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The Fashionable Lampoon
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Moda

Archive+Now, uno sguardo
sulla storia di Trussardi

Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now
Trussardi Archive+Now

Trussardi presenta Archive+Now, uno sguardo sulla storia del brand dove i capi di archivio, le immagini iconografiche, gli accessori e i prodotti prendono vita attraverso immagini, installazioni e video. Un progetto che vive principalmente sui canali social e online, diviso in più fasi.

La prima viene presentata il 22 febbraio 2019 durante la Fashion Week milanese, e ha come protagoniste Giulia e Camilla Venturini. Creative, modelle, art director e designer, le due sorelle interpretano parte dell’archivio Trussardi insieme a capi e accessori della collezione FW19/20, dando vita a una serie di immagini e video di cui sono curatrici e protagoniste.

Location prescelta per video e servizi fotografici è Villa Trussardi a Bergamo, dimora storica del Seicento e casa privata della famiglia.

MyABC Dior
un nome, una lettera d’oro

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La maison parigina presenta My ABCDior, un servizio di personalizzazione che offre la possibilità di aggiungere le proprie iniziali ad alcune creazioni. La borsa Lady Dior bag, i nuovi orecchini My ABCDior Tribales, la sciarpa Mitzah, così come un braccialetto, un anello e una custodia per iPhone possono essere personalizzati con lettere in metallo oro o oro pallido da scegliere in due tipi di carattere.

Mila Schön Collection Zero
un foglio bianco, si ricomincia

Mila Schön Collection Zero Fall/Winter 2019

Mila Schön Collection Zero Fall/Winter 2019

Mila Schön Collection Zero Fall/Winter 2019

Mila Schön ricomincia da Milano, dove tutto è iniziato. Riscoprendo lo spirito originario della maison, la Collection Zero rappresenta un foglio bianco da cui ripartire scrivendo nuovi capitoli, dove unire classicismo e modernismo, passato e futuro. I tagli puliti e le costruzioni double lasciano trasparire la bellezza del materiale – cachemire, lane, sete – che a sua volta parla attraverso l’intensità del colore. La line-up presenta cappotti, giacche, pullover; un abito; una gonna mini, midi o maxi; una giacca di maglia; una stola. ‘Di meno’ è il mezzo e il messaggio: senza tempo, senza età, senza sforzo.

Karl Lagerfeld. Dal 1955,
disegnando e decidendo la moda

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Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

Chissà se questa notte la finestra lassù in alto, affacciata sulla Senna al Quai Voltaire, come sempre rimarrà accesa e diffonderà la sua luce? Ci sono persone, anzi, figure di riferimento, che pensi non se ne andranno mai. Karl Lagerfeld era tra queste. Non solo per l’ambito della moda. Chi non conosce la sua chioma, raccolta in un codino rocaille, i suoi outfit, la sua attitude militaresca? Una volontà di ferro lo aveva fatto dimagrire fino all’ascesi. Si era trasformato in ologramma. Nato ad Amburgo nel 1933. Di quella città narrata da Thomas Mann, portava impresso l’imprinting di civiltà borghese e di rigidità nei modi.

C’ero anch’io al Grand Palais a Parigi, a fine gennaio scorso. Fuori cadeva la neve, faceva freddo, quando, alla fine del défilé Haute Couture Chanel, KL non si è presentato a salutare il suo pubblico. L’annuncio seguente sapeva di presagio. Il silenzio è sceso di colpo nella navata, raggelando i fiori e le aure mediterranee della mise-en-scène. Un corto circuito, che fece avvertire a tutti un senso di vuoto. Karl era l’ultimo di una specie. Un mostro sacro sopravvissuto a una generazione forse irripetibile di couturier. Ma in più possedeva una facoltà di metamorfosi, una capacità di sfuggire a ogni datazione e di divinare il futuro, che gli faceva leggere lo Zeitgeist in maniera puntuale, accogliendone di continuo le suggestioni, i linguaggi, i tic e anche le contraddizioni. Inventava modernità, cavalcando il succedersi del contemporaneo come nessuno. A ottantacinque anni andava pazzo delle tecnologie, dei giochi elettronici che lo entusiasmavano come un teenager. Kaiser Karl non ha mai abdicato a se stesso per rifugiarsi in un empireo di ripetizione, chiudendosi, come hanno fatto in molti del suo ambiente, dentro un’arcadia foderata di specchi. Sapeva scommettersi fino in fondo, azzardare, ogni volta. Questa la sua forza. Oltre a praticare un’auto-disciplina da Junker prussiano, e a permettersi uno humour sferzante, contraltare di un’etica di lavoro da stakanovista.

Quarant’anni da Chanel che hanno declinato il verbum di Mademoiselle in mille modi, che ne hanno ridefinito il senso e la valenza di messaggio, senza mai intaccare la magia del suo vocabolario di stile. Un caleidoscopio di tailleur e gonne longuette, Alvar Aalto e la Parigi jazz degli anni Venti, petali di ceramica di Sévres che fiorivano su texture di micro-paillettes d’argento; l’oriente e la Vienna di Klimt e Schiele o la Berlino di Weimar e Otto Dix. Carrellate e digressioni fictional che però riportano a una sola fucina semantica: Chanel. L’erede è già stata annunciata: Virginie Viard, la principale collaboratrice di KL, che saprà traghettare la Maison in questo passaggio. Karl cambiava, ostinatamente. Chi non cambiava restava là. Basti pensare alla sua passione di collezionista, nata con le grazie di un Settecento che è rimasto tra le ispirazioni della sua poetica, alla sua raccolta di mobili, dipinti e arredi Louis XV e Louis XVI. Un universo poi disperso all’asta senza ripensamenti, così come quelli venuti in seguito. Passando dalla Wiener Werkstätte al neo-pop Ottanta del Gruppo Memphis, fino alle digressioni nel design più attuale. Non di rado lo si incrociava alla Galerie Kreo, in cerca di qualcosa di nuovo. Il suo talento di fotografo, viceversa, ha una caratura sospesa tra epoche e territori artistici e letterari.

Fendi è l’altro capitolo del segno e della lungimiranza di Karl, sperimentatore di tecniche e materie. Vi approda nel 1966, stabilendo il caso di maggiore longevità di un designer alla guida di una maison. Dal suo sacco esce di tutto, in collaborazione con le cinque sorelle, con Carla in particolare, con cui condivide un’amicizia. Non di rado lo vedevo con lei alla Rosetta e da Assunta Madre, a Roma. Quello con Fendi è un itinerario di mezzo secolo testimoniato da un patrimonio di croquis siglati dalla sua mano. Un rapporto che ha dato vita al logo della doppia F e al tessuto ‘Zucca’, le pellicce che da status symbol sono diventate moda. Una sfida di innovazione. Vedi il film concepito nei primi anni Settanta come advertising per la neonata beachwear collection, The Glory of Water, miscelando fontane barocche e mood gypset, sullo sfondo di una Roma che sembra precorrere il Bertolucci mélo de La Luna. Affiora dalla memoria il fantasma del dandy Jacques de Bascher, il feuilleton di una vicenda dal finale amaro. Con il clan femminile Fendi, Lagerfeld coltiva lungo decenni una consuetudine familiare, che si allarga su quattro generazioni, dalla capostipite Adele fino a Leonetta, la figlia minore di Silvia Venturini Fendi. Proprio Leonetta rammenta sempre la dolcezza e la pazienza di questo dragone. Racconta di se stessa bambina sotto il tavolo dove Karl e Silvia lavorano insieme, fogli fitti di disegni che cadono a terra, sui quali lei scarabocchiava. Tutto e il contrario di tutto.

Karl Lagerfeld è un ossimoro, un mistero da decifrare, pur nella sua chiarezza. Mutazione e alchimia. Un conservatore sulle barricate. Rimane suggello di un respiro di modernità e di una caratura di stile cui, più che mai oggi, in clima di citazionismo e grand-guignol, è difficile stare dietro. Di lui ogni cosa sfuma nella leggenda, perfino il gatto, Choupette.

Per capire la moda
bisogna studiare gli uomini

Prada Fall/Winter 2020

Celine Fall/Winter 2020

Dior Fall/Winter 2020
Thom Browne Fall/Winter 2020
Undercover Fall/Winter 2020
Netflix series Sex Education
Raf Simons Fall/Winter 2020
Acne Fall/Winter 2020
JW Anderson Fall/Winter 2020
MSGM Fall/Winter 2020 - Prada Fall/Winter 2018
Moncler Gamme Bleu Fall Winter 2017/18

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Sul Financial Times del 29 gennaio, Jo Ellison titolava sulla ricerca di un’eleganza maschile, se eleganza risulta parola obsoleta. Ellison la sostituisce con grazia, vincolando l’apparenza al talento. Questo articolo usciva a chiusura del mese di presentazione delle collezioni da uomo per il prossimo inverno – come a evitarne una comprensione.

A inizio gennaio il motore si accende su Pitti, dove non si parla di moda intesa come ricerca e speculazione estetica, ma si studia la richiesta commerciale. Pitti è una fiera al centro di un successo numerico e mediatico: l’esposizione in un unico luogo agevola gli scambi e i contatti, le vendite – centrando la natura di una fiera (se c’è una parola su cui serve puntare oggi, in questo momento di evoluzione digitale, è coerenza). Come tutte le contingenze di successo, Pitti Immagine deve presto risolversi a saper dire i suoi no: quando i soldi entrano, quando le cose vanno bene, si tende a fare cassa, e godere delle sinergie positive – quando invece è il momento corretto per porre freni e trasformare l’abbrivio in propulsione. Pitti Immagini deve tenere a mente una base: le cose vanno bene e tutti le vogliono – farne scienza è far si che tutti continuino a desiderarle.

Da un punto di vista commerciale, una presentazione è più efficace di una sfilata: i prodotti si possono toccare, studiarne la fattura e la composizione. La sfilata è un momento di spettacolo, lavora d’impatto sull’immagine. Un esempio, Moncler: il momento di presentazione è show (tra l’altro, superando la dimensione di sfilata), poi i buyer trovano in fase pragmatica di ordinazione su campionario maglioni neri per ogni tipologia di cliente. Strategie consuete secondo le maestranze di comunicazione e commercio: prima lo shock dello show che rimane impresso per visuale, per poi andare formandosi il desiderio di massa rivolto a quanto si definisce brand.

Prada segna la direzione. L’uomo non è più confuso in un mix tra sport, logomania e pigiami da strada – anche se non ritrova una formalità. Si tratta di un soldato, un uomo che cammina perché vuole andare dove lo inducono le sue intenzioni – si chiama coerenza (nonostante le piume viola su maglie verdi). Le stampe trascurabili, sembrano di stagioni trascorse. Gli inserti neri sono un segno per l’influenza di Slimane. Ferragni e Fedez seduti presso la postazione per i fotografi e le riprese, trovano un senso nell’incomprensione generica degli altri. A scuola, i ripetenti erano posizionati dove poter esser più attenti – non si tratta di ripetenti, ma di ripetitori.

Da Dior, la direzione manageriale è unire l’uomo e la donna – non più Dior Homme né Dior Man. Kim Jones ha elaborato al maschile alcune idee di Chiuri, risultando in un classicismo che rinforza e reagisce sulla visione di Chiuri. Per la casa Dior lavorano due professionisti che insieme dimostrano di saper condurre un lavoro di indagine considerando le vendite. Sull’uomo di Dior di Jones: le giacche antiproiettile corrispondono ai para petti per lo schermo, le allacciature laterali, i suit neri e spessi, quasi tailleur maschili, riportano alle sartorie di couture di Christian Dior. Lo styling con le sciarpe è un rimando al romanticismo delle gonne a veli.

Se in tanti, quasi tutti, hanno dato un riferimento a quanto Hedi Slimane sta facendo per Celine, questo si chiama moda: interazione di elementi economici e visuali che portano l’immaginario comune a calibrarsi su quanto sia attuale. Moda è una costruzione di riferimenti e richiami che da un designer all’altro, da una sfilata all’altra, compongono una conversazione condivisa – e coerente. Diverso è la replica. Replica non è riferimento – la differenza è sottile, ma può diventare pesante e mostrarsi evidente con il lavoro di Diet Prada. Giacconi fluo, stampa in bianco e nero di fumetti, fiamme cartoon che salgono dalle estremità dei pantaloni, marsupi in nylon o simile su colori contrasto, è molto di quanto abbiamo visto negli ultimi anni dentro i negozi di Prada – mentre queste righe di descrizione sono la cronaca delle ultime proposte di MSGM.

A ritroso, come in un rewind – le immagini che restano: Thom Browne e le sue elaborazioni in grigio di check inglese. Quando gli abiti diventano mettibili sono sciancrati, il blu e il bianco e rosso sono le sue firme – sul finale esagera, sono abiti da donna sui ragazzi. Lo styling di Undercover: la piuma sul cappello di lana, i maglioni a righe – un completo in velvet con una sciarpa turchese in velluto, i manicotti gialli, i boots – c’è un senso di sfasato, un tocco di irreale e di fuori posto e qui appare le immagine di una serie tv attuale, Sex Education. I cappotti di Raf Simons – si nota il taglio, la sinuosità e la qualità del tessuto. L’influenza di Hedi Slimane appare anche da Acne: gli smanicati sono per una ricerca di silhouette anni Settanta e un gioco rock. Un dettaglio è la chiusura dei pantaloni, che hanno sfilato aperti sul lato, con una fodera e un gioco di colore. I copri capo di JW Anderson mirano a diventare items, e ne hanno la possibilità – la visione è sopra le righe, ma appare un giubbotto in montone tra Venetia Scott e Alasdair Mclellan, Timothée Chalamet.

Su tanta estetica che spinge al ragionamento, si ritorna a Firenze con un punto di domanda su cosa sia, la coerenza: come può esser possibile che una casa come Ferragamo, capace di investimenti immobiliari in grado di cambiare le fisionomie delle città, possa presentare un progetto di marketing incentrato sui social media e sul logo, firmato da professionisti del selfie presentati quali creativi professionisti. Un progetto che sarebbe potuto essere propositivo quattro anni fa, mentre oggi sembra voler confermare il percepito di un’azienda in difficoltà – come se l’ultima parola sulla forza di una casa come Ferragamo fosse davvero il fatturato in calo.

Boggi Milano presenta
The City Jacket

Boggi Milano, The City Jacket Spring 2019
Boggi Milano, The City Jacket Spring 2019
Boggi Milano, The City Jacket Spring 2019

Per la primavera 2019, Boggi Milano presenta il modello di giacca-pettorina.

La pettorina removibile, in tessuto tecnico super leggero, è presentata in due varianti: nella giacca modello Amsterdam realizzata in lana Hopsack Mesh, dalla vestibilità Regular, la spalla semicostruita, con rever a dente, chiusura con due bottoni, tasche a toppa e spacchi laterali.

Il modello Como è invece in Jersey, tessuto sportivo reinterpretato per rispettare lo stile classico di Boggi Milano.

Ermenegildo Zegna apre un
Global Store a New York

L’architetto Peter Marino ha disegnato l’ultimo Global Store di Ermenegildo Zegna a New York, al Crown Building, inaugurato il 14 febbraio – 660 metri quadri di spazio retail, e una facciata ristrutturata i cui fili metallici evocano l’unione di trama e ordito.

Al piano terra è ospitata una selezione di pelletteria e calzature. Il mezzanino, dedicato alla collezione Couture, che spazia dal progetto XXX ai look di sfilata fino alle sneakers couture, si distingue per i colori chiari e per la presenza di poltrone in pelle Dezza 24 disegnate da Gio Ponti per Poltrona Frau (1965). Il primo piano è un open space che ospita le collezioni Sartoria, Luxury Leisurewear e Couture e la Personalization Room con il servizio offerto da un Master Tailor.

Le Tipe Umane
di Andrea Incontri

Tabita, 2017
Azzurra, 2017
Gilda, 2017

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Viene dalla Comédie Humaine di Balzac la definizione Tipe Umane, scelta dalla curatrice d’arte milanese Caroline Corbetta per dare il nome alla mostra di Andrea Incontri alla galleria Tommaso Calabro, visitabile dal 19 febbraio per tutta la durata della settimana della moda di Milano – un’esposizione interdisciplinare in cui confluiscono moda, arti applicate e comunicazione digitale.

Sulla scala settecentesca di Palazzo Marietti, la struttura neoclassica di origini rinascimentali in Piazza San Sepolcro in cui ha sede la galleria, una serie di figure femminili con indosso abiti realizzati dal designer si palesa agli occhi dell’osservatore, oltre alla proiezione delle Tipe Umane che Andrea Incontri – a capo del brand omonimo fondato dieci anni fa – continua a realizzare sul suo account Instagram. Si tratta di un’attività che il designer inizia nel 2016, tratteggiando sullo schermo dello smartphone immagini di donne, schizzi veloci o iper-dettagliati.

Al piano superiore, più di un centinaio di Tipe Umane ricamate e incorniciate. Sono i tipi femminili che si incontrano per strada o che prendono forma nella nostra fantasia.  A ciascuna è stato attribuito un nome – Sally, Cassandra, Victoria –, e un luogo, generato casualmente dal software di geo-localizzazione di Instagram. Nell’ultima sala, per la prima volta aperta al pubblico, un’installazione dialoga con le figure femminili dipinte negli affreschi alle pareti e al soffitto.

Tipe Umane è il primo di una serie di progetti interdisciplinari che il ventinovenne bellunese Tommaso Calabro ospita nella galleria che ha inaugurato lo scorso anno, dopo la laurea all’Università Bocconi – dove oggi insegna – e al Courtauld Institute of Art e il King’s College di Londra.

ANDREA INCONTRI

Le Tipe Umane

Curated by Caroline Corbetta

tommasocalabro.com

Il Grunge di Marc Jacobs,
oltre una lite con i Nirvana

Kurt Cobain contact sheet. Courtesy Jesse Frohman via It's Nice That
Grunge & Glory, Vogue, December 1992. Kristen McMenamy in Perry Ellis by Marc Jacobs, ph. Steven Meisel. Courtesy Rag Pony
Marc Jacobs' 1992 'grunge' collection for Perry Ellis
Nirvana Promopic, ph. Charles Peterson
Nirvana photographed before the MTV Unplugged session, ph. Jesse Frohman for The Observer
Christy Turlington in Perry Ellis Spring 1993 collection, designed by Marc Jacobs. Courtesy Vogue Runway
Kristen McMenamy and Kate Moss – Marc Jacobs’ Spring 1993 'grunge' collection for Perry Ellis. Courtesy Vogue Runway
Alice in Chains, portrait Billboard
The Perry Ellis collection
Kurt Cobain performs in a vintage floral print, Amherst (Massachusetts), 1990. Courtesy Malibu PR Gal
Cover Story Family Values, Spin, December 1992
Tom and Pilar Law, Woodstock, Bethel, NY, 1969, ph. Henry Diltz. Courtesy Getty Images
Seattle grunge band Alice in Chains, ph. Chris Carroll
Rockfans met for the 'Rock gegen Rechts' concert on 14 June 1980 in Frankfurt (Germany), ph. Klaus Rose
Grunge: A Success Story, New York Times, 1992

Text Valeria Sgarella

 

Cronache recenti

Novembre 2018. La Marc Jacobs International è denunciata per violazione di copyright dalla Nirvana LLC, società formata da due membri della band – Dave Grohl e Krist Novoselic – e dalla Cobain Estate, controllata da Courtney Love. Jacobs sarebbe reo di aver utilizzato il classico smiley, il faccino giallo che è il logo della band. Fu lo stesso Cobain a disegnare lo smiley, nel 1991, utilizzato per la prima volta sui volantini del party di lancio dell’album Nevermind. Un simbolo successivamente mutuato dalla cultura acid house inglese di fine anni Ottanta e utilizzato da più brand – ultimo, in ordine di tempo, Drew House, linea di abbigliamento di Justin Bieber.

La Nirvana LLC depositò e concesse in licenza il faccino e il logo ‘Nirvana’ ad alcuni brand, tra questi Target, H&M e Urban Outfitters. Tale concessione non fu prevista né approvata per la Marc Jacobs International che pose lo smiley su t-shirt da 115 dollari e su felpe da 200 dollari aggiungendo la scritta Heaven laddove di solito c’è scritto Nirvana, con lo stesso carattere. Come si legge nel testo del procedimento, ‘il marchio ha utilizzato un’imitazione dell’immagine dei Nirvana come parte di una campagna ben più ampia, includendo testi di canzoni (Come As You Are) negli spot della collezione e realizzando meme con frammenti di videoclip’.

La Marc Jacobs International, a oggi, ignora il procedimento.

 

Ventisei anni di moda grunge

Già nel 1991 MTV trasmetteva in alta rotazione le band arrabbiate di Seattle, con le loro masse di capelli roteanti, jeans sdruciti, maglioni di lana infeltrita, camicie quadrettate aperte sul torso nudo e anfibi usurati – in città si potevano trovare a 5 dollari in supermercati come KMart o Value Village. Pearl Jam, Alice In Chains, ma soprattutto Nirvana, erano i nuovi portavoce del disagio e della coolness giovanile. Kurt e Courtney Love, la coppia squilibrata del momento appariva sulle copertine dei magazine.

Nel 1992, Jacobs disegnò per Perry Ellis la collezione Bootleg Redux Grung. La sfilata andò in scena in un loft di SoHo, a New York. In passerella c’era l’antologia del modeling: Helena Christensen, Naomi Campbell, Carla Bruni, Tyra Banks, Christy Turlington.

La collezione era un compromesso tra quadrettati e leopardati, sobrietà e rivoluzione. Completi giacca e pantalone dai colori pastello facevano intravvedere bra maculati o blu elettrico. Abiti in pelle color verde acido accentati da piume e pellicce che terminavano con orli e pizzi. Collant a rete da pesca, Dr.Martens e Converse completavano il quadro: la versione aggiornata del thrift store, il classico negozio di abbigliamento che sarebbe diventato la mecca di chi amava ‘vestirsi grunge’. Thrifting è un verbo, a Seattle: significa andare a far spesa nei negozi di seconda mano.

Lo show ebbe anche un fuori programma: Chloe Sevigny irruppe sulla passerella nuda, sguinzagliata dai Sonic Youth, che proprio lì giravano il videoclip della loro Sugar Kane. Con quella collezione, Marc Jacobs si guadagnò la stima dei colleghi. «È fresca, fa molto New York, e poi, a parte tutto, Marc è un ragazzo simpatico», dichiarava Gianni Versace.

Gli abitanti di Seattle videro la flanella sdoganata sulle pagine del New York Times. Nella sezione Style c’era uno speciale dal titolo Grunge: una storia di successo che raccontava le origini di quello che fino a quel momento era stato il look dei tagliatori di legna nel nord della West Coast. Camicie pesanti per giornate piovose, spese a spaccar tronchi all’aperto. Il servizio firmato dal giornalista Rick Marin era corredato da alcune foto: due ragazze naso-a-naso con addosso maglioni a strisce orizzontali, un tizio con la camicia da boscaiolo in vita, un fotogramma del film Singles, e un ritratto di Kurt Cobain.

Ci furono critiche. «La scena musicale di Seattle, rea di aver partorito quella pazza di [Courtney] Love, ha dato vita a uno stile trasandato nella Seventh Avenue che risulta così forzato da essere già vecchio dal momento in cui compare in passerella», scriveva Cathy Horin sul Washington Post il giorno dopo la sfilata. Nel marzo successivo, Suzy Menkes scrisse: «Il grunge è aberrante» e Jacobs fu licenziato da Perry Ellis. Il New York Times sostenne che Jacobs non avesse neanche mai messo piede a Seattle, in vita sua.

Quella collezione ispirata al look delle strade di Seattle avrebbe aperto un varco nella storia dello streetwear. segnata da Jacobs che in città non ci aveva mai messo piede, sosteneva. Da allora l’allure del grunge a Seattle è rimasta viva, una sorta di orgoglio locale. Marc Jacobs lo ribadirà nel 2018: «Il mondo ha bisogno di grunge più che mai: autenticità, accoglienza, libertà, tolleranza», rilanciando quella collezione presentata ventisei anni prima per Perry Ellis, in una versione rivista e aggiornata.

Questa volta con il suo nome.

 

Storia di una fake news del 1992

A corredo dello speciale del New York Times, c’era un colonnino dal titolo The Grunge Lexicon, un vademecum con i termini in uso nel gergo giovanile di Seattle e dintorni: un mini-dizionario del grunge. Solo dopo l’uscita del giornale fu dichiarato che quei termini erano stati inventati di sana pianta. L’autrice dello scherzo si rivelò una punk poco più che ventenne al nome di Megan Jasper, centralinista presso l’etichetta discografica Sub Pop Records. Una ragazza con la cresta talmente alta che, quando saliva in macchina, doveva inclinarsi di lato per sistemarsi sotto al tettuccio.

Megan Jasper è oggi l’amministratore delegato della Sub Pop.

 

Kurt Cobain un mannequin involontario

«Non voleva togliersi quegli occhiali, il che mi rendeva impossibile guardarlo negli occhi. Col senno di poi, c’è qualcosa in quegli scatti che giustifica la sua scelta», ha dichiarato Jesse Frohman. Il servizio fotografico di Frohman a New York nel 1993 sarebbe stato l’ultimo per Cobain.

Gli occhiali bianchi e lo smalto rosso sbeccato sulle dita. Tutti i ragazzi del mondo avrebbero desiderato quella montatura ovale di Christian Roth, serie 6558. Linea che il brand ha tutt’ora in vendita, dopo averla ribattezzata Archive 1993. Costo: 177 sterline. Il cardigan di mohair verde pallido della Manhattan Fashion che il leader dei Nirvana indossò durante MTV Unplugged del 1993 sarà venduto all’asta 22 anni dopo per 137,500 dollari.

Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains portarono sul palco ribellione e indolenza, elementi contrastanti. L’aspetto di chi si è appena svegliato prigioniero di una sbronza mai sopita, il palco ridotto a un cumulo di macerie. L’aspetto è trascurato. «Kurt era troppo pigro per lavarsi i capelli», dichiarerà il giornalista biografo dei Nirvana Charles R.Cross. Il messaggio è chiaro: «Voi non ci avrete. Non ci avrete, macchine del capitalismo. Non ci avrete, major discografiche. Non ci avrete, poteri forti».

Tutte le band simbolo del grunge cederanno, chi prima chi dopo, alle lusinghe di una potenza discografica.

 

Sub Pop Estetica: da Wes Anderson a Charles Peterson

Per prima fu la Sub Pop Records a dare un codice visivo al grunge, quello che sarebbe comparso ovunque: sulle copertine dei dischi, sui poster e sulle fanzine – l’etichetta indipendente di Seattle che per prima pubblicò Nirvana e Soundgarden. Lo fece con un motto «sull’orlo della bancarotta dal 1988», data la continua mancanza di entrate in cassa. Fu merito della Sub Pop se il grunge diventò non rimase un fenomeno del Nord Ovest Pacifico degli Stati Uniti.

Il codice estetico grunge ebbe i suoi protagonisti locali, come l’artista Jeff Ament, futuro bassista dei Pearl Jam; grafici come Wes Anderson, ideatore del logo dell’etichetta, ma soprattutto il fotografo Charles Peterson, allora poco più che ventenne, seppe ‘far vedere’ il grunge: rabbia, malinconia, sudore. Foto che sapevano rendere il movimento, grazie a quelle scie di luce che, fino a quel momento, erano un effetto indesiderato dei flash malfunzionanti. «Furono le foto di Peterson a spingermi a lavorare sul suono regionale» dice Bruce Pavitt, fondatore della Sub Pop. «Ricordo di aver sentito energia uscire da quelle foto, la prima volta che le vidi. Se riusciamo a tradurre in musica l’energia di quelle foto, conquisteremo la gente».

La grafica usata per le copertine dei dischi doveva far capire fin da subito che si era in presenza di un disco Sub Pop: banda nera in alto con band e titolo riportati all’interno, in bianco. Il logo Sub Pop, anch’esso in bianco e nero col carattere Microgamma, lo stesso che ancora oggi campeggia su vinili (pochi) poster e merchandise. Lo stesso che ha portato l’etichetta a competere con gli altri colossi industriali di Seattle – Amazon, Microsoft, Starbucks, Boeing.

A Kurt Cobain non piacque la collezione di Marc Jacobs per Perry Ellis del 1992. Poco dopo la sfilata, Jacobs gli aveva inviato alcuni capi in omaggio. «Li abbiamo bruciati. Eravamo punk, non ci piaceva quella roba», aveva dichiarato Courtney Love.

Valentino Eyewear
tra femminilità e street style

Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4052
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4052
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4062
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4062
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4053
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4053
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4063
Valentino Eyewear Resort Collection Model VA4063

Pierpaolo Piccioli, Direttore Creativo di Valentino, guida l’innovazione della maison ispirandosi a una concezione umanistica della creatività come processo individuale. Gli accessori si approcciano a una visione estetica contemporanea, lasciando spazio alla contaminazione di stili per esprimere un concetto di unicità. Nella collezione Eyewear per la collezione resort 2019, l’ispirazione street style si unisce alle forme poetiche di farfalle colorate, con texture che confermano la passione del brand per stratificazioni e trasparenze. I particolari dell’heritage rinascono nella reinterpretazione del logo, in geometrie e silhouette bold che rimandano alla femminilità simbolo della maison. È un mix di fascino intellettuale e sensualità che distingue Valentino, simbolicamente riassunto nell’iconica stud che firma le aste di tutti i modelli. Un omaggio alla bellezza e all’individualità delle donne.

A Milano si svela
il Moncler Genius Loci

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Moncler, con il patrocinio del Comune di Milano, rinnova gli spazi dei Magazzini Raccordati di Via Ferrante Aporti, aprendo al pubblico la location dell’evento Moncler Genius e supportando il progetto di riqualificazione culturale dell’area nei pressi della Stazione Centrale. A presentare l’iniziativa, nella Sala dell’Orologio di Palazzo Marino, il Sindaco di Milano Giuseppe Sala con il Presidente di Moncler, Remo Ruffini, affiancati dall’Assessore alle Attività produttive, Moda e Design Cristina Tajani e dal Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana Carlo Capasa con l’AD di Grandi Stazioni Retail Alberto Baldan.

Moncler ha deciso di ambientare il prossimo evento Moncler Genius del 20 Febbraio presso i Magazzini Raccordati per coniugare il valore storico e culturale di un’area della città con le nuove potenzialità di uno spazio urbano. Nell’antichità si parlava di Genius Loci per definire lo spirito di un luogo, oggi per indicarne il carattere e le sue peculiarità sociali e culturali.

Il 24 Febbraio dalle 10 alle 18 i Magazzini Raccordati allestiti con le collezioni Moncler Genius saranno aperti al pubblico.

A|X Armani Exchange rinnova
il progetto st_ART per il 2019

Design by Maggie Cole
Design by Francesco Vullo
Design by Janice Sung
Design by Kentaro Yoshida
Design by WIA - WhatIsAdam

A|X Armani Exchange rinnova la collaborazione con il mondo dell’arte attraverso la quarta edizione del progetto #st_ART. La selezione per la stagione Primavera/Estate 2019 comprende t-shirt da uomo e da donna, che gli artisti scelti hanno usato per realizzare le loro illustrazioni.

WIA –WhatIsAdam, Francesco Vullo, Kentaro Yoshida, Janice Sung e Maggie Cole sono i cinque nomi selezionati: illustratori, creativi e digital artists che raccontano sui capi A|X la loro visione della cultura metropolitana e urban.

La collezione sarà disponibile in store e su armaniexchange.com da marzo 2019.

La moda genderless
secondo Wrangler

Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection
Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection
Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection
Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection
Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection
Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection
Wrangler Spring/Summer 19 Blue and Yellow Genderless Collection

Per la collezione Spring/Summer 2019, Wrangler propone la capsule collection Blue and Yellow, una linea genderless che omaggia la Victory Lane della Nascar. I capi sono ispirati alla guida di Dale Earnhardt – sponsorizzata da Wrangler negli anni ’80 – e alla sua macchina da corsa Jeans Machine, con il suo schema di colori blu e giallo.

 «La Blue and Yellow è una collezione che parla del progresso e che si spinge oltre i limiti, traendo ispirazione dall’archivio di Wrangler», afferma Sean Gormley, direttore creativo di Wrangler.

I Bafta e gli Oscar: una giuria in comune

Margot Robbie in Chanel Haute Couture. ©GettyImages

Rachel Weisz in Gucci wearing Cartier Faune et Flore earrings. ©GettyImages

Thandie Newton in Valentino Haute Couture wearing Solange Azagury-Partridge earrings. ©GettyImages

Lily Collins in Givenchy Haute Couture wearing Cartier High Jewellery earrings. ©GettyImages

Cate Blanchett in Christopher Kane wearing Pomellato Ritratto and Victoria rings. ©GettyImages

Glenn Close in Alexander McQueen wearing Cartier Évasions Joaillères earrings; Jonathan Pryce. ©GettyImages

Claire Foy in Oscar de la Renta wearing Cartier High Jewelley earrings. ©GettyImages

Timothée Chalamet in Haider Ackermann. ©GettyImages

Catherine, Duchess of Cambridge in Alexander McQueen wearing Lady Diana's earrings. ©GettyImages

Bradley Cooper in Celine. ©GettyImages

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Naomi Ackie in Schiaparelli. ©GettyImages

Considerati gli Oscar britannici, i Bafta rappresentano il preludio agli Oscar, e sembrano offrire un’anteprima di quelli che saranno gli esiti degli Academy Awards. A differenza dei Golden Globes, costituiti da una giuria di giornalisti, Bafta e Oscar riuniscono una giuria di esperti di settore, chiamati a giudicare nelle rispettive categorie di competenza. Da tenere a mente, è il fatto che i premi condividono all’incirca 500 giurati, i quali hanno diritto di votazione a entrambe le cerimonie. A partire dal 2001, anno in cui la data dei Bafta è stata spostata a due settimane prima degli Oscar, 8 su 18 film in gara hanno trionfato a entrambe le cerimonie, tra cui Il Gladiatore (2001), Il Signore degli Anelli: il Ritorno del Re (2004), Il Discorso del Re (2011) e 12 Anni Schiavo (2014). Quest’anno, sono Roma di Alfonso Cuarón e La Favorita di Yorgos Lanthimos a trionfare, rispettivamente nelle categorie di miglior film, miglior film straniero, miglior fotografia e migliore regia per Cuarón, e di miglior film britannico per Lanthimos. Restano in bilico Lady Gaga e Bradley Cooper, che con A Star is Born, partendo dai Golden Globes, rimangono confinati alla miglior colonna sonora.

Vintage Cardi B e le altre: Grammy Awards 2019

Cardi B in vintage 1955 Mugler Couture wearing Gismondi 1754 earrings. ©GettyImages

Janelle Monàe in Jean Paul Gaultier Couture wearing Tiffany CityHardWear collection earrings. ©GettyImages

Jennifer Lopez in Ralph & Russo Couture wearing Niwaka jewels. ©GettyImages

Camila Cabello in Giorgio Armani Privé wearing Harry Winston jewels. ©GettyImages

Lady Gaga in Celine wearing Tiffany Blue Book Collection diamond necklace. ©GettyImages

Katy Perry in Balmain Haute Couture wearing Djula jewels. ©GettyImages

Dua Lipa in Atelier Versace wearing Bvlgari and Ashley Zhang jewels. ©GettyImages

Miley Cyrus in Mugler wearing Loree Rodkin jewels. ©GettyImages

Alla 61° edizione dei Grammy Awards, tenutesi il 10 febbraio allo Staples Center di Los Angeles, le maison diventano protagoniste con i loro abiti di alta moda. Tra loro, oltre ai cardinal Versace Atelier di Dua Lipa e Jean Paul Gaultier indossato da Janelle Monàe, fa il suo ingresso in società Balmain Haute Couture, che dopo il primo show in gennaio debutta in pubblico indosso a Katy Perry e Kylie Jenner. Il volto più interessante dell’haute couture è però quello vintage. A catturare tutta l’attenzione è infatti la rapper Cardi B, la cui extravaganza ha la capacità di sorprendere chi crede di aver già visto tutto. L’ispirazione anni Novanta che l’aveva spinta, per il Coachella 2018, a indossare un look total white memore di quello delle TLC in No Scrubs, l’ha portata a spostare lo sguardo dallo urbanwear alle passerelle di haute couture, scegliendo tre abiti di Thierry Mugler.

Apre le danze sul red carpet con un abito dal taglio a sirena nero e rosa, realizzato per celebrare i 20 anni della maison per la collezione haute couture Fall/Winter 1995, all’epoca indossato dalla modella Simonetta Gianfelici. Un bustier nude di pailettes con un collier di perle sembra sorgere da una gonna che ricorda il guscio di un’ostrica: guanti di seta rosa e un copricapo di perle – è la reinterpretazione della Nascita di Venere del Botticelli.

Sempre dalla collezione haute couture 1995, Cardi B sceglie la creazione indossata durante la sua performance del suo singolo Money. Silhouette zoomorfe vengono richiamate da una ruota di crinolina nera in organza a guisa di coda di pavone con piume che bordano gli orli, che si abbina a una calzamaglia con motivo animalier di velluto nero, il tutto completato da una tuta body impreziosita da strass.

L’ultimo vestito indossato dalla rapper, della collezione haute couture Primavera/Estate 1997 di Mugler, mixa le linee classiche dello stile impero a lunghe frange sul décolleté e sui guanti, il tutto impreziosito da decorazioni in cristallo. L’abito la accompagna durante la cerimonia di premiazione, quando Cardi diventa la prima donna nella storia ad aver ricevuto il premio per il miglior album rap dell’anno.

Chiara Boni e il suo
European Grand Tour

Chiara Boni La Petite Robe, Autumn/Winter 2019 collection
Chiara Boni La Petite Robe, Autumn/Winter 2019 collection
Chiara Boni La Petite Robe, Autumn/Winter 2019 collection

Per la stagione Autunno/Inverno 2019, Chiara Boni La Petite Robe si imbarca in un immaginario viaggio attraverso l’Europa, e reinterpreta l’estetica del vecchio continente, caratterizzata dalla preziosità dei tessuti e dalla ricchezza degli elementi decorativi.

Il tessuto in jersey stretch è abbinato a nuovi materiali. Il velluto è accostato al taffetà negli abiti maxi arricchiti da fiocchi, oppure viene trattato con tecniche tipiche del mondo della corsetteria. Stampe militari con alamari floccati sono alternati a broccati dorati con effetto tridimensionale, e un effetto scultoreo è ottenuto tramite baschine che arricchiscono gli abiti e le gonne. Ampi cappotti dalle geometrie architettoniche sono decorati con pattern floreali grafici. La collezione è esaltata dalla palette di colore, focalizzata su intense tonalità di nero, rossi e verdi, tutti illuminati da accenti di oro.

Brioni rivela Armie Hammer
come nuovo testimonial

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Brioni rivela il nuovo testimonial per la sua Spring/Summer 2019 advertising campaign: l’attore Armie Hammer, acclamato per le sue interpretazioni in The Social Network, U.N.C.L.E. e Chiamami Col Tuo Nome. L’attore è ritratto a Los Angeles dal fotografo Gregory Harris.

Stefaniamode avvia un
rebranding internazionale

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Stefaniamode, realtà che raggruppa diverse boutique monomarca e un e-shop, sta sviluppando un progetto di rebranding e di cambio d’immagine che la porterà, nelle intenzioni aziendali, ad essere più competitiva a livello internazionale.

Stefaniamode diventa così Modes, e cambia logo e management. Tra le novità dell’azienda, fondata da Aldo Carpinteri, c’è prima di tutto la nomina di una nuova squadra manageriale tra cui un nuovo CEO, Aldo Camillo Gotti.

Accanto allo sviluppo del canale online, che oggi vale circa il 65%, Stefaniamode spingerà anche sull’offline inaugurando un nuovo negozio di abbigliamento maschile a Portofino in primavera, un secondo store a Sankt Moritz e un negozio a Milano in piazza Risorgimento, entro la fine dell’anno.

Le nuove aperture si andranno ad aggiungere ai negozi già esistenti di Trapani, Favignana, Santa Margherita di Pula (CA) – presso il Forte Village Resort e a Sankt Moritz.

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