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The Fashionable Lampoon
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oscar

Adulatori, lecchini e lacchè:
hanno ragione loro

The Favourite, part of the poster illustration
Emma Stone as Abigail Masham
Olivia Colman as Anna Stuart
Rachel Weisz as Sarah Churchill
Nicholas Hoult as Robert Harley
Queen Anne
Emma Stone as Abigail Masham
Queen Anne, Rachel Weisz as Sarah Churchill
Baroness Abigail
Rachel Weisz as Sarah Churchill
Emma Stone as Abigail Masham
Rachel Weisz as Sarah Churchill
Emma Stone as Abigail Masham

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

Nel trionfo del politically correct, il film La Favorita ha il pregio di essere cattivo. È impietoso verso tre donne con smanie di supremazia e di affermazione che ne divorano l’esistenza. Sono peggio degli uomini, tirano al piccione come soldatacci. Bugiarde, organizzano trame e spionaggio e abusano di se stesse come armi.

La regina lesbica. La regina e i lecchini. La regina in disfacimento. La storia, sebbene Lanthimos affermi di essersi preso molte libertà di interpretazione, dichiarando una ‘falsità anacronistica consapevole’, risulta abbastanza fedele ai fatti, cioè al racconto del regno dell’ultima Stuart sul trono britannico, la regina Anna. Incoronata l’8 marzo 1702 e morta nel 1714 a Kensington Palace, sotto il suo regno, nel 1707, avvenne l’unificazione tra Inghilterra e Scozia, accorpate nel regno di Gran Bretagna. Non sono mai state provate le illazioni sul lesbismo della monarca, che diventa perno dell’opera di Lanthimos. Al contrario, è documentato lo strapotere sulla personalità disturbata della regina Anna da parte di Sarah Churchill, nata Jennings, prima duchessa di Marlborough (interpretata da Rachel Weisz), conclusosi con l’esilio dalla corte nel 1711. Sarah gestì per anni la carica di ‘Mistress of the Robes’ e favorì la carriera militare del marito John Churchill. La coppia ricevette in dono dalla regina il Blenheim Palace, progettato da Sir John Vanbrugh e tuttora di proprietà del casato dei Churchill.

Anna Stuart incarna la tipica fin de race malata di gotta. Tredici figli abortiti a causa della Sindrome di Hughes, quattro morti prima dei due anni e Guglielmo, duca di Gloucester, scomparso undicenne il 21 luglio 1700. Infanti sostituiti da altrettanti conigli che portavano i loro nomi. Di Sarah, che nel film inizia il proprio declino quando si lascia prendere dalla pietà per la cugina povera, non è mai stata provata nessuna relazione di sesso con la Stuart. La regina, che non appare così ripugnante nei ritratti ufficiali di Godfrey Kneller, per Lanthimos è una specie di grossa carcassa dipinta. Moglie del principe Giorgio di Danimarca – rimasta vedova nel 1708 – mendica affetto e considerazione. Anna, detta Brandy Nan per la sua inclinazione all’alcool, è coperta di belletto e gioielli come una vecchia drag-queen.

«Sembrate un tasso», le sibila Lady Sarah scortandola su una sedia a rotelle verso un’udienza diplomatica. Anna è una despota in disfacimento, che Olivia Colman tratteggia in un arpeggio di tic che lascia interdetti. Una Stuart che tiranneggia e si lascia tiranneggiare, che elargisce prebende e disgrazia alle due gentildonne rivali. È pur sempre la regina e il gioco lo conduce lei, fino alla fine. Probabile fu il suo coinvolgimento erotico con Abigail Hill, ex cameriera nel Kent e figlia di un gentiluomo morto in miseria, che l’aveva persa quindicenne giocando a whist con un grasso mercante danese.

La morale è che la piaggeria, l’arte dell’adulazione, paga sempre con i potenti. A vincere la partita, se un vincitore può esistere in questo vaudeville di cortigianeria, è Abigail Hill, poi Baronessa Masham per matrimonio, ‘lady of the Bedchamber’ e ‘Keeper of the Privy Purse’ per nomina reale, che corona una scalata sociale incredibile per una nobile di basso rango e diseredata. Il film incrocia commedia e tragedia. Si avvertono a tratti l’imprinting dell’autore e le tenebre di Marlowe o del masque elisabettiano, che miscela il registro del buffo con il mistero, la crudeltà con il disprezzo, aprendo spiragli di livida umanità e di humour. Un incalzare pieno di colpi di scena, davanti al quale impallidiscono le pagine di Swift e di Daniel Defoe, che, come Newton e il poeta Alexander Pope, vivono proprio all’epoca in cui si svolge questa vicenda.

La Favorita è l’asso pigliatutto di questa stagione, ancor più di Bohemian Rhapsody. Non si contano i premi ricevuti da questa commedia drammatica di Yorgos Lanthimos – Atene, 1973 –, regista greco basato a Londra che, insieme a Tony McNamara e Deborah Davis, è anche autore della sceneggiatura: Leone d’Argento e Coppa Volpi per Olivia Colman al Festival di Venezia, trionfatore ai Golden Globes, dodici nomination alla 72esima edizione dei Bafta Awards, che si svolgono il 10 febbraio prossimo a Londra. Dieci sono le nomination all’Oscar, in primis per la terna di attrici, la Colman protagonista, Rachel Weisz e Emma Stone comprimarie. Lanthimos ci aveva abituato ad altri esiti, con i precedenti The Lobster del 2015 e Il sacrificio del cervo sacro, due anni dopo. Roba da iniziati che però gli ha dischiuso le porte dei grandi finanziatori, permettendogli di realizzare questa narrazione cinematografica di riprese grandangolari, di digressioni temporali e visioni grottesche. È un po’ come se l’immaginario di Greenaway, o certe sequenze notturne dello Stanley Kubrick di Barry Lyndon, si sovrapponessero a Eva contro Eva e a derive camp alla Tarantino.

Il montaggio è affidato a Yorgos Mavropsaridis, mentre la fotografia, con alternanza di ombre e bagliori, si deve a Robbie Ryan. La musica mette insieme Vivaldi, Purcell e Wilhelm Friedemann Bach a Leonard Bernstein e allo Skyline Pigeon di Elton John, eseguito al clavicembalo.

I costumi di Sandy Powell. Protagonisti sono anche i costumi di Sandy Powell. Tre volte vincitrice dell’Academy Award, Powell li ha immersi in una grafica bianco-nera che ne sottolinea la volumetria. Gli abiti sono quelli dei primi del Settecento, che in tutte le corti europee guardavano all’esempio della Versailles di Louis XIV negli anni del tramonto. Più barocchi quelli dei personaggi maschili, coinvolti nella politica e in intrighi sullo sfondo della guerra tra Francia e Inghilterra, ma intenti soprattutto ad attività quali le corse delle anatre e masquerades. Corsetti e strascichi, siglati da bande candide su una griglia di neri, cotoni spessi che simulano faille di seta e damaschi. Solo Abigail, al suo arrivo a palazzo in cerca di fortuna porta un modesto vestito dai toni blu stinto, che la costumista ha creato usando vecchi jeans (creare cross link con La regina in denim, andata e ritorno), corredato da un cappelluccio di paglia. I costumi appaiono in netto contrasto con l’opulenza degli ambienti in cui si svolge la vicenda, specie la camera da letto regale, rivestita di arazzi in filo d’oro sui quali sono appesi dipinti e ritratti e dove spiccano chinoiserie e arredi.

Sembra di sentirlo, il tanfo delle piaghe – nelle narici entrano i profumi di essenze e make-up, gli aromi speziati del cibo, della cioccolata al peperoncino e della legna che brucia nei camini.

La regina in denim:
i costumi di Mary Queen of Scots

Focus Features Official Poster for Mary Queen of Scots
Saoirse Ronan as Mary Stuart, Queen of Scots
Saoirse Ronan as Mary Stuart, Queen of Scots
Saoirse Ronan as Mary Stuart, Queen of Scots
Margot Robbie as Queen Elizabeth I of England
Margot Robbie as Queen Elizabeth I of England

Text Anna Maria Giano
@annamaria.giano

 

La costumista statunitense Alexandra Byrne reinterpreta l’abbigliamento del XVI secolo per il film Mary Queen of Scots di Josie Rourke, uscito nelle sale italiane il 17 gennaio 2019. Con Saoirse Ronan nei panni di Maria Stuarda di Scozia e Margot Robbie in quelli di Elisabetta I d’Inghilterra, il film ha ottenuto candidature per i migliori costumi ai British Academy Film Awards, ai Critics’ Choice Awards, ai Satellite, e infine agli Oscar 2019.

La Byrne non è nuova alla reinterpretazione dell’abito d’epoca, ha vestito Cate Blanchett per Elizabeth nel 1998 e per Elizabeth: The Golden Age nel 2007, per cui ha ottenuto una statuetta.

La costumista per Mary Queen of Scots ha preferito sacrificare la fedeltà storica all’anacronismo, scegliendo un materiale non ancora in uso in quel periodo: il denim. Entrato a pieni titoli nei guardaroba femminili solo a partire dal 1873, il jeans era prerogativa dell’abbigliamento maschile, le cui origini sono contese dai francesi, che nel XV secolo iniziarono a produrre a Nîmes un tessuto misto cotone e lino tinto con il guado, e dai genovesi, che rivendicano la creazione del Jeane, pantalone in fustagno color indaco indossato dai pescatori. È proprio dal mare che esce il primo dei costumi in denim realizzati per il film, all’approdo di Maria sulle coste scozzesi.

La scelta di questo materiale è giustificata a pieno dalla Byrne – rendere immediata e accessibile la moda di un’epoca passata. Viaggi per mare, cavalcate interminabili, il tutto senza avere a disposizione alcun mezzo per lavarsi, né tantomeno per lavare gli abiti, che dovevano essere resistenti, una seconda pelle in cui potersi muovere liberamente. È l’essenza del jeans, il pantalone da metropolitana, da autobus, l’armatura contro le perturbazioni urbane di milioni di persone sedute in quel posto che stai occupando sul tram.

La praticità non è solo un’allusione. Saoirse Ronan ha girato tutte le scene del film in Scozia, zona piovosa e dal terreno fangoso – realizzare gli abiti in tessuti tradizionali come il raso o il calicò avrebbe comportato possibili danni, rallentamenti nella produzione, e perdite economiche. Molte sono anche le occasioni in cui la Ronan appare a cavallo, e il denim stretch scelto dalla Byrne le ha permesso piena libertà di movimento.

La genesi dei costumi non è meno anticonvenzionale. Rinunciando ai bozzetti, Alexandra Byrne ha creato dei moodboard in collaborazione con l’illustratrice Belinda Leung – la scena iniziale, con Maria che tocca il suolo di Scozia, è reso graficamente con un velo di lino bianco che le copre il viso, il corpo avvolto in un abito grigio i cui orli si mescolano alla schiuma del mare. Molto più suggestivo della resa cinematografica, in cui la regina saluta la terra natale con un attacco di nausea.

Ogni abito, ogni accessorio, è un’allegoria, una descrizione del personaggio che lo indossa, e ne segue l’evoluzione. Sebbene le due regine siano divise dalla palette cromatica – sui toni scuri del blu per Maria, più accesi, come il rosso, il senape e il tangerine per Elisabetta – sono unite da un gioiello: un orecchino pendente con una ghianda in metallo. Simbolo di origine celtica, la ghianda è il frutto della quercia, albero secolare sinonimo di potenza, e rappresenta l’immortalità. Altro elemento importante, la ghianda aveva una duplice natura, maschile e femminile: essendo un frutto, identificava la fertilità femminile, e dall’altra parte, simboleggiava la virilità dell’uomo.

Il lavoro della Byrne svela l’identità di un personaggio al pari di un dialogo. Elisabetta, la regina immacolata, imperturbabile, con le sue gorgiere inamidate, le parrucche, gli strati di biacca bianca sul viso, a nascondere i segni del vaiolo. Maria, la regina che divenne idolo del Romanticismo, nelle opere di Alexandre Dumas e di Donizetti, con i capelli scompigliati, il petto in vista, vestita di scuro come un’adolescente ribelle. Solo nel finale, nell’istante prima della sua esecuzione, l’abbigliamento di Maria cambia colore e tessuto: ha l’abito rosso in cotone dei martiri. A compensarlo, quello nero, a lutto, della cugina Elisabetta.

Oscar 2017

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

Qualcosa è cambiato negli Academy. Già lo scorso anno la vittoria di un film-inchiesta nella categoria ‘miglior film’ aveva fatto riflettere su cosa gli spettatori, la critica, il grande pubblico volessero: era fame di verità, di storie di vita vissuta o abusata. Non cambia molto, quest’anno, ma il taglio è decisamente più duro. Sembra che la politica abbia fatto un’irruzione nella notte delle luci, a braccetto con quella voglia di sognare che conforta il cuore: La la land vince sei statuette, ma non quella di film dell’anno che viene assegnata all’educazione sentimentale contemporanea raccontata da Moonlight, scritto e diretto da Barry Jenkins. Il romanzo di formazione per immagini di un ragazzo omosessuale che vive a Miami segna il 2017, mentre la forza della diversità, degli stranieri, si impone sullo scenario di un’America tormentata tanto dal punto di vista sociale quanto da quello politico. Viola Davis e Mahershala Ali (primo attore musulmano vincitore di un Academy Award) sono i migliori attori non protagonisti, rispettivamente in Fence e Moonlight. Il documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi sul dramma umano di Lampedusa, invece, nonostante i pronostici e l’importanza moderna della tematica, è stato scalzato da O.J.: Made in America, decretato miglior documentario. Jimmy Kimmel non perde l’occasione di movimentare gli animi inviando al Presidente Trump via Twitter i saluti di Meryl Streep, una delle donne che più hanno osteggiato la sua elezione. L’attacco più fermo e deciso, tuttavia, è arrivato dal regista iraniano Asghar Farhadi, che non ha presenziato alla cerimonia in segno di rispetto nei confronti di tutti gli immigrati colpiti da una legge dello Stato che non ha esitato a definire disumana prima ancora che discriminante. Gli italiani ci sono stati anche quest’anno: Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini hanno ricevuto il riconoscimento – insieme a Christopher Nelson – per il miglior trucco e acconciatura nel film Suicide squad. L’ombra di un’inchiesta della Price Waterhouse Cooper, società addetta al conteggio dei voti agli Oscar, si staglia su questa ottantanovesima edizione: un errore, uno scambio di buste al momento dell’annunciazione del miglior film ha fatto erroneamente dichiarare vincitore La la land al posto del legittimato Moonlight. L’imbarazzo dell’organizzazione è sfumato solo grazie alla classe dei cast, di Jimmy Kimmel (presentatore dell’evento) e degli incaricati della proclamazione, Warren Beatty e Fay Dunaway. Un nuovo impulso, dunque, dalla notte del cinema: l’attualità, la forza delle azioni e dei messaggi inviati dal sistema di comunicazione più influente dei giorni nostri e, infine, uno sguardo romantico a ciò che, in realtà, pensiamo che la vita sia.

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