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Il Chikankari: l’arte perduta indiana

Text Giacomo Andrea Minazzi
@giacomominazzi

 

Il Chikankari – Chikan, più comunemente – è una delle antiche tecniche di ricamo più raffinate che l’India abbia sviluppato e conservato fino a oggi. La sua storia è una trama di misteri e sorprese. Storie di regine che cercavano di conquistare l’amore del loro re. E di artigiani che si tramandavano questa tecnica di padre in figlio.

Siccome siamo in India – in quell’India vera, rumorosa, piena di odori, disordinata e caotica, dove l’influenza occidentale ancora non si sente –, a Luknow, di tutto questo non è stata lasciata alcuna traccia scritta o codificata, e nemmeno alcun indice alfabetico dei contenuti del Chikan. Esistevano tante porte a cui bussare, tanti archivi di musei a cui dover guadagnare l’accesso – le norme vogliono che le porte di questi archivi abbiano tre serrature diverse e che le chiavi vengano custodite da altrettante persone che devono darsi appuntamento, e presentarsi insieme, per poterle aprire – solo chi ha vissuto in India può capire quanto questa sia un’impresa ardua. Esistevano anche qualche maestro e qualche famiglia che avevano in fondo a qualche cassetto alcuni capolavori di valore inestimabile, dimenticati. Erano parte intima delle storia di queste famiglie, spesso troppo private, troppo preziose per essere condivise con uno straniero. Bisognava entrare in punta di piedi, presentarsi, attraverso questi luoghi e queste persone.

Situazione in cui Paola Manfredi è riuscita a rintracciare una tradizione che rischiava di perdersi. Era il 1977, quando, durante una vacanza di un mese con amiche, il suo è stato amore a prima vista. Il caso ha voluto che presto venisse chiamata come consulente per un’azienda d’abbigliamento con produzione a Delhi. Avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a risolvere problemi di gestione: ritardi nelle consegne, mancanza di precisione, disegni originali troppo rielaborati –  gli stessi problemi che, nel 1600, riportavano lì gli agenti della Compagnia delle Indie. Quello che era cambiato era la qualità dei tessuti, delle lavorazioni, del prodotto finale. Se tra il 1500 e il 1600 i tessuti indiani erano il perno su cui ruotava il commercio mondiale, la moneta di scambio per tutte quelle spezie e quei prodotti esotici che arrivavano da Indonesia e Sri Lanka, ora erano solamente dei ricami etnici, per un pubblico un po’ new age. Il salto fino al Chikankari è piuttosto ampio.

Contattata dalla Self Employed Women Association – notare il nome e il periodo storico – che stava sviluppando un progetto di salvaguardia delle arti indiane, Paola Manfredi ha iniziato il suo percorso sulle tracce del Chikankari. Alcuni fanno risalire la sua nascita al quarto secolo prima di Cristo, altri parlano di Noor Jahan, una delle mogli del Gran Moghul Jahangir, che incantata di fronte a quegli ornamenti lavorati con maestria provenienti dalla Persia li portò a corte, modificandone  i canoni di abbigliamento – pare che realizzò personalmente un cappello per guadagnare, con successo, l’attenzione del Gran Moghul.

Il Chikankari non è altro che un ricamo bianco su bianco di finezza millimetrica realizzato su mussole in cotone di grande qualità, sottili al punto da essere quasi trasparenti, eppure resistenti per reggere il peso del ricamo. È discreto, segue le forme dei capi, si inserisce nelle loro pieghe, li esalta. Su un solo capo possono essere utilizzati fino a diciotto punti diversi, per questo è richiesta la collaborazione di più maestri. Chi realizza il disegno, chi lo incide sui piccoli stampi di legno, chi li fa incontrare con la mussola, chi ricama e chi rimuove i segni degli stampi, lasciando i capi immacolati.

Questa storia, questa continua ricerca e questi incontri, Paola Manfredi li ha raccolti in un libro. In un intreccio di parole e di immagini – Chikankari. A Lucknawi Tradition.

Paola Manfredi
Chikankari: A Lucknawi Tradition
Niyogi Books, 252 pagg., euro 44,65

Images courtesy of the photographer
paolamanfredi.com – @pcm.studio