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The Dot Circle La Location – Mari&Co

MARI&CO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

Immersi nel verde ci accoglie un giardino fiorito in cui si intersecano lampade, ferro e si sviluppano piante e fiori bianchi. In un angolo intimo c’è un tavolo a forma di peonia viola dalle foglie dorate. Pochi scalini conducono alla prima stanza. L’interno è arredato con opere d’arte, che interagiscono in un ambiente a metà tra classico e moderno. Arte contemporanea firmata da Antonino Sciortino, fatta di fili di ferro che ornano il tavolo di legno. Si tratta di disegni la cui linea suggerisce un volto, lasciando alla nostra percezione il compito di completarne la forma. Un divano di velluto viola contrasta il tavolo in vetro su cui poggiano bicchieri dorati. Sospesi, cerchi di ferro luminosi, ideati da Sabina Belfiore, riempiono l’area intorno al tavolo centrale. Su una credenza posate, mestoli d’oro e vasi di vetro che richiamano i pomelli dei cassetti. Un’istallazione di rami è il passaggio che porta all’ambiente successivo. È l’opera vegetale di Emy Petrini, rifugi.

Tre stanze. La principale che ospiterà la cena. Già scelta da The Fashionable Lampoon per uno scatto dell’Issue 8 – Aristofunk.
Pentole, piatti e vassoi d’argento illuminano e arricchiscono le scaffalature alle pareti. Altre due stanze sono sfondo di esposizioni artistiche. In una Lella Zambrini fiorisce in numerosi rettangoli di vetro accostati ad un lampadario in stile barocco. Nell’altra copri abiti bianchi arredano. In questo caso invece il rimando è all’arte povera, con un cesto di rami di salice creato da Emy Petrini. Al piano inferiore, la cucina, ristrutturata di recente.

Una location che si anima con gli arredi di Marinella Rossi.
Diventerà stasera realtà onirica con l’arrivo degli ospiti.

The Dot Circle 2017 – The Location
Mari&Co – Marinella Rossi
via Ampola 18, Milano

Photo Giulia Mantovani – Creative Direction  Adelaide Striano 

www.marienco.it
Facebook Mari&Co

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Design, Valore e Rigore

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

Manca il rigore della selezione: nella curatela, nella programmazione, nella folla. Per paradosso, quel rigore che la moda non ha mai perso, con quelle sue sfilate dove ogni persona ha un posto seduto secondo il ruolo, il peso e il potere. È la solita filastrocca gelida: un’esposizione si basa su un rigore per esprimere il valore del lavoro che avvalora.

Il punto cruciale è il successo. Il Salone Internazionale del Mobile di Milano 2017, il FuoriSalone, un corale momento di aggregazione sociale per la città intera e moltissimi addetti ai lavori arrivati da ogni parte del mondo. Fin troppo successo, forse. Resta la portata di tante ‘splendide cose’ che concorrevano a questo mosaico di proporzioni colossali attorno al quale ruota tutto un basilare sistema economico – quattro per tutte: il lavoro dei Forma Fantasma e di Tokujin Yoshioka; gli Objets Nomades di Louis Vuitton; la colta cifra neo-bourgeois di MSE. Così come resta fondamentale l’interrogarsi sui valori e sulla scelte generali della programmazione, che di rigoroso, ormai, nella babele meta-moderna, ha poco o nulla.

L’eccesso di affollamento, specie e soprattutto di non addetti: in massima e oltremodo ludica allegria, tra biciclette, selfie-mania e carrozzine, danze improvvisate in piazza e look ad hoc, gente varia e vaga intasava senza soluzione di continuità le vie del centro – l’area di Brera era praticamente intransitabile – fin dalle prime ore della manifestazione. Un flusso montante divenuto incontrollabile. Va sottolineata la generale atmosfera di confusione semantica, giustapposizioni improbabili sconfinanti nel sensazionalismo più gratuito un po’ ovunque, curatori e rassegne improvvisate, consumo d’immagine in deriva Instagram e fine a se stesso. Un surplus di appuntamenti capace di mandare in tilt anche un sistema nervoso a prova di bomba e di inficiare la verità: il dato oggettivo della qualità.

Sembrerà impopolare questa presa di posizione, specie in tempi di facile auto-celebrazione e di trionfalismo ego-riferito e acritico come quelli attuali. Avere un’opinione non è più di moda, mi ha detto perentoria una nota PR milanese, qualche tempo fa. Sta di fatto che in questo modo, tra lo scoppiettare un po’ strapaesano di una sorta di mobile festa e un esasperante e invasivo martellamento para-estetico e carnascialesco, tra boutades, infinite cover scambiate per novità assolute e il dilagare di edizioni limitate, si rischia di perdere di vista gli intramontabili possenti valori di quello che è stato il messaggio fondativo, eversivo ed etico del design, fin dagli esordi novecenteschi nella luminosa modernità del Bauhaus. La confusione, oggi più che mai, non aiuta. Confonde e azzera ogni significato, ogni necessaria e democratica – non populistica, badate bene – differenza e distinzione.

Design Week Milan, 2017 

Images from Lampooners

Marcel Wanders – Objets Nomades

Testo Adelaide Striano

@adelaide_striano

 

«Abbiamo creato un transformer, un oggetto che ha un’identità proprio grazie al suo movimento, al fatto di potersi trasformare. L’idea è di un pezzo in continua trasformazione, non statico. E’ stato composto in parti differenti in base al progetto, curato in ognuna di esse. Interessanti sono i materiali, la materia prima scelta appositamente per le senzazioni trasmesse al contatto. Fontamentale è il design che è stato costruito su elementi basici per rendere al meglio il progetto».

Marcel Wanders

Testo Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

Nell’ambito della Milano Design Week Louis Vuitton presenta a Palazzo Bocconi dieci nuovi Objets della collezione Objets Nomades. La collezione mantiene viva la lunga tradizione di Louis Vuitton nella creazione di articoli da viaggio di squisita fattura. Tutte le limited-edition e i prototipi sperimentali  rendono omaggio agli ‘ordini speciali’ della maison arricchiti dalla vision contemporanea e innovativa di alcuni creativi internazionali.

La presentazione comprende una serie di oggetti ideati da alcuni designer internazionali che hanno rivisitato gli Objets da viaggio, poi realizzati da Louis Vuitton. Il divano di Humberto e Fernando Campana è ispirato alla Venere di Botticelli: l’idea per il modello a dondolo viene da un piccolo canotto pieghevole in tela scovato in un mercatino dell’usato. Posizionato all’interno del Palazzo, circondato da palme lussureggianti, è realizzata con grande attenzione, allude al desiderio di fuga.

Da un’amaca a una sedia a sdraio. Da una sedia a dondolo a uno sgabello pieghevole. La seduta dell’Atelier Oï. Ciascun Objet incarna idee condivise – l’utilizzo di materiali raffinati, l’equilibrio delle forme e delle proporzioni, uno scrupoloso lavoro artigianale e un’attenzione meticolosa per i dettagli. A cinque anni dalla loro ideazione, gli Objets Nomades restano ancorati all’idea di funzionalità.  Spiega Michael Burke, presidente e CEO di  Louis Vuitton «Abbiamo creato oggetti dalla costruzione ingegneristica in cui l’aspetto ingegneristico doveva scomparire– è qualcosa di estremamente complesso. Un processo molto simile a quello delle calzature. È creatività ingegneristica».

Grazie alle ricorrenti collaborazioni con i più grandi nomi del design, oltre alle nuove idee e all’esecuzione raffinata, lo spirito del ‘bel viaggiare’ resta un valore intrinseco di Louis Vuitton.

Marcel Wanders Interview from Lampooners

Exhibition on 3rd April at Palazzo Bocconi, Corso Venezia 48, Milano

Images courtesy of press office

ADIOS

Testo Daniela Ambrosio
@daniambro

 

Dopo il debutto a LuganoInScena, arriva a Milano Adios, scritto da Matteo Luoni e Simon Waldvogel, quest’ultimo alla sua prima prova come regista. Lo spettacolo è prodotto da Collettivo Ingewer e ATRé teatro, e sarà ospitato dal 28 marzo al 2 aprile da Campo Teatrale, che dal 1999 opera a Milano nella formazione artistica, nell’organizzazione di eventi e nella produzione e distribuzione di spettacoli teatrali.

Atrè teatro – un collettivo che indica, già nel suo nome, una ‘triade’, è composto da Federica Carra, Carla Valente e dallo svizzero Simon Waldvogel, e nasce in seguito alla loro esperienza di formazione all’Accademia filodrammatici di Milano con l’intenzione di portare avanti un teatro di ricerca che affondi le sue radici nel presente e nella contemporaneità. Adios è lo spettacolo di debutto del collettivo e l’esordio alla regia – dopo diverse esperienze come attore – di Simon Waldvogel. La storia vede protagoniste tre sorelle – Carla, Federica e Camilla – e la loro madre, ed è interpretata dalle attrici Carla Valente, Federica Carra, Camilla Parini e Camilla Pistorello.

Il titolo evoca un addio, ma più che un commiato vuole essere uno strappo, l’interruzione di qualcosa di vecchio per far posto a qualcosa di nuovo. Partendo dal concetto di famiglia e dal rapporto fraterno che molto spesso è basato sull’incomunicabilità, le tre sorelle vivono una ‘notte bianca’ in uno spazio metafisico, dove solo pochi oggetti di uso comune ci riportano alla quotidianità. Carla, Federica e Camilla agiscono in una dimensione tra sogno e veglia, intrappolate in un limbo, prima di compiere la definitiva metamorfosi che le vedrà passare dal mondo dell’infanzia all’età adulta. Non ci si racconta per paura, per pudore, oppure, come nel caso di Carla, per incapacità a esprimersi con il linguaggio. La diversità, tuttavia, non è solo sua, ma anche di Camilla e Federica, che si rendono conto di essere ammalate di un male di vivere, di quel morbo che ci fa vedere la vita e tutto ciò che a essa è connesso inutile, privo di significato. A fare da contraltare alle loro paure c’è la figura della madre, alla quale le sorelle delegano tutte le loro decisioni fino a quando non si rendono conto che il tempo è passato e che nulla è accaduto.

«Non ci sentiamo pronti ad affrontare i classici, per cui il campo d’indagine della nostra ricerca è il presente, quello che viviamo tutti i giorni» afferma il collettivo Atrè teatro in un’intervista. Ed è per questo che possiamo dire che ‘Adios’ è un lavoro sulle ansie del presente e sulle paure che attanagliano una generazione che ancora non riesce a crescere.

«Adios significa dire addio a ogni cosa che è stata: riconoscersi, accettarsi, andare nel mondo – ha sottolineato Waldvogel – significa dire addio all’adolescenza protratta, ai mondi costruiti in cameretta».

 

Adios

Di Simon Waldvogel e Matteo Luoni
Regia Simon Waldvogel
Con Federica Carra, Camilla Parini, Camilla Pistorello, Carla Valente
Produzione: Collettivo Ingwer

Milano – ATRé Teatro
Dal 28 marzo al 2 aprile ore 21.00 – domenica ore 18.30

 Lugano – Teatro Force 
Dal 10 al 12 febbraio ore 20.30
 
Images and video courtesy of press office campoteatrale.it

#C2CMLN

Testo Mattia Conti

@mattiac0nti

 

Per il terzo anno consecutivo il Festival internazionale di avant-pop sarà nel capoluogo lombardo, in occasione di Miart e a pochi giorni dalla Design Week.

E l’uomo creò il suono: questa la genesi della musica elettronica.

Sintetizzatori e software, l’accelerare dei beat, l’elettronica si afferma come genere negli Anni Settanta. Nasce come momento di creazione e valorizzazione del suono sintetico, prodotto con gli ultimi strumenti a disposizione – tra cui i microprocessori. Nei primi Anni Ottanta l’elettronica deforma il pop e ne viene deformata, esplode in orgasmi che la spingono allo stremo, partorisce l’house e la techno che trasformano il volto della musica da club americana. Dall’America l’onda raggiunge l’Europa, si ibrida e incattivisce dando vita all’acid house, al jungle, al drum’n’bass, humus per lo sviluppo dei rave e dell’hardcore. Il ritmo si fa evento, ricerca e creazione, scarica adrenalina in tutti i generi fondando la dance e toccando anche il rock. Dagli anni duemila tutto sembra essere stato sperimentato e ha vita l’era della ricostruzione, la riapertura ai vecchi generi con forme di sperimentazione che si spingono sempre oltre. L’elettronica ha plasmato decenni di immaginari agli antipodi, ha influito su mode e correnti: il passato diventa strumento per rileggere e spiazzare il futuro. Club To Club è il Festival che punta lo sguardo sulla musica elettronica che deve ancora venire. Club To Club avrà luogo giovedì 30 marzo a Milano in una location d’eccezione: il Gucci Hub, nuovo quartier generale di Gucci, aperto al pubblico per la prima volta in occasione dell’evento. Gli artisti in lineup sono tra i protagonisti assoluti della scena elettronica contemporanea: il musicista, producer e cantante venezuelano Arca, già collaboratore di Kanye West, Björk ed FKA twigs, che ha recentemente annunciato un nuovo album omonimo su XL Recordings, coadiuvato dai visual di Jesse Kanda, che da sempre lo affianca con la sua idea di bellezza, nella loro unica data italiana; Amnesia Scanner, il duo berlinese di casa Young Turks, Xperience Designers campionatori e destrutturatori del suono; il britannico Gaika, con i suoi pezzi dal respiro gotico; la selezione di Toxe, tra le producer del collettivo post-genre Staycore, una delle promesse sulla scena dell’elettronica internazionale. Club To Club nasce nel 2001 a Torino e, giunto alla sua diciassettesima edizione, può ben dirsi il più importante festival italiano di musica elettronica, perfettamente in grado di competere con i maggiori festival europei. Alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra avanguardia e pop, le performance di Club to Club propongono una sinestesia determinata a avvolgere e sconvolgere, momenti di arte e musica risucchiati nella vertigine di un campionamento.

La sedicesima edizione torinese ha visto la partecipazione di quarantacinquemila persone, più di cinquanta artisti provenienti da tutto il mondo per ben quaranta ore complessive oltre le frontiere del suono. Accelerazionismo, fumogeni spezzati dalla luce, un incalzare di ritmo, la formula del successo di Club To Club è l’avere gli occhi e le orecchie puntati sul domani. Per il terzo anno di fila il festival itinerante passerà anche da Milano, dove sarà ospitato proprio a ‘casa Gucci’. Il Gucci Hub, con il suo sapore anni Venti, è la cornice perfetta per l’evento. Nato dal restauro della ex fabbrica aeronautica Caproni, la nuova sede Gucci si configura come uno spazio di scambio culturale e apre per la prima volta le porte al pubblico proprio in occasione di questa esplosione di suoni del futuro. Proprio qui verrà svelato il tema del C2C 2017, fil rouge delle performance torinesi di quest’anno. Italian New Wave, The Trojan Horse, Twins sono solo alcuni dei temi degli anni precedenti ma la costante resta la ricerca della varietà che permette a Club To Club di portare in scena il volto più interessante del panorama elettronico internazionale.

#C2CMLN Gucci Hub – March 30th, 2017, at 9.30 pm

 

Images courtesy of press office clubtoclub.it

 

 

CONCRETE

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

La mostra Concrete di Federico Torra, fotografo d’architettura, inaugurata giovedì 23 marzo presso Blanka Studio Fotografia, presenta architetture definite e contrastate da tagli di luce che delineano la forma e risatano la matericità. Le fotografie di Federico Torra sono frammenti di paesaggio, schegge visive prelevate dallo scorrere del tempo e riportate a composizioni sulle quali lo sguardo si posa. Edifici, muri e scale, diventano forme, con l’aiuto complice della luce che chiarifica o disorienta, di volta in volta, dando e togliendo tridimensionalità alla composizione. L’inquadratura soddisfa gli occhi, ma allo stesso tempo lascia la libertà a chi guarda di proseguire oltre, per immaginare un vuoto che si riempie di un rigore quotidiano. Dopo gli studi in Storia dell’arte contemporanea, Federico Torra frequenta a Milano il Cfp Bauer dove si specializza in fotografia, affinando la sensibilità del suo sguardo. Sensibilità di chi sceglie ancora la fotografia analogica come strumento di concentrazione e immersione, per non sprecare immagini, in un lavoro di costante sintesi minimale. Le fotografie in mostra ci raccontano di architetture e strutture che si liberano della loro materia per avvicinarsi all’idea stessa di sé, in un approssimarsi progressivo all’astrazione: l’immagine va via via a ripulirsi del superfluo per tornare all’essenziale.

 

Da dove nasce questa mostra?

«Questa mostra nasce dal lavoro degli ultimi tre anni nei quali ho fotografato architetture cercando di distaccarmi dalla fotografia canonica di architettura. Delle architetture conosciute, che ho studiato e ricercato, ho voluto cogliere gli aspetti più anonimi e ordinari nei quali gli edifici si mostrano con le loro debolezze e con il loro aspetto quotidiano, concreto appunto. Partendo da questi angoli anonimi, muri scrostati ho provato ad andare oltre alla pura rappresentazione ordinata di un’architettura, ho cercato di estrarre le linee e le geometrie del progetto per provare a portare la rappresentazione su un piano bidimensionale, quasi astratto». 

 

Che percorso ha avuto la passione per la fotografia?

«E’ iniziata da piccolo, guardando le fotografie che mio padre scattava durante i viaggi di lavoro, che venivano proiettate a casa come se fosse un piccolo cinema privato. Rimanevo affascinato da come tutto, forse perché si trovava dall’altra parte del mondo, sembrasse differente: le persone, ma anche le strade, le case, le automobili. Oggi siamo bombardati di immagini che troviamo ovunque e ogni luogo, anche se lontano, sembra essere uguale agli altri. Con la fotografia cerco di limitare questa anestesia. L’uso della pellicola e l’attesa prima di vedere una fotografia mi aiuta a concentrarmi, a selezionare a priori quello che mi interessa e che voglio rimanga impresso». 

 

Quali sono le sue fonti di ispirazione ?

«Sulle fonti di ispirazione è sempre difficile rispondere, avendo studiato storia dell’arte all’università e successivamente fotografia le fonti da citare sarebbero probabilmente troppe. Diciamo che le mie fotografie possono essere viste come un lento processo di assimilazione tra le mie esperienze visive e gli artisti e fotografi che ho studiato nella mia formazione».

 

Cosa vuole trasmettere con la fotografia?

«Una sensazione di calma e irrealtà nel quale l’osservatore possa ritrovare qualcosa di familiare ma allo stesso tempo misterioso. Una fotografia che, pur utilizzando un rigore formale, non risulti fredda e distante».

 

Ha dei progetti futuri indirizzati verso il mondo della fotografia?

«Dopo aver fotografato gli esterni di architetture conosciute, vorrei concentrarmi sugli interni privati, su come le persone diano forma all’abitare. Sto lavorando a questo progetto da un anno e spero presto di potergli dare una forma definita». 

CONCRETE

24 marzo – 9 aprile 2017
c/o Blanka Studio Fotografia
via privata Pomezia, 1 – Milano
Su appuntamento
scrivere a info@blankastudio.it

 

Images courtesy of Federico Torra
 

Issey Miyake, Milan Flagship Store Opening

Text Ingrid Melano

@ingridmelano

 

A Milano, presso Palazzo Reina, nel pieno del Quadrilatero della Moda, si celebra l’apertura del primo flagship store Issey Miyake in Italia. Cinquecento metri quadri di superficie tra piano terra e piano signorile, costruiti tra il 1826 e il 1831 dalla famiglia Reina. Il Palazzo passa nelle mani del Comune di Milano nel 1921, nel 2014 una società immobiliare lo acquista e avvia un fedele restauro. Il progetto di interior è curato da Tokujin Yoshioka.

I colori dei capi scelti – arancione, verde e blu – simboleggiano l’energia della natura, e comunicano un senso di traslucidità e proiezione nel futuro. Il celebre plissé appare per la prima volta all’interno della collezione Issey Miyake nel 1989, sviluppato stagione dopo stagione. Nel 1993, pronto per essere lanciato come brand completo e unico, debutta come Pleats Please nella collezione Spring Summer dello stesso anno. Questo concetto rivoluzionario si guadagna il rispetto e l’ammirazione in tutto il mondo contribuendo così alla crescita di un iconico brand.

Iniziamo parlando con Yusuke Takahashi, menswear designer del brand Issey Miyake. «Lo scopo del brand è creare abiti che risultino dinamici e trasmettano energia a chi li indossa, offrendo una nuova vestibilità seguendo i tre concetti cardine della maison: Pleats: il plissé come tecnica che dona confort, elasticità al tessuto e funzionalità. Prodotto: l’abito pensato come prodotto frutto di ingegneria e design insieme. Presente: abiti per ogni giorno che si adattano alle diversità degli stili di vita contemporanei». 

Homme Plissé è un nuovo concetto di abbigliamento per l’uomo contemporaneo, nato dall’evoluzione dell’originale tecnologia di plissettata Issey Miyake. «La collezione si distingue non solo per la resistenza e l’asciugatura rapida dei tessuti ma anche per la funzione delle pieghe uniformi che evitano l’aderenza dei capi sulla pelle. Come risultato si ottengono capi comodi, facili da curare e leggeri».

Takahashi ci mostra anche 132 5. Issey Miyake, un progetto del team reality lab: «Il processo di creazione degli abiti è pionieristico, utilizza un algoritmo matematico: innanzitutto, vengono realizzate una serie di forme tridimensionali con il supporto di uno scienziato informatico; dunque, queste forme sono piegate in sagome bidimensionali con delle predeterminate linee di taglio che determineranno la silhouette finale; e infine, vengono sottoposti al vapore per ottenere camicie, abiti e gonne piegati».

Proseguiamo intervistando Yoshiyuki Miyamae, womenswear designer del brand Issey Miyake. Appassionato dell’Italia è felice di parlarci del primo flasgship store nel nostro Paese: «Lo spazio esprime il contrasto tra storia e futuro, attraverso i molti strati del tempo presenti nelle pareti interne, nei pavimenti e nei soffitti antichi contrapposti al white cube dell’allestimento. L’essenza del design, armonizzato con la tecnologia e il lavoro manuale, riflette la filosofia Issey Miyake».

Yoshiyuki Miyamae ci mostra poi il capo volumetrico Aurora creato con la tecnica dello Steam Stretch: «Utilizziamo il calore del vapore per lavorare un filo dalle proprietà elastiche, creando un plissé semplice e raffinato su un pezzo di tessuto. Le forme tridimensionali sono create partendo da tagli di tessuto quadrati. Questa stagione è caratterizzata da un’ulteriore leggerezza del tessuto e la sovrapposizione di colori differenti i cui riflessi scintillanti evocano le aurore boreali».

Si tratta di abiti unici, non solo per il processo tramite cui sono realizzati. Puntando molto sul valore delle risorse umane e le ultime tecnologie all’interno dell’azienda, lo spirito di Issey Miyake è passato a una nuova generazione di designers che portano avanti nuove sfide, combinando le tradizionali tecniche giapponesi alle ultime tecnologie sul mercato.

Video directed and edited by Michele Foti 

SLIDESHOW IN MILAN: M.P.F.

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Inaugurata giovedì 9 marzo la settima edizione di Mia Photo Fair, la fiera della fotografia d’arte che nella scorsa edizione ha richiamato circa ventiquattromila visitatori. Negli spazi di The Mall zona Porta Nuova di Milano, ottanta gallerie provenienti da tredici nazioni diverse, hanno allestito i loro stand aperti al pubblico fino a Lunedì 12 marzo. La fiera è stata ideata e diretta da Fabio Castelli e Lorenza Castelli. Tra le novità di quest’anno i focus su Brasile, Ungheria, la regione spagnola delle Asturie e i progetti dedicati alle performance, con la partecipazione di Flux Laboratory ArtOnTime. La formula adottata rimane quella dell’ecletticità con l’accostamento di autori storici del novecento, fotografi emergenti, ed artisti contemporanei che usano la fotografia come mezzo non esclusivo. Alle gallerie specializzate in fotografia si affiancano quelle di arte contemporanea tout court, che qui portano i migliori artisti della loro scuderia. Gli stand quindi si suddividono in monografici oppure collettivi. Un’altra iniziativa è la Proposta MIA, confermata anche quest’anno, sezione nella quale alcuni fotografi selezionati espongono personalmente il loro lavoro. Si possono ammirare le opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, Kurt Amman e Ronald Martinez nello stand di 29 ARTS IN PROGRESS gallery, che espone con radicamenti nella tradizione culturale, specializzandosi in arte contemporanea e fotografia. Due sono le esposizioni che in particolar modo fanno emergere la capacità comunicativa in maniera evidente: Spazio Nuovo, galleria romana che presenta gli scatti di Riccardo Ajossa con L’ingannevole congegno della memoria; e la galleria francese Jean Louis Ramand – Noorforart Contemporary dove vengono presentate le opere di Julie Poncet. Tra le varie opere fotografiche è difficile non posare lo sguardo sulle enormi stampe di Antoine Rose. Le foto dall’alto dell’artista, che vive e lavora in Belgio, sono in mostra presso lo stand di Mazel Galerie. Un importante ruolo viene svolto dal comitato scientifico di selezione degli artisti composto da Monique Veaute (Presidente della Fondazione RomaEuropa), Fabio Castelli, Giorgio Fasol (Collezionista e Presidente dell’Ass. AGI Verona), Riccardo Lisi (curatore, direttore dello spazio La Rada, Lugano) e Antonio Grulli (Critico e curatore).

Mia Photo Fair The Mall, Porta Nuova, Milan March 10th -13th, 2017

The Queen of Milan

Testo Carlo Mazzoni @carlomazzoni   Il freddo scendeva nelle ossa. Milano, senza la sua Regina – Franca – la Franca, come in tanti la chiamavano usando l’articolo. La gente la amava – neanche Franca forse se ne è resa mai conto, nonostante i numeri la circondassero, le code per una firma sul libro. Era una figura che innamorava la grande massa – per il sorriso e la parola che aveva per tutti – ti chiamava Amore se ti conosceva un poco. Mi sono chiesto perché, in una messa in Duomo, con tutte le possibilità di un evento pubblico, l’accesso alla cattedrale era consentito solo su invito. Era temuta – da chi lavora nell’industria della moda. Sorrideva, ti chiamava Amore se forse non ricordava il tuo nome. Ogni competizione aveva un senso se c’era Franca oltre il traguardo – irraggiungibile, certo, ma meta di ogni destinazione. Oggi che non c’è, l’energia è implosa: invece che cambiare direzione, invadere le strade, dar vita alla rivoluzione, abbiamo smesso di correre. Nessuna rivoluzione senza di lei, ma un’implosione. La dama di ferro e acciaio, scrisse Lina Sotis. Circa millecinquecento persone credo siano entrate in Duomo, lunedì scorso. Tante che non c’erano, ne avrebbero avuto diverso e miglior titolo. L’incomprensione davanti al dolore era già sufficiente. C’era Matteo Renzi e il Re di Norvegia, Anna Wintour, tutti gli stilisti italiani tranne Dolce e Gabbana. C’era la classe dirigente, sociale e economica di Milano, c’era tutta la stampa mondiale. Non c’erano blogger, a Franca non sono mai piaciuti – non li chiamava Amore nonostante non avesse mai saputo come si chiamassero. La sua fotografia nel libretto della messa. Nell’incipit, l’arciprete del Duomo, ha confuso il nome di Franca con quello di sua sorella, scusandosi poi e richiamando la buona sorte divina sul legame eterno di una vita. Suo figlio, sua nipote. Tutti noi avevamo una panca assegnata, tutto era organizzato. Rispetto. C’era un punto di calore – la sua amica che a tutti muove durezza, forse antipatia – vicino a Franca no: un sorriso e una voce pacata, lacrime e confidenza – Emanuela, la sua energia fiera. È un’epoca non conclusa, l’età di Franca, Regina di Milano.

Image Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Tropical Duomo

Testo Giacomo Andrea Minazzi @giacomominazzi   Ogni cosa è lecita, ma datele un senso. Se nell’arte contemporanea tutto è ammesso, tutto può essere arte, l’unica regola è quella del senso. Realizzare qualcosa che sia portatore di un messaggio, che abbia uno scopo – il mondo del lusso non è esentato. Mindful Luxury è il nome che ha scelto Suzy Menkes per la sua conferenza che avrà luogo il 5 e 6 aprile a Muscat, in Oman. Mentre l’incertezza politica si diffonde in tutto il globo, con la crescita di populismo e cambiamenti radicali al governo, il lusso ha bisogno di avere meno a che fare con l’ostentazione della ricchezza e più con quello che riteniamo denso di significato – scrive nel suo comunicato. Se le piante esotiche sono protagoniste del giardino dell’Ottocento – sostituiscono ai significati allegorici del giardino il loro fascino esotico, simbolo di ricchezza e conoscenza dei luoghi remoti del mondo – questo discorso oggi regge meno. Il collezionismo botanico e l’ostentazione di fiori esotici – scrive Claudia Cassatella nella sua tesi di dottorato, presso la facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze – è inizialmente appannaggio dell’aristocrazia, ma le preferenze dei nobili sono volentieri imitate dalla borghesia e dal popolo, tendenza che passa anche al parco pubblico e all’arredo urbano.Siamo nell’Ottocento, Internet non esiste, le fotografie sono poche e non diffuse come oggi e viaggiare è privilegio di pochi. Un certo senso, educativo e culturale, può essere però rintracciato: riportare in patria qualcosa di sconosciuto, far scoprire mondi esotici a chi non li può vedere altrimenti. Cambiano le forme architettoniche, i giardini d’inverno, cambiano le mode, nasce l’Art Noveau, è il trionfo dei fiori e delle piante, soprattutto quelle esotiche. Poche settimane fa, il Comune di Milano ha avviato il restyling del verde in piazza del Duomo. Finanziato da Starbucks, la flora delle aiuole è stata sostituita da filari di palma e banano, accompagnati da arbusti, graminacee e piante perenni con fioriture alternate durante le stagioni. Il Comune, che ha fatto valutare dalla Soprintendenza il progetto dell’architetto Marco Bay, sottolinea come la nuova sistemazione si rifaccia alla tradizione ottocentesca della piazza, dove erano già presenti dei filari di palme, darà un tocco esotico alla piazza. Tutto vero, ma rimane qualche perplessità. La storia della piazza non è né breve né lineare. Si parte nel 1330 con Azzone Visconte che vuole donare alla città uno spazio utile alle attività mercantili. Prima di parlare di vegetazione e palme, bisogna far passare diversi progetti – più o meno lasciati incompiuti nel corso dei secoli – e arrivare al 1896, quando viene realizzato il monumento equestre a Vittorio Emanuele II nelle nuova piazza progettata pochi anni prima dal Mengoni. Ecco comparire le palme nelle quattro aiuole che accerchiano la statua. Non rimangono a lungo e vengono sostituite da decori nel tipico stile geometrico dei giardini all’italiana – i motivi riprendono la forma del nodo Savoia, omonimo della casa reale. Le stesse aiuole intorno alla statua hanno vita breve e nel 1928, con il rifacimento del sagrato a cura del Portaluppi, vengono rimpiazzate da quelle di forma rettangolare che si vedono ancora oggi. Queste ultime rimangono ornamentali, con fiori rossi e basse siepi verdi, fino al 2014 quando il Comune avvia il primo restyling, in sintonia con il tema di EXPO: un orto didattico con piante e specie presenti nelle nostre campagne, da conoscere e scoprire in centro città. Risultato apprezzabile o meno, questo è l’intento. Il senso storico dei filari di palme e banani però sembra scricchiolare – quello culturale pure – quello didattico è assente. Rimane solo il dubbio senso estetico, a ognuno il compito di giudicare. La collaborazione tra il pubblico e il privato è necessaria e desiderabile – attivata anche durante la realizzazione della Galleria già nel 1869 – ma deve essere ben guidata e ragionata, strumento e non limite. Per quanto non auspicabile, un boschetto di alberi di caffè avrebbe avuto un senso, legato a chi lo finanziava: ecco da dove arriva la bevanda che gli italiani amano tanto. L’esibizionismo vegetale dei nuovi ricchi era già stigmatizzato in epoca romana da Orazio. Non vorremmo essere proprio noi a volgarizzare ciò che dovrebbe invece essere distintivo. Lampoon ha chiesto a due studentesse di architettura di ripensare l’area, seguendo il loro gusto estetico. Ecco le loro proposte.

Images from Pinterest

THE FUNKY PRINCESS

The Funky Princess  ArmeLola wearing Converse at AristoFunk, the Gala-Rave, tonight at Milan’s Teatro Principe.

Special thanks to:

Creative Direction Arianna Pietristefani
Directed and Edited by Fix Studio –  Mama Studios

Talents: Arme Lola
Hair & Make Up: Isabella Sabbioni

Opi Gym  – C.so P.ta Romana, 116
Quetzal Tattoo – Viale Sabotino, 9
Location Fabbrica Orobia 15 – Via Orobia, 15
Hotel ME Milan – Il Duca – Piazza della Repubblica, 13 – Milano
Skate: Balena skate 

Aristofunk Gala Rave
Saturday, February 25th
Teatro Principe, Milan
By invitation only

#GOODVIBRATIONS

GoodVibrations, live for re-construction, è un progetto che nasce da un gruppo di giovani professionisti che, reduci da esperienze di volontariato nei territori devastati dai sismi, hanno deciso di organizzare una serie di attività con il fine di raccogliere fondi per le popolazioni colpite dal terremoto. Portavoce del gruppo è Scilla Ruffo di Calabria.

La prima iniziativa ha in programma un concerto all’insegna della solidarietà, a Milano mercoledì 22 febbraio 2017, ore 21:00, presso i Magazzini Generali in via di Pietrasanta 14.

L’ iniziativa è promossa con il patrocinio del CISOM di Milano (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta), e del Comune di Muccia, territorio della Marche tragicamente colpito dal sisma.In partnership con il Comitato Giovani si prefigge di supportare le attività della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO nel campo dell’educazione, della scienza, e di tutte le forme d’arte. L’obiettivo è ideare e sostenere progetti che favoriscano la sensibilizzazione della società civile contemporanea, stimolando una partecipazione attiva ed integrata delle comunità. In questa occasione, UNESCO Giovani presenterà Box 336 am, progetto finalizzato alla realizzazione di container sociali e culturali da inviare presso le zone colpite dal sisma.

Apriranno alle 21:00 DaianaLou, band rivelazione dell’edizione 2016 di X-Factor, nata dal connubio di due percorsi musicali molto diversi tra loro: Luca Pignalberi chitarrista blues al servizio della voce di Daiana Mingarelli, cantante R&B e regge. In giro per l’Italia in tour prima di tornare a Berlino, base della loro attività da buskers fanno tappa a Milano. «Non ci sono parole per esprimere la nostra solidarietà ma crediamo fermamente che la musica possa riuscire, anche solo per due minuti, a farci chiudere gli occhi e ad essere propositivi per poter ricostruire nuove case e scuole. Siamo vicinissimi a tutte le famiglie colpite», ha detto Daiana.

A seguire, per le 22:15 darà il suo contributo la band L.A., gruppo emergente iberico, che apre il suo tour europeo a suon di ”GoodVibration”.

Per le 23:30 è previsto il live dei DUMFOUND, che nascono dall’incontro di due musicisti con differenti percorsi artistici: Lorenzo Marsili e Tommaso Marconi. I due si sono esibiti in live e djset tra Italia e Gran Bretagna aprendo i live di Black Coffee, Carl Cox e suonando durante l’aftershow dei Massive Attack all’Auditorium – Parco della Musica di Roma.

In conclusione la serata riceverà il contributo speciale di Davide Dileo, meglio conosciuto come Boosta, musicista, compositore e fondatore dei Subsonica. Noto all’estero come dj, in Italia ha avviato da poco una carriera da solista lanciando l’album La stanza intelligente’. Attualmente è nel cast di Amici, programma in onda su Canale5 condotto da Maria De Filippi.

Tutti gli artisti parteciperanno all’iniziativa a titolo totalmente gratuito.

I biglietti del concerto, con un costo di 16 euro, sono in vendita su ticketone www.ticketone.it.

Il ricavato della serata sarà interamente devoluto a favore del Comune di Muccia (Macerata) per sostenere la costruzione di un centro polifunzionale per l’aggregazione giovanile e la cultura; e all’Associazione Terra di Amatrice Onlus.

L’associazione Terra di Amatrice, composta da persone e famiglie legate ad storicamente ad Amatrice, si sta occupando della primissima emergenza e della progettazione di nuove iniziative atte al recupero del tessuto economico e produttivo della cittadina fortemente colpita dai sismi.

GOOD VIBRATIONS: LIVE FOR RE-CONSTRUCTION
Live concert on Wednesday, February 22nd, 2017  at 9:00pm at Magazzini Generali, Via di Pietrasanta, 14 -Milan
Tickets aviable here
Images courtesy of press office

Maria Grazia Severi

Testo Domenico Trapani

@glaucoellenico

 

Il dualismo del bianco e del nero, per Maria Grazia Severi, è solo una questione di etichetta: gli abiti della collezione White nascono per vestire la donna ogni giorno, mentre quelli della collezione Black si stagliano su un panorama più ricercato, più d’occasione.

Il rilancio del marchio è partito qualche tempo fa dalle piattaforme di vendita online e da una forte implementazione della comunicazione, soprattutto in occasione delle Campagne inerenti alle passate stagioni.

Oggi, in più, Maria Grazia Severi compie un passo importante per l’identità di sé stessa, definendo anche visivamente il fulcro delle proposte al pubblico: il giallo pallido e i profili bianchi delle arcate che incorniciano le due vetrine del nuovo punto vendita di via della Spiga 36, caratteristici dell’architettura milanese, parlano dell’italianità del marchio e della sua attenzione, che va ben oltre quella dedicata ai materiali e alla maestria per investire i luoghi e renderli espressione della propria personalità.

Un ingresso e due vetrine all’esterno, tre sale all’interno: il ritmo triadico e regolare accompagna l’ambientazione, che si ispira all’intimità e alla modernità della donna voluta da Maria Grazia Severi. Arredi ridotti a linee che corrono sulle pareti, per non distrarre dal carattere degli abiti e degli accessori. Il marchio punta a radicalizzarsi nel cuore della moda milanese tendendo, al contempo, le braccia al pubblico internazionale:

Aprire la boutique Maria Grazia Severi nel quadrilatero milanese è un ulteriore passo in avanti verso il consolidamento del marchio in Italia e nell’ottica di internazionalizzazione del brand. Il nuovo monomarca in Via della Spiga sarà infatti una vetrina importante in termini di visibilità e immagine, non solo per i clienti italiani, ma anche per quelli stranieri [Elisa Bulgheroni, Responsabile PR & Comunicazione].

La nuova boutique monomarca Maria Grazia Severi di via della Spiga è stata presentata al pubblico in limine con l’inizio della Settimana della Moda italiana, così come era avvenuto qualche tempo fa per il lancio del sito di acquisti online www.mariagraziaseveri.com, perché anche il tempismo, in fondo, gioca da protagonista nell’industria, qualunque essa sia.

Images courtesy of press office

STRONGER TOGETHER

Testo Federico Alpi
@fede_alpi

 

Anni Trenta – Leo Gasperl è il primo detentore del record di velocità su Chilometro Lanciato. Indossava il Thirring un mantello in grado di gonfiarsi sulla schiena formando una sorta di ali, da cui il soprannome di ‘pipistrello’, costruito per lui da Colmar. Il materiale, un cotone decatizzato e trattato con agenti chimici che lo rendono resistente ai lavaggi così che non si possa restringere, si rivela quanto di più adatto all’abbigliamento per sport su neve.

1952 – Olimpiadi invernali di Oslo. Zeno Colò vince una medaglia d’oro indossando il primo capo aerodinamico da sci – si tratta di una guaina di nylon aderente al corpo con fianchi e gomiti in tulle bielastico – anch’esso realizzato da Colmar. Si consolida così il sodalizio tra l’abbigliamento tecnico sportivo e l’azienda nata nel 1923 a Monza da un’idea di Mario Colombo, e di cui il marchio non è che l’acronimo delle prime tre lettere del nome e del cognome del suo fondatore. Nel 1947 già era fornitore della FISI – la Federazione Italiana Sport Invernali – e tra gli anni Ottanta e Novanta vestirà campioni quali Alberto Tomba e Deborah Compagnoni.

Un bagaglio di conoscenze tecniche, costruito in oltre novant’anni di impegno speso nella ricerca e nello sviluppo, che oggi rivive in una collezione firmata in collaborazione con au jour le jour. Da un lato quindi la tradizione e il know-how di Colmar – i capi sono realizzati con tessuti sono traspiranti, idrorepellenti e imbottiture termiche – dall’altro l’irriverenza di un’estetica più attuale fatta di colori e della presenza quasi impertinente di loghi e lettering, elemento che spesso ricorre nelle collezioni disegnate da Diego Marquez e Mirko Fontana. I due designer, infatti, si sono immersi negli archivi di Colmar, trovando una formula che però sintetizzasse al meglio il DNA dei due brand.

Il risultato è quello siglato da un logo – quello che riecheggia per tutta la collezione – che non è però espressione di quel total look delle decadi passate della moda forse un po’ privo di significato, ma piuttosto il simbolo della somma di più parti. In fondo, di fronte all’incertezza delle circostanze che il mondo sta attraversando, stare insieme è quello che ci rende più forti. Poter condividere esperienze, incontri e il ‘saper fare’ del lavoro creativo, è il significato più vero che ha oggi la parola lusso.

Text Federico Alpi
@fede_alpi

 

The Thirties – Leo Gasperl was the first holder of the speed skiing record. He used to wear the Thirring cape, that inflated on the back and looked like a wing, and for this reason was also known as the ‘bat’, created for him by Colmar. The material, a special cotton dried and then treated with chemical agents to make it wash-resistant and shrink-proof, proved highly suitable for snow sports.

1952 – Oslo Winter Olympics. Zeno Colò won a gold medal wearing the first aerodynamic ski suit – a snug nylon sheath jacket with bi-elastic tulle sides and elbows – also created by Colmar.The partnership between technical sportswear and the company further consolidated. Established in Monza, Italy, in 1923 by Mario Colombo, the brand’s name is merely the acronym of the first three letters of the founder’s last and first name. As early as 1947 the brand became a supplier of FISI – the Italian Winter Sports Federation – and between the Eighties and the Nineties Colmar dressed champions like Alberto Tomba and Deborah Compagnoni.

The brand’s technical expertise, developed over more than ninety years, with a strong commitment to research and development, is revived today in the collection created in collaboration with au jour le jour. On one side, therefore, are Colmar’s heritage and know-how – the garments are crafted from breathable waterproof fabric and thermal padding – on the other the irreverence of a more up-to-the-minute aesthetics that embraces color and the almost unabashed presence of logos and lettering, a recurring element in the collections by Diego Marquez and Mirko Fontana. The two designers immersed themselves in Colmar’s archives, finding a formula that integrated at best the DNA of both brands.

The result is summed up in a logo – the same one that echoes throughout the collection – which is not, however, the expression of the ‘total look’, dating back to past decades in fashion, which seemed, somewhat, to lack meaning, but rather symbolizes the sum of various parts. Deep down, given the sense of uncertainty the world is currently facing, keeping together is what makes us stronger. Being able to share experiences, encounters and the creative process is the truest meaning that the word luxury can have today.

La capsule collection di Colmar Originals firmata au jour le jour – secondo appuntamento del progetto in collaborazione tra Colmar e Vogue Talents – è stata presentata ieri a Milano in occasione della Settimana della Moda maschile presso gli spazi di 10 Corso Como, dove è in vendita in anteprima dal 13 gennaio 2017.

The Colmar Originals capsule collection by au jour le jour – the second chapter of the collaboration project involving Colmar and Vogue Talents – was presented yesterday in Milan within Milan Fashion Week Men’s  at 10 Corso Como, where the collection will be on sale exclusively starting from January 13, 2017.

Video and courtesy of press office
www.colmar.it
www.aujourlejour.it

Louis Vuitton at Brera

Testo Lampooners

 

Nel quartiere di Brera, in via Fiori Chiari, Louis Vuitton ha aperto un nuovo negozio. Soltanto per l’abbigliamento maschile, e temporaneo – ha aperto l’altro ieri e chiuderà tra due settimane. Questo senso labile della moda coincide con la voglia di esclusività che rimane solo in teoria opposta alla destinazione di vendita. In pratica, si tratta della regola base: chi può, vuole comprarsi quello che gli altri possono solo sognare. Il lusso è per pochi – ma il lusso è il sogno della massa, se la massa non lo sogna, il lusso non esiste. Louis Vuitton sa articolare questo sogno meglio di Leonardo di Caprio in Inception.

Quello che non è sogno ma è realtà anche oltre il lusso, è la qualità della collezione maschile di Vuitton – non tanto per la linea o per la moda, ma per i singoli capi. Dalle scarpe di vernice che calzano come pantofole, agli accessori indistruttibili anche dai carrarmati, alle felpe maglioni in lana e cachemire. Queste soprattutto – le chiamo felpe perché mi sentirei lento a chiamarle maglioni – hanno una grafica a colori così veloce da essere geniale: grafiche e fiammate, dal bianco, al blu, al rosso al nero – sulla lana lavorata a strappo, con una morbidezza che ti lascia tra una nostalgia da scuola elementare e queste troppo variegate file di sedute delle sfilate. Andate a vederle, queste felpe, vi resteranno nel cuore – nel cuore di Brera, io le sogno da mesi.

Text Lampooners

 

Located on via Fiori Chiari, in Milan’s Brera district, Louis Vuitton has opened a new store. It is a menswear-focused, pop-up store, meaning that having opened the day before yesterday, it will close in two weeks’ time. This ephemeral side of fashion mirrors the desire for exclusivity, which is only theoretically in contradiction with the target market. The same basic rule applies – those who can want to buy what others can only dream of. Luxury is for the few, yet luxury is the dream of the masses and, if the masses do not dream of it, luxury ceases to exist. Louis Vuitton can convey such dream better than Leonardo di Caprio in Inception

What is no dream but rather a reality beyond luxury is the quality of the Vuitton menswear collection, not so much in terms of cuts or style but on account of the individual pieces. From the patent leather shoes that fit like a slip-on, to the indestructible accessories, down to the sweatshirt-jumpers in wool and cashmere. These in particular – I shall opt for the term ‘sweatshirts’ as ‘jumpers’ feels daft – come with a vivid, fast-forward graphic that is utterly genius: flared-up patterns dipped in white, blue, red and black on brushed wool that adds such tactile softness to leave you suspended between a primary-school nostalgia and the excessively multi-colored front row seaters at fashion shows. Go and check these sweatshirts out, they will remain anchored in your heart – the heart of Brera. I have been dreaming of them for months.

Pop-up store Louis Vuitton
Via Fiori Chiari corner Via Formentini, 9
20121 Milan
Phone: +39 800 308 980
Open to the public 14 to 29 January
Every day, 11:30 to 20:30

Images and courtesy of press office
www.louisvuitton.com

#LVMilanPopUp

WHAT SPACE SMELLS LIKE

Testo Micol Beltramini

 

Gli eroi in carne e ossa raramente sono come te li aspetti. Ci hanno talmente abituati, i media, alle espressioni dure, ai discorsi impostati e ai dolcevita neri, che quasi non riusciamo a credere che Maurizio Cheli sia davvero andato nello spazio. Lui per primo, d’altronde, non lavora su alcun tipo di effetto speciale: «Quando ero bambino mi piacevano gli aerei militari. Al ginnasio sono salito su un charter Milano-Londra, per una vacanza studio. Poi l’accademia aeronautica, l’università, la prima laurea. Per dieci anni ho fatto il pilota di aerei, collaudatore e ricognitivo, e un giorno ho visto quell’annuncio sul giornale: cercasi astronauti».

È andata davvero così: l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, selezionava per la prima volta potenziali piloti di velivoli spaziali. «All’appello abbiamo risposto in seimila da tutta Europa. La selezione è durata più di due anni. Ricordo ancora il giorno in cui mi telefonarono e mi dissero che ce l’avevo fatta. Eravamo stati presi in sei, io ero l’unico italiano».

I suoi come hanno reagito? «Beh, questo in effetti è un aneddoto divertente. Mi avevano fatto giurare di non dire a nessuno che ero stato preso, perché si dovevano aspettare gli annunci ufficiali e i comunicati stampa. Allora io: ma almeno ai miei genitori potrò dirlo – mi hanno risposto: sì, ma devi far giurare anche i tuoi genitori. Così ho chiamato mio padre, che aveva fatto la guerra e poi era diventato controllore di biglietti sul pullman, e gli ho detto: papà, mi hanno preso per fare l’astronauta, però mi devi giurare di non dirlo a nessuno. – Ah!, ma quindi devi lasciare l’aeronautica?Beh, sì, ma andrò nello spazio. È stato zitto un po’ e poi mi ha detto: ma senti, è un lavoro sicuro, l’astronauta?».

Il coraggio, cos’è per Maurizio Cheli? «Il coraggio, soprattutto quando si è giovani, è sapere che le scelte che fai definiscono cosa ti lasci indietro. Molto più che il coraggio, per andare avanti, è fondamentale la perseveranza. Un minimo di talento serve, ma su quello si può lavorare; la perseveranza invece è tutto. Alla NASA quelli che avevano un grande talento non sono diventati grandi astronauti perché avevano la vita troppo facile. È come a scuola: i più dotati tendono a lottare di meno».

Non ha mai avuto paura? «Certo che ne ho avuta, ma secondo me bisognerebbe distinguere tra paura e panico, reazione istintiva. A questo servono i tredici mesi di addestramento: a simulare ogni imprevisto che potrebbe capitarti in volo. Poi, ovviamente, capita comunque quello che non avevi previsto». A lei è successo? «Eh sì. In fase di lancio uno dei tre motori principali sembrava non aver raggiunto la potenza massima. Mi ricordo che pensavo, poveretti i miei genitori, son venuti da Zocca e non vedono nemmeno il lancio. Poi però siamo decollati lo stesso, e allora ho pensato, esiste un programma di atterraggio di emergenza in venti minuti: se non mi vedono salire mal che vada tra poco mi vedranno scendere».

Adesso però ci lasci sognare un momento. Com’è lo spazio? «La prima cosa di cui ci si accorge sono i colori invertiti: il cielo è nero, la Terra è blu. Poi ci si rende conto di quanto sia fragile quell’involucro di atmosfera che permette la nostra vita; da lassù per esempio si vedono bene gli effetti di inquinamento e deforestazione. Poi, naturalmente, c’è il ritorno a casa. L’impatto con quella stessa atmosfera, mentre deceleri fino a quattrocentocinquanta chilometri orari. L’aria intorno a te diventa plasma: per dieci minuti viaggi in una sfera di fuoco, tra i colori che lasciano senza fiato». Quando poi il boccaporto si apre? «Ah, quando vieni colpito da quella prima boccata di brezza marina… ti rendi conto del terrificante effetto stalla in cui stavi vivendo! In effetti lo spazio non ha propriamente un buon odore…». Già. In fondo è evidente che anche mentre sei lassù – soprattutto mentre sei lassù – quello che conta davvero è quello che c’è oltre il fuoco, su quella sfera lontana, magari in provincia di Modena, a non capirti del tutto e ad aspettarti.

Text Micol Beltramini

 

In the flesh, heroes rarely appear as you’d expect them to be. We have grown so used to their media persona made of haughty expressions, carefully rehearsed speeches and black polo necks that we struggle to believe that Maurizio Cheli truly went into space. After all, he does not use any ‘special effects’ himself: «As a child I had a passion for military aircraft. During high school, I took a charter flight from Milan to London for a study trip. Then came the Italian Air Force Academy, the university and my first degree. I worked as an airplane pilot, test pilot and patrol pilot for ten years until, one day, I saw that job announcement: Astronauts wanted»That is truly how that story went: ESA, the European Space Agency was selecting, for the first time, potential candidates to take part in spaceflights. «Six thousand people applied from all over Europe. The selection process lasted over two years. I still remember the day I received the phone call to inform me that I had been successful. Six candidates had been chosen and I was the only Italian». How did your parents react? «Well, this is a rather fun anecdote. I had to swear that I would not disclose the news to anyone as we were supposed to wait for the official announcement and press releases. I was like: Can I at least tell my parents? To which they replied: Yes, but they need to swear too. So, I called my father who fought in the war and later became a bus ticket inspector and told him: Dad, I have been selected to become an astronaut but you must swear that you are not going to reveal the news to anyone. He went: Oh, does that mean that you have to leave the Air Force Academy?Yes, but I will go into space. He was silent for a while and then he asked me: listen, is being an astronaut a secure career?».

What is courage to Maurizio Cheli? «Courage is, especially when you are young, knowing that the choices you make define what you leave behind. However, much more than courage, what is key to bring you forward is perseverance. Of course, you need a little bit of talent, although you can work on that. But perseverance is everything. AT NASA, those with talent did not end up becoming great astronauts because they had it too easy. It is like in school: the smarter students tend to fight less». Were you never afraid? «Of course I was afraid. But, I think, that we should make a distinction among fear, panic and instinctive reaction. This is what those thirteen months of training are for: to simulate any setback that might happen during a spaceflight. Then, of course, the setback you had not prepared for happens». Did that happen to you? «Yes, exactly that. During the launch phase, one of the three main engines had not reached its maximum power. I remember that at the time I was thinking how sorry I was for my parents. They had travelled all the way from Zocca and were not going to see the launch. Then we did take off and I thought, we have emergency landing procedures in twenty minutes: if they cannot see me take off, at least they will soon see me land».

Now, let us dream for a moment. How is space? «The first thing you notice is that colours are inverted: the sky is black and the Earth is blue. Then you realize how fragile the atmosphere – that layer of gases that allows life – is, from up there, for instance, you clearly see the effects of pollution and deforestation. Then, obviously, there is the journey back to Earth. The impact with that same atmosphere while you decelerate to four hundred and fifty kilometres per hour. The air around you becomes plasma: for about ten minutes, you travel through a ball of fire surrounded by colours that leave you speechless». When the hatch gets open again? «When you are hit by that first breath of marine breeze…you come to realize the horrible stale air conditions in which you were living in that enclosed space! Truth being told, space does not smell great…»Indeed. After all, it is clear that when you are up there – especially when you are up there – what truly matters is what is beyond that ball of fire, on that far away sphere, perhaps right in the province of Modena, who might not truly understand your choices but is there, waiting for you.

Images Valentina Sommariva (courtesy of press office)
www.rimadesio.com

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