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miriam dotti

Gold and coconuts in Cuba – The Diplomats

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’uomo al volante dice che la netta maggioranza dei cubani di oggi non ha vissuto la rivoluzione, ne conoscono solo il racconto. I cubani sono felici della situazione politica attuale. Non devono pagare per il cibo – anche se non è mai abbastanza – non devono pagare per la loro casa, non devono pagare gli ospedali. La propaganda appare a ogni angolo di ogni strada dell’isola – Castro rimarrà con noi, il nostro amico migliore. L’embargo americano ha bloccato il commercio con l’isola – ma a Cuba oggi si trovano le più belle macchine americane, Cadillac smaltate, Chevrolet cromate, pelli verniciate, frizioni oliate. Percorriamo Fifth Avenue di Habana, si affacciano le sedi d’ambasciata – quella italiana, ce la indica, è una delle case più belle. Il cimitero che sorge poco distante dal centro è il più grande dei Caraibi – forse, dice, dell’intera America Latina. Le statue, molte sono scolpite in marmo di Carrara, contano un valore di cinque milioni di dollari. Cuba è un pezzo di ghiaccio che vuole restare solido in una pentola a quaranta gradi. Lo spettacolo della lotta contro l’impossibile – un match di Agassi a fine carriera contro Federer in prima ascesa. Noi uomini prendiamo forza applaudendo chi combatte contro ciò che non può sconfiggere – e non solo contro il tempo.

Internet funziona male, le carte di credito peggio. La moneta cubana non è cambiata in nessun luogo se non a Cuba e in qualche angolo del Messico. Non c’è la Coca Cola, ma una bibita prodotta a Cuba, uguale, che si chiama Tu Kola. L’embargo ha cristallizzato il senso del lavoro socialista, ma ha annientato quello del commercio – il dovere è quello di un impiegato, ma non si considera l’esistenza di un cliente. Chi lavora, lavora per il lavoro – assolutamente non per il chi paga il servizio che quel lavoro produce. L’aeroporto è il luogo di un incubo – i bagagli arrivano non prima di un’ora dopo l’atterraggio, la barista non ti serve il caffè perché sta chiacchierando con la collega e ti dice di andare all’altra caffetteria. Gli uffici delle compagnie aeree sono chiusi, chi ci lavora ti detesta.

Il motore va in panne. C’era da aspettarselo, la macchina sembrava uscita da una scena eliminata, perché già vista, in un film comico francese. Quaranta minuti sotto il sole di mezzogiorno, su una strada a sei corsie di asfalto, senza ombra. Passano poche macchine, quelli che guidano si conoscono tra loro. Con un cavo di ferro, ci trainano per venti minuti. Saliamo su un’altra auto, più sporca e maleodorante della prima. Siamo a un’ora e mezza di viaggio sulle sei che dobbiamo ancora fare. Chi guida dice che deve far benzina – esce dalla strada principale, si immette in un quartiere popolare, poi sul retro di un palazzo in mezzo ai campi – da una catapecchia tira fuori una tanica di benzina. Quando gira la chiave per l’accensione, la candela è andata. Scendiamo, spingiamo la macchina su un dislivello, poi giù con la rincorsa e il motore riparte. Mezz’ora dopo, il nostro pseudo autista ha un attacco di diarrea – di nuovo fermi in un altro quartiere popolare – restiamo un quarto d’ora ad aspettare che l’uomo scenda da un appartamento che supponiamo sia di un amico. Ogni fatica svanisce davanti alla spiaggia più bella che abbiamo mai visto (e non siamo di gusti facili): una piscina di rocce naturale la protegge, lascia entrare la marea e un migliaio di pesci, grandi e piccoli che mi fila veloce intorno mentre leggo un romanzo di Donna Tartt ambientato nell’inverno del Vermont. I gabbiani impazziscono davanti a tutto quel banchetto, si trasformano in falchi dilettanti che cadono malamente in picchiata senza beccare niente.

La caracas di Gio Ponti era la Parigi dell’America Latina, Habana è la Parigi dei Caraibi – tutte le città diventano Parigi, non tanto per rilevo urbano o artistico, ma semplicemente perché Parigi resta una festa: Hemingway ha vissuto anche a Habana, i suoi passi sono tracciati sulle guide turistiche. Dal barocco al liberty, Habana credo rimandi ancor più a Lisbona, alle maioliche. La città non è decadente. La città è una rovina – e se la meraviglia è per la decadenza, la magnificenza appartiene a una rovina – sopra Hemingway, si riscrive Malaparte. La guerra sembra sia finita ieri, la polvere esplosa sopra una bomba pare si sia appena posata. Le facciate intatte sono in piedi, sottili, fragili e bidimensionali – potrebbero crollare con il tocco di un campanile – dietro ci sono i cantieri per palazzi nuovi. Si dice che tra poco tutto si perderà – questo senso d’immobilità, di utopia sociale – che sia glorioso o misero è consueta disputa tra un idealista e un economista.

Le dame fuggirono durante la Rivoluzione: la contessa di Revilla abbandonò la sua villa neoclassica progettata dai suoi architetti a Parigi, costruita in quello che oggi è il centro borghese di Habana, vicino al National e lontano dal centro storico. Oggi è un museo di estetica della nonna, con una micro collezione di Coromandel da smuovere il ciglio di Chanel, un’esposizione di ventagli per uno sbadiglio e una tavola da pranzo imbandita che sintetizza la dimensione coloniale: tutto un mondo aristocratico, dal Regno delle Due Sicilie all’Inghilterra, lasciò il vecchio continente per ritrovarsi a fare società in terra esotica. Successe in India, successe qui nei Caraibi, in Africa e in America meridionale – in tutte le terre verso e oltre l’equatore, nuove miniere inestinguibili per il colonialismo del secondo Ottocento. Famiglie di ammiragli, nobiluomini per meriti di guerra, o semplicemente per incarichi politici che poi si sarebbero evoluti in una comunità diplomatica ancora oggi emblema di una civiltà poliglotta, e poliedrica, intellettuale e semi libera da sintomi provinciali.

Lo stile crociera delle case di moda nasce così dall’incontro tra la meteorologia equatoriale e le abitudini sociali di una vecchia classe aristocratica europea che si sarebbe presto evoluta in una rigida e formale borghesia per Thomas Mann, totale rotta di contrasto con esoticità semi tribali. Incastri e reagenti per uno stile oggi ricercato. I damaschi incontrano il vimini – l’oro e la noce di cocco, l’argento perde luce davanti all’avorio, il velluto sbiadisce vicino all’ebano. Tutte le grandi stoffe avrebbero ceduto di fronte al calore, cercando nuovi veli, nuovi colori – i bianchi e gli azzurri. Il vestito impero, già comodo sulle maniche corte, sulla vita portata in alto senza più stringere le forme, si trasformava in un embrionale abito alla marinara per Susanna Agnelli. I panfili furono i primi palazzi cittadini a cercare nuove latitudini e novi materiali: il bambù, il legno. Le finestre persero il vetro e si vestirono di persiane in legno – così come gli abiti lasciarono i busti e trovarono i lacci. Dietro la cattedrale barocca dedicata all’Immacolata, il palazzo del marchese di Aguas Clara è in costante restauro – fu la sede di un circolo letterato, poeti, attori – un giro culturale con pochi libri da leggere, e ancor meno da custodire. Sarebbe arrivata la Rivoluzione. Già cinquanta anni fa, a ogni angolo di strada, dai bar, dalle radio delle auto, tutti canticchiavano Despacito.

In giro con i Cocco – sono i taxi su motociclo, che ricordano palle da biliardo giganti. Ogni tragitto passava sul Malencon, nostalgico anche durante il Carnevale. Volevo comprare una maglietta con il viso del Che, me la ricordo dai tempi del liceo quando ce l’avevano tutti – ma qui a Cuba mi ha colto un senso di rispetto. Il Rum – il daiquiri al mango – in O’Reilly, al civico 304, te lo preparano dentro il vasetto di una passata di pomodoro, con la buccia di limone ritagliano una micro scultura per decorarlo. Non è passato molto tempo da quando Chanel ha fatto sfilare sul Paseo la collezione per la crociera invernale che la tradizione vorrebbe, appunto, ai Caraibi leggendo Agatha Christie e Miss Marple. Abbiamo dormito al Saratoga – quando ci hanno mostrato le stanze dell’albergo per farci scegliere quale preferivamo, siamo entrati nell’appartamento che ha ospitato Karl Lagerfled in quei giorni di maggio. Una suite gigante ad angolo sul Capitolio, con soffitti alti e persiane in legno scuro – no, scurissimo – finestre ad arco. Tutti i mobili erano in legno coloniale, i pavimenti in maiolica con inserti di marmo. Il rosso si mescolava al blu cobalto.

Lo stile coloniale, quindi, volevo parlare di questo. Habana ne è davvero il codice e l’espansione L’accostamento del borghese all’esotico, del classico al tribale, del formale al fluviale – un lord inglese e una ragazza di Gauguin. C’è sempre un rigore e una misura, certo – ma a codificare tutto quanto è la storia di Habana – dicevamo, il barocco e il liberty, Parigi e Lisbona. A Habana ci sono i palazzi seicenteschi e le palafitte, i fortini messicani e i giardini di mango e frangipani. C’è il calore – il magnifico sole all’Equatore. I Caraibi sono tutte quelle latitudini dove il calore del sole all’Equatore volge a Occidente (perdonate la retorica sul tramonto). Voglio solo dire: Habana è la capitale dei Caraibi e come tale ne è la sintesi estetica. La sua rovina architettonica, l’inerzia della rivoluzione politica, la pigrizia della sua economia l’hanno resa epitome assoluta di quello che oggi è la cultura occidentale – nostalgica e sporca, eppure bellissima – e con una indecente, sì magnifica, possibilità di futuro (e se mai aveste voglia di rileggere questo mio testo, provate con gli occhi a sostituire la parola Habana con Italia).

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Photography
Alex John Beck

 

Stylist
Ellen Mirck

Editing and Coordination on Set
Costanza Maglio

Hair
Mauro Zorba @facetoface

Make-up
Lorenzo Zavatta @facetoface

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Hair assistant
Chiara Fedi

Make up assistant
Ginevra Perin

Models
Arbel Kynan @whynot
Maria Frick @fashion
Samanta Goldberg @elite

Photography assistant
Matteo Di Pippo

Digital tech
Andrea Veronesi

Light assistant
Gianluca Crivellin

Fashion assistant
Chiara Guagliumi
Edvige Valdameri

Post production La Habana Vieja
Luca Trevisani

Special thanks to
Villa Litta

Disquiet – A Silent Swoop

Text Gian Paolo Serino

 

L’abbraccio di sconosciuti mi risveglia all’alba. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. Non so quanti anni abbiano, hanno delle cartelle sulle spalle. Credo debbano andare a scuola: io devo ancora fare pace con me stesso. Non ricordo perché siano qui. Non ricordo niente: mi sento sprofondare nell’infinito della sospensione.

I miei occhi macchiati di rosso vedono sirene al neon che mi fissano come fossero carene di una nave in tempesta. Ho uno strano senso di pace. Il mio cuore è ancorato ad Argo, il cane che aspettò vent’anni il ritorno di Ulisse: appena lo vide, vestito di stracci per non farsi riconoscere nella propria casa dai Proci, Argo morì. Il magnifico Odisseo, mio compagno di sempre, che di molti uomini vide le città, scrutò la mente e molti dolori sul mare patì nel suo cuore per guadagnare a sé la vita.

Ulisse se solo ancora pochi oggi ti conoscessero – il tuo nome greco Odisseo in italiano vuol dire Nessuno. Se fossi stato te mi sarei fatto slegare per tuffarmi con le sirene e perdermi nel loro canto ma non solo. Sono Nessuno – così mi alzo, la stanza mi cade addosso come liquido fetale. Mi sono fatto un bozzolo della mia solitudine amara. Galleggio e il respiro delle mie branchie mi strappa alla vita portandomi ventate d’amarezza folle e sublime.

Sono l’unico che può assediare me stesso. Sono più critico con me stesso, che con gli altri. Sono solo e soltanto Magnifico. Lorenzo il Magnifico, ma c’è anche Abdullah al-Barri e Abdullah al-Bahri dalle mie Mille e una Notte. Solimano rinchiudeva gli ifrit in lampade di rame sigillate, poi le gettava negli abissi del mare. Il primo dizionario americano si intitola Our Magnificient Bastard Tongue: The Untold History of English.

Sono l’unico che può creare e distruggere, prendere tra le mani un volto di donna e accarezzarti i capelli poggiando la tua testa sul mio petto, mare finalmente calmo. Sei qui. Adesso. Con me. Non avere paura. Non dico Ti amo – nel suo etimo significa Ti prometto – e io, furiosa Angelica di un Orlando innamorato, non posso prometterti nulla, se non che mi troverai qui. Non importa con chi e dove sarai, a chi starai promettendo le parole che ti ho insegnato sfiorandoti le labbra con le mie dita d’inchiostro. Dopo di me potrai solo ripeterle. Perché ogni volta che usciranno dalla voce che ti ha reso donna ti guarderai indietro e io ci sarò.

Tu che stai leggendo hai capito come una donna possa indossare gli abiti più ricercati, manti di bellezza anfratta; possa abitare i profumi più personalizzati come fossero l’invisibile contatto tra te e il mondo; possa dimorare tra i trucchi più belli, ma saranno soltanto e sempre trucchi, inutile chiamarli con nomi francesi. Ogni arma di attacco è un’arma di difesa. Cerchi di fuggirmi. Io ti ho rivolto dietro il muro del tuo passato, che ricerchi come un porto sicuro dove approdare. Non esistono porti sicuri. Puoi approdare solo in mare aperto. Almeno per noi, che abbiamo attraversato stanchezze e desideri senza ritrovare il gusto dei sogni dell’infanzia.

Tra la tempesta dei tuoi forse, tra i marosi di quelle domande alle quali mai troverai risposta. Ti guardi intorno. Respiri. Cerchi qualcosa nella tua borsa, come se frugare nel possesso portatile di una casa in cammino possa rasserenarti. La voce da cantatrice calva circonda gli eunuchi di un paradiso stellato. Guarda le stelle – troverai me. Dove abiti tu, dicono che io sono morto – ma io abito i tuoi spazi, le praterie – il vento ti muove i capelli ribelli in una brughiera di cui non vedi la fine. Ti devo prendere la mano per farti capire?

In molti, troppi, sono rimasti solo voce. Senza più corpo, senza più anima, sul bordo della loro gioventù. Sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Dove sono finiti i maestri, i geni – dove sono finiti? Dov’è il lustro dell’umanità? Forse sono tornati nelle strade, vociferano nelle loro officine, accendendosi con le loro opere, che tolgono loro il senno. Gli scrittori magnifici? In Italia, a parte Arbasino, finiranno per essere scoperti postumi se non li andiamo a prendere: Edgardo Franzosini, il vero Arbasino se Arbasino fosse Arbasino. Raymond Isidore e la sua cattedrale – la storia vera di un uomo che ha costruito una cattedrale di rottami in decenni: oggi la cattedrale è a Chartres, paese natio di Rimbaud, ed è tra i tesori di bellezza da noi sconosciuti, ma tra i più visitati in Francia. Mattia Signorini, mi viene in mente, insieme a Francesco Maino di Cartongesso: non un libro ma un miracolo di scrittura. Essere il futuro senza saperlo. Negli Stati Uniti: Tom Wolfe, Don De Lillo, il ritrovato Auster, il nuovo Bret Easton Ellis che ha lasciato la scrittura per scrivere film come The Canyons. Ben Lerner è un genio, che vivrà per secoli. Beh, Mongiardino, al di là del bene e del male… Chi oggi? Io. Certamente – perché credo in un giornalismo che pensavo non tornasse più. Devo dire che mi sento in piena forma.

Il canto delle sirene. Da una parte il sale, dall’altra parte la cera. Lascia il tuo passato al gelo dei ricordi: arriverà il giorno in cui sarai più sola di quanto tu lo sia adesso. Perché mi stai leggendo? Forse qualcuno ti costringe? Oh, perdóno, perdóno, non l’ho fatto apposta! Ordinami qualsiasi espiazione! Sono così buono, ho un cuore d’oro, io, e non ce n’è più come il mio. Non ho un amico che sappia raccontare la mia storia. Ah, sì un’infermiera! Un’infermiera per amor dell’arte, che conceda i suoi baci solamente ai moribondi. Macché! Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola. Non posso vedere le lacrime delle ragazze. Sì, perché far piangere una ragazza è più irreparabile che sposarla.

Il maschio che è dentro di me si è liberato in violenze inaudite. Mi sono perso nell’ombra del genio per venirti a cercare. Ho cercato nei vestiti dismessi, ti ho cercato nella follia delle mie notti dove non c’era nulla se non un braccio sprofondato nel ventre del mio. Al palo. Candele e cenere. Cinture e castità. Fruste e manette. Ho inghiottito peni all’alba del mio non essere, li ho ingoiati sino al midollo non più dell’osso ma del mio cranio imbevuto di sangue. Sono stato venduto all’asta di una televendita televisiva in cui nuove sirene, nuovi titani, mi offrivano a signore, caparbie amanti di carne giovane e neuroni. Hanno calpestato la mia intelligenza con tacchi d’inusitata eleganza. Acciaio, rosso, sangue.

Anche tu puoi essere il magnifico. Chiaramente non come uno specchio anni Ottanta – ma particolare, geniale, magnifico. Il problema è la mancanza del voler essere magnifico – come magnifici possono esser stati gli artisti e i nobili – rende tutti uguali, tutti splendidi. La volontà e la convinzione di essere magnifici sono la prima porta da aprire per essere unici, senza codici a bar(r)e. Voglio una vita magnifica. Mica una vita da Vogue. È la libertà a rendere magnifici.

Cos’è la Bellezza? Siamo nati a cavalcioni sulle nostre tombe. Io, sono Odisseo. Io sono Nessuno. Suonano alla porta, i miei figli tornano da scuola. Appoggiano i loro zaini di fronte a me. Due ragazzi, li vedo, in fondo alla mia stanza mi salutano. La madre non c’è. Mamma dove sei? Perché sei morta? Ci hai lasciato da sola con papà. Vorrei non correggere mai i miei errori. Tu sei la sirena che sveglia i miei sogni all’alba, mi hai reso un gigolò dell’angoscia che ogni notte si porta a letto un incubo diverso.

Mi alzo, mi svesto. Sono pronto per un’altra giornata. Esco per strada. Sono il magnifico che può abitare solo dentro gli occhi di una donna. Tu che, Angelica o meno furiosa, sei la nostra ultima vera possibilità per svelare al mondo che la magnificenza esiste ancora. Significa dimenticare noi stessi, abusare di noi stessi. Lasciamo tracce indelebili in ognuno, quando passiamo. È il costo della magnificenza. Siamo sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. Siamo musica senza spartito di un inchiostro rovinato dal suono del tempo. Sleghiamoci dal palo alto della nave di Calliope e ascoltiamo le sirene, rincorriamole, perdiamoci dentro di loro. Solo allora capiremo la magnificenza di essere Nessuno.

Photography and Creative Direction
Alexander Beckoven

Producer
Guja Quaranta,
Irene Rei

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Hair
Manuela Malena
using ColorfulHair and
Serie Expert by
L’Oréal Professionnel

Make-up
Valter Gazzano
using Tatouage Couture
by YSL Beauté

Manicurist
Miriam Dotti
estetica Lazzate / Monza

Model
Anna @womanmanagement,
Cristiano @bravemodels,
Polina @specialmanagement

Photography assistant
Jacopo Vimercati,
Gabriele Cialdella

Digital tech
Emanuele De Rossi

Post-production
Alessandra Distaso

Special thanks to
Franca Parisi,
Siki Red Fins