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NYFW (Men’s)

Testo di Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

La Settimana della Moda Uomo di New York rileva un calo delle presenze in termini di numeri delle sfilate e collezioni dal momento in cui molti marchi stanno scegliendo di unire le collezioni uomo e donna in un’unica sfilata durante la già affollata Settima della Moda Donna.

Tra i designer che hanno dimostrato una predilezione per le capitali della moda europee, un nome si è distanziato dal gruppo – Raf Simons che ha scelto un’inversione di rotta per il proprio marchio, dall’Europa a New York. Frutto della recente nomina a Direttore Creativo di Calvin Klein. È così diventato non solo un’aggiunta importante ma – verosimilmente – anche la presenza più forte e di impatto.

Boss rivisita e riaggiorna la Settimana della Moda maschile di New York alla guida di Ingo Wilts. La collezione presentata in passerella propone un approccio alternativo al completo da uomo con una forte propensione per un’estetica funzionale. Billy Read, che ormai non può più essere considerato nuova recluta, conferma il proprio valore con una collezione ben definita e ricercata. Dopo aver volontariamente deciso di non sfilare la scorsa stagione, si ripresenta ora dando prova di una visione consolidata e di maggior chiarezza. Pantaloni di cachemire e trench color tabacco completano una collezione depurata sviluppata a partire da uno stile costruito per sottrazioni. Musicisti blues forniscono la colonna sonora alla sfilata mentre l’attore Alex Sharp, vincitore di un Tony Award, recita versi di Frank O’Hara creando il mood per una collezione all’insegna del concetto: ragazzi metropolitani e l’incontro con la campagna.

Uri Minkoff armonizza aspetti contrastanti – estetica rilassata e ritmo frenetico – con una collezione costruita a partire dal concetto di pendolarismo, particolarmente all’interno della realtà new yorkese. In una collezione versatile, caratterizzata da rapide incursioni di colore e dettagli blu elettrico tipici del marchio, Uri Minkoff introduce l’elemento novità sotto forma di una linea di orologi realizzati da Movado.

Quella proposta da Daisuke Obana per N. Hoollywood è probabilmente la collezione più avvincente che abbia mai realizzato. Progressista, controversa e oscura, la collezione firmata da Obana echeggia il tema dei giovani senza tetto delle città americane attraverso l’utilizzo di un’estetica funzionale che elegge le sovrapposizioni ad elemento distintivo. Portando in passerella quella che è senza dubbio la proposta più interessante di questa Settimana della Moda Uomo di New York, Obana provoca attraverso la scelta del soggetto della sua collezione e attraverso la sua reinterpretazione del movimento ”punkabbestia”.

Ispirandosi alla vita all’estero del padre e alla sua carriera di calciatore professionista e militare di leva presso l’esercito israeliano, il duo di Brooklyn del marchio Ovadia & Sons sposa estetica militare e sportiva. Todd Snyder esordisce con una collezione che il mercato ancora quasi intoccato della moda uomo sembra bramare da anni: l’uomo americano che, mentre continua ad apparire americano in termini di stile, è al contempo moderno ed eclettico.

Images courtesy of press office

MILAN FASHION WEEK: A POINT OF VIEW

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifica la moda maschile. Si può dire quel che si vuole, sulle collezioni femminili di Armani, sulla rilevanza attuale di Milano – ma quando si tratta di moda maschile, Armani rimane a dir poco primario. Con il casting migliore – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduce definendo la prossima stagione: scarpe grandi con suole alte e massicce ma leggere verso la caviglia restandone al di sotto, senza diventare boot (che se in italiano lo chiami stivale non rende). I pantaloni morbidi, e larghi. Lane calde, tessuti spessi, sempre morbidi lungo tutta la gamba (qui da Emporio sono a volte corti, mentre il mercato li vorrà lunghi). Poi felpe, maglioni, chiodi – tutti sopra la vita e stretti intorno al busto – perché se la gamba è morbida e ampia, il busto rimane strutturato. Compaiono i pattern, così presenti per la moda femminile, invaderanno presto anche le collezioni dell’uomo. Mina e Celentano nel soundtrack cantano Amami – Armani.

Christian Pellizzari ha idee potenti, dalle giacche damascate alle scarpe borchiate. La ricerca dei tessuti deve puntare a una morbidezza maggiore – sì, la morbidezza è il massimo comune denominatore oggi – e a un taglio più artistico. Il potenziale c’è ed è solido. Neil Barrett rende orgogliosi. A Bangkok è tra gli stilisti più venduti. La sfilata ha una presenza notevole di buyer più che di stampa – buyer internazionali, appunto, soprattutto asiatici. Una sfilata di quasi cento capi, logicamente più commerciale che creativa per quanto notato prima, ma l’identità di riferimento è precisa: una moda maschile tra l’Asia e la Germania, con riferimenti a Raf Simons e ai sei di Anversa, con un twist su inserti di colori, grafiche e segni e forme geometriche cosi precisi da creare un codice.

Marcelo Burlon è considerato come uno dei momenti più interessanti. Lo show riesce meglio della collezione. C’è una coerenza estremamente precisa sui riferimenti alla Patagonia, al guerriero che balla in un rave sotterraneo, a un eroe digitale costruito di terra – ma c’è il rischio che tutto diventi un costume. La basi ci sono e sono fondamenta, ma sembra manchi la fantasia per esplodere, per divertirsi – che pensando al designer, appare come un vero controsenso.

Marni ha perso la direzione e non l’ha ritrovata, con una comunicazione troppo legata alla labilità dei cosiddetti web influencer che degrada il brand a un’azienda di secondo ordine. Moschino è ormai ripetitivo – non è immaginifico, non è più irrisorio. Gli inserti di pelliccia da Santoni sono patetici – una voglia di essere internazionale porta a una scopiazzata da Gucci (un peccato, considerando che si tratta di scarpe italiane tremendamente belle). Una delle immagini peggiori è la ressa al Mandarin Hotel per il cocktail di Lamborghini, i piatti sporchi ammassati sui davanzali delle finestre.

Federico Curradi è una buona promessa. Pantaloni morbidi quasi poetici come lo show. Frasi scritte al posto della fascia da smoking laterale che ormai è dettaglio per il pantalone quotidiano (a considerare che i modelli sfilano senza scarpe e che parte della bellezza di una pantalone si comprende proprio nel contatto con la scarpa). Fili sfilati come decoro. Il soundtrack all’inizio commuovente, alla fine ridondante.

Andrea Pompilio possiede la capacità di giocare con le linee e i volumi, riuscendo a spingersi a un’elettricità e a un’ingegneria che altri, nel suo stesso metodo, non trovano. Linee rilassate nelle forme e geometriche delle stampe – questo è Pompilio. La ricerca dei tessuti, la banda da smoking sulla vigogna, una garza di lana infeltrendosi ha prodotto una texture rigata e morbida.

Ferragamo con una nuova direzione artistica di Guillame Meilland. Le scarpe sono bellissime, presentano borchie basse tagliate dal pavimento. Dettagli di colore su grigio e nero – una maglia rossa fuoriesce dal giubbotto di panno ed è un tocco di genio. Felpe e golfini su pantaloni formali.
Un maxi cappotto con un enorme bavero blu navy è l’uscita finale. Sarebbe bello un lieve twist di moda, anche fosse solo per lo show, in mezzo alla qualità imprescindibile di ogni capo.

Damir Doma – a parte alcuni influencer ancora più brutti di quelli a cui siamo abituati – qui vediamo come i a pantaloni larghi si alzano sopra la vita. Il primo cappotto è lungho e morbido e stupendo. Ricorda Haider Ackerman ma più consistente – gli stessi riflessi blu petrolio e rosa amaro arancio arrugginito su velluto. Le maglie sdrucite e bucate sono già viste. All’inizio dello show la collezione è potente, poi si perde via.

Da Missoni ci sono troppi blogger che ispirano una stupidità che stride con la cultura e la tradizione nobile della casa. Quest’anno vediamo appliques tipiche di Dries van Noten – ma non si tratta d’altro se non di una legacy che spetterebbe a Missoni di pieno diritto. La prima maglia sa di spettacolo – poi ce ne sono altre che si mescolano a tanto, forse a troppo, tartan. La morbidezza qui da Missoni non può che toccare meraviglia.

Daks e la sfilata teatrale. Hai modo di vedere tutta la collezione insieme – ma rischi la noia che la fretta della sfilata scansa. Daks è fuori dal coro, parla di Matthew Goode in Downton Abby: un pilota di macchine negli anni Trenta che sposa una contessa altera. Vestiti tagliati sul corpo, comodi perché aderenti – ma non rilassati – c’è una distanza del discorso di moda di oggi.

Prada. Lily Collins. I modelli somigliano tutti a Clement Chabernaud – che sfila verso la fine. Maglioni in patchwork: quel senso di nonna che Prada sa sempre tirare fuor. La nonna borghese della casa in città, non in campagna – no, non è la nonna – qui c’è la zia borghese che era giovane quando tu avevi quattro anni e che resta nei tuoi occhi ogni domenica pomeriggio di novembre. Il color ruggine su vigogne e pelle – molta pelle, come le lenzuola in pelle delle sedute alla sfilata. Sotto il ruggine, un verde acceso di prato bagnato, mocassini rosso sangue. I pantaloni sono tipici di Prada, una sigaretta che si apre in fondo ma senza diventare zampa, e avvolgono il sedere potenziandone le rotondità. Un cappello di pelo viola, una giacca di pelo rosso sangue bordo. Appliques su lana sono belle come da Missoni. Peccato che davanti a tutto questo, una fila di ragazze, la migliore selezione di Prada, non fa altro che scattarsi selfie in coppia come fanno le bambine sul muretto della metropolitana.

Moncler. Lo show è immaginifico, al limite del cinematografico, epocale, con rimandi al temibile, al cupo, all’apocalittico. Una fila di uomini legati da cime da barca, portate in montagna tra la neve funi da risalita libera – è l’unione tra amici in uno stesso destino. Lo show è immagine, pathos leggenda – in showroom trovi pezzi che vorresti mettere sempre. Tornano in mente gli show di una volta di McQueen forse, e il dettaglio forte è che non so tratta di couture ma di sportswear.

Dsquared2. Un pattern di fiori ricamato scintillante a margherite per il giubbotto. La donna e l’uomo sono quasi vestiti uguali. Totalmente fuori dal tempo, ma coerenti con questa loro immagine di canadesi sportivi, mascotte del Montana trasportati su un tappeto rosso, e ricoperti di diamanti.

Fendi ritorna sobrio – ma sulle giacche c’è scritto Fantastic Fendi, Think Fendi. Pensateci – non c’è niente di più fantastico, scientificamente parlando, dell’intelletto. Giacche corte. La banda da smoking sale azzurra sulla giacca. Non più blogger, ma fotografi. Non più streetstyle, ma lusso pieno. Appare un cappotto iper-colorato a righe che va sul bavero gigante – pantaloni a vento, la striscia sulla manica è un’idea bella più che mai.

Apre Emporio, chiude Giorgio Armani. Il verde è sui velluti e sa di boschi e di smeraldi. Le giacche corte, le lane morbide – tutto è morbido, anche se i pantaloni si sono stringono un poco rispetto a tutto quanto visto in questo giorni, per ritrovare un classicismo formale che Armani vuole mantenere per la sua prima linea uomo forte di un visual tra gli anni Trenta e Richard Gere alla fine degli Ottanta. La donna ha le scarpe basse come vuole la sobrietà di Armani.

Text  Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifies menswear. Anything can be said about Armani’s womenswear collection, about Milan’s current relevance – but when we’re talking menswear, Armani is still leading, to say the least. Hiring the best cast – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduces and defines the next season: big shoes with chunky, high soles, but lighter around the ankles, without becoming actual boots. Pants are wide and loose. Cozy wool, thick fabrics, loose along the whole leg (here at Emporio pants are sometimes cropped, while the market will want them longer). And then sweatshirts, jumpers, biker jackets – all cropped and fitted around the chest – while the leg is loose and wide, the chest is still structured. Patterns crop up, just like for womenswear, they will soon invade men’s collections, too. Mina and Celentano, from the soundtrack, sing Amami, Love me – Armani. 

Christian Pellizzari displays some powerful ideas, from the damask jackets to the studded shoes. The research on textiles must focus on a greater looseness– yes, looseness is the constant thread today – and on a more artsy cut. There is potential here, and it is solid. Neil Barrett makes us proud. He is one of the best-selling brand in Bangkok. His show is attended by buyers rather than the press – international buyers, that is, in particular from Asia. A collection of almost a hundred pieces, reasonably more commercial than creative, due to what I was saying before, but the references are accurate: men’s fashion between Asia and Germany, with references to Raf Simons and to the Antwerp Six, with inserts of colors, graphic motifs and signs and geometric shapes so precise they create a new code.

Marcelo Burlon is considered one of the most interesting moments. The show is more impactful than the collection itself. There is an extremely precise consistence in the references to Patagonia, to the warrior dancing at an underground rave, to a digital hero made of soil – but the risk is that it all becomes mere costume. The premises are there as solid foundations, but what seems to be lacking here is the imagination to explode, to have fun – and, knowing the designer, this appears like a true contradiction.

Marni has lost its direction and hasn’t found it yet, communication is too much dependent on the ephemeral nature of the so-called web influencers that downgrade the brand to second-rank company. Moschino is becoming repetitive – it’s not imaginative, it’s not derisive. The fur inserts spotted at Santoni are pathetic – a desire to get an international image leads to a bad copy of Gucci (it’s a shame, considering the brand crafts tremendously beautiful Italian shoes). One of the worst sights is the hordes amassing at the Mandarin Hotel to attend the Lamborghini cocktail event, the dirty dishes piling up on the window sills.

 Francesco Curradi looks promising. Loose pants, almost as poetic as the show. Slogans in place of the tuxedo side band, now a detail for everyday pants (just think that models are not wearing shoes and that the beauty of a pair of pants is partly appreciated observing how they touch the shoes). Snagged threads as embellishments. The soundtrack is touching at first, then becomes redundant. 

 Andrea Pompilio has the ability to play with lines and volumes, successfully achieving an electricity/energy and engineering that others with his same method cannot find. Relaxed shapes and geometric prints – this is Pompilio. The research on textiles, the tuxedo side band on the vicuna, a matted wool gauze makes a striped, soft texture. 

 New creative director Guillame Meilland makes his debuts at Ferragamo. The shoes are stunning, they feature studs embellishing the lower part of the soles, touching the ground. Color accents on gray and black– a red sweater peeps out of a wool cloth jacket, and it’s a touch of genius. Sweatshirts and little jumpers are sported over formal pants.
A navy blue maxi coat with huge lapels is the final outfit. A slightly trendy twist may have been a good thing, even just for the show, amidst the inescapable quality of each garment.

 At Damir Doma – apart from a few influencers even uglier than those we’re used to – the wide pants become high-waisted. The first coat is long and loose and magnificent. It reminds of Haider Ackerman but it’s more substantial – the same petrol blue and acid pink and rusty orange reflections on velvet. The stretched out and distressed tops are nothing new. The collection is more powerful at the beginning of the show, then it loses it.

 At Missoni too many bloggers inspire a sense of stupidity that clashes with the house’s elevated culture and heritage. This year we spot appliqué which are signature Dries van Noten – but it’s only a legacy that would pertain to Missoni by right. The first sweater is spectacular – followed by others mixed with lots of tartan, maybe too much of it. Softness here at Missoni can only be marvelous to touch.

 Daks and the dramatic runway show. This way one can sell the whole collection – but risks generating boredom that the fast-paced show avoids. Daks stands out from the crowd, the collection is inspired by Matthew Goode in Downton Abbey: a race car driver in the Thirties who marries a haughty countess. The clothes adhere to the body, they are comfy because they are fitted – yet not relaxed – distancing themselves from the trend du jour.

 Prada. Lily Collins. All the models look like Clement Chabernaud – who takes the runway towards the end. Patchwork sweaters: evoking your grandma the way only Prada does every time. The bourgeois grandmother living in the town house, not in the countryside – no, it’s not the grandma – it’s rather the bourgeois aunt who was young when you were four years old, whose image stuck in your mind every Sunday afternoon of November. The rusty tone of vicuna and leather – lots of leather, like the leather sheets on the seats at the show. Underneath the rust lies a bright, wet grass green, oxblood loafers. The pants are signature Prada, a cigarette silhouette that opens up at the bottom without flaring out, and envelop the rear, enhancing its curve. A purple fur hat, an oxblood fur jacket. The appliqué on wool is beautiful just like Missoni’s. It’s a shame that, with all this going on, a few girls sitting in a row, Prada’s best selection, keep taking selfies in pairs, like little girls waiting to get on the subway. 

 Moncler. The show is highly imaginative, verging on the cinematic, epoch-making, hinting at the fearsome, the ominous, the apocalyptic. A row of men tied together by nautical ropes, brought up in the mountains like climbing ropes – friends sharing the same destiny. The show is evoking, poignant, legendary – on display at the showroom are pieces one may want to wear forever. It calls to mind maybe McQueen’s long-ago shows, and the strongest detail is that I’m aware it’s not couture, it’s sportswear.

 Dsquared. A scintillating daisy pattern embroidered on a jacket. Men and women are almost dressed alike. Totally out of time, yet consistent with this image of sporty Canadians, like mascots from Montana transferred onto a red carpet and covered with diamonds.

 Fendi is back to understatement – yet the jackets feature slogans like Fantastic Fendi, Think Fendi. Think about it – there is nothing more fantastic, scientifically speaking, than the intellect. Cropped jackets. The tuxedo side band is blue and climbs up the blazer. No more bloggers, but photographers. No more street style, but total luxury. A super-colorful coat that goes over the big lapel – windbreaker pants, the stripe on the sleeves is an amazing idea.

 Emporio opens, Giorgio Armani closes. The green tones on the velvets bring to mind forests and emeralds. The cropped jackets, the soft wools – everything is soft, although pants are slightly tighter than all we have seen these days, going back to a formal classic style that Armani wants to keep for his menswear main line, inspired by visual references going back to a period between the Thirties and Richard Gere to the late Eighties. The women wear flat footwear, as in classic, understated Armani.

 

Images from photographers Giulia Mantovani  – Marco Piraccini – Carlotta Coppo and Pinterest