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nicola manuppelli

Life & Writers

Marco Petrella, Roth – IG @rufuswainleft

Text Nicola Manuppelli

2 – HANK E GLI ASCENSORI

C’è una piccola disputa familiare nella quale mi ritrovo incolpevolmente coinvolto. Annie è terrorizzata dagli ascensori, soprattutto quello del nostro palazzo, che è piccolo e stretto e cigolante come l’ascensore di Angel Heart. Hank invece non sopporta le scale e si blocca sul pianerottolo in attesa di vedere la luce verde dell’ascensore. Siccome Annie si rifiuta di salire con noi, tocca a me fare la parte dell’Elevator Boy di Hank. E lei si lamenta perché deve fare le scale da sola.

«Siete due egoisti!» ci dice.

Un lunedì mattina, rimango bloccato coi sacchetti della spesa e Hank a bordo del trabiccolo. Schiaccio più volte il pulsante, ma nel palazzo non pare esserci nessuno. Sono solamente tre piani, e le due case di sotto sono occupate da insegnanti che in questo momento sono al lavoro. Anche Annie è al lavoro. E il telefono non prende.

Fisso Hank che guarda i sacchetti della spesa. Lui sembra abbastanza tranquillo.

Così mi vengono in mente tutti gli ascensori della letteratura americana. Quando facevo il cameriere in corso Magenta a Milano, al caffè Litta, spesso mi mandavano in qualche palazzo con un vassoio e c’erano questi ascensori enormi e pomposi, che mi ricordavano quelli delle pagine di Saul Bellow e Henry Roth e di quelle due metropoli su cui spesso fantasticavo: Chicago e New York.

Henry Roth per molti è il meno famoso dei Roth, ma è stato per tanto tempo il mio scrittore preferito. Scrisse un romanzo nel 1934, a soli ventotto anni, con buone recensioni e discrete vendite. Il libro si intitolava Chiamalo sonno e rimase in libreria per qualche anno. Anche allora, però, i titoli morivano presto. Nel momento di scrivere il secondo romanzo, Roth s’imballò. C’è chi dice che lo stesse scrivendo sui portuali italiani e che questi lo picchiarono. C’è chi dice che fu un rapporto incestuoso con la sorella a condurlo a un graduale mutismo. Il famoso blocco creativo! Fatto sta che improvvisamente scomparve, e fu dimenticato.

Negli anni Sessanta, alcuni fra i più importanti critici americani vennero chiamati a eleggere il libro americano del secolo e, bum!, quello di Roth, ormai ignorato da tutti, fu l’unico a essere selezionato due volte, da Alfred Kazin e Leslie Fiedler. Risultato: il libro venne ristampato nel 1964, giudicato uno dei capolavori del secolo e venduto per più di un milione di copie. L’autore venne ritenuto uno dei padri della letteratura ebreo-americana.

Ma che fine aveva fatto Henry Roth? Era diventato un allevatore di anatre, dopo un’infinità di altri mestieri, e odiava il libro che aveva scritto. Anzi, accolse proprio malissimo la riscoperta. «Quel libro non sono io,» disse. «Ero ispirato da Joyce e non sopporto Joyce. Non è vero, non è reale!»

Si trasferì con la moglie ad Albuquerque, in New Mexico (vicino a dove aveva vissuto anche D.H. Lawrence), per vivere a bordo di una roulotte. La moglie era un ex pianista. L’amore di Roth per questa donna era sconfinato. Proprio per contrastare l’immagine di sé data dal primo libro, Roth lentamente riprese a scrivere. Un fiume di parole, migliaia e migliaia di pagine. Ne nacque un capolavoro, ancora oggi non abbastanza apprezzato, Alla mercé di una brutale corrente (in inglese Mercy Of A Rude Stream, un verso di Shakespeare le cui iniziali formano la parola MORS). Il libro sarebbe dovuto uscire dopo la sua morte, perché Roth rivelava troppo di sé e dei propri sentimenti, ma dopo la scomparsa di Muriel, HR decise di fare uscire i primi due volumi.

Quando anche lui morì, furono pubblicati altri due volumi, e poi un quinto più di recente, Un tipo americano.

Centinaia di pagine rimangono ancora non lette.

Che cos’è Alla mercé di una brutale corrente? È un libro sulla vita, vista a ritroso, sulle svolte che può prendere, su un ragazzino che cresce in un quartiere ebraico e fa degli errori e si ritrova, appunto, come dentro una corrente, dov’è difficile scegliere. È un libro impetuoso come un fiume. È come Huckleberry Finn ma intriso di passione e compassione per l’esistenza. Il ragazzo conosce l’amicizia, il lavoro, il sesso; ruba a scuola, fa il bigliettaio di tram, vende noccioline agli stadi, impara l’amore per la poesia. E, sì, prende un sacco di ascensori.

Quegli ascensori, a New York, sono il simbolo dei grandi palazzi, dei grattacieli; portano in alto verso l’azzurro.

Leggevo Henry Roth mentre facevo il cameriere, e tutte le volte che salivo su un ascensore mi immaginavo di essere in uno di quei palazzi di New York.

Appunto: un libro interessante da scrivere sarebbe su chi ha inventato gli ascensori. Sapevate che solo grazie alla loro invenzioni si poterono costruire grattacieli più alti? È uno dei simboli della letteratura americana, da Fitzgerald ai giorni nostri.

Così io e Hank non ci siamo fatti problemi a rimanere lì fermi ancora un po’ ad aspettare che qualcuno ci trovasse, dividendoci un pacchetto di grissini e sognando i mille possibili palazzi sui quali saremmo potuti sbucare dal nostro ascensore: il Chrysler Building, l’Empire State Building, il Flatiron; e tutte quelle decorazioni art déco e King Kong e i piani mancanti (tipo il 13).

Quando Annie è comparsa insieme al tecnico dell’ascensore, era pallida.

Hank si è sgranchito le zampe ed è uscito dalla cabina. Eravamo ancora al piano terra. Mi ha fissato.

«E ora come facciamo a salire?» ho detto a Annie.

1 – HANK, LO SQUALO E PETER BENCHLEY

Due giorni fa ho ricevuto per posta la prima edizione de Lo squalo di Peter Benchley. La vecchia – un Euroclub recuperato a una bancarella – era andata completamente divorata. Il misterioso predatore che aveva osato sfidare il collega più famoso aveva cominciato a puntare il libro già da giorni, sfilandolo silenziosamente dallo scaffale più basso della libreria e portandolo nella propria tana per mangiucchiarne i bordi. Da quel momento il libro ha avuto poche ore di vita.

Hank (come il famoso cantante Hank Williams) è un incrocio fra un maltese e uno shi tzu. È bianco e nero ed è qui in casa da qualche settimana, dopo essere stato salvato da una cucciolata di bastardini. Si gode la nuova fortuna, scodinzolando felice e divorando libri.

Il primo su cui si è accanito è stato Straniero in terra straniera di Robert Heinlein. Ne posseggo (sarebbe meglio dire possedevo) due edizioni, una del Club degli Editori, e una più recente di Fanucci, che include anche le parti censurate all’epoca.

Heinlein, nato nel Missouri alla fine dell’Ottocento, è stato uno scrittore importante in quella che è stata definita l’umanizzazione della fantascienza, inserendo uno sfondo sociale e temi come la libertà di costumi e di pensiero nelle proprie opere; i suoi personaggi si amavano, soffrivano, facevano riflettere. Per questo è stato uno dei primi scrittori di genere a scalare le classifiche. Se non ci fosse stato lui, non esisterebbero Vonnegut e molti altri. E film come E.T. Il che ci riporta a Spielberg e a Lo squalo. E a Hank.

Benchley è stato la sua seconda vittima.

Avendolo subito colto sul fatto, ho iniziato a spostare la copia perché non facesse la fine di Heinlein. Ma a quanto pare Hank sa che tengo i romanzi che hanno ispirato film sugli scaffali più bassi, e così si è trattato solo di aspettare. Non appena lasciavo la stanza, cercava in quale scaffale avessi messo lo Squalo, poi sferrava l’attacco.

«Ha divorato completamente la copia dello Squalo», ho detto a Annie una sera a cena. Hank era sotto il tavolo che la guardava con gli occhi languidi. Il mio sguardo languido faceva meno effetto.

«Colpa tua che la lasci lì sotto».

Alla fine però si è impietosita e mi ha ordinato l’edizione originale su Abebooks.

Quando il postino è arrivato, gli ho aperto e lui ha iniziato a fare le feste al cane. Ormai funziona così. Ho sistemato la copia del libro sul penultimo scaffale della libreria, poi sono tornato per parlargli. Di solito prendiamo sempre un caffè se ha qualche secondo libero e chiacchieriamo di vecchi noir.

Mentre eravamo seduti, ho sentito un tonfo giungere dallo studio. Una macchia bianca e nera è sfrecciata davanti alla porta della cucina, un po’ come la pinna dello squalo nel film di Spielberg.

Sono corso in camera e la nuova copia, ancora incellofanata era lì per terra, col segno di una zampa sopra.

Il postino è scoppiato a ridere.

«Dev’essere una protesta animalista», mi ha detto.

 

Questo pomeriggio ho fatto una ricerca su Peter Benchley.

Lo squalo è stato il suo più grande successo. Prima di scriverlo era famoso più che altro per il nonno, Robert Benchley, uno dei fondatori della tavola rotonda dell’Algonquin a New York. Anche Peter era nato a New York nel Quaranta. Pubblicista, autore per i discorsi del presidente Lyndon Johnson, a un certo punto si mise in testa di fare il romanziere. Un giorno lanciò due idee alla casa editrice Doubleday: un saggio sui pirati e un romanzo su uno squalo bianco che divora gli uomini. Quest’ultimo ispirato a un episodio vero verificatosi sulle spiagge di Long Island nel 1960. La Doubleday accettò la seconda e gli versò un assegno di mille dollari per le prime cento pagine, che Benchley scrisse dentro un garage del New Jersey preso in affitto.

Da lì arrivò anche il film e Benchley divenne milionario, lasciandosi alle spalle l’eredità del nonno.

Fu Spielberg a realizzarne il film, che è un po’ una versione aggiornata del precedente Duel, tratto da Matheson (che sarà sceneggiatore de Lo squalo 3). Così si ritorna alla fantascienza, insomma.

Che fine ha fatto Benchley? Ha scritto diversi altri romanzi, alcuni non molto riusciti, e a un certo punto si è pentito di aver contribuito a creare un’immagine così cattiva dello squalo. Così è diventato un animalista convinto, sostenendo l’importanza dell’esistenza degli squali per salvaguardare l’ecosistema.

È morto nel 2006.

«Ma a quanto pare, gli animali non hanno smesso di essere risentiti nei suoi confronti», mi ha detto il postino, quando è tornato e gliel’ho raccontato.

«No».

La nuova copia in prima edizione era già distrutta.

«Beh, puoi comprargli una copia personale. Una piccola libreria per il cane».

«Dovrei iniziare a pensare ad altri titoli di suo gusto, quindi?»

«Uno mi viene in mente».

«Quale?»

«Moby Dick

Image courtesy of the artist

The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

HARPER, L’AVVOCATO E IL PRETE VOODOO (Parte 1)

Text Nicola Manuppelli

 

Storia del romanzo perduto o mai completato di Harper Lee e dei delitti che sconvolsero Alexander City in Alabama

È il 1978 quando Harper Lee, fino a quel momento scrittrice di un unico leggendario libro, Il buio oltre la siepe, riceve una strana telefonata. L’uomo dall’altra parte della cornetta dice di chiamarsi Tom Radney. È un avvocato, chiama dall’Alabama, più precisamente da Alexander City, una piccola città a centosessanta miglia da Monroeville, il paese dove Harper è nata e dove ha ambientato il proprio romanzo (nel libro col nome fittizio di Maycomb).
L’uomo ha una storia da raccontarle. È la storia del caso che ha segnato la sua vita. «Potrebbe raggiungermi», dice ad Harper.
«So che è nata qui e questa potrebbe essere per lei un’opportunità di scrivere il suo A sangue freddo»Il riferimento al libro di Capote fa scattare una scintilla in Harper. Anche se Truman si è limitato a farle una semplice dedica in calce al libro, Harper si considera a tutti gli effetti co-autrice di A sangue freddo. È stata con lui in Kansas a intervistare persone e raccogliere testimonianze sull’omicidio di quattro membri della famiglia Clutter, ha aiutato Truman a correggere le bozze, insieme hanno deciso che traiettoria dare al reportage. Ma quando il più grande pezzo di non-fiction del decennio viene pubblicato, Capote se ne prende tutti i meriti. Succede nel 1966. Il buio oltre la siepe è uscito sei anni prima, ha vinto il Pulitzer ma – ai tempi della telefonata di Radney – sta rischiando di diventare una gabbia, e Harper teme di diventare la classica autrice di ‘un libro solo’. E poi c’è l’amicizia con Truman, che col ‘furto’ si è incrinata e il desiderio perverso di una vendetta.
E poi c’è questo avvocato, un democratico in Alabama, che le ricorda tanto il ‘suo’ Atticus Finch. Così, nel 1978, Harper torna in Alabama e si addentra in una vicenda che sembra uscita da una puntata di True Detective, e che coinvolge delitti, eredità, riti voodoo e strani legami di sangue. È la storia del reverendo Maxwell, della sua uccisione e delle cinque morti misteriose che la precedettero.

Tutto inizia nel 1970, alle due e mezza di notte di una sera d’agosto, quando l’avvocato Tom Radney sente squillare il telefono di casa. È abituato alle chiamate notturne. La gente ha sempre qualcosa da confessare a quell’ora, qualcosa per cui farsi difendere. Ma questa volta la voce dall’altra parte del telefono suona un po’ tetra, fa un po’ spavento. A parlare è il reverendo William Maxwell, già conosciuto in paese come personaggio piuttosto singolare.
«Deve venirmi a difendere», dice il reverendo.
«Da cosa?» chiede Radney.
«Sono accusato dell’omicidio di mia moglie».
Il corpo di Mary Lou Maxwell è stato trovato all’interno di una Ford del 1968 schiantata contro un albero. Ma la donna non è morta a causa dell’incidente. È stata picchiata.
Nelle vicinanze del cadavere, viene anche ritrovata una corda. Probabilmente Mary è stata anche strangolata.
In ballo ci sono 90.000 dollari di assicurazione.
Radney esce di casa e raggiunge il reverendo. Inizia a fare domande in giro. La vicina del prete, Dorcus Anderson, fa due testimonianze differenti.
La seconda è quella che serve a fornire un alibi a Maxwell e scagionarlo.
Pochi mesi dopo, il marito di Dorcus muore in circostanze altrettanto strane e Dorcus convola a nozze col reverendo.
Entrambi i casi rimangono irrisolti.

Passano due anni, Radney si è quasi dimenticato della vicenda, quando riceve un’altra telefonata. È sempre il reverendo e c’è un altro morto. Questa volta si tratta del fratello di Maxwell, John. Il prete vuole l’aiuto di Radney, più che altro per l’eredità, dato che la causa ufficiale della morte è l’alcool. Il corpo dell’uomo è stato ritrovato privo di vita sul ciglio di un’autostrada locale.
«Può darmi ancora una mano?» chiede il reverendo.
«È il mio mestiere», dice Radney.
In fondo non c’è alcuna prova contro il prete. Quando le cose si risolvono, Radney saluta Williams. Pensa che si tratti di un addio e invece è solo un arrivederci. Dopo qualche mese Maxwell lo chiama di nuovo. Questa volta è toccato a Dorcus, la seconda moglie del reverendo. Trovata morta, anche lei, dentro un’auto. Ci sono tracce di strangolamento, ma Radney riesce a convincere la giustizia che si sia trattato di una crisi d’asma. Non ne è molto convinto neppure lui, ma è un professionista. Il suo mestiere è difendere i clienti, si ripete. Maxwell ringrazia e incassa altri 50.000 dollari di assicurazione.

Fine Prima Parte

HARPER, L’AVVOCATO E IL PRETE VOODOO (Parte 2)

Text Nicola Manuppelli

 

In paese le strane voci sul prete iniziano a crescere. Robert Burns, che più avanti sarà uno dei personaggi chiave di questa storia, racconta: «La gente come mia madre se ne stava in veranda la sera, e quando lo vedeva arrivare, subito correva in casa, serrava la porta e chiudeva tutte le finestre».

Si dice che il prete sia in qualche modo legato alle Sette Sorelle di New Orleans, che negli anni Venti erano diventate celebri nella città della Louisiana per la loro capacità di leggere nella mente delle persone e prevederne il futuro. Si diceva che le sette sorelle avessero tutte un identico aspetto e che non invecchiassero mai. Alcuni erano sicuri che fosse un imbroglio, che la sorella fosse solo una e che continuasse a cambiarsi i vestiti per raggirare i clienti.

John T. Smith ha dedicato alla vicenda anche una canzone blues, Seven Sisters Blues. Insomma è New Orleans, e lì tutto può succedere.
Fra le voci che circolano su Maxwell, c’è anche quella di una Voodoo Room nell’appartamento del reverendo, dove sarebbero custoditi vasetti pieni di sangue con sopra le scritte Love, Death, Friendship, Hate. La casa è circondata da alberi di pecan, a cui Maxwell avrebbe legato della galline per tenere lontani gli spiriti malvagi. O forse per tenerli vicini.

Passano quattro anni, prima che Radney senta di nuovo al telefono quella voce ormai familiare. Il nipote di Maxwell, James Hicks, è morto nell’ennesimo incidente stradale. Il corpo è intatto, l’auto pure. Il ragazzo aveva solo ventitré anni. Radney fa scagionare nuovamente Maxwell. Ma giura a se stesso che sarà l’ultima volta.

Così, quando nel luglio del 1977, Radney riceve l’ennesima chiamata del reverendo, la sua risposta è già decisa.
«No. Di qualsiasi cosa si tratti. Magari lei non c’entra nulla con tutto questo, ma non mi sento più di difenderla».
«Non sa in che guai si sta mettendo…» inizia a dire il reverendo. Ma Radney ha già attaccato.

Poche ore prima, l’11 luglio del 1977, un certo Amos Hearn ha sorpreso il reverendo sul ciglio di una strada mentre trafficava col corpo privo di vita della figliastra (Maxwell nel frattempo si era sposato una terza volta) Shirley Ann Ellington, sedici anni. In apparenza, la ragazza sarebbe morta schiacciata dall’auto mentre stava cercando di cambiare una gomma. Ma ha le mani pulite, e come si fa a cambiare una gomma senza almeno sporcarsele un po’?

La domenica seguente viene celebrato il funerale della ragazza. In chiesa ci sono trecento persone. La polizia è all’esterno dell’edificio. Ormai i sospetti su Maxwell sono quasi divenuti certezze e vogliono osservare i suoi movimenti e il suo comportamento. Ed ecco entrare in scena il nostro Robert Burns, zio della defunta, appena tornato dal Vietnam. Il fato vuole che sia seduto sulla panca immediatamente dietro quella del reverendo. Burns estrae una calibro 25 e spara tre volte alla testa del reverendo. Maxwell cade a terra privo di vita. Scoppia il panico nella cappella, ma la polizia all’esterno impone a tutti di non uscire. Il prete che sta celebrando la messa continua a predicare, l’organista continua a suonare. Quando la polizia finalmente fa irruzione nella chiesa, sotto diverse panche vengono trovate altre pistole, fucili, armi.

È questa scena che colpisce la fantasia di Harper Lee, è da qui che vorrebbe partire per scrivere il suo libro, The Reverend. Ma la storia di questo romanzo è un altro mistero nel mistero.

 

Tornando a Burns, ora l’uomo che ha posto fine alla vita del prete voodoo ha bisogno di difendersi in tribunale. Ha ucciso un uomo di fronte a centinaia di testimoni. Chi può aiutarlo? La scelta è quasi scontata: Tom Radney, l’avvocato che non riesce proprio a tenersi lontano da questa vicenda.

Per Radney è come saldare un debito. Si sente in colpa per quelli che potrebbero essere gli ‘omicidi’ di Maxwell. Così difende Burns e riesce nel capolavoro. Il Vietnam gli fornisce una mano, convince la giuria che il suo assistito soffre di instabilità mentale. Burns viene scagionato, salvo un periodo di cure presso un istituto.

Sarà una delle prime persone che Harper andrà a trovare, dopo avere ascoltato quella vicenda pazzesca da Radney.
«Mi è venuta a trovare due volte», racconta oggi Burns. «Una donna strana e divertente. Fumava e beveva e diceva un sacco di parolacce. Si incontrano delle donne così ogni tanto in Alabama»Burns racconta anche di come durante le due visite la scrittrice abbia cambiato atteggiamento. «La prima volta mi ha raccontato un sacco di cose che non sapevo nemmeno io. Era sicura di avere delle prove. Diceva che c’erano state altre persone che avevano partecipato ai delitti e che era tutta una questione di soldi. Voleva scriverci un libro. Era molto entusiasta e certa del proprio lavoro. La seconda volta, mi è parsa più perplessa. Non era più così sicura di volerlo pubblicare. Mi ha detto che era rischioso. Che c’era un conflitto di interessi, gente coinvolta. Mi è parso di capire che lei stessa fosse imparentata con qualcuno di Alexander City e che la cosa avrebbe potuto procurarle dei guai».
Non è sicuro se Burns abbia inteso bene le parole di Harper Lee. Non risultano gradi di parentela certi con persone di Alexander o implicate nella vicenda.
Fatto sta che Lee lavorò al libro per tutti gli anni Settanta. Nel 1984, quando morì Capote, parte del ‘desiderio’ di vendetta si estinse.
Chi continuò a essere interessato alla realizzazione del progetto, invece, fu Radney. Era la sua storia, il fatto più importante della sua vita. Sarebbe potuta diventare un film.
Radney consegnò a Harper tutti i propri archivi, chiacchierò spesso con lei del caso e continuò a sentirla anche per i due decenni successivi. La scrittrice lo rassicurava. Il libro era terminato, diceva, doveva solo correggerlo. «Domani lo consegno all’editore».
Madolyn Price nipote di Radney racconta che la madre fece visita a Harper e vide il suo studio pieno di appunti sul libro. Forse tutto si è perso in un trasloco. Forse il libro c’è ancora. La sorella di Harper parlò anche di un furto di un manoscritto. Era forse The Reverend?

 

Di concreto ci sono quattro pagine dattiloscritte consegnate da Lee alla famiglia Radney.

In queste pagine tutto inizia con uno squillo di telefono nel mezzo della notte. Tom Radney viene rinominato Jonathan Larkin. È il primo capitolo, che è stato visionato in via eccezionale anche dalla redazione del New Yorker.
Le ‘b’ del dattiloscritto sono segnate a mano per un difetto della macchina da scrivere.
È tutto come nel più tradizionale dei gialli

 

‘Big Tom’ morì nel 2011. Negli ultimi anni, smise di credere alla realizzazione del libro e alle promesse di Harper. Ma la famiglia continuò a informarsi.

Harper e la sua legale Tonja Carter smisero di rispondere.
«Harper non conosce nessun Radney. Non sa di che cosa stiate parlando», divenne la replica della legale.
A oggi, gli archivi di Radney non sono mai più stati restituiti alla famiglia.
Si parla di una lettera del 1987 scritta da Harper Lee al romanziere Madison Jones, anche lui alle prese con un romanzo (mai realizzato) sul caso Maxwell.
«Ho raccolto così tante fantasie, congetture, sogni da poterne fare un libro più lungo del Vecchio testamento. So che c’era un complice ed è ancora vivo. Abita a meno di centocinquanta miglia da te. Ma non ho abbastanza fatti concreti da poter completare la storia».
Nel 2014, prima di morire, Harper Lee ha pubblicato un nuovo libro, Va’, metti una sentinella.
Ma non era altro che la prima versione di Il buio oltre la siepe.
Di The Reverend si hanno per ora solo quattro pagine e un mistero che sembra avvolto da una maledizione voodoo le cui radici affondano nelle terre dell’Alabama.

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
+39.02.8707.5680

 

On Cover Photo Claudia Sirchia @quellaclaudia

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