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The Fashionable Lampoon
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paul smith

Streetwear? No, a suit by Paul Smith

Paul smith

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Paul Smith colleziona conigli. Durante un viaggio in treno con una sua amica, guardando fuori dal finestrino, sperava di vederne uno. «Se dovesse mai passare un coniglio, sarà di buon auspicio». Quel coniglio non passò. La sua amica gliene regalò uno di Tiffany. Prima di ogni sfilata, sua moglie Pauline gli posa un coniglio sopra al cuscino.

Con un coniglio in mano, arrivo nello showroom di Paul Smith. «Sir!» – dico io. Paul mi corre incontro, si lancia in scivolata, in ginocchio. «Oh, there they are». Era in cerca dei miei piedi, nascosti sotto ai jeans a zampa, forse prendendomi in giro.

 

Paul Smith / Sir Paul Smith

 

Paul Smith non ha mai ceduto il suo brand ai colossi del lusso. «Noi del segno del cancro vogliamo tutto per noi, non lasciamo andare nulla». Ci è voluta la regina Elisabetta II, nel 2000, a nominarlo baronetto, e a distinguere Sir Paul dal brand eponimo: «Ho trovato la lettera nella cassetta della posta, insieme alle bollette del gas e all’estratto conto dell’Amex».

#takenbypaul – è l’hashtag con cui posta una foto al giorno su Instagram. «A undici anni mio padre mi regalò una bicicletta e una macchina fotografica. È grazie alla fotografia che ho imparato a vedere, a guardare. Così ho allenato l’occhio sul resto». A sedici anni sognava di fare il ciclista di professione. Poi un incidente in bicicletta ha cambiato il suo destino – «so far so good!». Correre in una squadra gli ha insegnato a lavorare in team. Il suo brand conta più di mille dipendenti. «Siamo una nice company» nice è una parola che gli piace. Le lamentele ci sono, certo, «i crampi allo stomaco dalle troppe risate». Playlist. «Van Marson mi ha portato in giro per il mondo, Imagine di John Lennon ti fa piangere». The Lumineers, Jake Bug, Jack White. Ha lavorato con David Bowie, i Pink Floyd. i Rolling Stones e i Led Zeppelin, «Jimmy Page – 24 waist – disegnavo i pantaloni per lui quando avevo diciotto anni». Per Paul Smith si tratta di guardare al futuro. «Non voglio essere il numero uno. Da lì c’è un solo posto dove si può andare: giù».

Good manners. Difficile parlare di buone maniere nella moda. Il logo, per esempio, strategia di branding vincente. C’era una volta quella filosofia anni Novanta in cui era bandito, considerato come volgare forma di autocelebrazione. «Il logo è pericoloso. Le persone insicure fanno paragoni». Non basta un’emulazione del passato. Muoversi, sempre. «Devi avere una testa che sa cambiare ogni ora. La creatività è oggi e domani». Negli anni Sessanta c’erano i Mods, i Rocker, i Punk. «Ne conoscevo diversi che giravano con Vivienne (Westwood) – nice people. Noi Brit ci siamo sempre divertiti a esprimerci attraverso il modo in cui appariamo. In Francia i giovani erano in rivolta per strada, in Inghilterra ci si vestiva in modo stupido – era una rivoluzione non violenta».

L’abito, una costante. «Negli anni Cinquanta tutti gli uomini indossavano un suit, anche i bambini per andare a scuola. Un senso di unione, di team – It’s nice». Paul indossa l’abito ogni giorno, weekend incluso. Definisce una suit theory. «È come la cornice di una foto. La tua scelta è l’immagine al centro. Dress it up or down». L’abito ti fa stare bene, cambia la tua postura e la percezione che gli altri hanno di te. «Se salissi su un aereo e il pilota uscisse in t-shirt, voleresti?». Il suit e le donne – ripensando a Charlotte Rampling in una foto di Helmut Newton. «Mia moglie ha l’ultimo tuxedo couture disegnato da Yves Saint Laurent. Tre fitting a casa sua a Parigi. Yves ha ricreato lo stesso modello che ideò l’anno in cui io e Pauline ci incontrammo. Pauline aveva 27 anni e io 21». Pauline. «Gentile, timida e solida. Mi tiene con i piedi per terra. Legge Proust, è il mio lato intellettuale. È a casa ad aspettarmi. Se lasci un uccellino libero di volare via, tornerà sempre al suo nido». La sua anima gemella dal 1976, «mi disse di non essere particolarmente bello, ma che la facevo ridere», che sposò, che fece lady solo nel 2000, «il nostro matrimonio è stato l’unico party privato nella Tate Modern mai concesso».

Oggi c’è troppa «attention-seeking». Chiamiamola energia culturale – lo streetwear, pare essere l’ultimo business model per essere rilevanti. «Individualità. Bisogna avere chiaro cosa si vuole essere. La sfilata di domenica a Parigi – anticipa – sarà un mix di tailoring e sportswear». Troppo di ogni cosa. «Vent’anni fa un big brand aveva venti negozi, oggi quattrocento. Allora eravamo solo in tre a pescare nello stesso stagno, oggi in migliaia». Oltre a una logica di mercato dell’immobiliare sbagliata, che vede un aumento annuo degli affitti del 3%. Non si considera com’è cambiato il business: le vendite online di Paul Smith sono cresciute del 30% rispetto allo scorso anno. Paul è quasi nostalgico all’idea, «online è troppo facile. Quando fare shopping era conversazione, amicizia, familiarità». Il suo primo negozio a Nottingham, tre metri quadrati, una Wunderkammer piena di memorabilia, è oggi ricreato nel basement di Dover Street Market a Londra. «In quello spazio così piccolo potevo stare vicino alle persone». Sono dodici gli architetti in house, perché tutti i negozi nel mondo sono diversi. Negozi con carattere. Ancora, si tratta di individualità: «bisogna avere un punto di vista». Il primo negozio in Covent Garden tutto di legno. Lo shop in Melrose Avenue, un cubo modernista tinto di rosa shocking, è l’edificio più instagrammato di Los Angeles, mentre più di duecento negozi sono in Oriente. «Quel posto chiamato Giappone. Fui invitato per la prima volta nel 1982. Ci sono andato quattro volte all’anno per dieci anni, da solo. Se ci vai con il cuore, allora costruisci».

Taken by Paul, and by Harold

Soundtrack: Big Audio Dynamite, Rebel MC e Neneh Cherry. Nell’Elysée Montmartre, music hall parigina, sotto alla struttura di ferro disegnata da Gustave Eiffel va in scena la sfilata co-ed Spring Summer ‘19 di Paul Smith.

Fluido – il genere, il tessuto, l’abito. Non tutti salgono sullo streetwear bandwagon, non Paul Smith che rivisita il suo archivio, la sua storia, e riconferma il suit in un gioco di proporzioni. Tramonti urbani sbiaditi, due sdraio sotto a una palma al mare, ha stampato su camicie di seta e trench coat le fotografie di suo padre – Taken by Harold. Negli anni Ottanta Paul Smith ha messo a punto la stampa fotografica su tessuto. I pantaloni ampi, le spalle larghe. Blazer doppio petto e redingote. I colori pastello e il tessuto a scacchi. Il jersey dei ciclisti. Memorabilia.

PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
PAUL SMIT SS2019
DETAIL OF THE SHIRT WITH PAUL SMITH DAD'S PHOTOGRAPHY – FROM @PAULSMITH IG
DETAIL OF THE SHIRT WITH PAUL SMITH DAD'S PHOTOGRAPHY – FROM @PAULSMITH IG

Il Rocker Poeta

Lampoon ha invitato 100 persone su una terrazza che affaccia su piazza San Fedele, poco lontano dalla Scala. In onore di Paul Smith, maestro di colori, designer londinese – aprì il suo primo negozio di pochi metri quadri a Nottingham alla fine degli anni Settanta. In pochi minuti, sir Paul Smith conosce tutti, tra sorrisi e calore, un mix tra Evelyn Waugh e un rocker poeta. Il dj mette la sua playlist – The Clash, Van Morrison. Milano risponde accogliente – questa nostra città che ti abbraccia con il circolo delle Alpi: le cime si vedono nella foschia dell’estate e nel giallo del tramonto.

In tanti sono arrivati, era l’ultima sera delle sfilate di moda maschile a Milano. Il tavolo lungo quasi quaranta metri, decorato con una striscia di fiori e candele, le palle di Allium violacee scelte da WhitePepper. Il cielo è rigato di rosa. Ci sono gli stilisti di talento, nostro orgoglio, Rocco Jannone, Lucio Vanotti, Andrea Pompilio, Massimiliano Giornetti, Andrea Incontri, le dame di estetica e cultura – da Nina Yashar a Susanna Cucco – e tanti altri ancora, dall’artista Emiliano Ponzi all’editore Andrea Rasoli, i fratelli Marzotto, Chiara Scelsi, Francesca Versace. Uno degli uomini più belli del mondo arrivava da Montecarlo apposta, Charlie Siem, il violinista inglese, talento e cultura – c’è un suo video che vale sempre la pena di cercare su Youtube, Scheherazade in Cape Verde. In mezzo a tanti altri, brillavano come sempre sanno e sapranno fare, due sorelle – Giada e Ilaria Tronchetti Provera, che tanto ci ricordano quel modo buono e sobrio di una bella società milanese.

Info e ringraziamenti.

 

Un ringraziamento speciale ad American Express che ci ha sostenuto in questo impegno, tra cultura e moda, americanexpress.com. I nostri partner, presenti e costanti: Moët & Chandon, moet.com; Belvedere Vodka, belvederevodka.com; i vini di Cloudy Bay, cloudybay.co.nz.

Pinaider, per i biglietti di invito – e la dicitura sul lato – printed with love, pineider.com.

Per i fiori, per tutta la loro fantasia e la ricerca, Cristina, Camilla e Lena di White Pepper Studio, whitepepper.it.

Il negozio di Paul Smith a Milano è in via Manzoni, 30 – paulsmith.com.

 

Il terrazzo in piazza San Fedele prende vita tutti i giorni con Taste on Top, al sesto piano del palazzo di fronte alla chiesa di San Fedele. Da lì si può vedere tutto, le guglie del Duomo, i nuovi grattacieli, e nelle serate migliori come l’altra sera, le Alpi d’estate. Taste on Top è un’idea temporary, nata dall’esperienza di Taste of Milano che ospita ogni settimana lo chef di un ristorante famoso. Per Lampoon ha cucinato Massimiliano Mandozzi, chef del CastaDiva resort sul lago di Como. tasteontop.it

A British Tale

Text Paolo Armelli
@paolo_arm

 

Londra, 20 febbraio 2018. Per la prima volta in sessantasei anni di regno, Elisabetta II assiste a una sfilata. Lo fa per consegnare il primo Queen Elizabeth II Award for British Design a Richard Quinn, il quale, alla sua seconda sfilata dopo il diploma alla Central Saint Martins, ritira il premio in t-shirt e cappellino. Come una professionista delle passerelle, la sovrana novantunenne poggia la sua borsetta a terra, segue l’andirivieni delle modelle seduta al fianco di Anna Wintour – Dame Anna Wintour – che, con grande sconcerto dei cronisti, non si toglie gli occhiali da sole al cospetto della sovrana. Abituata da decenni di occasioni ufficiali e mondane, Elisabetta II si dimostra a suo agio.

La moda e la sovrana Windsor hanno un rapporto longevo. Appena salita al trono, all’età di ventisette anni, infuse nel guardaroba reale il suo amore per i colori, le stampe floreali, gli accessori coordinati e le spille vistose. Alle necessità pratiche di sicurezza, come l’essere riconoscibile fra la folla e il non poter mai indossare copricapi che le nascondano il volto, ha fatto buon viso a cattivo gioco: completi monocromi, cappelli a turbante o a cestello, l’ironia di alcune scelte squillanti al limite dell’ardito. Perfino il tweed e le tenute sportive durante i soggiorni in campagna.

Cosa unifica tutto questo mondo? L’essere se stessi ed essere altro al contempo, risponde Paul Smith: «A insegnarmi tutto è stato un sarto cerimoniere. Sapeva come disegnare e tagliare abiti per i soldati durante le cerimonie ufficiali, come infondere fiducia con delle spalle più larghe o una postura più sicura grazie a una vita più alta». Partito alla fine degli anni Settanta da un piccolo negozio in Covent Garden, Paul Smith ha piegato i canoni dell’eleganza formale tradizionale alla forza creativa di una sperimentazione coniando l’espressione ‘classic with a twist’: «Dalla Corona traggo il senso dell’establishment, il rispetto per la tradizione e i codici. Imparare le regole classiche mi ha fatto sentire a mio agio nel romperle per far spazio ai miei dettagli colorati». Nel 2000 la regina gli ha conferito il merito di cavaliere per il suo contributo al design inglese: «Fatalità, successe nello stesso giorno in cui avevo deciso di sposarmi con mia moglie, mia compagna dagli anni Sessanta».

Il senso British delle cose – in sintesi: «Le buone maniere, i dress code, l’aprire la porta per cortesia o il vestirsi adeguatamente a teatro, sono stati messi da parte col passare del tempo. In questo la formalità della famiglia reale è un punto di riferimento solido. Han fatto compromessi, ma c’è ancora un senso di coerenza». La tradizione è la chiave anticonformista di oggi: «Quest’anno corre il cinquantesimo anniversario del Sessantotto a Parigi. Allora l’espressione del sé era legata a uno stile d’abbigliamento o a una certa musica, senza aggressività».

Alla fine della prima stagione di The Crown, serie tv dedicata ai suoi anni di regno, il fotografo di corte Cecil Beaton si rivolge a lei citando Wordsworth: «Salutate tutti la saggia Signora, che ha benedetto la grata Isola. Non si muove, non respira. La nostra divinità. La gloriosa Gloriana. Dimenticate Elizabeth Windsor, ora c’è solo Elisabetta Regina». In contrasto con la sorella Margareth, ritratta come un’icona di stile nel mezzo dei Sixties bohèmien della swinging culture, Elizabeth si impose un look classico, o meglio ostinatamente moderno. In quegli anni visse la rivalità con Jacqueline Kennedy: «Nel scegliere un abito da sera bisogna chiedersi come ci si vuol sentire indossandolo», le suggerisce, sempre nella serie, sir Norman Bishop Hartnel – stilista di corte fino alla morte, nel 1979 – al che la regina risponde: «Immagino che non ci si voglia mai sentire al secondo posto». Hartnel la sprona: «La signora Kennedy avrà anche brillato a Parigi, ma non dimentichiamo che la Francia è una repubblica. Questa è una monarchia: meglio ostentarla».

Bradley Theodore, newyorker, ma originario di Cuba, si inserisce nella tradizione di Lichtenstein e Basquiat, con rielaborazione in street art. Oggetto delle sue trasfigurazioni in forma di scheletri il macabro e il festoso, sono le icone della moda – la stessa Wintour e poi Karl Lagerfeld, Miuccia Prada, Diana Vreeland. Ritrae sovrane scarnificate e ingioiellate che non possono che richiamare la regina Windsor: «Fra tutti i monarchi è quella che più assomiglia a una fashion icon dei giorni nostri. Con la mia tecnica volevo che le persone penetrassero nella carne e vedessero la sua energia, la sua personalità stratificata, rappresentata da colori. Le sue tragedie, le sue perdite, i suoi trionfi».

«Mi concentro sull’esperienza della persona, più che su chi sia effettivamente, tenendo conto del riferimento che rappresenta per la cultura popolare», prosegue Theodore. «La tradizione è rappresentata dai musei, la rivoluzione dalla street art che è il nuovo museo», e richiama la ritrattistica ufficiale: «È iniziato tutto con Luigi XIV e prima ancora con Elisabetta I: si sviluppava un sistema di ritratti ufficiali e ogni artista ne aveva una piccola copia a cui doveva fare riferimento». Film come Shakespeare in Love ci hanno restituito l’ideale aureo di un’Inghilterra dove il fango londinese era coperto da drappi dorati, perle intessute e collari rigidi. All’alba del Diciannovesimo secolo, l’imperatrice Vittoria ridefinì l’appeal britannico in austerità e understatement: vestì a lutto dopo la morte, nel 1861, del giovane consorte Alberto. Soltanto sul finire dei suoi anni si lasciò andare a un divertito sincretismo indianeggiante – come racconta Victoria e Abdul di Stephen Frears, precisando la svolta nazionale verso un’ironia estetica ed esotica che ne avrebbe caratterizzato la moda nel secolo seguente.

Lo stile inglese diventa un mosaico di tasselli storici e diversi fra loro, eppure tutti coerenti nel definire un’unità estetica. Le uniformi degli studenti di Eton nel dettaglio: per le lezioni un abito con giacca a code, panciotto e pantaloni neri, camicia, collarino e cravatta bianchi, scarpe di pelle. Blazer blu, pantaloni grigi e pullover per il tempo libero. Uniformi sportive, divise da cricket e indicazioni su biancheria intima, pigiama e ombrello. Già nel 1862 il preside Edward Balston ammetteva, più o meno sinceramente: «Nessun capo è obbligatorio tranne il colletto. Certo non permetteremmo mai un cappotto giallo o scelte troppo stravaganti». Difficile dire se viene prima la norma o il conformismo: il British style ha vissuto la necessità di aderire alla regola per poi affrancarsene.

 

Il sito ufficiale di Paul Smith paulsmith.com

From The Fashionable Lampoon Issue 13

Paul Smith Globe-Trotter

Text Lampooners

 

Centoventi trolley in edizione limitata sono stati presentati nella boutique di Paul Smith in collaborazione con Globe-Trotter a Milano, dal 18 al 22 aprile, in occasione del Salone del Mobile. Un connubio tra design britannico e artigianato. Il classico trolley navy in pelle di cinquanta centimetri presenta angoli con colori di Artist Stripe di Paul Smith: blu navy, ocra, giallo e nero. Le maniglie, anch’esse adornate con Artist Stripe, sono state ispirate dai colori dell’arte impressionista.

 

 

paulsmith.com

globe-trotter.com

Courtesy of Press Office

www.paulsmith.com – @paulsmithdesign