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The Fashionable Lampoon
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mostre

Portrait of a Room
l’impressionismo di Kovachevich

Installation view, Thomas Kovachevich, '2013', Show Room, Gowanus, 2014
Installation view, Thomas Kovachevich, '2013', Show Room, Gowanus, 2014
Installation view, Thomas Kovachevich, '2013', Show Room, Gowanus, 2014
Installation view, Thomas Kovachevich, '2013', Show Room, Gowanus, 2014
Installation view, Thomas Kovachevich, '2013', Show Room, Gowanus, 2014
Installation view, Thomas Kovachevich, '2013', Show Room, Gowanus, 2014

Dal 15 febbraio al 27 marzo 2019 la Galleria Poggiali di Milano presenta Portrait of a Room, la prima personale dell’artista americano Thomas Kovacevich (Detroit, 1942) in Italia, a cura di Chiara Bertola. Portrait of a Room raccoglie un corpus di opere pensate dall’artista appositamente per la Galleria. Sono legate alla materia che ha caratterizzato la sua carriera: la carta e la sua possibilità di vita e di trasformazione. Un’installazione che entra in relazione con lo spazio cubico della project-room e con la vetrina che si apre su Foro Buonaparte creando profondità spaziale.

Nello spazio illuminato a luce naturale, Kovachevich ha usato un nastro da imballaggio bianco e un nastro di gros-grain per creare tre lavori separati. Ogni tableau a parete è composto da strisce di nastro di gros-grain fissate in alto e in basso su un pezzo più spesso di nastro. Appese una dopo l’altra, le strisce creano un quadrato di colore che si trasforma con lo spostamento nello spazio e l’umidità nell’aria. La striscia di carta si trasforma nell’arco del giorno man mano che cambia il livello di umidità nella stanza.

I tre quadri alle pareti della galleria rappresentano un modo peculiare di percepire la stanza. Quando i nastri di carta incollati al gros-grain si aprono e si chiudono, la parete vibra e si muove come se fosse attraversata dal vento.

«Per affrontare l’opera di Thomas fatta soltanto di carta – sottolinea nel suo testo in catalogo Chiara Bertola, curatrice della mostra – ho dovuto rimettermi a studiare questioni che avevo dato per scontato sul vedere e sul guardare. Ho sentito l’esigenza di riprendere in mano gli studi sulla percezione di Rudolf Arnheim e farmi aiutare dalla sapienza antica di Socrate per ricordarmi che non vediamo perché abbiamo gli occhi, ma che abbiamo gli occhi ‘per vedere’».

Portrait of a Room di Thomas Kovacevich

Da venerdì 15 febbraio a mercoledì 27 marzo 2019

Gallera Poggiali | Foro Buonaparte 52, Milano

galleriapoggiali.com

Le Tipe Umane
di Andrea Incontri

Tabita, 2017
Azzurra, 2017
Gilda, 2017

Text Matteo Mammoli
@godsavemama

 

Viene dalla Comédie Humaine di Balzac la definizione Tipe Umane, scelta dalla curatrice d’arte milanese Caroline Corbetta per dare il nome alla mostra di Andrea Incontri alla galleria Tommaso Calabro, visitabile dal 19 febbraio per tutta la durata della settimana della moda di Milano – un’esposizione interdisciplinare in cui confluiscono moda, arti applicate e comunicazione digitale.

Sulla scala settecentesca di Palazzo Marietti, la struttura neoclassica di origini rinascimentali in Piazza San Sepolcro in cui ha sede la galleria, una serie di figure femminili con indosso abiti realizzati dal designer si palesa agli occhi dell’osservatore, oltre alla proiezione delle Tipe Umane che Andrea Incontri – a capo del brand omonimo fondato dieci anni fa – continua a realizzare sul suo account Instagram. Si tratta di un’attività che il designer inizia nel 2016, tratteggiando sullo schermo dello smartphone immagini di donne, schizzi veloci o iper-dettagliati.

Al piano superiore, più di un centinaio di Tipe Umane ricamate e incorniciate. Sono i tipi femminili che si incontrano per strada o che prendono forma nella nostra fantasia.  A ciascuna è stato attribuito un nome – Sally, Cassandra, Victoria –, e un luogo, generato casualmente dal software di geo-localizzazione di Instagram. Nell’ultima sala, per la prima volta aperta al pubblico, un’installazione dialoga con le figure femminili dipinte negli affreschi alle pareti e al soffitto.

Tipe Umane è il primo di una serie di progetti interdisciplinari che il ventinovenne bellunese Tommaso Calabro ospita nella galleria che ha inaugurato lo scorso anno, dopo la laurea all’Università Bocconi – dove oggi insegna – e al Courtauld Institute of Art e il King’s College di Londra.

ANDREA INCONTRI

Le Tipe Umane

Curated by Caroline Corbetta

tommasocalabro.com

Ëres, la mostra a sostegno
della Costa Family Foundation

Togo Women. ph. Gustav Willeit
India Women. ph. Gustav Willeit
Uganda, Karamoja. ph. Gustav Willeit
Uganda Women. ph. Gustav Willeit
Uganda Women. ph. Gustav Willeit

In occasione della festa della donna, dall’8 al 31 marzo, al Bistrot Hotel La Perla Corvara, la Costa family Foundation organizza una mostra intitolata Ëres, che in lingua ladina vuol dire donne. Sono dodici ritratti di donne realizzati da Gustav Williet, che dal 2008 a oggi accompagna la Costa Family Foundation, onlus nata dall’idea di Michil Costa e dalla volontà della famiglia Costa di dare un aiuto concreto alle minoranze sociali in tutto il mondo.

In un villaggio afghano, la Costa Family Foundation ha avviato un progetto pilota di coltivazione di zafferano al femminile che permette alle donne coinvolte di sperare in futuro migliore.

A Soddo, una località vicino ad Addis Abeba, la fondazione sostiene l’Associazione Busajo Onlus che ha realizzato un Campus educativo e formativo a favore della comunità, in un Paese come l’Etiopia dove molte donne vivono in condizioni di povertà assoluta e spesso sono costrette a lavorare per strada, sfruttate dall’uomo.

In Uganda, in Togo, in India, la Costa Family Foundation cerca di avviare progetti di sostegno di donne e minori, le categorie più esposte alla negazione dei diritti, alla repressione politica, alla discriminazione razziale, alla malnutrizione, allo sfruttamento, alla violenza, alle malattie e povertà.

Armani/Silos ospita una Film
Series ispirata a Fabula

Palombella Rossa by Nanni Moretti, 1989
Beau Travail by Claire Denis, 1999
Spirited Away by Hayao Miyazaki, 2001
The Village by M. Night Shyamalan, 2004
Moonrise Kingdom by Wes Anderson, 2012
Toni Erdmann by Maren Ade, 2016

La nuova edizione di Film Series, ospitata negli spazi di Armani/Silos, avrà inizio il 13 febbraio.

La rassegna prende spunto da Fabula, di Charles Fréger, una mostra fotografica che raccoglie un lavoro di ricerca sull’umanità, sul senso di appartenenza e sull’individualità, attualmente in esposizione all’Armani/Silos.

I film, selezionati dallo stesso Charles Fréger, riflettono ed espandono il percorso narrativo del suo lavoro, creando connessioni con le immagini che compongono la mostra. «Penso di essere diventato fotografo essendo un pittore mancato, o un regista che non ce l’ha fatta. Sono affascinato dalle possibilità di scambio che esistono tra fotografia e cinema,» afferma Fréger.

In Palombella Rossa, Nanni Moretti gioca con gli effetti metaforici e narrativi di una perdita di memoria. La gelosia sconvolge ordine e abitudini in Beau Travail, diretto da Claire Denis, mentre Spirited Away di Hayao Miyazaki è una storia soprannaturale intrisa di tradizione giapponese. Nel film The Village di M. Night Shyamalan, l’amore è la forza che rompe i codici di una comunità trattenuta nella morsa di una falsa mitologia e Moonrise Kingdom di Wes Anderson racconta una storia d’amore adolescenziale che si svolge in una surreale ambientazione naturale. Infine, Toni Erdmann di Maren Ade parla di legami familiari attraverso il filtro della resistenza e della libertà.

«Guardando alcuni di questi film, ho l’impressione di conoscere i personaggi, i paesaggi e l’entusiasmo che ha dato vita a queste immagini. Sono molto attratto dal cinema e resto sempre colpito dalla colossale macchina che sta dietro alle riprese di una semplice scena,» ha detto Fréger.

Inca Dress Code
l’arte tessile delle Ande

Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels
Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels
Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels
Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels
Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels
Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels
Inca Dress Code Exhibition at Art & History Museum, Brussels

Dal 23 novembre 2018 al 24 marzo 2019, l’Art & History Museum di Bruxelles ospita la mostra ‘Inca Dress Code’, prima esposizione in Europa a essere dedicata all’arte tessile dell’epoca pre-Colombiana.

Il valore del tessuto a livello sociale e religioso

Nell’era pre-Colombiana il tessuto aveva innanzi tutto una funzione decorativa: era utilizzato non solo come ornamento vestiario, ma anche per decorare le pareti delle dimore, rappresentando la ricchezza e il benessere della famiglia, nonché il suo status sociale. Un bene prezioso, spesso usato come dono da offrire durante trattative diplomatiche o come offerta agli dei nei rituali religiosi. Numerose sono infatti le testimonianze che attestano pratiche di ‘sacrifici’ di tessuti, i quali venivano bruciati per compiacere una divinità. I primi testi spagnoli sulle spedizioni in America parlano anche del valore funerario delle stoffe: personalità di rilievo vennero ritrovate sepolte con strati e strati di tessuto avvolte attorno alla salma. Fra loro svettano quelle degli imperatori Inca, avvolti in cotone e lane di camelidi, che venivano lavorate in strutture quali mulini e laboratori tessili creati esclusivamente per l’imperatore. Il valore del tessuto si attesta anche durante i periodi di conflitto, quando l’abbigliamento e le stoffe erano bottini di guerra. I prigionieri venivano fatti spogliare, un segno di sottomissione e vergogna, mentre il vincitore utilizzava i loro indumenti per offrirli agli dei. Il capo della tribù sconfitta era costretto a indossare le effigi del suo nemico, come giuramento di fedeltà.

Tessere è una forma d’arte

Precedendo la realizzazione della ceramica e la padronanza nella lavorazione dei metalli, l’arte del tessile appare nelle Ande all’inizio del VI millennio a.C., beneficiando dell’innovazione e del progresso nelle tecniche di tessitura anche nei secoli precedenti l’arrivo degli europei. Considerata a tutti gli effetti una forma d’arte, la tessitura influenzava tutte le altre pratiche artigiane, dalla ceramica all’architettura, che si ispiravano alla sua iconografia ricca di simboli religiosi.

Una mostra, un viaggio

Le ceramiche, i metalli e le mummie delle diverse culture delle Ande (Perù, Bolivia e Cile) daranno una chiara immagine al pubblico di come queste persone vivevano e si vestivano, le fibre che usavano, quali coloranti erano disponibili. Questa mostra è l’occasione per mostrare la magnificenza dei tessuti, la raffinatezza dei motivi, i colori estremamente vari e ancora vibranti di questi fibre del passato pre-Colombiano. A essere esposto sarà un guardaroba al completo (scarpe, vestiti, acconciature e gioielli), che consentirà ai visitatori di condividere la vita quotidiana di questi popoli. A tal fine, la mostra sarà suddivisa in tre parti.

Nella prima parte verranno presentate tutte le informazioni necessarie per capire e apprezzare la qualità degli oggetti. Le diverse fibre disponibili saranno descritte nel dettaglio, dai coloranti impiegati al metodo per ottenere i fili necessari per la tessitura. Ci sarà un campo di cotone ricostruito e dei lama e alpaca impagliati, oltre a fasci di lana che potranno essere toccati dal pubblico.

Successivamente, saranno mostrati il metodo di tessitura, i tipi di tessuto ottenuti e come venivano decorati. La cronologia e la geografia delle Ande sono lo sfondo necessario per la seconda parte della mostra, dove saranno esposti in ordine cronologico e geografico i prodotti tessili e ornamentali delle Ande. Ci saranno 200 oggetti, inclusi alcuni reperti eccezionalmente ben conservati e importanti opere di musei europei e di collezionisti privati.

La sezione finale della mostra sarà dedicata ai tessuti e agli ornamenti dei periodi postcoloniali. Qui l’obiettivo primario è quello di mostra la continuità delle tradizioni pre-Colombiane. Gli europei arrivarono nell’attuale Perù nel 1531 e cambiarono profondamente le abitudini delle popolazioni esistenti. Il risultato è una mescolanza di culture e tradizioni che sfociano in una produzione artistica variegata, che ancora oggi continua a influenzare i tessitori.

artandhistory.museum

‘Inca Dress Code’

Da venerdì 23 novembre 2018 a domenica 24 marzo 2019

Art & History Museum | Bruxelles

YTALIA
Energia Pensiero Bellezza

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Ytalia inaugura il 2 giugno – data emblematica, positivamente retorica, per una mostra così titolata. Il Forte Belvedere è il sito principale, per il quale satelliti, gli angoli di Firenze multidimensionale – se Roma è eterna, Firenze è indelebile. Dodici protagonisti, per Ytalia – viene da definirlo cast, leggendo i nomi degli artisti coinvolti, una grande produzione hollywoodiana tradotta nella culla della civiltà mondiale: Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Giovanni Anselmo, Gino De Domenicis, Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Domenico Bianchi, Nunzio, Mimmo Paladino, Mario Merz. Una mostra, uno show mi piacerebbe chiamarlo, ideato e curato da Sergio Risaliti e prodotto dal Mus.e di Firenze insieme al Comune.

I dodici artisti, la cui arte in ogni contingenza supera la vita rispettando primaria definizione, trovano l’energia antica e futura, ancora e sempre in Italia – Ytalia – gli occhi si abbacinano davanti a questa grafia. A gennaio, durante la cena per l’annuncio della mostra, parlavo con Luciano Massari, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Carrara. Una conversazione che mi riportava alla lettura de Il Tormento e l’Estasi: il marmo bianco scultoreo della cava di Michelangelo resterà il più pregiato per la durezza e la luce dei suoi cristalli, girando poi nelle variazioni di grigio fino allo scuro, fino alla pietra e ai graniti delle Apuane. Se bianco è a Carrara, il marmo verde proviene dalla Val d’Aosta, il marmo rosa dalle montagne spagnole – mentre La Veranda Fabbrica del Duomo di Milano è proprietaria di un’intera cava per la propria fornitura esclusiva. Il marmo, materia prima, suprema italiana, viva di quanta arte, di quanta commozione – seguitemi, ve ne prego – pensate al marmo, a una sua venatura particolare, e alla grafia di una Y come iniziale d’Italia: il breve bagliore che si produce è la mia migliore introduzione a questa mostra.

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Alcune mostre diventano pura narrazione, trascolorano in un epos emblematico scandito da racconti e intuizioni folgoranti. Un plot colmo di evocazioni e riflessi immaginari. Percorsi espositivi e semantici che innanzitutto e perfino loro malgrado, più che obbedire alle mere ragioni di una funzionalità rappresentativa e filologica, riescono a ordire un filo conduttore attraverso le opere e il segno di artisti diversi, arrivando a concepire una corale e mirabilmente unitaria mappatura sentimentale. Storie che identificano un capzioso mosaico sensitivo, capace di annullare le paratie del tempo e di coinvolgerti, di attrarti in un cerchio sospeso e ipnotico come in un mandala magico e luminoso. Tutto, in questo caso, sta nella possente e scarnita Y iniziale di un’antica grafia del nome di questo Paese, come appare su una delle volte della Basilica Superiore di Assisi accanto alla rappresentazione di una città, con ogni probabilità Roma, l’Urbs imperiale e papale dalle mille significazioni e allegorie, in un affresco di Cimabue che data agli ultimi decenni del XIII secolo. Siamo dunque agli albori di quella che sarà l’abbagliante vicenda della pittura italiana lungo un arco di secoli, proprio al debutto di un’esperienza che chiara e integra, per analogie e impalpabili fragranze, riemerge nel lavoro degli artisti contemporanei che compongono l’itinerario di questa mostra fiorentina.

Una Y, questa di Ytalia, è insieme astrazione, mistica sacralità e dichiarazione programmatica, diviene arcano suggello e password ermeneutica, sofisticato arcaismo tenacemente bizantino e sconcertante apertura, anzi, premonizione, di una modernità che si risolve in un tempo circolare, centripeto ed eternamente ritornante. Le Temps revient, il tempo ritorna e si rinnova, recitava il motto di Lorenzo il Magnifico che accompagnava la figurazione del fatidico broncone d’alloro mediceo. La mostra si tiene a Firenze, un luogo da sempre deputato al confronto dialettico, devoluto all’incontro, al dialogo e alla sovrapposizione ecumenica e contraddittoria di civiltà e pensiero, come già dichiara un avvenimento cruciale del primo rinascimento, il Concilio fiorentino del 1439, struggente e generoso tentativo di ricomposizione tra oriente e occidente che oggi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo che viviamo, assume valenze ancor più profonde e profetiche. Forse l’Italia, nella sua vicenda storica unitaria in fondo assai recente, risultanza di spiccate, autonome e orgogliose identità regionali, non ha raggiunto una forte coscienza comune e tuttora non è permeata appieno da un senso di reale appartenenza nazionale.

Esiste un dato connettivo, un vincolo costante nella complessa dinamica di formazione di uno stato e di un’intera progressiva visione politica. Si tratta della bellezza, del legante fondamentale dell’arte e di una poliforme emanazione creativa mai venuta meno. È questa la chiave concettuale della mostra Ytalia, un’imponente texture collettiva nata da una forte intuizione del suo curatore e ideatore Sergio Risaliti, che ha come epicentro il Forte Belvedere, ma che si allarga nella trama urbana del centro storico di Firenze con appendici agli Uffizi, a Santa Croce, a Palazzo Vecchio, nel Giardino di Boboli e a Palazzo Pitti, al Museo Novecento e presso il Museo Marino Marini. Una galleria diffusa, che si snoda attraverso oltre cento opere, realizzate a partire dagli anni Sessanta e talvolta site-specific, che ingloba tre generazioni di artisti, instaurando un serrato e interrogativo colloquio, una koinè dialektos ideale ed osmotica tra questi e i grandi maestri del passato.

I protagonisti sono Mario Merz con il suo segno monumentale e sconcertante, la materializzazione delle energie fisiche, statiche e dinamiche di Giovanni Anselmo, il tellurico e drammatico idioma di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, che quasi si amplifica sullo sfondo solcato da gigli di Francia aurei su campo azzurro della Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio. Ecco Luciano Fabro, il cui epocale Spirato del 1972 è posizionato nella brunelleschiana Cappella Pazzi a Santa Croce, la sofisticata, poetica e imprendibile cifra espressiva di Alighiero Boetti, il bianco elegiaco di Giulio Paolini che si raffronta alla Venera Italica di Canova alla Palatina e il negromantico e sulfureo talento di Gino De Dominicis. Poi, Remo Salvadori con due nuove sculture pensate appositamente per uno dei bastioni del Forte Belvedere, Mimmo Paladino che interloquisce con la tersa geometria umanistica di Leon Battista Alberti nella Cappella Rucellai, il teorema d’acciaio, di specchio, d’acqua e di marmo di Marco Bagnoli, Nunzio nella cripta del Museo Marino Marini e l’incessante mirabile sperimentalismo di Domenico Bianchi. Un arazzo, quello di Ytalia, dove affiorano affinità, comunanze sottese e valori condivisi, nel quale leggere individualità e tratti molto originali e ostinatamente differenti nel quadro di un contesto e di tanti frammenti di racconto, nel cangiante divenire delle varie poetiche.

Images courtesy of press office
www.musefirenze.it – @musefirenze

Uneasy Dancer

Testo Stefano Floridia
@cardinalfloridia

 

La celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità, contro il pensiero maschilista ed eurocentrico. Fondazione Prada dal 15 settembre 2016 all’8 gennaio 2017, porta all’interno dei suoi spazi una mostra antologica dedicata all’artista Betye Saar. Uneasy Dancer è il titolo e parla a tutti noi, danzatori incerti in questa epoca che mette alla prova, sia nel viverla che nel decifrarla. Fondazione Prada prende coraggio ed espone un’artista che sostiene una prospettiva umanista che tende a riconsiderare le nozioni di individuo, famiglia, comunità e società. Insomma, l’arte contemporanea di cui abbiamo (più che mai) bisogno, perché ci conduce a riflettere su questi temi oggi essenziali. Un’arte che, tramite un gesto artistico, arriva a esprimere messaggi universali che possono essere utili a tutti, per cambiare abitudini, prospettive, sguardi. Le due opere Domestic Life e Rhythm and Blues ad esempio – dove gli elementi sono contenuti all’interno di una gabbia – propongono il concetto di segregazione sotto una diversa luce, ovvero come resistenza e sopravvivenza.

In questa mostra, Betye Saar ci accompagna e ci fa immergere nel suo processo artistico che assomiglia a un ‘flusso di coscienza’ dove la critica sociale sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana, unendo la dimensione politica a quella spirituale, soprattutto negli assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valige, come Record for Hattie e Calling Card. Attraverso il riutilizzo di materiali di recupero, in quanto espressione sia di un contenuto spirituale che tecnologico, Betye Saar richiama storie negate o deformate, per poi accedere a un piano superiore legato a una riflessione politica più ampia, per cambiare anche il «modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani», come dichiara lei stessa.

Un cambio di prospettiva e, per questo, un gesto artistico che vuole farci vedere le cose in un altro modo. In questo processo, inoltre, la memoria incontra il misticismo, per rivedere la costruzione dell’entità socio-politiche, andando a scardinare l’idea della vita come linearità – come un qualcosa di progressivo – e proponendo, invece, un’idea (tutta femminile) di circolarità: all’interno della mostra, con l’opera The Alpha and The Omega (The Beginning and The End), ritroveremo infatti un ambiente circolare che allude all’esperienza della vita umana. Il flusso di coscienza, la circolarità e la ‘danzatrice incerta’ ci portano, quindi, dentro a una spirale creativa dove troveremo l’interesse per il metafisico, la rappresentazione delle memoria femminile e l’identità afroamericana che, proprio grazie all’incedere dell’artista, assumono identità nuove e prospettive diverse. In tal senso vanno anche le opere Mystic Window for Leo, The Phrenologer’s Windowd e A Call to Arms – lavori che combinano strumenti di lavoro e oggetti di vita domestica – che, da un lato svelano una condizione intima e autobiografica e, dall’altro, alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. Un insegnamento, quello di Betye Saar, che vuole raggiungere l’universale, al fine di parlare a tutti noi, come l’arte è sempre stata chiamata a fare.

Text Stefano Floridia
@cardinalfloridia

 

It’s about the celebration of the beauty and of the artifices of femininity in opposition to a male chauvinist and Euro-centric thinking. From 15 September 2016 to 8 January 2017, Fondazione Prada will host a comprehensive exhibition on artist Betye Saar. Uneasy Dancer, the title, resonates with every one of us, uncertain dancers of these testing times. Testing to live and to decipher. Fondazione Prada musters up the courage and presents an artist that supports a humanistic perspective that seeks to reconsider notions of the individual, the family, the community and the society. The type of contemporary art that we need more than ever as it prompts us to reflect on what are very crucial topics. A type of art that, through the artistic gesture, conveys universal messages that can be useful to everyone, to change attitude, perspective and point of view. The two works titled Domestic Life and Rhythm and Blues, for instance, with elements contained inside a cage, represent the concept of segregation in a different light, in terms of resistance and survival.

In this exhibition, Betye Saar takes us through her journey and into her artistic process that resembles a stream of consciousness where social critique challenges racial and sexual stereotypes that are so deeply rooted in American culture and combines a political and spiritual dimension, especially in the assemblages involving objects inserted in boxes or suitcases as Record for Hattie and Calling Card. Through the use of found materials, seen as expression of a spiritual and technological content, Betye Saar evokes denied or distorted narratives to then access the next level in pursuit of a broader political discourse in order to also change the way of «seeing black people as human beings instead of the caricatures or the derogatory images» as Saar stated.

A change of perspective, and therefore, an artistic gesture that seeks to make us see things differently. In this process, memory meets mysticism to reconsider the construction of socio-political identifiers upsetting the concept of life as linearity – as something progressive – and offering, instead, a very female-based concept of circularity: works like The Alpha and The Omega (The Beginning and The End) propose a circular environment that alludes to the experience of the human life. The stream of consciousness, the circularity and the ‘uneasy dancer’ take us into a creative spiral in which the viewer will detect the artist’s interest in the metaphysical, the representation of female memory and the African-American identity which, thanks to Saar’s approach, take on a new identity and a different perspective. In the same vein are also works like Mystic Window for Leo, The Phrenologer’s Window and A Call to Arms – which combine work tools and elements of domestic life – and, on the one hand, reveal an intimate and autobiographical nature and on the other, allude to an imaginative and fantastical dimension. Betye Saar’s teaching is one that seeks to be universal, reaching and talking to all of us, like art has always been called to do.

Betye Saar: Uneasy Dancer
From September 15th, 2016 to January 8th, 2017
Fondazione Prada
Largo Isarco, 2
20139 Milan 
Phone +39 02 5666 2611

Opening hours:
From Monday to Thursday – 1oam – 10pm
From Friday to Sunday – 10am – 9pm
Closed on Tuesdays

Images courtesy of press office
www.fondazioneprada.org

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