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The Fashionable Lampoon
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Pop Porno

Qual è il contrario
di un reality show?

Alessandra Contini
Continentale is Alessandra Contini's solo debut
Continentale is Alessandra Contini's solo debut
Il Genio, the electro-pop duo, comes back with a new album entitled Una voce poco fa
Amore di massa is Il Genio new single

Text Giada Biaggi
@giadabgg

 

Alessandra Contini, ex-cantante del duo elettro-pop Il Genio, torna nel 2019 con un progetto solista. Il nome proprio sparisce e Contini è l’ego musicale di Alessandra, che con l’album Continentale in uscita quest’anno decide di raccontarsi con l’analiticità che è propria della terza persona singolare – quella delle cartografe, delle poetesse ma anche degli appelli scolastici e del De Bello Civilis di Giulio Cesare.

Un’oggettività nei confronti del sé nata da un mutamento delle sue abitudini, dall’aver preso «una brutta piega», come mi confessa: «A un certo punto ho iniziato a fare tutto il contrario di quello che facevo; di quello che s’immagina sia la vita della musicista. Da folle, ho iniziato a puntare la sveglia alle 4.45. Mi alzavo immersa nel silenzio del mattino, mi facevo un caffè e iniziavo a scrivere, comporre e suonare. Ho iniziato così a risentirmi piena». Un cambio orario in antitesi con la vita della metropoli: «Il problema è che vivevo già a Milano. Il fatto che andassi a letto molto presto ha impattato sulla mia vita sociale, che si era ridotta. Dopo tanti anni di contatti, serate, amici di amici, di superficialità relazionali, avevo voglia di non stare in ballo e di iniziare a viaggiare, sì, ma verso il centro. Di tornare a me».

Forze centripete dell’io contro forze centrifughe della grande città; Milano torna nel singolo di lancio Complimenti, una città che si declina attraverso l’insofferenza alla sovraesposizione di se stessi nei rapporti di coppia. «Te l’hanno detto che non sei mai stato divertente? Passi la vita a dimostrare di essere un gigante?», così Contini con la confidenzialità di una chansonnière interroga «il piccolo furfante» della Milano da bere, il genio creativo della porta accanto, che di smettere di stare in ballo non ne ha mai voluto sentir parlare. Continentale è portavoce di un’avanguardia sussurrata, non cantata a voce piena; «scandalosa» proprio perché distante dagli stilemi del bel canto al femminile appartenenti allo scenario partenopeo, indie e non. Un’estetica francese che si declina anche nei micro-film diretti da Massimiliano Verdesca che ha postato sui suoi canali social, un modo inedito di presentarsi oltre la volgarità dell’autoscatto o del finto scatto d’autore, crocevia tra una scena di un film di Godard e quello che ci immaginiamo succeda nell’otium onirico di ogni processo creativo. Immagini in movimento in cui non capita nulla, ma accade tutto.

Il côtè social ai tempi de Il Genio non esisteva. Quel «ti svegli alle tre per guardare quei film un po’ porno», faceva riferimento alla preistoria della pornografia: la programmazione fuori orario di filmati soft-sex di Antenna 3 – prima dell’avvento di Porn Hub, YouPorn e la pornografia h24 con e senza veli che sublima i nostri account Instagram. Un testo, quello di Pop Porno, che al tempo fu a suo modo antesignano del #MeToo. Al centro la diegesi in prima persona di una femminilità che parla di sesso – un femminismo che non scende in piazza, ma che si combatte in camera da letto, che si rivendica nel poter dire, più che nel poter fare. Due donne su tutte, PJ Harvey e la scrittrice belga Amélie Nothomb, sono fonti di ispirazione per Alessandra. La Harvey è una delle poche donne nella musica che non ricordiamo per il suo aspetto. Amélie è l’autrice auto-biografica del nostro secolo, straniera nelle sue stesse parole, scritte tra Tokyo e Parigi. Amélie come Alessandra, che ha vissuto nella Ville Lumière e che adora le geografie emotive e musicali dell’Oriente. La dimensione autoriale e quella odeporica sono le due coordinate intorno alle quali il disco è stato scritto: «Ogni canzone è per me come la tappa di un viaggio. Mentre lo scrivevo, pensavo a ogni canzone come a una lettera dell’alfabeto, ma poi mi sono fermata, perché sarebbero state ventuno. Un po’ troppe (ride)».

Mentre la intervisto nella sua casa, il suo cane Yoda ci interrompe spesso abbaiando. Le chiedo allora se c’è una canzone dedicata a lui: «No (ride), però in una canzone c’è un coro in cui viene campionato un suo ululato». Un raccontarsi che nasce anche dall’ascoltare: «Ho capito attraverso le parole degli altri come ci siano molti schemi che si ripetono in modo banale nella vita; quello che è capitato a me, è capitato a sua volta, pur con deviazioni formali, a qualcun altro. Questo confronto di esperienze di vita è stato fondamentale per me durante la scrittura del disco». Un eterno ritorno verso sé e gli altri permeato da una dimensione ecologica: «Scrivere mi ha aiutata a ripulirmi. Quando ho iniziato questo processo non sapevo sarebbe approdato in album. Tutto è nato da una urgenza espressiva. La prima volta che ho fatto ascoltare i provini al produttore (Giovanni Calella, ndr) ero imbarazzata. Anche una volta iniziato il tutto ho sempre mantenuto un profilo basso, non ho mai pensato in modo razionale alla commercializzazione delle mie canzoni».

Il processo creativo è antitetico rispetto alla logica dei reality – non-luoghi, fabbriche di personalità in cui prima vengono stimolati i nervi ottici e poi quelli neurali. «Non voglio scrivere per le nicchie, ma è come se in questo momento storico chi voglia scrivere veramente lo possa fare solo rivolgendosi a certo tipo di audience». Attraverso i nostri profili Instagram siamo tutti partecipi di un reality generale, di un Thruman Show in cui noi stessi siamo il Grande Fratello, uno spettacolo in cui «volere staccare viene vissuto come una forma di tradimento da quelli che ci stanno vicino».

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