisiologiche della copula, dall’agognato consumo calorico fino alla velocità di spinta, tutti dati che il ‘preservativo intelligente’ trasmetterà al fido smartphone. E dire che tutti ci eravamo sbellicati, davanti all’invenzione dell’Orgasmatic, lo strampalato macchinario ovoide presente nell’astruso avvenire immaginato da Woody Allen nel Dormiglione, una cabina elettronica sostitutiva dell’accoppiamento capace di portare al piacere una coppia in pochi attimi e senza fatica. Non sapevamo che il futuro era lì, pronto a concretizzarsi in forma di parodia.

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Xerjoff: il primo monomarca in Italia

The XJ Seventeen/Seventeen stone label collection

Text Micol Beltramini

 

Raccontare un profumo: che sfida insensata. Non si può che costruirvi intorno teche sinestetiche: scrigni che richiamino – per immagini e suoni – i mondi che l’olfatto spalancherebbe in un lampo. La nuova boutique di Xerjoff a Torino non è forse che questo: una teca sinestetica su tre piani, replica dei tre momenti della piramide olfattiva. Si apre su note italiane: una Vespa dorata, una pioggia di rose, flaconi gioiello su scaffali – la testa del profumo, la prima impressione.

Prosegue nel cuore, il tema: il legno dei pavimenti, la voce di una cantante, l’oro scuro di cornici e mosaici. Una donna si aggira tra le sale, candida, tra le mani ha un ventaglio, il rame dei capelli coperto di cipria. Le librerie traboccano di oggetti da collezione, conchiglie inestimabili tornate dal mare di viaggi lontani. Il fondo del profumo: la base della piramide, la sua scia incancellabile. Il fondo è una parete di essenze, all’ultimo piano. Qui Sergio Momo racconta la rugiada delle rose di maggio, raccolte solo all’alba, solo da donne e solo con la punta delle dita. Una tonnellata di rose per poco più di un chilo di essenza assoluta.

Il fondo va cercato sui polsi, il giorno dopo, mille anni dopo. Il fondo è il segreto di persuasione tra te e il profumo.

Image from Press Office
xerjoff.com – @xerjoff

Festa del Cinema di Roma: vince la realtà

Text Micol Beltramini

 

Vince la Festa del Cinema di Roma (per acclamazione popolare, Premio del Pubblico BNL) Borg McEnroe, del danese Janus Metz Pedersen. Incentrato sulla finale di Wimbledon del 1980, racconta la rivalità tra Björn Borg, lo svedese di ghiaccio, e John McEnroe, super-brat di New York di origini irlandesi. Borg, ventiquattro anni, universalmente amato e apparentemente inscalfibile, si prepara a vincere il suo quinto Wimbledon consecutivo; McEnroe, vent’anni, noto più per le sue scenate che per il suo gioco, ha un unico obiettivo: spodestare dal trono il suo idolo. Non sorprende che Borg McEnroe stia conquistando il pubblico (è arrivato nelle sale il 9 novembre): è un’opera pop, con due protagonisti che non sbagliano un assist emotivo. Shia LeBouf in particolare, che ha dichiarato di aver pianto leggendo la sceneggiatura, è perfetto nel ruolo della sua nemesi tennistica; infantile e irascibile quanto McEnroe, è riuscito nel non trascurabile intento di farsi amare e detestare insieme.

Tanti i biopic e documentari in competizione: spiccano tra gli altri il fulminante I, Tonya di Craig Gillespie, sulla pattinatrice Tonya Harding, interpretato da una sempre più convincente Margot Robbie; Promised Land di Eugene Jarecki, che mette in relazione la parabola di Elvis Presley con la grande disfatta americana; Maria by Callas: in her own words, gigantesco atto d’amore del regista Tom Volf verso l’ultima vera diva; e Spielberg di Susan Lacy, due ore e mezza di solida goduria cinematografica. I film d’autore presentati in questa edizione – compresi i comunque dignitosi Logan Lucky di Steven Soderbergh e Last Flag Flying di Richard Linklater – convincono meno. È possibile che, dopo decenni di personaggi poco credibili, l’industria abbia realizzato che la realtà supera di gran lunga la finzione?

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David Lynch, the interview with his majesty

David Lynch at 12th Rome Film Fest

Text Micol Beltramini

 

Sua Maestà David Lynch in un incontro col pubblico. In tanti ne sono usciti delusi. L’aggettivo più lusinghiero con cui l’ho sentito definire è snob. Snob perché, se gli fai domande sui suoi film o su Twin Peaks tende a risponderti a monosillabi. Mi viene da chiedermi cosa la gente si aspettasse. È una vita che David Lynch si rifiuta di parlare delle opere che dirige. Un prestigiatore non parla dei suoi trucchi.

È come chiedere a un profeta come fa a camminare sull’acqua, e sentirsi rispondere: è facile, devi avere fede, lascia che ti mostri come pregare. La meditazione trascendentale è uno dei due argomenti di cui Sua Maestà David Lynch parla volentieri.

«Il mondo in cui viviamo è pieno di negatività e di stress. La meditazione è la chiave che permette di aprire la porta di un campo interiore. Ovviamente accedendo a quel campo diventi più creativo, e la negatività, lo stress, la depressione e tutte le altre cose che ostruivano il canale se ne vanno».

La serenità non finisce col castrare l’impulso creativo dato dalla sofferenza? «Capisco che l’idea romantica dell’artista triste e affamato sia affascinante, ma secondo me se un uomo desidera una donna che gli porti un piatto di zuppa calda e magari si fermi per la notte, e poi quella donna non arriva, l’ultima cosa a cui penserà quell’uomo sarà mettersi a scrivere. La sofferenza non è necessaria all’arte, basta conoscerla e saperla descrivere. Le persone a volte sono così depresse che non riescono neanche ad alzarsi dal letto, figuriamoci a creare».

Timidi applausi. Un giornalista gli chiede tra i fischi se teme di essere coinvolto negli ultimi scandali hollywoodiani: «Restate sintonizzati», risponde sorridendo feroce. Un’insegnante lo ringrazia per Elephant Man – l’ha proiettato in classe e i suoi alunni hanno pianto: «Anch’io piango ogni volta che rivedo Elephant Man», confessa. Alla domanda: «Cosa pensi dell’aggettivo ‘lynchano’, chiude con «Il dottore mi ha detto che non devo mai chiedermi cose del genere».

L’altro argomento di cui parla volentieri, Sua Maestà David Lynch, sono i ricordi. Ne condivide uno su Harry Dean Stanton: «Gli volevo bene. Una volta eravamo a Cannes dopo la premiere di Una storia vera, con noi c’era anche Angelo Badalamenti. Harry Dean ha cominciato a raccontare un sogno che aveva fatto su dei coniglietti di cioccolato. Poi ha detto un’altra cosa, e abbiamo riso un po’ più forte. Poi ne ha detta una terza, poi una quarta, e a quel punto eravamo sull’orlo delle lacrime. È andato avanti così per diciotto volte. Non ho mai visto nessuno, in nessun luogo, fare una cosa del genere. Vorrei averlo filmato. Era la cosa più magica al mondo, e aveva a che vedere con l’onestà e l’innocenza con cui diceva ogni cosa».

David Bowie. «Lo adoravo, come tutti. Lavorare con lui è stato eccitante. L’avrei voluto anche nell’ultimo Twin Peaks, ma Bowie mi ha risposto di no, e adesso so perché. È triste. Pare che qualcuno gli avesse detto che il suo accento faceva schifo – io lo trovavo perfetto – per cui l’unico favore che mi ha chiesto è stato: se qualcuno darà voce al mio personaggio, vorrei che fosse un attore della Louisiana. Noi abbiamo preso un attore della Louisiana, ma la sua voce suonava esattamente come quella di David Bowie».

Il pubblico ride. L’ultimo ricordo è il più straziante: «Ho incontrato Federico Fellini due volte. La prima ho cenato insieme a lui, Silvana Mangano, Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni. Tutta la cena era a base di funghi, evidentemente di stagione; alcuni minuscoli, altri grandi come bistecche. Ho confidato a Marcello che adoravo Fellini, e il giorno dopo una macchina è venuta a prendermi: si erano organizzati perché passassi un’intera giornata con loro a Cinecittà. Mi ricordo di quando siamo andati a colazione – c’era questa donna con due seni enormi».

«La seconda volta è stata nel 1993. Ero a Roma per girare uno spot per la Barilla, Fellini era in ospedale e io ho insistito per andarlo a trovare. Gli ho tenuto la mano, abbiamo parlato per mezz’ora. Mi ha raccontato che quello che stava accadendo nel mondo del cinema lo rendeva triste. Si ricordava di quando studenti e appassionati ne parlavano con entusiasmo, ma poi quell’entusiasmo si era trasferito alla televisione e se n’erano come dimenticati. Nel lasciare la stanza gli ho detto che il mondo aspettava il suo prossimo film, Fellini mi ha risposto con una specie di saluto militare. Tre giorni dopo sarebbe entrato in coma per non svegliarsi più».

Stavolta non ride nessuno, ma l’aneddoto ha una bella chiosa. «Molti anni più tardi Vincenzo Mollica, presente alla scena, mi ha detto che dopo avermi visto uscire dalla stanza, Fellini commentò: quello è proprio un bravo ragazzo». Federico Fellini che chiama Sua Maestà David Lynch un bravo ragazzo: rischia di esploderti la testa, a pensarci, se non stai attento.

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Interview with Jake Gyllenhaal

Text Micol Beltramini

 

Ho appena scoperto che Jake Gyllenhaal ha due anni meno di me. Chissà perché lo facevo più grande. Mi ero fatta l’idea di aver guardato Donnie Darko nei miei teen, e invece lui aveva ventun anni e io ventitré. Che strano. Magari dipende dalla sensazione che ti lascia quel film – i conflitti generazionali, il cappuccio della felpa, Mad World in versione Gary Jules. «Ero piccolo ma credevo fermamente nella storia, che aveva molto a che vedere con come mi sentivo dentro. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta… All’epoca erano pochi i film per teenager non superficiali. Scusate, non riesco a credere a che guance enormi avevo».

Il pubblico ride di cuore. Qualche minuto dopo si passa a parlare di Brokeback Mountain. «Quando ho letto lo script ho pianto. Era così commovente, volevo tantissimo quella parte. In tanti mi hanno poi chiesto se non avessi avuto remore ad accettare un rischio simile. Rischio? Non è il modo in cui sono cresciuto. In Brokeback Mountain ho visto solo una bellissima storia d’amore».

Tredici anni dopo è cambiato qualcosa nel modo in cui il pubblico si pone rispetto a questo tipo di film? «Non sono sicuro di cosa stia succedendo in America, è un momento di grande confusione e degrado, ma forse se non altro la gente è più pronta ad accettare quello che è giusto. E per giusto intendo semplicemente l’amore tra due persone».

A proposito di Zodiac si parla di disciplina e di improvvisazione: «Ho grande rispetto per il testo, ma anche per il momento. Ci sono stati film in cui non ho cambiato una virgola dello script e altri in cui l’ho completamente abbandonato in favore dell’essenza. La sola struttura in cui credo è la preparazione: la libertà non può che trovarsi dall’altra parte della disciplina».

Gli viene chiesto di definire Ang Lee in una parola: «Non è una parola, è un cuore su due gambe».

La definizione scelta per David Fincher è «Precisione».

Jake Gyllenhaal è qui per presentare Stronger, la storia di un giovane operaio di Boston che ha perso le gambe durante l’attentato alla maratona del 2013. La sua ragazza era tra i partecipanti, lui l’aspettava all’arrivo con un grande cartello scritto in pennarello fosforescente. Di nuovo cuore, di nuovo disciplina, di nuovo occhi seri e un ricciolo all’angolo della bocca. Un ricciolo su cui si può scommettere di tutto. Con o senza guance enormi.

Interview with Xavier Dolan

Xavier Dolan at 12th rome film fest

Text Micol Beltramini

 

In un tweet di qualche settimana fa Xavier Dolan dichiarava che il nuovo IT era il suo film preferito del secolo. Ho visto il nuovo IT l’altro giorno e avrei tanto voluto chiedere a Xavier Dolan di cosa si fosse fatto prima di scrivere quel tweet. Non che il nuovo IT sia un film particolarmente indignitoso, ma la sproporzione tra il talento di Dolan e quello di Muschietti è imbarazzante. Comunque eccolo che arriva, Xavier Dolan, si fa i selfie con i fan sul red carpet, si è anche sbiondato i capelli e adesso somiglia curiosamente al cantante dei Green Day. Il modo in cui si pone e i discorsi che fa ti riportano a una sorta di primitivo entusiasmo che si spera ti cricchiasse tra i denti prima di diventare il grigio barbogio che sei. «È solo dopo aver fatto qualcosa fatto qualcosa con le tue mani che inizi a capirti, a trovarti. Io ho cominciato rubando: ripeti le idee degli altri fino a che non trovi le tue, ed è così che cresci». E ancora: «Ci sono un sacco di film in cui i protagonisti non hanno speranza, non hanno fortuna, non reagiscono. Il porno dei poveri, lo chiamo io. I miei film sono tutti su sognatori che lottano per qualcosa in cui credono, per il loro posto nel mondo. Non sempre vincono, non sempre finiscono insieme, ma non saranno mai dei perdenti, e se falliranno sarà colpa della vita, non loro: loro non si arrendono mai». Titanic è il film che più adora e non se ne vergogna: «Anche se uscito dal cinema più che diventare Cameron volevo scrivere a Di Caprio! Ma mi piacciono i film con un cuore e Titanic ti dice che puoi volare. Lo stesso fanno Mamma ho perso l’aereo e Lezioni di piano, per quel che mi riguarda». È raro e rinfrescante sentire un regista parlare così bene di così tanti film non suoi. Call me by your name di Luca Guadagnino, ad esempio: «Un film profondo e saggio, che ti aiuta a capire la bellezza di un cuore spezzato: il dolore apre così tante porte, anch’io ci credo molto». Lo stesso Guadagnino che ha invece stroncato Mommy di Dolan con ferocia da matrigna di Biancaneve. Ecco perché non ho dovuto chiedergli di IT: come quando finiva la scuola e avevi tutta l’estate davanti – così è Xavier Dolan.

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The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

STEFANO SENARDI

Text Micol Beltramini

 

Stefano Senardi sta girando un documentario per Sky Arte. È su Fernanda Pivano, come il libro che ha curato per Mondadori insieme a Sergio Sacchi, I miei amici cantautori. «I cantautori sono la poesia delle strade, sono gli interpreti della fantasia della gente, sono i cantori delle emozioni del quotidiano», si legge in quarta di copertina. Letteratura e musica sono davvero così vicine? «Per quel che mi riguarda sì, anzi, credo di aver cominciato a leggere prima che ad ascoltare musica. Poi la musica ha tolto tempo all’esperienza della lettura perché io sono così, il mio modo di ascoltare non prevede letture di mezzo, o faccio una cosa o faccio l’altra. Ma amo molto i libri, sono curioso e non mi stanco mai di crescere».

Anche l’assegnazione dell’ultimo Nobel sembra andare in questa direzione. «Esatto. Un tempo solo i narratori potevano vincerlo, poi sono arrivati i poeti e ora anche i cantanti. È una linea consequenziale, mi pare torni tutto».

Un aneddoto su Fernanda Pivano, già che abbiamo parlato di lei. «Ci siamo frequentati, abbiamo riso tanto. Mentre scrivevamo il libro io e Sergio Sacchi la andavamo a trovare a casa. Lei di certi cantanti italiani non sapeva moltissimo, allora a volte le contavamo su delle balle per vedere se indovinava oppure no. Come si arrabbiava! Siete degli stronzi, mi prendete in giro!». Nata il 18 luglio, d’altronde: permalosa, ma anche motivata e tenace. «Ah, avresti dovuto conoscerla: ci credeva tanto, era proprio un soldato della pace». In effetti mi sarebbe piaciuto. Sono nata il 18 luglio anch’io.

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Alberta Vianello
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The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

LA PINA – MOTORE DI ENTUSIASMO

Text Micol Beltramini

 

La Pina ha appena pubblicato un libro. Si chiama I love Tokyo, edizioni Vallardi. Una dichiarazione d’amore in forma di guida, che sfrutta i tanti della sua autrice. Racconta nel trailer: «Non prendetevela se non vi dico esattamente come arrivare in un locale o a un tempio: qualsiasi mappa sul vostro telefono vi ci potrà portare meglio di me. Quello che nessuna guida però vi potrà dare è la mia Tokyo. Io ci ho messo tanti anni a capire certe cose, e avrei sempre voluto avere qualcuno che mi spiegasse come fare, cosa dire, dove andare. Ecco, ho provato a fare esattamente questo: rendervela il più possibile leggibile da subito».

Mai come nell’era digitale quello che viene raccontato necessita di efficacia, immediatezza, entusiasmo – altrimenti non passa. L’intuizione della Pina in questo senso è lucidissima: «L’entusiasmo è il motore fondamentale per chi fa le cose e per chi deve subirle; una volta che comunichi quello il meccanismo si accende. Io spero sempre che trasferendo gli entusiasmi si accendano altri entusiasmi: poi non è che dopo averne sentito parlare uno deva per forza andarsi a comprare un biglietto per Tokyo – si viaggia benissimo anche da casa, per esempio leggendo un libro».

Oltre a tantissime foto personali, I love Tokyo contiene addirittura una colonna sonora. «È perché non essendo scrittrice sentivo che mi mancavano dei pezzi. Intanto mi mancava la musica, per cui ho chiesto a mio marito (Emiliano Pepe) di mettercela; poi volevo far vedere dei posti che altrimenti sarebbe stato difficile descrivere, per cui ci ho messo le foto dei miei viaggi. Ho sempre paura che le cose rimangano bidimensionali; con questa soluzione mi pare che un po’ più di 3D lo prendano».

Ciliegina sulla torta: ti hanno dedicato una Hello Kitty. «Sììì, ne vado pazza! La trovate in vendita online e nei Mondadori Store, assieme a altri pupazzetti e gadget ispirati al mio libro. I proventi andranno al progetto #DANCE4AFRICA, per aiutare bambini, adolescenti e orfani vittime di violenza in Swaziland». Italia, Giappone, Africa del Sud: vedi tu quanto può portarti lontano, un entusiasmo luminoso come quello della Pina.

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Letter to a Woman

Testo Micol Beltramini   Nel 1990 il marito di Marianne Brown passa a miglior vita. Lei ha trentasei anni e tre figli piccoli da mantenere. Disperata, compie una sorta di atto di fede: scrive a Kurt Vonnegut ringraziandolo per i suoi libri e per la sua compassione. Come chi prega, non si aspetta risposta; ma Kurt Vonnegut, per fortuna, è uomo e non dio. Un mese dopo Marianne riceve la seguente lettera:

30 novembre 1990

Cara Marianne Brown,

non lo si può dire abbastanza spesso: è sempre la donna che paga. Il miracolo è che, in qualche modo, così tante di voi ci riescano. Ho amato (e amo ancora) una vedova con quattro figli (di cui due non suoi). È riuscita a crescerli tutti con il suo microscopico stipendio. Una volta le ho detto, mi preoccupo per le donne. La sua risposta è stata, non farlo.

Con affetto,

Kurt Vonnegut

Auguri alle donne, anche oggi.

(source: Letters of Note Images from Pinterest

Baci da lontano

Testo Micol Beltramini

 

Poi l’ho guardato tutto, il festival. Giuro. Ma mi bastava la prima mezz’ora, finito di cantare la Ferreri. Tutto quel che dovevo vedere e sentire l’avevo già visto e sentito. Tema: Sanremo 2017. Svolgimento: mò arriva. Prima, però, prestateci un attimo di attenzione. Abbiamo deciso di commemorare Luigi Tenco, scartato dall’edizione ’67 e per questo suicida a Sanremo, facendovi ripercorrere sessant’anni di festival attraverso una serie di pezzi memorabili. Si parte con Nilla Pizzi, 1958. Seguono Celentano e Mina, Nada e Battisti: la lezione dei Sessanta, bianco e nero sgranato e telecamera immobile. Avanti coi Settanta, la Vanoni e i Ricchi e Poveri, Lucio Dalla e Rino Gaetano. Gli Ottanta: Loretta Goggi e Vasco Rossi, i Matia Bazar e Zucchero. Mia Martini e Raf, poco prima della fine. E via coi Novanta, aperti da Minghi e Mietta. Masini, Faletti, la Pausini. Un ultimo fiore: Patty Pravo. Da lì in poi poco altro – Giorgia, Silvestri, Gazzè.

Secondo teaser: riassuntone pre-festival. Al Bano quando ha saputo che era stato selezionato era in ospedale. Gigi D’Alessio canterà della mamma. La Mannoia ha iniziato a parlare come la Zanicchi. Masini sta invecchiando bene, Ron e Zarrillo anche meno. Paola Turci è una principessa, Samuel e Alessio Bernabei odiosi. Facce simpatiche: Gabbani, Sylvestre e Bravi. Facce interessanti: Elodie, Ermal Meta e Marianne Mirage. Una domanda per tutti: come vorreste che si comportasse il pubblico? La risposta della Ferreri, abbagliante: guardate e non ascoltate la canzone, così io almeno non mi impegno.

Si torna al bianco e nero, di colpo. Melodia triste e luci tutte su un uomo. Tiziano Ferro, figlio illegittimo di Ranieri e Di Caprio, canta Tenco. Vorrei personalmente ringraziare Tiziano per il suo percorso, per non aver mollato, per essere qui in questo momento. Di tutta la sua generazione era l’unico che poteva stare in smoking sul palco dell’Ariston a cantare Tenco e risultare non solo credibile, ma inarrivabile. La mia gratitudine non potrebbe essere più grande. Gli mando baci da lontano.

Niente da dire, anche a volersi sforzare, sui due presentatori. Il solito Carlo Conti, che poteva andare ben peggio; e la mediasettiana Maria De Filippi, sobria come la rosa bianca che porta in dono. Ma ecco il primo big in gara: Giusy Ferreri. La sua canzone attacca così: «Se fuori piove/è l’illusione che qualcosa ancora si muove/i sintomi dell’amore sono altrove/ci siamo fatti trasportare dall’odore/ di sensazioni nuove/incapaci di dissolvere nell’aria le speranze/in assenza di risposte formulo domande».

Ora, sinceramente. Qualcuno ci capisce qualcosa? Perché io ormai sono anni che ascolto canzoni italiane alla radio cercando di capirci qualcosa. I testi sono poco più che accozzaglie di parole – che tra l’altro è la descrizione, sincera e divertita, che Gabbani ha dato del suo pezzo. Niente più storie, niente sentimenti veri. Mi spiace pure per Giusy, che era la prima e poveretta paga per tutti. Non è un problema suo, è proprio la canzone italiana che è morta. In quel senso il primo quarto d’ora a riguardare il passato ha tutto il senso del primo quarto d’ora di Up della Pixar: un magone infinito. Meno male che c’è Tiziano, anche se non in gara, e meno male che si è portato dietro pure Carmen Consoli, la rivediamo sempre volentieri. A qualcosa se non altro riusciamo a aggrapparci, noi che il giorno dopo Sanremo sapevamo già le canzoni a memoria.

Images of photographer Marco Piraccini

 


Mongiardino

Testo Micol Beltramini

 

Che tipo di architetto è stato Renzo Mongiardino? In pochi saprebbero rispondere. La mostra in corso al Castello Sforzesco, curata da Tommaso Tovaglieri con la consulenza di Francesca Simone, è un primo passo verso la sua riscoperta; oltre trecento tra disegni, bozzetti, schizzi e modelli, in gran parte provenienti dalla donazione del Fondo Mongiardino conservato presso la Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, una risorsa per Milano, misconosciuta da troppi.

Un primo passo, certo; ma la strada da percorrere è ancora lunga. Dopo la mostra sfogliavo un libro scritto da Mongiardino più di venti anni fa: Architettura da camera, in un’edizione a cura di Francesca Simone, nipote dell’architetto. Le immagini del libro, alcune delle quali presenti anche in mostra, descrivono una ricchezza maestosa, allegra, priva di condizionamenti; è evidente che chi ha realizzato quelle stanze l’ha fatto secondo un suo estro difficile da etichettare, mischiando elementi classici e barocchi, in un tripudio di colonne, stucchi e trompe l’oeil, da far girar la testa.

Ho iniziato a leggere il libro dall’introduzione dell’autore stesso.
Il primo ricordo di una casa vuota risale a quando avevo circa dodici anni e non immaginavo che le stanze potessero esistere al di fuori di un loro uso quotidiano. Dovevamo trasferirci da una casa di cui conoscevo […] a una sconosciuta con stanze che mi imponevano la loro presenza senza suggerirmi una possibilità di abitarle. Ricordo la frase di mia madre quando mi portò a vedere quella nuova casa: Come è bella vuota, e poi: Sarà difficile ammobiliarla.

La nuova casa dei Mongiardino viene ammobiliata con ciò che si trovava nell’abitazione precedente. Nel salone centrale un lampadario di cristallo, e quella che avrebbe dovuto essere una stanza di raccordo diventa inaspettatamente il cuore della casa.
Era la stanza che d’inverno, essendo più calda, faceva da stufa alle sale attorno; d’estate, centro di correnti fresche, diventava la ghiacciaia della casa. E lì si viveva come in piazza. Divenne lo spazio dei nostri giochi da bambini, dei tè di mia madre, talvolta delle feste di sera, ma soprattutto della ginnastica mattutina di mio padre: quindici giri di corsa attorno alla sala semivuota. Era il mio regno, invece, nelle prime ore del pomeriggio. La luce diventava più calda, dorata come una crosta di pane. Aspettavo che il raggio di sole si spostasse poco a poco per arrivare al lampadario. Era una goccia di cristallo ad accendersi per prima, come la prima stella della sera. Dopo poco sfavillava tutto come un fuoco d’artificio.

Lo stupore mi ha imposto una pausa di sospensione. Renzo Mongiardino mi aveva appena portata in una stanza – la stanza originaria, da cui era nata ogni cosa – in un unico paragrafo. Che così si chiudeva: Senza rendermene conto, capii che tutte le cose della nostra vita avvengono dentro l’ambiente che ci circonda, quindi dentro un’architettura. Anche quando siamo in mezzo a un bosco, il bosco è la nostra architettura, la luce che passa tra gli alberi è la stessa che illuminava il lampadario della mia infanzia, e noi non facciamo altro che imitare, rifare, ricreare quello che la Natura e la Storia ci offrono.
Che modo, ho pensato, di descrivere il proprio mestiere. Un’introduzione del genere si stacca dalla varietà da giardino di trattato di architettura quanto la descrizione tecnica di un biplano dall’esclamazione del bambino che lo vede volare per la prima volta.

Text Micol Beltramini

 

What type of architect was Renzo Mongiardino? Only few would be able to provide an answer. The exhibition currently on display at the Sforza Castle, curated by Tommaso Tovaglieri with Francesca Simone acting as consultant, marks a first step towards the rediscovery of his work: over three hundred pieces, including drawings, sketches and maquettes, hailing mostly from the donations made to Fondo Mongiardino housed at Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, a precious resource for Milan that is too often ignored.

A first step – of course; however, the path to acknowledgment and recognition is still long. After the exhibition, I was leafing through a book written by Mongiardino over twenty years ago: Architettura da camera – Roomscapes – edited by the architect’s nephew, Francesca Simone. The images featured in the book, some of which are also part of the exhibition, describe a majestic, joyous richness that is free of conditioning; it is clear that the person who designed those rooms did so following his own flair, which is difficult to pin down, by mixing classic and baroque elements resulting in a head-spinning triumph of columns, stuccos and trompe l’oeil.

I started reading the book from the introduction by the author: My first memory of an empty home dates back to when I was around twelve and I had no idea that rooms could exist outside of their habitual purpose. We were moving from a house I knew […] to an unknown one with rooms that were imposing their presence without suggesting a possibility that I could inhabit them. I recall something my mother said when she took me to see that new home: How beautiful it is empty, followed by: Furnishing it will be difficult.

Mongiardino’s new home was then furnished with what was there and available in the previous house. A crystal chandelier in the main hall and what was supposed to be connection room became, unexpectedly, the main heart of the house. Being the warmest, in winter times this was the room that acted as a stove for the adjoining rooms; in summer, being crossed by currents of cooler air, it would be used as the ice house. The atmosphere was that of the city’s main square. It became our playing ground, the space where my mother would host her tea gatherings and, at times some evening dinner parties, but most of all, the place for my father’s morning workout: fifteen jogging rounds of the half-empty room. In the early hours of the afternoon, however, it was all my kingdom. The light would become warmer then, golden like bread crust. I would wait for the ray of sunlight to move little by little to reach the chandelier. It was a crystal drop the first to light up, like the first star of the evening. Soon after, the whole chandelier would start to give off sparks, like fireworks.

The amazement forced me to take a moment. In one single paragraph, Renzo Mongiardino had taken me to a room, the original room where everything else was born. And that is how that paragraph ends: Without realizing, I understood that everything in our life takes place within the environment that surrounds us, therefore within an architecture. Even when we are in the middle of a forest, the forest is our architecture; the light glowing among the trees is the same that would light up the chandelier of my childhood and we are simply duplicating, recreating and re-enacting what Nature and History offer to us.
What a way to describe one’s profession – I thought. Such an introduction is as far from the garden-variety architecture manual introduction as the technical description of a biplane is from the exclamation of a child that sees it flying for the first time.

Omaggio a Renzo Mongiardino (1916 – 1998). Architetto e scenografo.
Open at the Sforza Castle, Milan, until December 11th
Images courtesy of press office
www.milanocastello.it

JULIET AND HER ROMEO

Testo Micol Beltramini

 

Negli ultimi anni Nexo Digital ha portato nelle sale cinematografiche, seppure ogni volta per pochi giorni, una selezione di film degna di nota – Amy di Asif Kapadia, dedicato a Amy Winehouse; Amleto, con Benedict Cumberbatch; 20.000 giorni sulla terra e One more time with feelings, su Nick Cave; e quel viaggio che è Firenze e gli Uffizi 3D, per citarne alcuni. Quanto a Sir Kenneth Branagh, non ha bisogno di presentazioni. È probabile che non tutti sappiano, però, che oggi ha una compagnia teatrale – la Kenneth Branagh Theatre Company – e che nel corso del 2016 ha messo in scena al Garreth Theatre di Londra una serie di spettacoli realizzati per la proiezione al cinema. La prima volta che me ne hanno parlato ero perplessa al riguardo. Uno spettacolo teatrale filmato mentre viene messo in scena, per riprodurre fedelmente l’esperienza dello spettatore a teatro, ma al cinema. Colpo di genio o potenziale abbaglio? Meritava comunque la visione, se non altro per l’audacia del tentativo.

Così sono andata a vedere Il racconto d’inverno, di e con Kenneth Branagh, e Judi Dench nel ruolo di Paulina. A inizio film, come da copione, mi è stata mostrata la sala del Garreth Theatre di Londra; poi si è levato il sipario, e gli attori hanno iniziato a recitare secondo i dettami del teatro shakespeariano, voce stentorea e gesti affettati.

Per circa cinque minuti è stato quasi fastidioso. Poi è successo quello che Branagh sapeva, o sperava, che sarebbe successo. Ora era tutto chiaro: questo era Shakespeare. Niente adattamenti semicomici o messinscene psichedeliche; niente riferimenti al contemporaneo, nessun trucco per andare incontro al grande pubblico. Dopo il primo atto è calato di nuovo il sipario, e durante l’intervallo la camera fissa ha inquadrato per venti minuti la sala del Garreth Theatre. Quasi non volevo alzarmi, per paura di perdermi i gesti di una signora nel suo palco, o di una giovane coppia in prima fila. Il secondo atto è stato ancor più coinvolgente del primo, con finale e controfinale, non la finiva più di finire.

Tra pochi giorni si replica, stavolta con Romeo e Giulietta. Va in scena il 29 e il 30 novembre. Sento quasi il bisogno, di questi chiari di luna, che sir Branagh e i suoi mi raccontino questa storia. La storia di tutte le storie d’amore; o, per dirla con Shakespeare – con quel possessivo puerile che il titolo non riporta – di Giulietta e del suo Romeo.

Text Micol Beltramini

 

In the last few years Nexo Digital brought to movie theatres, albeit for just a few days, a selection of quality films – Amy by Asif Kapadia, dedicated to Amy Winehouse; Hamlet, with Benedict Cumberbatch; 20.000 days on earth and One more time with feeling, about Nick Cave; and that journey through Firenze and the Uffizi 3D, just to name a few. As far as Sir Kenneth Branagh goes, well, he doesn’t need presentations. However, not everyone knows that he has his own theatre company – the Kenneth Branagh Theatre Company – and that during 2016 at the Garreth Theatre of London he staged a series of performances especially for screening at the cinema. The first time I heard about this, I was a bit confused – a theatre performance that’s filmed on stage to then faithfully reproduce the theatre experience, but at the cinema. A stroke of genius or blunder? In any case, it deserved a look, if anything for the courage of the experiment.

Thus, I went to see The Winter’s Tale by and starring Kenneth Branagh and Judi Dench as Paulina. At the beginning of the film, as per script, I was shown the space of the Garreth Theatre of London; then the curtains rose, revealing actors who recited according to the decrees of Shakespeare’s theatre, complete with stentorian voice and highfalutin gestures.

For about five minutes this was almost annoying. Then something happened which Branagh already knew about, or at least hoped would happen. Now everything was clear – this is Shakespeare. No semi-comic adaptations or psychedelic staging; no references to the contemporary, no tricks to allure the general public. The curtain went down after the first act and during the pause the stationary camera framed the Garreth Theatre for twenty minutes. I almost didn’t want to get up for fear of losing out on the gestures of a woman on her own stage and a young couple in the first row. The second act was even more captivating and between the conclusion and epilogue – it just wouldn’t finish.

In a few days it’s Romeo and Juliet’s turn. It goes on stage on November 29th and 30th. This time I feel the need for that moonlight and Sir Branagh with his actors that tell me this story. A love story par excellence or, to say it in Shakespeare’s words, using the childish possessive which the title doesn’t give you – about Juliet and her Romeo.

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The Way Back

Testo Micol Beltramini

 

I coccodrilli dedicati a Leonard Cohen sono terrificanti. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, si definisce coccodrillo l’articolo messo online quindici secondi dopo l’annuncio della morte dei famosi. Non sono, ovviamente, pezzi scritti in tempo reale. Sono pronti da anni, aggiornati a ogni variazione di Wikipedia. Quando il famoso muore si aggiunge un cappello con modalità e data. Perché li chiamino coccodrilli e non avvoltoi per me resta un mistero.

Più tollerabili i post su Facebook e Twitter, specie quando non condividono i coccodrilli di cui sopra (Addio Mister Hallelujah, per citare un titolo a caso). È pur vero che la gran parte esordisce con, Non lo conoscevo bene. Segue link ad Hallelujah, magari la cover di Jeff Buckley. Non è vero che siete più tollerabili. Vi odio tutti.

Non è vero che vi odio tutti – non odio nessuno – è che Leonard Cohen per me era una specie di stella polare, eppure anch’io avrei potuto mancarlo, tanto poco si sbracciava per farsi vedere. Invece prendiamo che ne so, David Bowie: a paragone di visibilità è come un pappagallo di fianco a un merlo. Il tributo a Bowie, infatti, è stato roboante, anche chi non lo conosceva bene se l’è cavata facile. Leonard Cohen, invece… Chi? Ah, sì, quello di Hallelujah. Ma l’originale non era quella di Shrek? Ah, nemmeno? Dài.

Leonard Cohen era di altezza e corporatura media. Da giovane somigliava un po’ a Dustin Hoffman, da vecchio era infinitamente più bello di lui. Non cambiava mai taglio di capelli né modo di vestire, e le copertine dei suoi dischi svariavano dal non appariscente al brutto. Poi li ascoltavi, quei dischi, e non ne uscivi vivo. Nessuno, neanche l’ultimo premio Nobel, ha mai scritto testi come i suoi, o potuto uguagliare la sua voce necessaria e sensuale.

Tanti anni fa, direi almeno quindici, ho comprato un’antologia intitolata Stranger Music. Raccoglieva una selezione curata dallo stesso Cohen di quarant’anni di poesie e testi. L’antologia è del 1993; sono passati altri ventitré anni. A tutt’oggi, nell’ipotesi di naufragio su un’isola deserta, Stranger Music è il libro che porterei con me. Nessun’altra opera, nel tempo, mi ha regalato altrettanta grazia e bellezza, o epifanie in ugual modo luminose e cangianti.

Avrei così tanto da dire, ancora, sul modo in cui la mancanza di Leonard Cohen è per me quasi tangibile in questi giorni, ma dovendo in qualche modo chiudere questa sorta di indegno necrologio preferisco farlo sulle sue parole, che arrivino a chi possono, a chi avrà letto questo editoriale fino in fondo, se non altro, e magari sceglierà di condividerlo al posto del consueto coccodrillo. Una delle poesie che amo di più si chiama Il Ritorno. È tratta da Fiori per Hitler, la terza raccolta di poesie di Cohen, del 1964.

Text Micol Beltramini

 

The pre-obits for Leonard Cohen are terrifying. For those who may not be familiar with the term, pre-obits are pre-written obituaries published online right after the death announcement of notable individuals. Needless to say, they are not written in real time after news of the passing. Rather, they have been readied in advance – years perhaps – and updated with every Wikipedia amendment. Then, when the notable person in question dies, a foreword is added with the date and the cause of death. In Italian, such articles are known as coccodrilli (crocodiles): I would suggest renaming them avvoltoi (vultures). I find the posts on Facebook and Twitter a little more bearable, especially when I simply cannot agree with the above mentioned pre-obituaries (Goodbye Mister Hallelujah, just to mention a random title). Having said that, most of the posts appearing on social media tend to open with a message like I did not know him/his music well. Followed by a link to Hallelujah, perhaps not even in the original version but rather Jeff Buckley’s cover. I take it back: you are not more bearable. I hate you all.

Of course not, I do not hate anyone. The thing is that, to me, Leonard Cohen is some sort of North Star and yet I could have also missed it, given that he did so little to attract attention. Let’s take David Bowie, for instance: in terms of visibility, it is like comparing a parrot and a blackbird. The tribute to Bowie was a resounding one and even those who did not know him well had it easy. But with Leonard Cohen was different…Who? Yeah, right, the one who sang Hallelujah. But was not the original part of Shrek’s soundtrack? Not even that? Oh, come on!

Leonard Cohen was of medium height and build. When he was younger, he looked a bit like Dustin Hoffman. As he grew older, he became infinitely more handsome than him. He never changed his hair or dressing style and his albums’ covers would vary between the unobtrusive to the plain ugly. But then you would listen to those albums and you would not come out alive. Nobody, not even the latest Nobel Prize winner ever wrote lyrics even remotely close to Cohen’s ones. Or could even come close to his voice, so necessary and sensual. Many years ago, at least fifteen I would say, I bought an anthology titled Stranger Music. A selection – edited by Cohen himself – of forty years of pomes and lyrics to his songs. That anthology was released in 1993: twenty-three more years have passed by. As of now, to the question ‘what book would you take to a desert island?’, Stranger Music is that book. Over the years, no other book has managed to give me that same grace and beauty, or gift me with equally bright and luminous epiphanies.

I would still have so much more to say about how Leonard Cohen’s passing feels like a tangible absence to me in these days but, given that I ought to close this unworthy obituary, I’d rather do it using his words. May they reach whomever they can, those who have read this editorial till the end – if only them – and, perhaps, will decide to share it in place of the usual pre-obit. One of the poems I love more dearly is called The Way Back, from Cohen’s third collection of poetry, Flowers for Hitler, dated 1964.

Ma io non sono perso
non più di quanto lo siano le foglie
o i vasi interrati
Non è il mio tempo
ti darei solo ripensamenti

So che devi chiamarmi traditore
perché ho sprecato il mio sangue
in amori inutili
e hai ragione
Sangue come quello
non ha mai vinto un’oncia di una stella

Sai come chiamarmi
anche se un rumore del genere adesso
non farebbe che confondere l’aria
Nessuno di noi può dimenticare
i passi che abbiamo danzato
le parole che hai steso
per chiamarmi fuori dalla polvere

Sì, ti desidero
non come una foglia la pioggia
o un vaso le mani
ma con un ottuso desiderio umano
che fa sì che un uomo
rifiuti ogni campo tranne il proprio

Ti aspetto
in un punto imprevisto del tuo viaggio
come la chiave arrugginita
o la piuma che non raccogli
fino al tuo ritorno
dopo che sarà chiaro
che la destinazione dolorosa e remota
non ha cambiato nulla nella tua vita

But I am not lost
any more than leaves are lost
or buried vases
This is not my time
I would only give you second thoughts

I know you must call me traitor
because I have wasted my blood
in aimless love
and you are right
Blood like that
never won an inch of star

You know how to call me
although such a noise now
would only confuse the air
Neither of us can forget
the steps we danced
the words you stretched
to call me out of dust

Yes I long for you
not just as a leaf for weather
or vase for hands
but with a narrow human longing
that makes a man refuse
any fields but his own

I wait for you at an
unexpected place in your journey
like the rusted key
or the feather you do not pick up
until the way back
after it is clear
the remote and painful destination
changed nothing in your life

Images from Pinterest

TALISMANS AND EPIPHANIES

Testo Micol Beltramini

 

Sta girando Tiro Libero, di Alessandro Rincioni, e a breve riparte in tournée con Bisbetica, La bisbetica domata di William Shakespeare messa alla prova. Però non è di questo che parliamo, io e Nancy Brilli. Parliamo, ad esempio, di Sotto il ristorante cinese, il film che ha girato con Bruno Bozzetto. «Mi sono divertita tanto, Bruno è una meraviglia. Mi ha chiesto di interpretare un personaggio vero, che è una cosa che è molto difficile che ti chiedano: specie in televisione, una bella ‘messinpiega’ e di solito finisce lì. Però Franca Valeri un giorno mi ha detto: Ricordati che non esistono piccoli ruoli, esistono solo piccoli attori – e se non posso dirlo io, di aver costruito una carriera sui piccoli ruoli…».

Parliamo di personaggi e complimenti. «I personaggi che vorrei interpretare di più sono quasi tutti maschi, perché alle donne specialmente in teatro vengono fatte dire meno verità degli uomini. Mi piacerebbe molto qualcosa di Tennessee Williams, Stanley Kowalski di Un tram che si chiama desiderio, ad esempio». Il complimento più bello? «Me l’ha fatto mio figlio. Leggevamo Il libro degli Gnomi e delle Fate. A un certo punto ci siamo imbattuti nel disegno di un cinghiale, e lui: Mamma, ma è incredibile, ma guarda quant’è bello, sembra Pumba! Per lui quel cinghiale in quel momento era il massimo della bellezza possibile. Allora mi guarda, poi riguarda il cinghiale, riguarda me e dice: Mamma, sei bella come un cinghiale!».

Talismani e illuminazioni. «Sì che ce l’ho un talismano, è un tatuaggio che nessuno sa che ho: il mio neo sulla guancia sinistra. Quando avevo diciott’anni volevo un segno, qualcosa di indelebile, deciso con determinazione. Meno male che ci sono andata giù leggera!».

Quanto alle illuminazioni, invece? «Ne ho avuta una di recente… però aspetta, devo fare un passo indietro per raccontartela. Quand’ero bambina e mi chiedevano cosa volevo fare da grande dicevo sempre: l’imperatore o la danzatrice classica. Il balletto poi non ha fatto parte del mio percorso artistico, per cui l’ho dimenticato. Poco tempo fa però sono andata a vedere per la prima volta Il Lago dei Cigni – sai che saltavo sulla sedia come fanno i bambini? Allora ho pensato, ma guarda, io ho bisogno di questo. Mica ci vuole così tanto, a volte, nella vita».

Non parliamo dell’altra cosa che voleva fare da grande. Non lo facciamo per scaramanzia, può darsi. Ché mica è troppo tardi, per Nancy imperatore, nella vita.

Text Micol Beltramini

 

She is shooting Tiro Libero with Valori and Riccioni and soon she will be back in theatre touring with her version of The Taming of the Shrew – Bisbetica, La bisbetica domata di William Shakespeare messa alla prova. But that is not what we decided to talk about with Nancy Brilli today. We opted to discuss, instead, Sotto il ristorante cinese [Under the Chinese Restaurant], the film directed by Bruno Bozzetto. «I had a great fun. Bruno is fantastic. He asked me to play a real character, which is something that hardly happens: especially on television where often a ‘good blow-dry’ is all that is required from a character. Yet, once Franca Valeri told me: Remember there are ‘no small parts, only small actors’ and that resonates well with me. After all, that’s what I have been doing throughout, building my career on small roles…».

Let’s move to talk about characters and compliments: «The roles I’d love to play are mostly male characters, simply because, especially in theatre, women are allowed to speak fewer truths than men. I’d like to play something by Tennessee Williams, Stanley Kowalski from A Streetcar Named Desire, for instance». The best compliment you have ever received? «I received it from my son. We were reading a book on gnomes and fairies. At some point, we came across the illustration of a wild boar. And my son said: Look how beautiful mum, it looks like Pumba! [from The Lion King]. In that moment, that wild boar was the greatest and most beautiful thing he had ever seen. Then he turned to me, looked at me attentively, turned to the wild boar and back to me and said: Mum, you are as beautiful as a wild boar!».

Talismans and epiphanies. «Yes, I do have a talisman. It is a tattoo that nobody knows I have: the mole on my left cheek. When I was eighteen, I wanted a signature trait, something indelible. I wished for it determinedly. Just as well I did not go for something bigger or too over the top…». Any epiphanies you can share with us? «I had one recently…well, first we need to take a step back for some background context. When I was a child, whenever I was asked what I wanted to become, I would always reply either an emperor or a ballerina. Ballet did not end up becoming part of my artistic journey and I had to forget all about my ballerina aspirations. However, not long ago I went to see Swan Lake for the first time. Well, you know, I simply could not sit still, so much was the excitement. Just like a child. Then I thought, ‘look, this is all I need. At times, you do not need much in life»We opt not to talk about the other dream for fear of jinxing it. After all, it is never too late… for Nancy to be an emperor in life.

From The Fashionable Lampoon Issue 6

Nancy Brilli wears shirt and ball gown made on set with cotton fabrics Albini, suspenders Sonia De Nisco, shoes Fratelli Rossetti. 

Limelight Mediterranean Garden necklace in pink gold with diamonds, sapphires and pearls, Possession ring in white gold with diamonds, Possession ring in pink gold with diamonds Piaget.

Photographer Stefano Moro Van Wyk

Hair Michele Qureshi @ Freelancer Artist Agency
Make up Adalberto P. @ Freelancer Artist Agency
Manicursit Selica Ianeselli @ Mks Milano using TNS Cosmetics

Photography assistants Alexia Stok and Mattia Pasin
Digital tech Haien Moro Van Wyk
Set designer Chiara Breda

Thanks to Claudia Sassi and Mossmania
Special thanks to Francesca Mirabile @ FishEye Agency

WHAT SPACE SMELLS LIKE

Testo Micol Beltramini

 

Gli eroi in carne e ossa raramente sono come te li aspetti. Ci hanno talmente abituati, i media, alle espressioni dure, ai discorsi impostati e ai dolcevita neri, che quasi non riusciamo a credere che Maurizio Cheli sia davvero andato nello spazio. Lui per primo, d’altronde, non lavora su alcun tipo di effetto speciale: «Quando ero bambino mi piacevano gli aerei militari. Al ginnasio sono salito su un charter Milano-Londra, per una vacanza studio. Poi l’accademia aeronautica, l’università, la prima laurea. Per dieci anni ho fatto il pilota di aerei, collaudatore e ricognitivo, e un giorno ho visto quell’annuncio sul giornale: cercasi astronauti».

È andata davvero così: l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, selezionava per la prima volta potenziali piloti di velivoli spaziali. «All’appello abbiamo risposto in seimila da tutta Europa. La selezione è durata più di due anni. Ricordo ancora il giorno in cui mi telefonarono e mi dissero che ce l’avevo fatta. Eravamo stati presi in sei, io ero l’unico italiano».

I suoi come hanno reagito? «Beh, questo in effetti è un aneddoto divertente. Mi avevano fatto giurare di non dire a nessuno che ero stato preso, perché si dovevano aspettare gli annunci ufficiali e i comunicati stampa. Allora io: ma almeno ai miei genitori potrò dirlo – mi hanno risposto: sì, ma devi far giurare anche i tuoi genitori. Così ho chiamato mio padre, che aveva fatto la guerra e poi era diventato controllore di biglietti sul pullman, e gli ho detto: papà, mi hanno preso per fare l’astronauta, però mi devi giurare di non dirlo a nessuno. – Ah!, ma quindi devi lasciare l’aeronautica?Beh, sì, ma andrò nello spazio. È stato zitto un po’ e poi mi ha detto: ma senti, è un lavoro sicuro, l’astronauta?».

Il coraggio, cos’è per Maurizio Cheli? «Il coraggio, soprattutto quando si è giovani, è sapere che le scelte che fai definiscono cosa ti lasci indietro. Molto più che il coraggio, per andare avanti, è fondamentale la perseveranza. Un minimo di talento serve, ma su quello si può lavorare; la perseveranza invece è tutto. Alla NASA quelli che avevano un grande talento non sono diventati grandi astronauti perché avevano la vita troppo facile. È come a scuola: i più dotati tendono a lottare di meno».

Non ha mai avuto paura? «Certo che ne ho avuta, ma secondo me bisognerebbe distinguere tra paura e panico, reazione istintiva. A questo servono i tredici mesi di addestramento: a simulare ogni imprevisto che potrebbe capitarti in volo. Poi, ovviamente, capita comunque quello che non avevi previsto». A lei è successo? «Eh sì. In fase di lancio uno dei tre motori principali sembrava non aver raggiunto la potenza massima. Mi ricordo che pensavo, poveretti i miei genitori, son venuti da Zocca e non vedono nemmeno il lancio. Poi però siamo decollati lo stesso, e allora ho pensato, esiste un programma di atterraggio di emergenza in venti minuti: se non mi vedono salire mal che vada tra poco mi vedranno scendere».

Adesso però ci lasci sognare un momento. Com’è lo spazio? «La prima cosa di cui ci si accorge sono i colori invertiti: il cielo è nero, la Terra è blu. Poi ci si rende conto di quanto sia fragile quell’involucro di atmosfera che permette la nostra vita; da lassù per esempio si vedono bene gli effetti di inquinamento e deforestazione. Poi, naturalmente, c’è il ritorno a casa. L’impatto con quella stessa atmosfera, mentre deceleri fino a quattrocentocinquanta chilometri orari. L’aria intorno a te diventa plasma: per dieci minuti viaggi in una sfera di fuoco, tra i colori che lasciano senza fiato». Quando poi il boccaporto si apre? «Ah, quando vieni colpito da quella prima boccata di brezza marina… ti rendi conto del terrificante effetto stalla in cui stavi vivendo! In effetti lo spazio non ha propriamente un buon odore…». Già. In fondo è evidente che anche mentre sei lassù – soprattutto mentre sei lassù – quello che conta davvero è quello che c’è oltre il fuoco, su quella sfera lontana, magari in provincia di Modena, a non capirti del tutto e ad aspettarti.

Text Micol Beltramini

 

In the flesh, heroes rarely appear as you’d expect them to be. We have grown so used to their media persona made of haughty expressions, carefully rehearsed speeches and black polo necks that we struggle to believe that Maurizio Cheli truly went into space. After all, he does not use any ‘special effects’ himself: «As a child I had a passion for military aircraft. During high school, I took a charter flight from Milan to London for a study trip. Then came the Italian Air Force Academy, the university and my first degree. I worked as an airplane pilot, test pilot and patrol pilot for ten years until, one day, I saw that job announcement: Astronauts wanted»That is truly how that story went: ESA, the European Space Agency was selecting, for the first time, potential candidates to take part in spaceflights. «Six thousand people applied from all over Europe. The selection process lasted over two years. I still remember the day I received the phone call to inform me that I had been successful. Six candidates had been chosen and I was the only Italian». How did your parents react? «Well, this is a rather fun anecdote. I had to swear that I would not disclose the news to anyone as we were supposed to wait for the official announcement and press releases. I was like: Can I at least tell my parents? To which they replied: Yes, but they need to swear too. So, I called my father who fought in the war and later became a bus ticket inspector and told him: Dad, I have been selected to become an astronaut but you must swear that you are not going to reveal the news to anyone. He went: Oh, does that mean that you have to leave the Air Force Academy?Yes, but I will go into space. He was silent for a while and then he asked me: listen, is being an astronaut a secure career?».

What is courage to Maurizio Cheli? «Courage is, especially when you are young, knowing that the choices you make define what you leave behind. However, much more than courage, what is key to bring you forward is perseverance. Of course, you need a little bit of talent, although you can work on that. But perseverance is everything. AT NASA, those with talent did not end up becoming great astronauts because they had it too easy. It is like in school: the smarter students tend to fight less». Were you never afraid? «Of course I was afraid. But, I think, that we should make a distinction among fear, panic and instinctive reaction. This is what those thirteen months of training are for: to simulate any setback that might happen during a spaceflight. Then, of course, the setback you had not prepared for happens». Did that happen to you? «Yes, exactly that. During the launch phase, one of the three main engines had not reached its maximum power. I remember that at the time I was thinking how sorry I was for my parents. They had travelled all the way from Zocca and were not going to see the launch. Then we did take off and I thought, we have emergency landing procedures in twenty minutes: if they cannot see me take off, at least they will soon see me land».

Now, let us dream for a moment. How is space? «The first thing you notice is that colours are inverted: the sky is black and the Earth is blue. Then you realize how fragile the atmosphere – that layer of gases that allows life – is, from up there, for instance, you clearly see the effects of pollution and deforestation. Then, obviously, there is the journey back to Earth. The impact with that same atmosphere while you decelerate to four hundred and fifty kilometres per hour. The air around you becomes plasma: for about ten minutes, you travel through a ball of fire surrounded by colours that leave you speechless». When the hatch gets open again? «When you are hit by that first breath of marine breeze…you come to realize the horrible stale air conditions in which you were living in that enclosed space! Truth being told, space does not smell great…»Indeed. After all, it is clear that when you are up there – especially when you are up there – what truly matters is what is beyond that ball of fire, on that far away sphere, perhaps right in the province of Modena, who might not truly understand your choices but is there, waiting for you.

Images Valentina Sommariva (courtesy of press office)
www.rimadesio.com

Armani Lip Magnet

Testo Micol Beltramini

 

«Eri così coraggioso con la gente, George. Di chiunque si trattasse, ti avvicinavi a passi decisi, con l’aria di togliere di mezzo qualcosa che ti ostacolava il cammino, e facevi subito conoscenza. Tentai di amarti proprio come tutti gli altri, ma era difficile. Attraevi le persone finché non ti erano molto, molto vicine, ma poi le trattenevi dov’erano, nell’impossibilità di muoversi in un senso o nell’altro».
«Tutto ciò è completamente immaginario» disse George a disagio, accigliandosi. «Né io posso…».
«Sì, lo so. Il fascino non dipende da te. Deve essere sfruttato, semplicemente. Se lo possiedi devi tenertelo caro, devi continuare a vivere legando a te persone delle quali non sai che farti. Non te ne faccio una colpa».

Così Francis Scott Fitzgerald, in un racconto del 1928. La nozione di magnetismo applicata all’essere umano, nei suoi attributi più inesorabili: la capacità di cambiare, al proprio ingresso, la luce di una stanza; e l’inconsapevolezza ferina della crudeltà della propria natura. La frase con cui si conclude Il Grande Gatsby coincide con l’epitaffio sulla tomba dei Fitzgerald. «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato». Non abbiamo controllo sull’ago magnetico dei nostri sensi. La sua punta non può non indicare il Nord, quale che sia.

Text Micol Beltramini

 

«You were so brave about people, George. Whoever it was, you walked right up to them and tore something aside as if it was in your way and began to know them. I tried to make love to you, just like the rest, but it was difficult. You drew people right up close to you and held them there, not able to move either way».
«This is all entirely imaginary» said George, frowning uncomfortably, «and I can’t control…»
«No, I know. You can’t control charm. It’s simply got to be used. You’ve got to keep your hand in if you have it, and go through life attaching people to you that you don’t want. I don’t blame you».

In 1928 Francis Scott Fitzgerald wrote a short story about magnetism in its human sense. He described its inescapable traits: the ability to change, while entering it, the light of a room; and the animal unawareness of its cruel nature.

The final sentence of The Great Gatsby matches the epitaph on the Fitzgerald’s grave. «So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past». We have no control over the magnetic needle of our senses. It cant help pointing North, whatever that may be.

Giorgio Armani Beauty presenta Lip Magnet, il nuovo colore liquido per le labbra con effetto calamita a lunga durata, fino a otto ore. Ispirato a due dei prodotti di maggior successo del brandMaestro Fusion Makeup e Lip Maestro – ha una colorazione intensa con effetto mat e una texture quattro volte più sottile degli altri rossetti liquidi. Un’emulsione inversa – per la prima volta in un prodotto di questo tipo – che grazie al fenomeno ‘acqua in olio’ lascia evaporare l’acqua al suo interno permettendo così agli olii e ai pigmenti contenuti nella sua formula di fondersi tra loro per un risultato altamente concentrato, mentre il polimero di silicone ‘Fusion’ funge da legante tra gli ingredienti. Disponibile in diciotto tonalità, è racchiuso da un astuccio ispirato alle boccette di profumo ed è facile da applicare nella giusta quantità di colore con l’applicatore calligrafico, creato in esclusiva dai laboratori Giorgio Armani Beauty, che con la punta permette infine di definirne il contorno.

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Lip Magnet by Giorgio Armani Beauty
Creative Direction Giulia Lenzi
Director Roberto Ortu
Video assistants Alessandro and Gianluca Oliva

Model Alexa @ Women Model Management
Dancers Angelica Abbate, Giovanni Leone, Giuseppe Morello, Vittoria Franchina

Make Up Donatella, Make Up Artist Giorgio Armani Beauty Italia and Rachid @ Freelancer Artist Agency
Hair Marta Biella


Special thanks to:

Giorgio Armani Beauty
www.armanibeauty.com

DanceHaus –  Accademia Susanna Beltrami
www.dancehaus.it

Myriam Dolce

Porselli
www.porselli.it