Loading the content...
The Fashionable Lampoon
Tag archives for:

micol beltramini

Milano da bere

Text Micol Beltramini

 

Nel 1985 il copywriter Marco Mignani inventa per una nota marca di amaro uno slogan destinato a cambiare la percezione di una città. Lo slogan si accompagna a una rapida successione di immagini: piazza Duomo, gente che lavora, mezzi pubblici, camerieri, belle donne. Questa Milano da vivere, da sognare, da godere. Questa Milano da bere. Allo scoppio di Tangentopoli Blob manda in onda lo stesso spot intervallato dai filmati degli arresti per corruzione. È la fine di un’epoca: Milano si sveste dei rampanti anni Ottanta. La speculazione edilizia l’ha resa brutta, la gente gira solo in macchina, produzione e posti di lavoro sono in continuo aumento ma Milano è diventata triste. O sono diventati tristi, se non altro, i suoi romantici. Si aggrappano a quello che resta: le poche osterie, i locali storici dove il barista ricorda il tuo nome e sa già cosa deve portarti. Milano rimane da bere: è l’unico modo per viverla. Innamorarsi a Milano significa innamorarsi di Milano, e innamorarsi di Milano significa amarla anche quando la odi. Soprattutto quando la odi. Mentre bevi provi come un senso di appartenenza, una derivazione mentale tra te e i pilastri di questa città: la Merini, Buzzati, Fontana, Munari. Seduto su uno sgabello del Jamaica, i gomiti su un ponte del Naviglio, potresti ritrovarti a parlare con loro. Come fa Drogo Colombo, il protagonista del romanzo a fumetti di Sergio Gerasi. Drogo beve, parla con i pilastri di Milano e sogna il mare; l’omonima canzone dei Baustelle, Un romantico a Milano, gli fa eco e risponde: 

 

cosa fuggi non c’è modo di scappare 

ho la febbre ma ti porto fuori a bere 

non è niente stai tranquilla è solo il cuore 

porta ticinese piove ma c’è il sole 

quando il dandy muore fuori nasce un fiore 

romanticomilan012

Profumo di Firenze

Text Micol Beltramini 

 

Ci sono leggende legate al nome della città di Firenze. È probabile che i latini l’abbiano chiamata Florentia per via della fondazione in primavera, durante i giochi dedicati a Flora.

Flora, la dea della fioritura – in senso più esteso, la Primavera. La più nota rappresentazione della Primavera, l’opera omonima di Sandro Botticelli, è conservata al Museo degli Uffizi a Firenze. All’estrema destra del quadro il dio Zefiro ingravida la ninfa Clori, dalla cui bocca esce un ramo fiorito che pare incarnarsi, appunto, in Flora. La dea indossa un vestito chiaro, intessuto di fiori. Il suo volto appartiene alla fanciulla più bella di Firenze – Simonetta Vespucci, la Sans Par, che presterà il viso anche a Venere nel dipinto dello stesso autore. 

Simonetta Vespucci è morta sei anni prima di essere ritratta nelle vesti di Primavera, forse di tubercolosi, aveva appena ventitré anni. La sua leggenda è indissolubilmente legata alla corte medicea, agli ideali di bellezza rinascimentale che hanno reso splendida Firenze a suo tempo, e oggi.

Il simbolo di Firenze è un giglio. Non proprio un giglio, in realtà: un iris bianco venato di pervinca, chiamato iris florentina o giaggiolo. A questo fiore è dedicata la fragranza per ambienti Giglio di Firenze, con cui il Dr.Vranjes celebra i trentacinque anni della sua attività. Sembra di sentire arrivare Simonetta Vespucci, vestita da Primavera, mentre sparge fiori.

 

drvranjes.it

Le radici dell’odio: Patrick McGrath

PATRICK MCGRATH – PHOTOGRAPHY MAKI GALIMBERTI

Text Micol Beltramini

 

Milanesiana, giorno dieci. Carta bianca a Patrick McGrath: lo scrittore sceglie tre film e ne introduce la proiezione. Siamo al Cinema Oberdan – la parata del Pride ci scorre su Corso Venezia, poco distante. La sera prima lo stesso McGrath ha presentato al pubblico del Piccolo Teatro una lapidaria riflessione su Donald Trump: «Ascoltate le parole di odio farfugliate dall’attuale presidente americano, il quale è certo, al di là di qualsiasi dubbio, della giustezza delle proprie opinioni. Come riportato dal New York Times, di recente Trump ha dichiarato che gli immigrati ‘sono animali’, che ‘non sono persone’. Questo è un uomo che non legge. Un uomo la cui certezza nasce dall’incapacità di distinguere tra il vero e il falso, un uomo per cui mentire è un’abitudine. Ecco che aspetto ha l’assenza di immaginazione morale in un uomo corrotto, refrattario al dubbio, che rappresenta il nulla».

Quando McGrath era bambino suo padre lavorava come psichiatra in un manicomio criminale. In qualità di essere umano cresciuto a contatto con la follia, gli chiedo quali crede siano le radici di questo odio. «La vita è difficile per molte ragioni e la gente ha bisogno di tirar fuori la propria rabbia, di incolpare qualcuno. Ci sono persone in fuga dal Messico, dalla Siria, dal Nord Africa, da ogni luogo del mondo in cui è pericoloso stare. Cercano rifugio in posti che sembrano più sicuri, ma non c’è benessere e i governanti dichiarano: questo è il problema, questi sono i buoni a nulla verso cui dirigere la vostra rabbia. Sono i governanti ad aizzare la gente contro gli stranieri, i rifugiati, chiunque sembri in qualche modo diverso da loro».

Ancora in lontananza, ma sempre più vicini, ci arrivano gli echi del Pride che avanza verso Porta Venezia. Patrick McGrath mi legge nel pensiero: «Ecco un’altra comunità che è stata un tempo temuta e odiata perché ritenuta non conforme al resto della società. Col tempo le persone, i genitori per primi, hanno cominciato a capire che i loro figli non erano strani o cattivi perché dotati di una sessualità diversa dalla propria. Lentamente hanno cambiato opinione, e infine li hanno accettati. Significa che il genere umano può farcela: non deve far altro che riconoscere la propria comune umanità». Una cosa davvero elementare, a pensarci.

Trump Calls Some Unauthorized Immigrants ‘Animals’ in Rant

nytimes.com

Quel che pensa Milano

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta Milano odiata. Soprattutto dai milanesi, intesi come residenti – i nati a Milano erano ormai leggenda metropolitana. Dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi anni Duemila si veniva a Milano per lavorare e non si vedeva l’ora di andarsene. I turisti stranieri ci snobbavano: «Dove sei stato in Italia?» «Nelle città d’arte». Roma, Firenze, Venezia: mai Milano. Poi, una decina di anni fa, qualcosa comincia a cambiare. Con tutto il coraggio di una donna che si chiude una porta alle spalle Milano desidera – e ottiene – il suo nuovo inizio.

La sfida: ripartire da zero cambiando completamente direzione. Meno automobili, più piste ciclabili, più cultura, più accoglienza. Un banco di prova spietato: Expo 2015. Ne esce vincitrice, contro ogni pronostico: non è ancora abbastanza, ha iniziato e non vuole fermarsi. Nel 2017 il Comune incarica Assolombarda di realizzare Osservatorio Milano. Obiettivo: misurare l’attrattività e la competitività del modello Milano nel mondo, soprattutto per capire, in caso di criticità, dove andare a lavorare. Lunedì 25 giugno, a Palazzo Marino, viene presentata la seconda edizione del rapporto. Milano risulta assimilabile a città come Chicago, Barcellona e Monaco, poli economico-produttivi che non hanno funzione di capitale politica.

Secondo il ranking di Peter Taylor, è la dodicesima città al mondo per reputazione delle imprese e partecipazione ai circuiti internazionali; quanto alle attività legate a moda, design e creatività, supera di gran lunga Madrid, Barcellona e Berlino. Sorprende il dato relativo agli spettatori a teatro: prima assoluta, seguita a grande distanza da Parigi e Madrid. Alcune criticità si riscontrano invece nel settore lavoro, specie per quanto riguarda la disoccupazione dei giovani e l’occupazione femminile. Ma si parla sempre di confronto internazionale: rispetto al 2008 il prodotto interno lordo è cresciuto del 3,1%, a fronte di un’Italia ferma al -4,5%.

Da ogni parte si guarda con ammirazione al modello Milano: per Google è la terza città più cliccata in Europa e tra le prime più cliccate nel mondo. Attrae sempre più talenti e studenti internazionali, e concentra su di sé il 30% degli investimenti stranieri in Italia. Per quanto riguarda la sostenibilità economica, ambientale e sociale, il sindaco Sala ha parlato di piano a lungo termine: gli obiettivi prefissati andranno raggiunti tassativamente entro il 2030. Ha espresso perplessità, tuttavia, in merito all’appoggio del nuovo governo. Intende collaborare, riconoscendo a Milano il suo ruolo di traino per quanto in controtendenza? Finora il Ministro dell’Interno non si è espresso se non per dire che la conquisterà presto. Fa comunque riflettere che tante grandi città del mondo abbiano preso posizione contro gli attuali governi di Stato.

«Quel che oggi pensa Milano domani lo penserà l’Italia», scriveva Gaetano Salvemini nel 1899. Milano ha spiccato il volo e non molla la presa. Speriamo se ne accorgano tutti, prima o poi.

Il rapporto è scaricabile online, in italiano e in inglese, da osservatoriomilanoscoreboard.it

I profumi del Vate

Text Micol Beltramini

 

È questo il momento di visitare il Vittoriale. Tarda primavera, la deflagrazione olfattiva delle rose che iniziano a fiorire; il castone perfetto per D’Annunzio e l’Arte del Profumo, la mostra che la Fondazione presieduta da Giordano Bruno Guerri ospita nelle sale del Museo D’Annunzio Segreto fino al 27 gennaio. Curata da Paola Goretti e dallo scenografo di fama mondiale Pier Luigi Pizzi, raccoglie in un ideale catalogo gli oggetti legati all’arte del profumo contenuti nella Prioria, l’ultima dimora dannunziana, in gran parte inediti al pubblico perché contenuti in stanze non accessibili.

«Il profumo sta a D’Annunzio come l’aria all’ispirazione, l’acqua alla pioggia, la terra alle radici, il fuoco a sé stesso», scrive la Goretti nel catalogo. «I versi traboccano di odori, le visioni innescano cerimoniali, effluvi, litanie: tutto è accompagnato dal profumo, tutto è introdotto dal profumo, tutto è allacciato al profumo». Fin da giovane il Vate acquista – senza badare a spese – saponi, lozioni, unguenti; consuma di media mezzo litro di profumo al giorno. Desideroso di sperimentare con le essenze – come con i corpi e con le parole – crea la propria Aqva Nvntia; un trionfo di sandalo, lavanda e, naturalmente, rosa.

Oggi Marco Vidal, promotore della mostra, omaggia la fragranza, mai distribuita, con una linea di profumi, Odorarius Mirabilis; la confezione si rifà all’originale disegnato da D’annunzio stesso, in vetro di Murano opalino; l’Aqva Nvntia è rivista in chiave moderna, con l’aggiunta di menta, gelsomino e agrumi. La affiancano cinque fragranze, ciascuna distillata secondo il contesto olfattivo delle opere dannunziane: il verde Ermione, simbolo della gioia spirituale, che rimanda a La pioggia nel pineto; il rosa Divina Mvsa, cipriato, dedicato a Eleonora Duse; il rosso Piacere, voluttuoso, simbolo della carnalità felice; il purpureo Fuoco, alcolico incendio impressionista; e il blu Notturno, misterioso e alchemico, come la notte. «E chiedo profumi profumi profumi», scrive D’Annunzio in una lettera del 1930. La triplice invocazione – quasi un grido – è esaudita.

D’Annunzio e l’arte del profumo

Dal 14 aprile 2018 al 17 gennaio 2019

Tel. +39 0365 296511

vittoriale.it

L’amore e l’abbandono

Sara Gamberini

Maestoso è l’abbandono

Hacca Editore, p. 203, € 15,00

Text Micol Arianna Beltramini

 

Nel 2010 Xavier Dolan, ventun anni, scrive, dirige e interpreta il suo secondo film, Les amours imaginaires. È la storia di due ragazzi, Marie e Francis, che si innamorano di un loro coetaneo, Nicolas. Nicolas è fatto della stessa sostanza dei sogni; né Francis né Marie riusciranno mai a farlo loro, e questa tensione, o strazio che dir si voglia, consumerà i loro giorni. Nel 2017 Luca Guadagnino, su sceneggiatura di James Ivory, dirige quello che per molti è il suo capolavoro, Call me by your name. Punta quasi tutto su estetismo ed edonismo, minimizzando un aspetto che nel libro di André Aciman, del 2007, era dominante: il brancolamento invisibile. Inizialmente confuso dai contraddittori messaggi di Oliver (perché mi ha toccato la spalla? mi ama o gli do noia?) il protagonista Elio arriverà presto a pregare che quell’agonia non si esaurisca mai: dall’alto dei suoi diciassette anni ha già capito quasi tutto quel che c’è da capire. Nel 2018 Sara Gamberini firma il suo primo romanzo, Maestoso è l’abbandono. Chiude con queste parole la questione amori immaginari: «Hanno gli occhi pieni di una sostanza liquida fatta di amore eccezionale e di stelle, l’amore mai provato prima. Io che sono molto diffidente provo a rintracciare in me, per liberarli, i punti in cui l’idealizzazione si è potuta aggrappare con tanta intenzione. Ma poi di loro non se ne sa più niente, essi sfumano con educazione o svaniscono all’improvviso. L’eco che accompagna il loro svanire dice cose come abitavamo un sogno, ma anche la vita senza di te, poi credi di sentire una parola piccolissima che forse dice cuore, dice mai». Dolan e Aciman, se la conoscessero, l’abbraccerebbero.

Courtesy Press Office
hacca.it

#Dionysus, #Safe Sex – The Condom Series

#Dionysus, #Safesex – the condom series, feat. Alice Longyu Gao, Ezra J. Williams, Molly Howard, Liza Voloshin, Maxwell Osborne, Blaine O’Neill, Markus Molinari, Mia Moretti, Sean Bennett, Joey Regan, Aluna George, Margot, Kacy Hill. Producer Mia Moretti, Director Rony Alwin, Editor Maritza Gonzalez, Original Music Voomz

Text Mia Moretti
@miamoretti

 

Ho intervistato l’artista cinese Alice Longyu Gao nel contesto di una sua installazione color rosa, con le pareti rosa. Mi sentivo dentro a un utero. Uno spazio morbido, caldo e confortevole. Mi ha detto: «Sono venuta su questa terra con questo unico corpo, voglio proteggerlo per fare cose più significative». La sua oasi rosa era più di un’installazione artistica temporanea, era più di una stanza con quattro pareti per ospitare i nostri corpi fisici: era il suo santuario.

Se tutti onorassero il proprio corpo come Alice – se tutti si amassero come Alice – potremmo iniziare ad amare le nostre tribe, le nostre tribù. Ho creato questo video con la mia tribù – gli amici, i colleghi e i vicini di casa, da Los Angeles a New York, il mio hair stylist, il mio compagno di band, i eantanti pop, i pittori, i registi, gli amministratori delegati, gli stilisti e i ristoratori. Sono entrata nel loro spazio più intimo – la camera da letto – ho chiesto loro del sesso. Siamo intuitivi, dipendenti dal sentirci bene, pronti a concederci. Siamo la nostra fantasia dionisiaca. Il nostro Dioniso inghiotte la passione come un bicchiere di vino senza fondo.

Concediamoci con amore, con gentilezza, con onore – alziamo un bicchiere e beviamo per i nostri corpi – i nostri santi santuari – proprio come Alice.

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Il Controllo

Text Ilaria Macchia

 

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». È passato più di un anno ormai, da quando Giulio mi disse quella frase per telefono. Quasi non la ricordavo più. Mi è ritornata in mente oggi, quando me ne ha detta un’altra, molto più ostile. Mi ha detto ti amo.

Abbiamo fatto l’amore a casa sua. È venuto a prendermi in macchina, e io ho pensato che avremmo scopato lì dentro, come piace a noi, con la pioggia che batte sui vetri come se fosse un guardone che vuole entrare nella camera da letto – invece no, siamo andati a casa sua, in camera sua, sul suo letto. Mi ha toccata e mi ha stretto i fianchi in un modo diverso, più forte del solito. Giulio ha goduto, io no. Non ho avuto il coraggio di dirgli: fai qualcosa, sto aspettando. Così, quando ho capito che niente si stava muovendo dentro di me, ho deciso di muovere il mio corpo. Almeno quello avrebbe potuto seguire una scossa che io, con tutta la mia volontà, gli imponevo. Quando si è staccato da me, mi ha accarezzato i capelli e ha detto la solita frase dopo il sesso: «Faccio il controllo».

Gli ho sorriso, e gli ho detto che oggi lo volevo fare anche io. Mi sono messa carponi sul letto, in attesa di trovare l’energia per tirarmi su e seguirlo in bagno. Volevo partecipare al rito forse perché mi sentivo in debito di non aver partecipato, veramente, alla scopata. Mentre ero ancora sul letto, si è messo a piovere forte e mi è venuto su un languore. Anche se non avevo goduto, quel letto con le lenzuola di flanella era l’unico angolo del mondo in cui volevo fermarmi. Allora gli ho fatto una proposta. Uno strappo alla sua regola, uno sgarro alle sue abitudini che potesse fargli pensare che si poteva scopare anche senza seguire il metodo, ed eventualmente addirittura saltando l’ispezione. «Dai, oggi non controlliamo».

Mi ha guardato con stupore, si è fermato in mezzo alla stanza. Teneva in mano il suo preservativo penzolante, pieno del suo sperma. Una visione che per me, ormai era come un quadro appeso davanti al letto. Gli ho notato negli occhi una piccolissima scintilla di delusione per questa proposta. Poi si è ripreso, mi avrà perdonata in quella frazione di secondo, e mi ha risposto malamente. «No, controlliamo. Sai perché?» – «No, perché?» – «Perché ti amo».

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». Questo me lo disse al telefono, un anno prima. Io chiusi il libro di letteratura inglese, sospirai e spinsi il mio corpo sino alla poltrona. Giulio stava aggiungendo altre parole, altri concetti, e chissà cosa voleva dire di più. Io avevo memorizzato solo quell’ammonimento, e in particolare la parte finale: ti lascio. Fino a quel momento, ero stata una ragazza fortunata. Nessuno dei mostri con cui avevo avuto una storia mi aveva lasciata. Tutti avevano sofferto per me, almeno così mi sembrava.

Mi piaceva, dopo averli abbandonati senza preavviso, incontrarli per la strada e vedere che erano dimagriti per il dispiacere. Mi piacevano anche le loro telefonate, anonime o disperate, solo per sentire la mia voce dire pronto. Mi piaceva pensare ai soldi che spendevano in benzina per raggiungermi all’uscita dalle lezioni, o sotto casa, per chiedermi se per caso avevo cambiato idea. Le loro facce – addolorate, incredule, speranzose, e rassomiglianti tra loro – mi confermavano sempre che avevo fatto bene a lasciarli.

Con Giulio stava durando. Io avevo quasi vent’anni, ed ero vergine – e Giulio diceva sul serio. «Va bene – gli risposi – stasera scopiamo». Sospirai, e per un momento sentii di essere stata per me stessa una delusione. Mi alzai dalla poltrona, rovistai in un cassetto della scrivania e venne fuori una rivista di quando ero adolescente. C’era una domanda che occupava due pagine intere: che cosa significa fare l’amore? Appena sotto c’erano le foto di alcune ragazzine, e le loro risposte. Frasi molto romantiche che mi fecero sorridere. Poi, in basso, era riportato un elenco con alcuni consigli per «affrontare la prima volta: procedere con una depilazione accurata, assoluta; mettere lo smalto anche alle dita dei piedi, indossare mutande nuove, e un reggiseno facile da togliere».

Questi erano solo alcuni dei punti in elenco, ma a me sembrarono quelli che potevano essermi più utili. Iniziai con lo smalto, e sarei passata al resto ma dopo poco squillò il telefono. «Pronto?» – «Sono io. Li compri tu i preservativi?» – Giulio me lo chiese in un modo brusco, che non gli apparteneva. Questa cosa di scopare era una faccenda che forse si poteva sbrigare solo così, in modo brusco appunto. Per questo gli risposi risoluta: «Certo». Non c’era niente di più incerto, nella mia vita, di me che compravo dei preservativi – ma se mi fossi tirata indietro, Giulio mi avrebbe lasciata. Presi la bicicletta e andai nell’unica farmacia del paese, dove comprai preservativi e assorbenti, per ricordare a me stessa che quegli oggetti facevano parte della stessa vita, e si sarebbero entrambi occupati della mia fica.

Scopare non fu difficile. Pioveva, avevamo trovato un angolo alla fine di una strada chiusa che mi fece sentire raccolta, accolta sotto un tetto. Ci spogliammo, la luce della luna entrava a sprazzi, la musica ci alleggeriva del peso della concentrazione. Tutto fu fatto nel modo giusto, tranne quello che successe dopo. Giulio si tolse il preservativo, e lo sollevò all’altezza degli occhi. Penzolava, ed era pieno del suo sperma. «Adesso facciamo il controllo», disse. Prese una bottiglietta d’acqua che aveva lì in macchina, aprì lo sportello e in quel momento lo scroscio della pioggia mi arrivò limpido alle orecchie. Riempì il preservativo di acqua, e quello si gonfiò come un palloncino. «Siamo a posto, è integro», mi disse. Io sorrisi, ma non volli guardarlo in faccia. Quell’operazione mi era sembrata ridicola, ma io di certe cose non ne sapevo niente, e quello che contava per me era essere stata brava.

Dopo la prima volta, scopai con Giulio quasi tutti i giorni. I preservativi li compravo sempre io, e di quello che Giulio chiamava il controllo se ne occupava lui. Di questa attività io conoscevo solo i risultati, me li ha sempre riferiti alla fine dell’operazione. So per certo che, in tutto il tempo che abbiamo scopato insieme, mai ci è successo, nemmeno una volta, di trovare un preservativo rotto, bucato, fallato. Anche per questo oggi gli ho chiesto di non controllare. Chissà perché invece, lui mi ha risposto con questo ti amo. L’ha pronunciato, mi ha sorriso e io ho fatto lo stesso. In quell’istante ho pensato, non ce la faccio. Non riesco ad amare Giulio, perché Giulio tutte le volte che scopa con me, fa il controllo. Così l’ho lasciato, e sono tornata a casa a piedi.

Ora sono distesa sul letto, ho aperto il cassetto e ho tirato fuori uno dei tanti preservativi che ho di scorta. Ci ho messo dentro un dito, poi un altro, l’ho avvicinato al naso, l’odore che ha mi piace moltissimo. Ho tirato giù i jeans e le mutande, e con la mia mano protetta dal preservativo mi sto masturbando. Mi ama, ma io no, per niente. Il sesso non può fare niente contro la noia.

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Il Sesso casuale

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta la ricerca dell’anima gemella. A scuola, sul lavoro, per strada. Ci si guardava intorno con una certa quota di struggimento, come se dovesse trovarsi lì, da qualche parte, nascosta. Prima o poi ci saremmo incappati, era cosa certa; anzi, meglio non cercarla, sarebbe arrivata da sola, più in fretta. Il sesso casuale era questione di status, per l’uomo; per la donna, a volte, un problema – o meglio, un problema il giudizio degli altri. Sugli anni Novanta incombeva l’ombra lunga dell’HIV; persino in Italia si era più cauti e prudenti del solito. Poi è arrivato Internet: blog, forum, mail, chat. Abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con persone che altrimenti non avremmo mai incontrato. Le abbiamo conosciute prima di conoscerle. Intimamente. La protezione dello schermo ha fatto sì che ci aprissimo molto; innamorarsi, in gran parte dei casi, è stato inevitabile. Lo spazio condiviso, finché è durata, sembrava una festa per pochi. Poi sono arrivati i social network, Facebook e Instagram davanti agli altri. L’importanza delle foto ha surclassato quella dei messaggi; inoltre, eravamo invitati al giudizio: mi piace? Dall’apprezzamento estetico a quello triviale è stato un attimo: mi piace questa ragazza? è figa? Abbiamo iniziato a scorrere le foto più velocemente: con chi esce stasera? dove va? Quelle che prima si chiamavano agenzie matrimoniali sono diventate portali di incontri; quando si sono ulteriormente trasformate in app abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo – molto meno sbattimento. Siamo diventati parte di un catalogo, merce esposta in vetrina: è avvenuto consensualmente, non hanno nemmeno dovuto chiedercelo. Di certo qualcuno ci sta browsando anche in questo momento: varremo un mi piace, un cuore, addirittura un messaggio?

Una volta, non ricordo più dove, ho letto una verità che mi ha colpita: ogni cosa, lasciata a sé stessa, tende ad andare a male. Una stanza a sporcarsi; un fuoco a spegnersi; un amore a darsi per scontato, a perdere il suo potenziale romantico. L’unico antidoto all’incuria – la cura, appunto – richiede impegno. Come ci si difende dall’incuria relazionale? Di cosa ci si arma contro la non giustificata rozzezza? Proviamo a delineare le dinamiche di un approccio non offensivo, un primo appuntamento gentile. Bisogna innanzitutto – non è cosa scontata – che l’altra persona ci piaccia davvero. Che la consideriamo degna di stima e amicizia: perché frequentarla, altrimenti? Avremo poi cura che la comunicazione avvenga in modo chiaro e corretto: per nessun motivo l’altra persona dev’essere illusa, o tenuta in sospeso – si risponde sempre ai messaggi che richiedono risposta, anche un semplice adesso non posso. La scelta di dove incontrarsi cadrà su un luogo che faccia sentire entrambi a proprio agio, liberi di andarsene in qualunque momento: è preferibile un invito a bere qualcosa rispetto a una ben più impegnativa cena. Nel corso dell’appuntamento si dovrà osservare il reciproco linguaggio del corpo: se l’altro evita il contatto, non sorride, si guarda intorno o accampa pretesti, andrà semplicemente lasciato andare. Per nessuna ragione al mondo sarà lecito ricorrere al ricatto, né sentimentale – vorrei che restassi, né materiale – ti rendi conto di quanto ho speso stasera?. Le prime impressioni possono e devono essere rinegoziate fino all’ultimo: l’intimità sessuale è la questione più delicata che ci riguarda, abbiamo il diritto di ripensarci o di tirarci indietro. La decisione di chiudere una serata a letto con qualcuno, infine, dovrebbe essere non solo consensuale, ma entusiasta: le altre opzioni, inevitabilmente, rasentano la molestia o lo squallore.

La prevenzione, in teoria non ci sarebbe bisogno di dirlo, è la forma di educazione sessuale e sentimentale più importante. I dati diffusi nell’ultimo anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall’AIDS alla sifilide, è aumentata fino a quattro volte – soprattutto tra i più giovani, gli adolescenti e i ventenni. Il preservativo, dal canto suo, sembra diventato un optional. Le donne, più portate per natura a proteggersi, si ritrovano in condizione di dover chiedere all’uomo di indossarlo: le risposte che ricevono sono per lo più prive di senso – la colpa viene data al costo, alla difficile reperibilità, ma soprattutto all’apparente scomodità intollerabile: ne va del rapporto, pare. Da anfratti anni Ottanta dimenticati da Dio e dagli uomini vengono fuori scuse quali sono allergico al lattice o non esistono preservativi della mia misura. Resistenze di questo genere sono contrarie a ogni forma di civiltà: indossare un preservativo prima di un rapporto sessuale a rischio – dove per a rischio si intende con chiunque si conosca poco – dovrebbe essere un gesto automatico come lavarsi i denti prima di dormire. Non c’è niente di eccitante nel giocare alla roulette russa con la propria salute e con quella degli altri. È questo il messaggio di Shake your love, la campagna di educazione sessuale lanciata da Lampoon nel febbraio 2018. Che il sesso sia libero, sfrenato, audace: ma, prima di ogni altra cosa, rispettoso.

Photography Roberto Patella feat. Giove Taioli @ Brave Models, Editor in Charge Alessandro Fornaro

Scontro frontale

Text Matteo B. Bianchi

 

Ricordo il posto, l’ora, persino la temperatura. Era un pomeriggio d’estate, di luglio, dovevano essere le due e mezza o le tre, gli adulti erano andati a fare una pennichella dopopranzo, mia sorella e le mie cugine guardavano un telefilm in cucina, io ero su una sdraio nel retro della casa, in quello spazio di confine indefinito fra il nostro giardino e l’inizio del bosco, il caldo del pieno sole era mitigato dalla frescura delle piante, si stava benissimo. Stavo leggendo una rivista. Era l’ultimo numero di Panorama, che all’epoca mio padre comprava quasi sempre. Ed è lì, fra quelle pagine, che ho letto per la prima volta un articolo sull’AIDS. In quel numero c’era anche un servizio fotografico su Gianni Agnelli, in vacanza nel Mediterraneo sul proprio yacht, che si tuffava in mare totalmente nudo. Quel servizio fece scalpore, se ne parlò per settimane. Assurdo ripensarci ora: l’attenzione collettiva puntata su un industriale svestito che fa il bagno mentre su tutti noi stava per abbattersi l’apocalisse.

Avevo diciassette anni, ero privo di esperienze sessuali di qualsiasi genere e solo da poco avevo cominciato ad ammettere a me stesso la mia natura. Avevo capito di essere omosessuale e pochi mesi dopo apprendevo dalle pagine di un settimanale che c’era in giro una malattia nuova che stava colpendo le persone come me e della quale si sapeva poco o nulla, tranne che fosse fatale. Benvenuta tempesta ormonale e vaffanculo, di te non so che farmene.

La mia maturazione fisica ha coinciso col periodo peggiore degli ultimi decenni per fare esperienze sessuali: quello del panico. All’inizio c’era solo confusione. E terrore. Vietato il sesso. Vietato baciarsi. Non bere dallo stesso bicchiere. Non mangiare dallo stesso piatto. E gli abbracci? Si può abbracciare qualcuno. Quello forse. In un primo momento non lo chiamavano neanche AIDS ma GRID (Gay Related Immune Disease) perché sembrava prerogativa esclusiva della comunità omosessuale. Solo in un secondo tempo si è capito che riguardava tutti quanti. Persino la sigla AIDS è stata una forma di assurda, malata conquista. Nella testa di molta gente, per anni, è rimasta la malattia dei froci.

L’esplosione del virus in perfetta sincronia con la nostra maturazione fisica, almeno per me e per i miei amici, ha complicato tutto, ha rallentato tutto. Avevamo desideri e paure che ci esplodevano nel petto, ma le paure erano più forti. Ci è voluto tempo anche per capire che il preservativo fosse una barriera efficace. Oltre al danno, la beffa: vivevamo in un paese nel quale la Chiesa si opponeva anche solo al diffondere questa informazione. La peste voluta da Dio, dicevano gli esaltati. La condanna divina per essere quello che ero.

Ricordo anche che il primo stato europeo a fare una campagna pubblicitaria a favore del preservativo era stato l’Inghilterra. L’annuncio consisteva nella foto di un letto dalle cui lenzuola spuntavano dei piedi, un paio maschili sopra e un paio femminili sotto. Era l’immagine inequivocabile di una copula, benché dei due amanti si intravedessero solo le estremità inferiori. Il titolo diceva: «Ora può causare la morte, oltre che la vita». Agghiacciante, come lo slogan di un film horror.

Avevo trovato l’annuncio su una rivista musicale inglese, l’avevo strappato e l’avevo incollato sul lato dell’armadio della mia cameretta dedicato alle foto delle popstar, mischiato fra i Duran Duran e i Depeche Mode. Un monito al me stesso in fase di sviluppo: vedi di non dimenticartene.

La prima persona che conoscevo a morire di AIDS è stata Stefano. Era un amico del mio amico Paolo, che a volte veniva con noi nei locali, come componente aggiunto della compagnia. Un tipo simpatico ed esuberante, che si vantava di conquistare gli uomini con uno sguardo camminando per strada e che nei suoi racconti snocciolava avventure erotiche a metà strada fra il rocambolesco e l’esilarante. Uno che amava essere al centro della scena e che non aveva paura di attirare l’attenzione. Una sera eravamo andati in gruppo al cinema a vedere la commedia Una donna in carriera e al termine del film, sui titoli di coda, prima che si accendessero le luci in sala, si era alzato e aveva dichiarato a voce alta: «Ma questa è la storia della MIA VITA!», suscitando l’ilarità dell’intera sala. Un personaggio, la cui assenza non passava inosservata. Così abbiamo subito cominciato a chiedere sue notizie dopo un paio di weekend in cui non lo incontravamo. All’inizio Paolo diceva trattarsi di un malessere momentaneo, poi ha parlato di una malattia rara che i dottori stavano valutando con cautela. Non avevamo il coraggio di chiedere in modo esplicito. Dire quella parola equivaleva pronunciare una sentenza di morte. Più genericamente chiedevamo: «ma è grave?» Paolo minimizzava: «Ho detto che è rara, non che è grave». Bastava questo ad allontanare le nubi del sospetto, a confinare il pericolo mortale in un punto ancora lontanissimo da noi.

Il tempo passava, Stefano faceva dentro e fuori dagli ospedali, e anche quando era a casa non usciva né concedeva visite a domicilio. Ho chiesto a Paolo come mai non si facesse più vedere in giro e solo a quel punto ha sbottato: «Perché non può! È coperto di macchie ovunque, anche in faccia». Dall’espressione che ha assunto subito dopo ho capito che si era pentito di quello che aveva detto, che gli era sfuggito. Non aveva pronunciato la parola, ma fra le righe io l’avevo sentita chiarissima: Kaposi. Non ho più domandato nulla. Un mese dopo c’è stato il funerale.

Poi, una serie. Uno più impressionante di altri, quando il mio migliore amico, Antonio, aveva cominciato a uscire con questo operaio brianzolo, un tipo rasato e pieno di muscoli, di fede leghista (un frocio leghista era materiale da leggenda all’epoca). Le poche volte che uscivamo insieme non sapevamo bene di cosa parlare con lui, ci sembrava non avesse nulla in comune (anche se segretamente volevamo farcelo un po’ tutti). Quella con Antonio non era una storia seria. Si frequentavano, poi si mollavano, poi riprendevano a vedersi di nuovo. Poi venne fuori che aveva preso il virus. L’altro, perché Antonio ci stava sempre attento. L’abbiamo visto spegnersi a poco a poco, quell’aria salubre da boscaiolo scomparire settimana dopo settimana, il corpo sgonfiarsi come un palloncino bucato. Alla fine sembrava un vecchietto scheletrico in cui l’unica cosa rimasta viva erano gli occhi chiari, pungenti, completamente sperduti.

Avevamo imparato anche a ridere di noi. Sempre Antonio mi aveva raccontato che un giorno un suo collega a pranzo gli aveva confidato che quella sera avrebbe fatto l’amore con la sua ragazza e sarebbe stata la prima volta per entrambi. Gli aveva poi chiesto di accompagnarlo in farmacia per comprare una scatola di preservativi. «Se siete vergini entrambi a cosa vi serve il preservativo?» – aveva domandato Antonio. Il collega l’aveva guardato stupefatto e aveva risposto: «Beh, perché non corra il rischio di restare incinta». Noi gay avevamo talmente radicato il concetto di preservativo come unica forma di prevenzione da dimenticarci che, in effetti, il suo scopo reale fosse un altro.

Poi per fortuna le cose hanno cominciato a cambiare, le terapie a rivelarsi efficaci, contrarre il virus significava imparare a gestirlo, a conviverci, non a morirci. Ci siamo tranquillizzati, ce ne siamo fatti una ragione, e abbiamo preso a scopare forsennatamente, come è giusto che sia. Però per la mia generazione, quella degli anni Ottanta, l’imprinting è stato categorico. Il nostro era stato uno scontro frontale, che non avremmo potuto dimenticare mai.

Ripenso a tutte queste cose, in questo caotico flusso, stamattina mentre sono seduto in un caffè con Sebastian, un amico che ha la metà dei miei anni ed è sieropositivo. Mi chiedo se il terrore che ho assorbito in fase adolescenziale sia la sola causa della mia immunità. Perché io che ho raggiunto i cinquanta sono sano e lui no? Ho scopato con un numero imprecisato di uomini, a volte mi sono innamorato e ho avuto delle relazioni con loro, altre sono stati sconosciuti incontrati in discoteca, in saune, in feste di amici, su chat erotiche. Ho corso i miei rischi, avventurandomi da solo in parchi di notte in città dall’altra parte del mondo, in locali dall’aria clandestina cui accedere attraverso porte anonime suonando un determinato campanello rivelato ai soli interessati, trovandomi in festini dove in ogni stanza c’erano corpi sudati e intrecciati, eppure mai, neanche una singola volta, ho fatto sesso senza preservativo. È come se fosse un istinto animale connesso al mio DNA, un imperativo imprescindibile.

Sebastian sta affrontando nuove sfide, legate all’epoca che stiamo vivendo. Ha scelto di dichiararsi pubblicamente, sui social, e da allora riceve tanto incoraggiamento quanto violenza verbale, sei un viscido mostro, grazie per quello che stai facendo, ammiro il tuo coraggio, mi fai vomitare, te lo sei meritato. Un frullato senza senso di amore e odio, privo di controllo e di morale, e Sebastian che si erge da solo al centro del ciclone assorbendo tutto a viso aperto. Ammiro la sua spavalderia e cerco di dimostrarglielo ogni volta che posso, per quanto serva. Non posso fare a meno di pensare alla contraddizione della sua generazione, investita da informazioni di ogni genere e che tralascia i discorsi di prevenzione, come se i pericoli fossero già superati, mentre non è così. «È stato il mio primo ragazzo», mi confidato Sebastian. «Non era uno stronzo, solo che non sapeva di averlo».

Il destino è un figlio di puttana, comunque.

Claire Danes and Leonardo DiCaprio in a scene from the movie Romeo + Juliet, 1996 – Courtesy of 20th Century-Fox/Getty Images

Sesso non protetto

Text Rosa Matteucci

 

A metà degli anni Settanta, alunna di terza media, quasi ogni giorno andavo con due mie compagne, davanti allo studio del dottor Fraschetta Antonguido, Venerologo. L’importanza della venerologia ci era ignota, ma la targa di ottone del medico che s’occupava di genitali, suscitava in noi irrefrenabili sghignazzi misti a inconfessati turbamenti, per l’ipocrisia dell’aggettivo che evocava una ragazzona dalle carni mollicce che emergeva dalle acque, e anche una scritta, letta nei gabinetti della stazione, dove s’ammoniva che Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere.

Talora ci appostavamo, sempre sbellicandoci, in attesa dei pazienti del Fraschetta, paria affetti da disgustose malattie sessuali, efferatezze che avevo sbirciato, in foto bianco e nero, sul manuale di patologia clinica della cugina Celeste. Scroti deformati dall’ipertrofia, falli impestati di pustole, testicoli dalle dimensioni di un’anguria. Era quello della sessualità, un mistero di cui avevamo un’infarinatura, fra la biologia dei mammiferi e il leggendario, ma in definitiva era un mondo misterioso e parallelo a quello delle tredicenni, un destino riproduttivo in cui ci saremmo avventurate prima o poi, sotto la minaccia del ciclo mestruale. All’epoca la gente fumava dentro ai cinema, sprovvisti di impianti di aerazione, sugli autobus dove spippacciavano anche l’autista e il bigliettaio, i docenti fumavano in classe, l’eternit era un formidabile materiale di costruzione, si beveva l’acqua del rubinetto, le allergie e le intolleranze alimentari erano ignote, se un marito riteneva che la moglie lo avesse cornificato poteva ammazzarla e il suo gesto sarebbe stato rubricato come delitto d’onore e nemmeno il carcere – il reato delitto d’onore fu abolito solo nel 1981, per ricevere una telefonata l’obbligo era stare in casa di guardia al fisso, su cui si sarebbe potuto avventare tuo padre al primo squillo. Neo divinità pagana del benessere il telefono di casa e noi adolescenti suoi vassalli. Gli assorbenti e i preservativi si compravano esclusivamente in farmacia.

L’acquisto dei profilattici era per tacito accordo riservato ai maschi. Già davanti alla farmacia la vergogna era suprema, perché il cappuccetto in lattice con serbatoio suggeriva il suo prossimo utilizzo in pratiche di cui era meglio non parlare. I preservativi non erano certo esposti al pubblico, il farmacista con un ghignetto li faceva uscire da un cassettino. Erano sempre confezioni da tre, reputandosi tre copule sufficienti ai bisogni del giovane maschio, che poi due di questi si rompessero all’atto pratico non rilevava.

La morale veterocattolica era salva. Ossuti adolescenti, con barbette visibili con la lente d’ingrandimento, vistose fioriture di brufoli sul collo, ponfi rossi e dolenti da cui, nei casi più fortunati, uscivano rivoli di pus; i poveri compagni maschi, tormentati da uragani testosteronici, guidati dall’istinto arcaico del riprodursi, bramavano di accoppiarsi con pettorute ma ingenue adolescenti femmine, vittime del Romanticismo ormonale che postulava l’incontro con il principe azzurro. Renitenti a indossare ‘quel coso’, i maschi lo reputavano una vessazione – secondo la vulgata maschile del ‘non si sente niente’.

Neppure codesto strumento poteva peraltro scampare la sorte dell’ipertecnologizzazione. In Gran Bretagna ne hanno infatti escogitato la versione 2.0: ovvero un sensore applicabile al tradizionale cappuccetto, in grado non solo di individuare malattie sessualmente trasmissibili, ma anche di decodificare le risultanze fisiologiche della copula, dall’agognato consumo calorico fino alla velocità di spinta, tutti dati che il ‘preservativo intelligente’ trasmetterà al fido smartphone. E dire che tutti ci eravamo sbellicati, davanti all’invenzione dell’Orgasmatic, lo strampalato macchinario ovoide presente nell’astruso avvenire immaginato da Woody Allen nel Dormiglione, una cabina elettronica sostitutiva dell’accoppiamento capace di portare al piacere una coppia in pochi attimi e senza fatica. Non sapevamo che il futuro era lì, pronto a concretizzarsi in forma di parodia.

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

Interview with Xavier Dolan

Xavier Dolan at 12th rome film fest

Text Micol Beltramini

 

In un tweet di qualche settimana fa Xavier Dolan dichiarava che il nuovo IT era il suo film preferito del secolo. Ho visto il nuovo IT l’altro giorno e avrei tanto voluto chiedere a Xavier Dolan di cosa si fosse fatto prima di scrivere quel tweet. Non che il nuovo IT sia un film particolarmente indignitoso, ma la sproporzione tra il talento di Dolan e quello di Muschietti è imbarazzante. Comunque eccolo che arriva, Xavier Dolan, si fa i selfie con i fan sul red carpet, si è anche sbiondato i capelli e adesso somiglia curiosamente al cantante dei Green Day. Il modo in cui si pone e i discorsi che fa ti riportano a una sorta di primitivo entusiasmo che si spera ti cricchiasse tra i denti prima di diventare il grigio barbogio che sei. «È solo dopo aver fatto qualcosa fatto qualcosa con le tue mani che inizi a capirti, a trovarti. Io ho cominciato rubando: ripeti le idee degli altri fino a che non trovi le tue, ed è così che cresci». E ancora: «Ci sono un sacco di film in cui i protagonisti non hanno speranza, non hanno fortuna, non reagiscono. Il porno dei poveri, lo chiamo io. I miei film sono tutti su sognatori che lottano per qualcosa in cui credono, per il loro posto nel mondo. Non sempre vincono, non sempre finiscono insieme, ma non saranno mai dei perdenti, e se falliranno sarà colpa della vita, non loro: loro non si arrendono mai». Titanic è il film che più adora e non se ne vergogna: «Anche se uscito dal cinema più che diventare Cameron volevo scrivere a Di Caprio! Ma mi piacciono i film con un cuore e Titanic ti dice che puoi volare. Lo stesso fanno Mamma ho perso l’aereo e Lezioni di piano, per quel che mi riguarda». È raro e rinfrescante sentire un regista parlare così bene di così tanti film non suoi. Call me by your name di Luca Guadagnino, ad esempio: «Un film profondo e saggio, che ti aiuta a capire la bellezza di un cuore spezzato: il dolore apre così tante porte, anch’io ci credo molto». Lo stesso Guadagnino che ha invece stroncato Mommy di Dolan con ferocia da matrigna di Biancaneve. Ecco perché non ho dovuto chiedergli di IT: come quando finiva la scuola e avevi tutta l’estate davanti – così è Xavier Dolan.

Image courtesy of Press Office
romacinemafest.it – @romacinemafest

Xerjoff: il primo monomarca in Italia

The XJ Seventeen/Seventeen stone label collection

Text Micol Beltramini

 

Raccontare un profumo: che sfida insensata. Non si può che costruirvi intorno teche sinestetiche: scrigni che richiamino – per immagini e suoni – i mondi che l’olfatto spalancherebbe in un lampo. La nuova boutique di Xerjoff a Torino non è forse che questo: una teca sinestetica su tre piani, replica dei tre momenti della piramide olfattiva. Si apre su note italiane: una Vespa dorata, una pioggia di rose, flaconi gioiello su scaffali – la testa del profumo, la prima impressione.

Prosegue nel cuore, il tema: il legno dei pavimenti, la voce di una cantante, l’oro scuro di cornici e mosaici. Una donna si aggira tra le sale, candida, tra le mani ha un ventaglio, il rame dei capelli coperto di cipria. Le librerie traboccano di oggetti da collezione, conchiglie inestimabili tornate dal mare di viaggi lontani. Il fondo del profumo: la base della piramide, la sua scia incancellabile. Il fondo è una parete di essenze, all’ultimo piano. Qui Sergio Momo racconta la rugiada delle rose di maggio, raccolte solo all’alba, solo da donne e solo con la punta delle dita. Una tonnellata di rose per poco più di un chilo di essenza assoluta.

Il fondo va cercato sui polsi, il giorno dopo, mille anni dopo. Il fondo è il segreto di persuasione tra te e il profumo.

Image from Press Office
xerjoff.com – @xerjoff

Festa del Cinema di Roma: vince la realtà

Text Micol Beltramini

 

Vince la Festa del Cinema di Roma (per acclamazione popolare, Premio del Pubblico BNL) Borg McEnroe, del danese Janus Metz Pedersen. Incentrato sulla finale di Wimbledon del 1980, racconta la rivalità tra Björn Borg, lo svedese di ghiaccio, e John McEnroe, super-brat di New York di origini irlandesi. Borg, ventiquattro anni, universalmente amato e apparentemente inscalfibile, si prepara a vincere il suo quinto Wimbledon consecutivo; McEnroe, vent’anni, noto più per le sue scenate che per il suo gioco, ha un unico obiettivo: spodestare dal trono il suo idolo. Non sorprende che Borg McEnroe stia conquistando il pubblico (è arrivato nelle sale il 9 novembre): è un’opera pop, con due protagonisti che non sbagliano un assist emotivo. Shia LeBouf in particolare, che ha dichiarato di aver pianto leggendo la sceneggiatura, è perfetto nel ruolo della sua nemesi tennistica; infantile e irascibile quanto McEnroe, è riuscito nel non trascurabile intento di farsi amare e detestare insieme.

Tanti i biopic e documentari in competizione: spiccano tra gli altri il fulminante I, Tonya di Craig Gillespie, sulla pattinatrice Tonya Harding, interpretato da una sempre più convincente Margot Robbie; Promised Land di Eugene Jarecki, che mette in relazione la parabola di Elvis Presley con la grande disfatta americana; Maria by Callas: in her own words, gigantesco atto d’amore del regista Tom Volf verso l’ultima vera diva; e Spielberg di Susan Lacy, due ore e mezza di solida goduria cinematografica. I film d’autore presentati in questa edizione – compresi i comunque dignitosi Logan Lucky di Steven Soderbergh e Last Flag Flying di Richard Linklater – convincono meno. È possibile che, dopo decenni di personaggi poco credibili, l’industria abbia realizzato che la realtà supera di gran lunga la finzione?

Images courtesy of Press Office
romacinemafest.it – @romacinemafest

David Lynch, the interview with his majesty

David Lynch at 12th Rome Film Fest

Text Micol Beltramini

 

Sua Maestà David Lynch in un incontro col pubblico. In tanti ne sono usciti delusi. L’aggettivo più lusinghiero con cui l’ho sentito definire è snob. Snob perché, se gli fai domande sui suoi film o su Twin Peaks tende a risponderti a monosillabi. Mi viene da chiedermi cosa la gente si aspettasse. È una vita che David Lynch si rifiuta di parlare delle opere che dirige. Un prestigiatore non parla dei suoi trucchi.

È come chiedere a un profeta come fa a camminare sull’acqua, e sentirsi rispondere: è facile, devi avere fede, lascia che ti mostri come pregare. La meditazione trascendentale è uno dei due argomenti di cui Sua Maestà David Lynch parla volentieri.

«Il mondo in cui viviamo è pieno di negatività e di stress. La meditazione è la chiave che permette di aprire la porta di un campo interiore. Ovviamente accedendo a quel campo diventi più creativo, e la negatività, lo stress, la depressione e tutte le altre cose che ostruivano il canale se ne vanno».

La serenità non finisce col castrare l’impulso creativo dato dalla sofferenza? «Capisco che l’idea romantica dell’artista triste e affamato sia affascinante, ma secondo me se un uomo desidera una donna che gli porti un piatto di zuppa calda e magari si fermi per la notte, e poi quella donna non arriva, l’ultima cosa a cui penserà quell’uomo sarà mettersi a scrivere. La sofferenza non è necessaria all’arte, basta conoscerla e saperla descrivere. Le persone a volte sono così depresse che non riescono neanche ad alzarsi dal letto, figuriamoci a creare».

Timidi applausi. Un giornalista gli chiede tra i fischi se teme di essere coinvolto negli ultimi scandali hollywoodiani: «Restate sintonizzati», risponde sorridendo feroce. Un’insegnante lo ringrazia per Elephant Man – l’ha proiettato in classe e i suoi alunni hanno pianto: «Anch’io piango ogni volta che rivedo Elephant Man», confessa. Alla domanda: «Cosa pensi dell’aggettivo ‘lynchano’, chiude con «Il dottore mi ha detto che non devo mai chiedermi cose del genere».

L’altro argomento di cui parla volentieri, Sua Maestà David Lynch, sono i ricordi. Ne condivide uno su Harry Dean Stanton: «Gli volevo bene. Una volta eravamo a Cannes dopo la premiere di Una storia vera, con noi c’era anche Angelo Badalamenti. Harry Dean ha cominciato a raccontare un sogno che aveva fatto su dei coniglietti di cioccolato. Poi ha detto un’altra cosa, e abbiamo riso un po’ più forte. Poi ne ha detta una terza, poi una quarta, e a quel punto eravamo sull’orlo delle lacrime. È andato avanti così per diciotto volte. Non ho mai visto nessuno, in nessun luogo, fare una cosa del genere. Vorrei averlo filmato. Era la cosa più magica al mondo, e aveva a che vedere con l’onestà e l’innocenza con cui diceva ogni cosa».

David Bowie. «Lo adoravo, come tutti. Lavorare con lui è stato eccitante. L’avrei voluto anche nell’ultimo Twin Peaks, ma Bowie mi ha risposto di no, e adesso so perché. È triste. Pare che qualcuno gli avesse detto che il suo accento faceva schifo – io lo trovavo perfetto – per cui l’unico favore che mi ha chiesto è stato: se qualcuno darà voce al mio personaggio, vorrei che fosse un attore della Louisiana. Noi abbiamo preso un attore della Louisiana, ma la sua voce suonava esattamente come quella di David Bowie».

Il pubblico ride. L’ultimo ricordo è il più straziante: «Ho incontrato Federico Fellini due volte. La prima ho cenato insieme a lui, Silvana Mangano, Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni. Tutta la cena era a base di funghi, evidentemente di stagione; alcuni minuscoli, altri grandi come bistecche. Ho confidato a Marcello che adoravo Fellini, e il giorno dopo una macchina è venuta a prendermi: si erano organizzati perché passassi un’intera giornata con loro a Cinecittà. Mi ricordo di quando siamo andati a colazione – c’era questa donna con due seni enormi».

«La seconda volta è stata nel 1993. Ero a Roma per girare uno spot per la Barilla, Fellini era in ospedale e io ho insistito per andarlo a trovare. Gli ho tenuto la mano, abbiamo parlato per mezz’ora. Mi ha raccontato che quello che stava accadendo nel mondo del cinema lo rendeva triste. Si ricordava di quando studenti e appassionati ne parlavano con entusiasmo, ma poi quell’entusiasmo si era trasferito alla televisione e se n’erano come dimenticati. Nel lasciare la stanza gli ho detto che il mondo aspettava il suo prossimo film, Fellini mi ha risposto con una specie di saluto militare. Tre giorni dopo sarebbe entrato in coma per non svegliarsi più».

Stavolta non ride nessuno, ma l’aneddoto ha una bella chiosa. «Molti anni più tardi Vincenzo Mollica, presente alla scena, mi ha detto che dopo avermi visto uscire dalla stanza, Fellini commentò: quello è proprio un bravo ragazzo». Federico Fellini che chiama Sua Maestà David Lynch un bravo ragazzo: rischia di esploderti la testa, a pensarci, se non stai attento.

Image courtesy of Getty
gettyimages.it – @gettyentertainment

Interview with Jake Gyllenhaal

Text Micol Beltramini

 

Ho appena scoperto che Jake Gyllenhaal ha due anni meno di me. Chissà perché lo facevo più grande. Mi ero fatta l’idea di aver guardato Donnie Darko nei miei teen, e invece lui aveva ventun anni e io ventitré. Che strano. Magari dipende dalla sensazione che ti lascia quel film – i conflitti generazionali, il cappuccio della felpa, Mad World in versione Gary Jules. «Ero piccolo ma credevo fermamente nella storia, che aveva molto a che vedere con come mi sentivo dentro. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta… All’epoca erano pochi i film per teenager non superficiali. Scusate, non riesco a credere a che guance enormi avevo».

Il pubblico ride di cuore. Qualche minuto dopo si passa a parlare di Brokeback Mountain. «Quando ho letto lo script ho pianto. Era così commovente, volevo tantissimo quella parte. In tanti mi hanno poi chiesto se non avessi avuto remore ad accettare un rischio simile. Rischio? Non è il modo in cui sono cresciuto. In Brokeback Mountain ho visto solo una bellissima storia d’amore».

Tredici anni dopo è cambiato qualcosa nel modo in cui il pubblico si pone rispetto a questo tipo di film? «Non sono sicuro di cosa stia succedendo in America, è un momento di grande confusione e degrado, ma forse se non altro la gente è più pronta ad accettare quello che è giusto. E per giusto intendo semplicemente l’amore tra due persone».

A proposito di Zodiac si parla di disciplina e di improvvisazione: «Ho grande rispetto per il testo, ma anche per il momento. Ci sono stati film in cui non ho cambiato una virgola dello script e altri in cui l’ho completamente abbandonato in favore dell’essenza. La sola struttura in cui credo è la preparazione: la libertà non può che trovarsi dall’altra parte della disciplina».

Gli viene chiesto di definire Ang Lee in una parola: «Non è una parola, è un cuore su due gambe».

La definizione scelta per David Fincher è «Precisione».

Jake Gyllenhaal è qui per presentare Stronger, la storia di un giovane operaio di Boston che ha perso le gambe durante l’attentato alla maratona del 2013. La sua ragazza era tra i partecipanti, lui l’aspettava all’arrivo con un grande cartello scritto in pennarello fosforescente. Di nuovo cuore, di nuovo disciplina, di nuovo occhi seri e un ricciolo all’angolo della bocca. Un ricciolo su cui si può scommettere di tutto. Con o senza guance enormi.

The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

STEFANO SENARDI

Text Micol Beltramini

 

Stefano Senardi sta girando un documentario per Sky Arte. È su Fernanda Pivano, come il libro che ha curato per Mondadori insieme a Sergio Sacchi, I miei amici cantautori. «I cantautori sono la poesia delle strade, sono gli interpreti della fantasia della gente, sono i cantori delle emozioni del quotidiano», si legge in quarta di copertina. Letteratura e musica sono davvero così vicine? «Per quel che mi riguarda sì, anzi, credo di aver cominciato a leggere prima che ad ascoltare musica. Poi la musica ha tolto tempo all’esperienza della lettura perché io sono così, il mio modo di ascoltare non prevede letture di mezzo, o faccio una cosa o faccio l’altra. Ma amo molto i libri, sono curioso e non mi stanco mai di crescere».

Anche l’assegnazione dell’ultimo Nobel sembra andare in questa direzione. «Esatto. Un tempo solo i narratori potevano vincerlo, poi sono arrivati i poeti e ora anche i cantanti. È una linea consequenziale, mi pare torni tutto».

Un aneddoto su Fernanda Pivano, già che abbiamo parlato di lei. «Ci siamo frequentati, abbiamo riso tanto. Mentre scrivevamo il libro io e Sergio Sacchi la andavamo a trovare a casa. Lei di certi cantanti italiani non sapeva moltissimo, allora a volte le contavamo su delle balle per vedere se indovinava oppure no. Come si arrabbiava! Siete degli stronzi, mi prendete in giro!». Nata il 18 luglio, d’altronde: permalosa, ma anche motivata e tenace. «Ah, avresti dovuto conoscerla: ci credeva tanto, era proprio un soldato della pace». In effetti mi sarebbe piaciuto. Sono nata il 18 luglio anch’io.

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

On Cover Illustration @quellaclaudia
Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

LA PINA – MOTORE DI ENTUSIASMO

Text Micol Beltramini

 

La Pina ha appena pubblicato un libro. Si chiama I love Tokyo, edizioni Vallardi. Una dichiarazione d’amore in forma di guida, che sfrutta i tanti della sua autrice. Racconta nel trailer: «Non prendetevela se non vi dico esattamente come arrivare in un locale o a un tempio: qualsiasi mappa sul vostro telefono vi ci potrà portare meglio di me. Quello che nessuna guida però vi potrà dare è la mia Tokyo. Io ci ho messo tanti anni a capire certe cose, e avrei sempre voluto avere qualcuno che mi spiegasse come fare, cosa dire, dove andare. Ecco, ho provato a fare esattamente questo: rendervela il più possibile leggibile da subito».

Mai come nell’era digitale quello che viene raccontato necessita di efficacia, immediatezza, entusiasmo – altrimenti non passa. L’intuizione della Pina in questo senso è lucidissima: «L’entusiasmo è il motore fondamentale per chi fa le cose e per chi deve subirle; una volta che comunichi quello il meccanismo si accende. Io spero sempre che trasferendo gli entusiasmi si accendano altri entusiasmi: poi non è che dopo averne sentito parlare uno deva per forza andarsi a comprare un biglietto per Tokyo – si viaggia benissimo anche da casa, per esempio leggendo un libro».

Oltre a tantissime foto personali, I love Tokyo contiene addirittura una colonna sonora. «È perché non essendo scrittrice sentivo che mi mancavano dei pezzi. Intanto mi mancava la musica, per cui ho chiesto a mio marito (Emiliano Pepe) di mettercela; poi volevo far vedere dei posti che altrimenti sarebbe stato difficile descrivere, per cui ci ho messo le foto dei miei viaggi. Ho sempre paura che le cose rimangano bidimensionali; con questa soluzione mi pare che un po’ più di 3D lo prendano».

Ciliegina sulla torta: ti hanno dedicato una Hello Kitty. «Sììì, ne vado pazza! La trovate in vendita online e nei Mondadori Store, assieme a altri pupazzetti e gadget ispirati al mio libro. I proventi andranno al progetto #DANCE4AFRICA, per aiutare bambini, adolescenti e orfani vittime di violenza in Swaziland». Italia, Giappone, Africa del Sud: vedi tu quanto può portarti lontano, un entusiasmo luminoso come quello della Pina.

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

On Cover Illustration  @anna_tsvell
Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Letter to a Woman

Testo Micol Beltramini   Nel 1990 il marito di Marianne Brown passa a miglior vita. Lei ha trentasei anni e tre figli piccoli da mantenere. Disperata, compie una sorta di atto di fede: scrive a Kurt Vonnegut ringraziandolo per i suoi libri e per la sua compassione. Come chi prega, non si aspetta risposta; ma Kurt Vonnegut, per fortuna, è uomo e non dio. Un mese dopo Marianne riceve la seguente lettera:

30 novembre 1990

Cara Marianne Brown,

non lo si può dire abbastanza spesso: è sempre la donna che paga. Il miracolo è che, in qualche modo, così tante di voi ci riescano. Ho amato (e amo ancora) una vedova con quattro figli (di cui due non suoi). È riuscita a crescerli tutti con il suo microscopico stipendio. Una volta le ho detto, mi preoccupo per le donne. La sua risposta è stata, non farlo.

Con affetto,

Kurt Vonnegut

Auguri alle donne, anche oggi.

(source: Letters of Note Images from Pinterest

Baci da lontano

Testo Micol Beltramini

 

Poi l’ho guardato tutto, il festival. Giuro. Ma mi bastava la prima mezz’ora, finito di cantare la Ferreri. Tutto quel che dovevo vedere e sentire l’avevo già visto e sentito. Tema: Sanremo 2017. Svolgimento: mò arriva. Prima, però, prestateci un attimo di attenzione. Abbiamo deciso di commemorare Luigi Tenco, scartato dall’edizione ’67 e per questo suicida a Sanremo, facendovi ripercorrere sessant’anni di festival attraverso una serie di pezzi memorabili. Si parte con Nilla Pizzi, 1958. Seguono Celentano e Mina, Nada e Battisti: la lezione dei Sessanta, bianco e nero sgranato e telecamera immobile. Avanti coi Settanta, la Vanoni e i Ricchi e Poveri, Lucio Dalla e Rino Gaetano. Gli Ottanta: Loretta Goggi e Vasco Rossi, i Matia Bazar e Zucchero. Mia Martini e Raf, poco prima della fine. E via coi Novanta, aperti da Minghi e Mietta. Masini, Faletti, la Pausini. Un ultimo fiore: Patty Pravo. Da lì in poi poco altro – Giorgia, Silvestri, Gazzè.

Secondo teaser: riassuntone pre-festival. Al Bano quando ha saputo che era stato selezionato era in ospedale. Gigi D’Alessio canterà della mamma. La Mannoia ha iniziato a parlare come la Zanicchi. Masini sta invecchiando bene, Ron e Zarrillo anche meno. Paola Turci è una principessa, Samuel e Alessio Bernabei odiosi. Facce simpatiche: Gabbani, Sylvestre e Bravi. Facce interessanti: Elodie, Ermal Meta e Marianne Mirage. Una domanda per tutti: come vorreste che si comportasse il pubblico? La risposta della Ferreri, abbagliante: guardate e non ascoltate la canzone, così io almeno non mi impegno.

Si torna al bianco e nero, di colpo. Melodia triste e luci tutte su un uomo. Tiziano Ferro, figlio illegittimo di Ranieri e Di Caprio, canta Tenco. Vorrei personalmente ringraziare Tiziano per il suo percorso, per non aver mollato, per essere qui in questo momento. Di tutta la sua generazione era l’unico che poteva stare in smoking sul palco dell’Ariston a cantare Tenco e risultare non solo credibile, ma inarrivabile. La mia gratitudine non potrebbe essere più grande. Gli mando baci da lontano.

Niente da dire, anche a volersi sforzare, sui due presentatori. Il solito Carlo Conti, che poteva andare ben peggio; e la mediasettiana Maria De Filippi, sobria come la rosa bianca che porta in dono. Ma ecco il primo big in gara: Giusy Ferreri. La sua canzone attacca così: «Se fuori piove/è l’illusione che qualcosa ancora si muove/i sintomi dell’amore sono altrove/ci siamo fatti trasportare dall’odore/ di sensazioni nuove/incapaci di dissolvere nell’aria le speranze/in assenza di risposte formulo domande».

Ora, sinceramente. Qualcuno ci capisce qualcosa? Perché io ormai sono anni che ascolto canzoni italiane alla radio cercando di capirci qualcosa. I testi sono poco più che accozzaglie di parole – che tra l’altro è la descrizione, sincera e divertita, che Gabbani ha dato del suo pezzo. Niente più storie, niente sentimenti veri. Mi spiace pure per Giusy, che era la prima e poveretta paga per tutti. Non è un problema suo, è proprio la canzone italiana che è morta. In quel senso il primo quarto d’ora a riguardare il passato ha tutto il senso del primo quarto d’ora di Up della Pixar: un magone infinito. Meno male che c’è Tiziano, anche se non in gara, e meno male che si è portato dietro pure Carmen Consoli, la rivediamo sempre volentieri. A qualcosa se non altro riusciamo a aggrapparci, noi che il giorno dopo Sanremo sapevamo già le canzoni a memoria.

Images of photographer Marco Piraccini

 


Mongiardino

Testo Micol Beltramini

 

Che tipo di architetto è stato Renzo Mongiardino? In pochi saprebbero rispondere. La mostra in corso al Castello Sforzesco, curata da Tommaso Tovaglieri con la consulenza di Francesca Simone, è un primo passo verso la sua riscoperta; oltre trecento tra disegni, bozzetti, schizzi e modelli, in gran parte provenienti dalla donazione del Fondo Mongiardino conservato presso la Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, una risorsa per Milano, misconosciuta da troppi.

Un primo passo, certo; ma la strada da percorrere è ancora lunga. Dopo la mostra sfogliavo un libro scritto da Mongiardino più di venti anni fa: Architettura da camera, in un’edizione a cura di Francesca Simone, nipote dell’architetto. Le immagini del libro, alcune delle quali presenti anche in mostra, descrivono una ricchezza maestosa, allegra, priva di condizionamenti; è evidente che chi ha realizzato quelle stanze l’ha fatto secondo un suo estro difficile da etichettare, mischiando elementi classici e barocchi, in un tripudio di colonne, stucchi e trompe l’oeil, da far girar la testa.

Ho iniziato a leggere il libro dall’introduzione dell’autore stesso.
Il primo ricordo di una casa vuota risale a quando avevo circa dodici anni e non immaginavo che le stanze potessero esistere al di fuori di un loro uso quotidiano. Dovevamo trasferirci da una casa di cui conoscevo […] a una sconosciuta con stanze che mi imponevano la loro presenza senza suggerirmi una possibilità di abitarle. Ricordo la frase di mia madre quando mi portò a vedere quella nuova casa: Come è bella vuota, e poi: Sarà difficile ammobiliarla.

La nuova casa dei Mongiardino viene ammobiliata con ciò che si trovava nell’abitazione precedente. Nel salone centrale un lampadario di cristallo, e quella che avrebbe dovuto essere una stanza di raccordo diventa inaspettatamente il cuore della casa.
Era la stanza che d’inverno, essendo più calda, faceva da stufa alle sale attorno; d’estate, centro di correnti fresche, diventava la ghiacciaia della casa. E lì si viveva come in piazza. Divenne lo spazio dei nostri giochi da bambini, dei tè di mia madre, talvolta delle feste di sera, ma soprattutto della ginnastica mattutina di mio padre: quindici giri di corsa attorno alla sala semivuota. Era il mio regno, invece, nelle prime ore del pomeriggio. La luce diventava più calda, dorata come una crosta di pane. Aspettavo che il raggio di sole si spostasse poco a poco per arrivare al lampadario. Era una goccia di cristallo ad accendersi per prima, come la prima stella della sera. Dopo poco sfavillava tutto come un fuoco d’artificio.

Lo stupore mi ha imposto una pausa di sospensione. Renzo Mongiardino mi aveva appena portata in una stanza – la stanza originaria, da cui era nata ogni cosa – in un unico paragrafo. Che così si chiudeva: Senza rendermene conto, capii che tutte le cose della nostra vita avvengono dentro l’ambiente che ci circonda, quindi dentro un’architettura. Anche quando siamo in mezzo a un bosco, il bosco è la nostra architettura, la luce che passa tra gli alberi è la stessa che illuminava il lampadario della mia infanzia, e noi non facciamo altro che imitare, rifare, ricreare quello che la Natura e la Storia ci offrono.
Che modo, ho pensato, di descrivere il proprio mestiere. Un’introduzione del genere si stacca dalla varietà da giardino di trattato di architettura quanto la descrizione tecnica di un biplano dall’esclamazione del bambino che lo vede volare per la prima volta.

Text Micol Beltramini

 

What type of architect was Renzo Mongiardino? Only few would be able to provide an answer. The exhibition currently on display at the Sforza Castle, curated by Tommaso Tovaglieri with Francesca Simone acting as consultant, marks a first step towards the rediscovery of his work: over three hundred pieces, including drawings, sketches and maquettes, hailing mostly from the donations made to Fondo Mongiardino housed at Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, a precious resource for Milan that is too often ignored.

A first step – of course; however, the path to acknowledgment and recognition is still long. After the exhibition, I was leafing through a book written by Mongiardino over twenty years ago: Architettura da camera – Roomscapes – edited by the architect’s nephew, Francesca Simone. The images featured in the book, some of which are also part of the exhibition, describe a majestic, joyous richness that is free of conditioning; it is clear that the person who designed those rooms did so following his own flair, which is difficult to pin down, by mixing classic and baroque elements resulting in a head-spinning triumph of columns, stuccos and trompe l’oeil.

I started reading the book from the introduction by the author: My first memory of an empty home dates back to when I was around twelve and I had no idea that rooms could exist outside of their habitual purpose. We were moving from a house I knew […] to an unknown one with rooms that were imposing their presence without suggesting a possibility that I could inhabit them. I recall something my mother said when she took me to see that new home: How beautiful it is empty, followed by: Furnishing it will be difficult.

Mongiardino’s new home was then furnished with what was there and available in the previous house. A crystal chandelier in the main hall and what was supposed to be connection room became, unexpectedly, the main heart of the house. Being the warmest, in winter times this was the room that acted as a stove for the adjoining rooms; in summer, being crossed by currents of cooler air, it would be used as the ice house. The atmosphere was that of the city’s main square. It became our playing ground, the space where my mother would host her tea gatherings and, at times some evening dinner parties, but most of all, the place for my father’s morning workout: fifteen jogging rounds of the half-empty room. In the early hours of the afternoon, however, it was all my kingdom. The light would become warmer then, golden like bread crust. I would wait for the ray of sunlight to move little by little to reach the chandelier. It was a crystal drop the first to light up, like the first star of the evening. Soon after, the whole chandelier would start to give off sparks, like fireworks.

The amazement forced me to take a moment. In one single paragraph, Renzo Mongiardino had taken me to a room, the original room where everything else was born. And that is how that paragraph ends: Without realizing, I understood that everything in our life takes place within the environment that surrounds us, therefore within an architecture. Even when we are in the middle of a forest, the forest is our architecture; the light glowing among the trees is the same that would light up the chandelier of my childhood and we are simply duplicating, recreating and re-enacting what Nature and History offer to us.
What a way to describe one’s profession – I thought. Such an introduction is as far from the garden-variety architecture manual introduction as the technical description of a biplane is from the exclamation of a child that sees it flying for the first time.

Omaggio a Renzo Mongiardino (1916 – 1998). Architetto e scenografo.
Open at the Sforza Castle, Milan, until December 11th
Images courtesy of press office
www.milanocastello.it

JULIET AND HER ROMEO

Testo Micol Beltramini

 

Negli ultimi anni Nexo Digital ha portato nelle sale cinematografiche, seppure ogni volta per pochi giorni, una selezione di film degna di nota – Amy di Asif Kapadia, dedicato a Amy Winehouse; Amleto, con Benedict Cumberbatch; 20.000 giorni sulla terra e One more time with feelings, su Nick Cave; e quel viaggio che è Firenze e gli Uffizi 3D, per citarne alcuni. Quanto a Sir Kenneth Branagh, non ha bisogno di presentazioni. È probabile che non tutti sappiano, però, che oggi ha una compagnia teatrale – la Kenneth Branagh Theatre Company – e che nel corso del 2016 ha messo in scena al Garreth Theatre di Londra una serie di spettacoli realizzati per la proiezione al cinema. La prima volta che me ne hanno parlato ero perplessa al riguardo. Uno spettacolo teatrale filmato mentre viene messo in scena, per riprodurre fedelmente l’esperienza dello spettatore a teatro, ma al cinema. Colpo di genio o potenziale abbaglio? Meritava comunque la visione, se non altro per l’audacia del tentativo.

Così sono andata a vedere Il racconto d’inverno, di e con Kenneth Branagh, e Judi Dench nel ruolo di Paulina. A inizio film, come da copione, mi è stata mostrata la sala del Garreth Theatre di Londra; poi si è levato il sipario, e gli attori hanno iniziato a recitare secondo i dettami del teatro shakespeariano, voce stentorea e gesti affettati.

Per circa cinque minuti è stato quasi fastidioso. Poi è successo quello che Branagh sapeva, o sperava, che sarebbe successo. Ora era tutto chiaro: questo era Shakespeare. Niente adattamenti semicomici o messinscene psichedeliche; niente riferimenti al contemporaneo, nessun trucco per andare incontro al grande pubblico. Dopo il primo atto è calato di nuovo il sipario, e durante l’intervallo la camera fissa ha inquadrato per venti minuti la sala del Garreth Theatre. Quasi non volevo alzarmi, per paura di perdermi i gesti di una signora nel suo palco, o di una giovane coppia in prima fila. Il secondo atto è stato ancor più coinvolgente del primo, con finale e controfinale, non la finiva più di finire.

Tra pochi giorni si replica, stavolta con Romeo e Giulietta. Va in scena il 29 e il 30 novembre. Sento quasi il bisogno, di questi chiari di luna, che sir Branagh e i suoi mi raccontino questa storia. La storia di tutte le storie d’amore; o, per dirla con Shakespeare – con quel possessivo puerile che il titolo non riporta – di Giulietta e del suo Romeo.

Text Micol Beltramini

 

In the last few years Nexo Digital brought to movie theatres, albeit for just a few days, a selection of quality films – Amy by Asif Kapadia, dedicated to Amy Winehouse; Hamlet, with Benedict Cumberbatch; 20.000 days on earth and One more time with feeling, about Nick Cave; and that journey through Firenze and the Uffizi 3D, just to name a few. As far as Sir Kenneth Branagh goes, well, he doesn’t need presentations. However, not everyone knows that he has his own theatre company – the Kenneth Branagh Theatre Company – and that during 2016 at the Garreth Theatre of London he staged a series of performances especially for screening at the cinema. The first time I heard about this, I was a bit confused – a theatre performance that’s filmed on stage to then faithfully reproduce the theatre experience, but at the cinema. A stroke of genius or blunder? In any case, it deserved a look, if anything for the courage of the experiment.

Thus, I went to see The Winter’s Tale by and starring Kenneth Branagh and Judi Dench as Paulina. At the beginning of the film, as per script, I was shown the space of the Garreth Theatre of London; then the curtains rose, revealing actors who recited according to the decrees of Shakespeare’s theatre, complete with stentorian voice and highfalutin gestures.

For about five minutes this was almost annoying. Then something happened which Branagh already knew about, or at least hoped would happen. Now everything was clear – this is Shakespeare. No semi-comic adaptations or psychedelic staging; no references to the contemporary, no tricks to allure the general public. The curtain went down after the first act and during the pause the stationary camera framed the Garreth Theatre for twenty minutes. I almost didn’t want to get up for fear of losing out on the gestures of a woman on her own stage and a young couple in the first row. The second act was even more captivating and between the conclusion and epilogue – it just wouldn’t finish.

In a few days it’s Romeo and Juliet’s turn. It goes on stage on November 29th and 30th. This time I feel the need for that moonlight and Sir Branagh with his actors that tell me this story. A love story par excellence or, to say it in Shakespeare’s words, using the childish possessive which the title doesn’t give you – about Juliet and her Romeo.

Images courtesy of press office
www.nexodigital.it

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!