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The Fashionable Lampoon
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pierre alexis dumas

Hermès, un gioco complicato

Detail of #69 untitled painting by Fleury Joseph Crépin, 1940

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

All’angolo tra via Condotti e Bocca di Leone entrerete in camere da gioco. Trucchi di prestigio, scherzi da cartomante, sedute spiritiche come negli anni Trenta, in un romanzo di Agatha Christie. Un indovinello, tra cervello e cultura. Si può dire Hermès sia l’unica casa di moda a spingersi in una dimensione complicata, per un’epoca dove le direzioni di marketing – marketing, che brutta parola tra queste righe – cercano solo la velocità, la semplificazione abile all’efficacia istantanea del digitale. Hermès gioca su un altro tavolo: quello della complicazione, della sofisticazione, dell’abilità intellettuale – d’altronde, è più logico discorrere di lusso e stile tra questi argomenti, piuttosto che su pose sexy, party e flash.

Complicato. Hermès è complicato, come un romanzo a più voci su tre assi di tempo. Jean-Eugène Robert-Houdin visse agli inizi del Novecento. Un prestigiatore, giocava con gli oggetti. Di passaggio a Roma, intrattenne i cardinali – ruppe un orologio da taschino che riapparve tra le vesti del papa. Robert-Houdin aveva una bella calligrafia. A Parigi visse al Palais Royal, nelle stanze di Richelieu. Ehrich Weisz si ispirò a lui per cercare un nome d’arte, decise Houdini. matali crasset, una donna con un caschetto di capelli grigi, occhiali dalla montatura nera e spessa, vuole che il suo nome non venga mai scritto con le iniziali maiuscole – è una designer industriale. Insieme a Stephane Correard, curatore d’arte contemporanea, crasset ha immaginato e ricreato quanto potesse esserci in un baule di Houdin recapitato a Roma. Un film, per prima cosa – cos’altro di meno complicato: il film mostra Houdin impegnato nei suoi numeri di prestigio nello studio di Emile Hermès, in quello che oggi si usa chiamare a Parigi il Museo Hermès. In questo baule ci sono i quadri di Fleury Joseph Crépin – tra leggenda e profezia, Crépin dipinse trecento quadri perché gli fu detto che il giorno in cui avrebbe dipinto la trecentesima tela, la guerra sarebbe finita – iniziò nel 1939, l’ultimo segna la data del 8 maggio 1945. Sempre secondo la profezia, a guerra conclusa Crépin avrebbe poi dovuto dipingere quarantacinque tableaux merveilleux.

Questo è solo un accenno di un primo capitolo dedicato al prestigiatore Houdin – in questa storia di meraviglia complicata che Hermès dedica al tema del gioco. Il secondo capitolo comincerà a giugno, per i giochi di luce di George Méliès, regista e illusionista attivo negli anni dei fratelli Lumière. Il terzo capitolo a settembre, con i giochi di parole di Raymond Roussel, maestro di Patafisica, cesellatore di parole e frasi, eccentrico per stile e modi di vita, letterato riconosciuto soltanto dai posteri.

I tre giochi di Hermès. A Roma, a cena a Palazzo Torlonia con Pierre Alexis Dumas, direttore creativo e proprietario insieme a tutta la sua famiglia della casa Hermès, prima di sedersi a tavola tra piatti sospesi su magneti, poesie in rima, bicchieri di cristallo storti, siamo andati sulla luna, un’astronave partiva per lo spazio come un tappo di champagne – era un cortometraggio del 1909, i cui venticinque frame al secondo furono colorati a mano, dipinti ad acquerello. Il film muto e il pianoforte a coda sotto il proiettore.

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