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photography

CONCRETE

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

La mostra Concrete di Federico Torra, fotografo d’architettura, inaugurata giovedì 23 marzo presso Blanka Studio Fotografia, presenta architetture definite e contrastate da tagli di luce che delineano la forma e risatano la matericità. Le fotografie di Federico Torra sono frammenti di paesaggio, schegge visive prelevate dallo scorrere del tempo e riportate a composizioni sulle quali lo sguardo si posa. Edifici, muri e scale, diventano forme, con l’aiuto complice della luce che chiarifica o disorienta, di volta in volta, dando e togliendo tridimensionalità alla composizione. L’inquadratura soddisfa gli occhi, ma allo stesso tempo lascia la libertà a chi guarda di proseguire oltre, per immaginare un vuoto che si riempie di un rigore quotidiano. Dopo gli studi in Storia dell’arte contemporanea, Federico Torra frequenta a Milano il Cfp Bauer dove si specializza in fotografia, affinando la sensibilità del suo sguardo. Sensibilità di chi sceglie ancora la fotografia analogica come strumento di concentrazione e immersione, per non sprecare immagini, in un lavoro di costante sintesi minimale. Le fotografie in mostra ci raccontano di architetture e strutture che si liberano della loro materia per avvicinarsi all’idea stessa di sé, in un approssimarsi progressivo all’astrazione: l’immagine va via via a ripulirsi del superfluo per tornare all’essenziale.

 

Da dove nasce questa mostra?

«Questa mostra nasce dal lavoro degli ultimi tre anni nei quali ho fotografato architetture cercando di distaccarmi dalla fotografia canonica di architettura. Delle architetture conosciute, che ho studiato e ricercato, ho voluto cogliere gli aspetti più anonimi e ordinari nei quali gli edifici si mostrano con le loro debolezze e con il loro aspetto quotidiano, concreto appunto. Partendo da questi angoli anonimi, muri scrostati ho provato ad andare oltre alla pura rappresentazione ordinata di un’architettura, ho cercato di estrarre le linee e le geometrie del progetto per provare a portare la rappresentazione su un piano bidimensionale, quasi astratto». 

 

Che percorso ha avuto la passione per la fotografia?

«E’ iniziata da piccolo, guardando le fotografie che mio padre scattava durante i viaggi di lavoro, che venivano proiettate a casa come se fosse un piccolo cinema privato. Rimanevo affascinato da come tutto, forse perché si trovava dall’altra parte del mondo, sembrasse differente: le persone, ma anche le strade, le case, le automobili. Oggi siamo bombardati di immagini che troviamo ovunque e ogni luogo, anche se lontano, sembra essere uguale agli altri. Con la fotografia cerco di limitare questa anestesia. L’uso della pellicola e l’attesa prima di vedere una fotografia mi aiuta a concentrarmi, a selezionare a priori quello che mi interessa e che voglio rimanga impresso». 

 

Quali sono le sue fonti di ispirazione ?

«Sulle fonti di ispirazione è sempre difficile rispondere, avendo studiato storia dell’arte all’università e successivamente fotografia le fonti da citare sarebbero probabilmente troppe. Diciamo che le mie fotografie possono essere viste come un lento processo di assimilazione tra le mie esperienze visive e gli artisti e fotografi che ho studiato nella mia formazione».

 

Cosa vuole trasmettere con la fotografia?

«Una sensazione di calma e irrealtà nel quale l’osservatore possa ritrovare qualcosa di familiare ma allo stesso tempo misterioso. Una fotografia che, pur utilizzando un rigore formale, non risulti fredda e distante».

 

Ha dei progetti futuri indirizzati verso il mondo della fotografia?

«Dopo aver fotografato gli esterni di architetture conosciute, vorrei concentrarmi sugli interni privati, su come le persone diano forma all’abitare. Sto lavorando a questo progetto da un anno e spero presto di potergli dare una forma definita». 

CONCRETE

24 marzo – 9 aprile 2017
c/o Blanka Studio Fotografia
via privata Pomezia, 1 – Milano
Su appuntamento
scrivere a info@blankastudio.it

 

Images courtesy of Federico Torra
 

SLIDESHOW IN MILAN: M.P.F.

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Inaugurata giovedì 9 marzo la settima edizione di Mia Photo Fair, la fiera della fotografia d’arte che nella scorsa edizione ha richiamato circa ventiquattromila visitatori. Negli spazi di The Mall zona Porta Nuova di Milano, ottanta gallerie provenienti da tredici nazioni diverse, hanno allestito i loro stand aperti al pubblico fino a Lunedì 12 marzo. La fiera è stata ideata e diretta da Fabio Castelli e Lorenza Castelli. Tra le novità di quest’anno i focus su Brasile, Ungheria, la regione spagnola delle Asturie e i progetti dedicati alle performance, con la partecipazione di Flux Laboratory ArtOnTime. La formula adottata rimane quella dell’ecletticità con l’accostamento di autori storici del novecento, fotografi emergenti, ed artisti contemporanei che usano la fotografia come mezzo non esclusivo. Alle gallerie specializzate in fotografia si affiancano quelle di arte contemporanea tout court, che qui portano i migliori artisti della loro scuderia. Gli stand quindi si suddividono in monografici oppure collettivi. Un’altra iniziativa è la Proposta MIA, confermata anche quest’anno, sezione nella quale alcuni fotografi selezionati espongono personalmente il loro lavoro. Si possono ammirare le opere fotografiche di Gian Paolo Barbieri, Kurt Amman e Ronald Martinez nello stand di 29 ARTS IN PROGRESS gallery, che espone con radicamenti nella tradizione culturale, specializzandosi in arte contemporanea e fotografia. Due sono le esposizioni che in particolar modo fanno emergere la capacità comunicativa in maniera evidente: Spazio Nuovo, galleria romana che presenta gli scatti di Riccardo Ajossa con L’ingannevole congegno della memoria; e la galleria francese Jean Louis Ramand – Noorforart Contemporary dove vengono presentate le opere di Julie Poncet. Tra le varie opere fotografiche è difficile non posare lo sguardo sulle enormi stampe di Antoine Rose. Le foto dall’alto dell’artista, che vive e lavora in Belgio, sono in mostra presso lo stand di Mazel Galerie. Un importante ruolo viene svolto dal comitato scientifico di selezione degli artisti composto da Monique Veaute (Presidente della Fondazione RomaEuropa), Fabio Castelli, Giorgio Fasol (Collezionista e Presidente dell’Ass. AGI Verona), Riccardo Lisi (curatore, direttore dello spazio La Rada, Lugano) e Antonio Grulli (Critico e curatore).

Mia Photo Fair The Mall, Porta Nuova, Milan March 10th -13th, 2017

WEARABLE HI-TECH

Testo Roberta Vanore

 

Il futuro è evoluzione. «Il progresso è quello che succede quando l’impossibilità si piega alla necessità». – Arnold H. Glasgow. Nel Terzo Millennio moda e tecnologia si uniscono – il binomio convince anche dal punto di vista economico. Gli abiti realizzati con tagli laser e stampa 3D, i droni volanti impiegati nelle sfilate – sono sempre di più le case di moda che investono nel connubio tra funzionalità tecnologica e attenzione estetica. La moda del XXI secolo è ʻwearable technologyʼ – tecnologia indossabile. Tra i suoi fautori Michael Kors, con una serie di accessori – dagli orologi da polso ʻintelligentiʼ alla ‘borsetta-macchina fotografica’.

Michael Kors Access è il suo primo smartwatch. Realizzato in collaborazione con Google, è dotato di sistema operativo Android Smartwatch Wear e funziona con dispositivi iPhone e Android. La collezione Access era stata annunciata a Baselworld 2016. Comprende la versione maschile – più sportiva, con quadrante nero – e quella femminile, con quadrante color oro. Ricarica magnetica e display touchscreen: questi orologi propongono centinaia di combinazioni per lo schermo, che può cambiare colore e quadranti con un tocco, passando da un aspetto digitale, con cronometro virtuale – utile per il fitness e la palestra – ad un pavè animato. Sono inoltre incorporate le funzioni di monitoraggio dell’attività fisica, attivazione vocale e assistenza di Google. Lanciati in edizione limitata al prezzo di trecentocinquanta dollari – gli smartwatch sono disponibili sia online che nei negozi del brand. Lo scopo è migliorare la vita attraverso l’unione di moda e tecnologia. «I nostri clienti – dice Michael Kors – amano la moda, lo sport e sono sempre collegati al web. Penso che apprezzerebbero la possibilità di avere la connettività sociale e il monitoraggio della salute tutto in un unico accessorio».

La Michael Kors x Fujifilm Instax Mini 70 è invece la ‘borsa-macchina fotografica’ che stampa istantanee come una Polaroid. Presentata a Photokina 2016 – la più importante fiera mondiale di fotografia – e lanciata in edizione limitata per il prossimo Natale, è stata realizzata in collaborazione con Fujifilm, alla sua prima collaborazione con un marchio di moda. Color oro metallizzato – queste fotocamere istantanee sono dotate di obiettivo sessanta millimetri, modalità per i selfie con specchio frontale e flash ad elevate prestazioni che rivela in automatico la luminosità dell’ambiente e regola i tempi di esposizione. A ispirare la Instax Mini 70 sono le Scout Michael Kors, le borse ideate per ospitare fotocamere e macchine da presa. Il design – omaggio alla storia della fotografia – rievoca quello delle fotocamere d’epoca. «La popolarità conquistata da Instagram negli ultimi tempi – continua Michael Kors – ha portato a un ritorno della pellicola. Le istantanee sono parte integrante del mio processo creativo, sia nelle sfilate che dietro le quinte». «Oggi – aggiunge Mark Yamamoto, presidente e Ceo di Fujifilm North America Corporation – esiste un’esplosione di entusiasmo per la fotografia istantanea. L’obiettivo della moda e della fotografia è permettere agli individui di esprimere il loro essere ».

Text Roberta Vanore

 

The future is evolution. «Progress is what happens when impossibility yields to necessity». – Arnold H. Glasow. In the Third Millennium, fashion and technology come together and the pairing appears to be a successful one also from a financial point of view. From laser-cut and 3D-printed clothing to flying drones on the runway: the number of fashion houses investing in the marriage between tech functionality and aesthetic attention is on the rise. Fashion in the Twenty-first century is all about wearable technology. Among its advocate is Michael Kors who has released a series of accessories ranging from smartwatches to bags-cum-instant cameras.

Michael Kors Access marks the brand’s first line of smartwatches. Designed in collaboration with Google, the Access watches are powered by Android Wear and are compatible with both iPhone and Android phones. The collection was announced at Baselworld 2016 and debuted two versions: a more men-oriented model – with a sportier feel and black bezel – and a more female friendly style with a gold tone bezel. They are charged through a magnetic dock and feature a touchscreen display: the watches offer hundreds of possible combinations of display face, colour and sub dials with a simple swipe, moving from a digital chronograph design – which is ideal for the gym – to an animated pavé. Among the features are: built-in fitness tracking, texts and emails alerts and smart help from Google. Launched as a limited edition at the price of three hundred and fifty dollars, Access smartwatches are available both online and in Michael Kors stores. The goal being to make life easier thanks to the union of fashion and technology. «Our customers love fashion and they are plugged in 24/7. I think they will appreciate having social connectivity and health and fitness tracking all within a great-looking accessory,» commented Michael Kors.

Michael Kors x Fujifilm Instax Mini 70 is a fashionable instant shooter you can take everywhere with you. Unveiled at Photokina 2016 – the largest photo show in Europe – and launched in a limited edition in time for Christmas, it was designed in collaboration with Fujifilm, which teamed with a fashion house for the first time. It comes in a gold tone, features a sixty mm lens, a smart selfie-mode with front facing mirror and a high-performance flash that automatically calculates the surrounding brightness and adjust the shutter speed accordingly. The inspiration behind the Instax Mini 70 is Michael Kors Scout bags, a line that is ideal to carry your camera always with you. The design, which pays homage to the history of photography, is a nod to vintage cameras. «With the popularity of Instagram, there’s been this huge resurgence lately of film – and I love that. Using instant photography has always been such an integral part of my creative process, whether it’s snapping photos of looks in preparation for the shows or taking behind-the-scenes shots,» said Michael Kors. «We are seeing an explosion of excitement in instant photography today – added Fuji North America CEO, Mark Yamamoto – Fashion and photography are about giving a voice to individuals as they express themselves».

Images courtesy of press office
www.michaelkors.com

Barbieri Rewind

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Ci fu un tempo in cui la moda non esisteva. Non esistevano i fashion editor e non esistevano gli stylist. Non esisteva nemmeno Vogue, ma un suo embrione che si chiamava Vanità. Fu allora che entrò in scena Gian Paolo Barbieri, che con la sua fotografia contribuì a creare il sistema.

Gian Paolo Barbieri, classe 1938, milanese-milanese – la sua biografia dice che nacque in via Mazzini – figlio di una famiglia di grossisti di tessuti. Forse il suo rapporto con la moda era scritto nel destino? Certo è che visse fin da piccolo in mezzo alle stoffe, acquisendo competenze che avrebbe riutilizzato anni dopo nelle sue fotografie di moda. Prima, però, ci furono altre passioni da esplorare: studiò per un biennio alla Scuola di Recitazione del Teatro dei Filodrammatici e conobbe il cinema dall’interno degli studi di Cinecittà. Erano gli inizi degli anni Sessanta, impossibile ignorare le sirene della Roma della Dolce Vita. Gian Paolo non divenne un attore, nonostante una piccola apparizione in Medea di Luchino Visconti, con il quale aveva già lavorato – giovanissimo – a teatro ne La Locandiera. Imparò da autodidatta la fotografia: era lì che il suo talento doveva esprimersi. Del teatro e del cinema rimase comunque molto nel suo stile fotografico: il senso del movimento, soprattutto, e i tanti riferimenti, con una predilezione per le atmosfere del cinema degli anni Trenta e Quaranta.

Andiamo con ordine: dopo Roma approdò a Parigi, alla corte del fotografo di Harper’s Bazaar Tom Kublin. Fu un’esperienza breve ma intensa: Kublin morì appena venti giorni dopo, ma quel periodo bastò a Barbieri per farlo rientrare a Milano deciso ad aprire il suo studio fotografico. Così fece, nel 1964. Da allora, un crescendo: i suoi servizi furono pubblicati su Vanità – la rivista che nel 1966 sarebbe diventata Vogue Italia – e su Vogue Paris. Fu in quel periodo che cominciò a collaborare con Valentino, in un felice incontro di anime affini: dal loro sodalizio artistico nacque la concezione attuale della campagna pubblicitaria di moda. Fino ad allora, erano i produttori di tessuti a fare pubblicità sulle riviste, per mostrare cosa i couturier avessero realizzato con le loro creazioni. Valentino e Giancarlo Giammetti vollero ribaltare il punto di vista: si sarebbero dovute vedere le collezioni e mostrarne il senso, interpretandole con un’ambientazione e delle modelle che ne rispecchiassero il concetto. Per questo si rivolsero a Gian Paolo Barbieri. Nacquero pubblicità iconiche che ebbero protagoniste come Audrey Hepburn e Jerry Hall, passando per le modelle più famose dell’epoca, da Mirella Petteni a Veruschka, figure femminili che diedero vita a un’estetica duratura della donna Valentino: eterea, algida e sofisticata. In quegli anni il fotografo di moda era una figura nuova e poliedrica, che non doveva solo scattare, ma preoccuparsi di trucco, parrucco e accessori e costruire – letteralmente – il set con quello che trovava a disposizione, lavorando di fantasia e arte di arrangiarsi: nella prima pubblicità preparata in studio per Valentino, per ricreare le dune del set Gian Paolo Barbieri usò quintali di semolino.

Negli anni Ottanta Barbieri cavalcò il passaggio dall’haute couture al prêt-à-porter italiano, destinato a conquistare il mondo. Oltre che con Valentino, lavorò con gli altri nomi della moda made in Italy, personalità diverse ma accomunate dalla totale fiducia nel suo impeccabile occhio fotografico: Armani, Versace, Ferré, Dolce e Gabbana. Realizzò campagne pubblicitarie per Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, Vivienne Westwood, sempre riuscendo a trasformare ciò che ritraeva in immagini ideali, ricche di richiami e riferimenti artistici. Se Barbieri lavorò con i più grandi stilisti riuscendo sempre a creare sintonie umane e capolavori estetici, fu perché aveva ben compreso il segreto delle foto di moda: riuscire a entrare nella mente dello stilista per interpretarne le creazioni.

Negli anni Novanta successe qualcosa. Certo, ci fu il cambio di direzione ai vertici di Vogue Italia e un nuovo tipo di approccio verso i fotografi di moda, forse meno continuativo e personalizzato. Soprattutto, però, ci fu una frattura personale che Barbieri rese pubblica solo venticinque anni dopo, quando pubblicò il libro di foto e poesie Fiori della mia vita. Era il 1991, durante una vacanza alle Seychelles fu raggiunto da una telefonata devastante: annunciava la tragica morte in un incidente in moto del compagno Evar. Una ferita che accompagnò Gian Paolo Barbieri sempre e che probabilmente contribuì al desiderio di nuove scelte artistiche. Con la moda aveva fatto molto, era giunto il momento di esplorare anche altri mondi, fisici e creativi. La natura, l’etnografia, luoghi esotici e selvaggi, antitesi degli studi fotografici a cui era avvezzo.

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

There was a time when fashion didn’t exist. There were no fashion editors or stylists. There was no Vogue: only its embryo called Vanità. That’s when Gian Paolo Barbieri entered the scene and used his photography to create the system.

Born in 1938 and a real Milanese – his biography says that he was born on Via Mazzini – Gian Paolo was the son of a textile wholesaler. Was his relationship with fashion his destiny? He certainly grew up surrounded by fabric, learning skills that he would use years later in his fashion photographs. Before that, however, there were other passions to explore: he studied for two years at the Teatro dei Filodrammatici acting school in Milan and he also frequented the Cinecittà sound stages. It was the early sixties and the sirens of the Dolce Vita in Rome were impossible to ignore. Gian Paolo did not become an actor despite a walk-on part in Luchino Visconti’s Medea. He was a self-taught photographer and realized that this art was where he could best express his talent. Theater and film nevertheless remained important in his photography style: his sense of movement, above all, and many references, with a preference for the films of the thirties and forties.

Let’s proceed in order: after Rome, Gian Paolo went to Paris to work for Harper’s Bazaar photographer Tom Kublin. It was a brief but intense experience: Kublin died just twenty days later, but that period was enough for Barbieri to return to Milan, determined to open his own photography studio, which he did in 1964. After that, it was a crescendo: his photo spreads were published in Vanità – the magazine that became Vogue Italia in 1966 – and in Vogue Paris. He started working with Valentino in that period. It was a successful encounter between two kindred spirits: their artistic partnership led to the current concept of the advertising campaign for fashion. Up until then, textile manufacturers advertised in magazines to show what couturiers could have done with their products. Valentino and Giancarlo Giammetti wanted to switch that point of view: it was important to show the collections and their sense, interpreting them with a setting and models that reflected the concept. This is why they contacted Gian Paolo Barbieri. Iconic ads were born featuring stars like Audrey Hepburn and Jerry Hall as well as the most famous models of the day, from Mirella Petteni to Veruschka. These feminine figures gave rise to a lasting aesthetic of the Valentino woman: ethereal, poised and sophisticated. In those years the fashion photographer was a new, multifaceted figure who not only had to take pictures, but was also responsible for the makeup, hair styling and accessories and literally had to build the set with whatever was available, using imagination and the art of making do with what you’ve got. In his first ad prepared for Valentino, Gian Paolo Barbieri used quintals of semolina flour to recreate sand dunes on the studio set.

In the eighties, Barbieri rode the wave from Italian haute couture to prêt-àporter, which was destined to conquer the world. Besides working with Valentino, he also collaborated with Italy’s most famous fashion designers – Armani, Versace, Ferré, and Dolce & Gabbana – who were different yet totally trusted Gian Paolo’s impeccable eye for photography. He did advertising campaigns for Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, and Vivienne Westwood and was always able to transform what he portrayed into ideal images full of artistic references and evocations. Barbieri worked with the greatest designers. He was always on the same wavelength and able to create aesthetic masterpieces because he understood the secret to fashion photography: he was able to enter the designer’s mind to interpret his creations.

Something happened in the nineties. Certainly, a new editor-in-chief arrived at Vogue Italia and a new relationship with fashion photographers emerged that was perhaps less continuative and personalized. There was, above all, a personal tragedy that Barbieri revealed publicly twenty-five years later, when he published a book of photographs and poems called Fiori della mia vita [Flowers of my life]. In 1991, during a vacation at the Seychelles, he received a devastating phone call announcing the tragic death in a motorcycle accident of his partner Evar, who was thirty years younger. This scar always accompanied Gian Paolo Barbieri and probably contributed to his desire for new artistic choices. He did much in the fashion industry and the time had come for him to explore other physical and creative worlds. Nature, ethnography, and wild, exotic places were the antithesis of the photographic studios to which he was accustomed.

Il 22 novembre 2016, avrà luogo la nuova mostra personale di Gian Paolo Barbieri presso la sede della galleria d’arte 29 Arts In Progress, in via San Vittore 13 a Milano.

An exhibit dedicated to Gian Paolo Barbieri is going to open on November the 22nd 2016 in the Milanese location of the 29 Arts in Progress gallery, at via San Vittore 13.

A full interview to Gian Paolo Barbieri has been published on The Fashionable Lampoon Issue 6

Photographer Gian Paolo Barbieri
Starring Leila Nda @ Women Management Paris
Styling Ellen Mirck
Art Direction Alessandro Fornaro

Hair Lorenzo Barcella @ Aldo Coppola
Make up Arianna Campa @ Close Up
Manicurist Selica Ianeselli @ Mks using TNS Cosmetics

Light technician Stefano Zarpellon
Digital tech Yossi Loloi
Studio assistant Matteo Bocchialini
Studio manager Emanuele Randazzo
Stylist assistants Orsola Amadeo, Giulia Tabacchi
Post-production Laura Baiardini