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reggia di caserta

La mostra Open Stage

Text Giuseppe Fantasia

 

Uscire dalle proprie comfort zones cercando sempre di sperimentare, soprattutto quando farlo diventa difficile e rischioso; disegnare su carta un bozzetto da cui poi partire per realizzare lo scatto; toccare con mano la materia – che sia terra fangosa, acqua o fuoco poco importa – e oltrepassare i confini.

Da quando aveva diciannove anni, Kyle Thompson amava isolarsi nei sobborghi della sua città, Chicago, per cercare se stesso e quel qualcosa che gli mancava, andando alla scoperta di luoghi dove l’umano non è o non è più presente, come le case abbandonate, le foreste vuote, i fiumi e i laghi. Ha popolato quei luoghi di sé, traendone spesso autoritratti poco definiti e ambientati in atmosfere e luoghi onirici e a dir poco effimeri, ricordando a suo modo scene di film di David Lynch. In quei contesti ha esplorato le proprie emozioni e sensazioni intervenendo sulla scena con acqua, fumo, effetti di luce e oggetti della sua quotidianità o della sua storia col solo scopo di rafforzare il racconto o guidare l’osservatore.

Il risultato è stata una serie di foto – Ghost Town (2015) – in cui esplora città abbandonate e inondate accanto a frammenti di vita e ricordi d’infanzia che vanno a fondersi in scatti malinconici e introspettivi dove è proprio l’acqua a divenire il simbolo di quella depressione che un tempo lo dilaniava, un mezzo per alterare e deformare la realtà ma necessario per potervisi riconoscere.

Oggi che di anni ne ha ventisei, grazie alla Reggia di Caserta e alla galleria aA29 Project Room, Thompson torna in Italia con la personale Open Stage, ospitata nella residenza reale più grande al mondo fino al 4 giugno prossimo.

«Necessitavo di un modo per incanalare le mie emozioni, sentivo che gli autoritratti le esprimevano, senza dover ricorrere alle parole», ci ha spiegato durante il vernissage.  «Le sue sono fotografie concettuali dove persone e luoghi concorrono a mettere in scena storie, situazioni apparenti, surreali e oniriche che svelano un’ interiorità fatta di ricordi, sogni, incubi e nostalgie oltre a una riscoperta delle sue origini est-europee», ha precisato la curatrice, Gabriela Galati. Per rendere al meglio questa sorta di dualismo fra dimensione urbana e natura, le foto in mostra sono concepite in dittici: da un lato c’è un’immagine di grandi dimensioni – sempre un autoritratto dell’artista immerso nella natura all’interno delle aree urbane – e dall’altro una di dimensioni più ridotte, in cui lo sguardo si sposta sull’ambiente complessivo al quale lo scorcio naturale appartiene. Il suo obiettivo va a mettere in evidenza come la città cambia la natura, ma anche come alcune porzioni della stessa riescono a mantenersi immutabili. Alla fine, ciò che emerge, sono solo le emozioni che possono essere vicine o reali, ma comunque necessarie per rivedersi, conoscersi e capirsi un po’ di più.

Kyle Thompson – Open Stage
a cura di Gabriela Galati

Dal 28 marzo al 4 giugno 2018

Tutti i giorni (tranne il martedì) dalle 8.30 alle 19.30

Reggia di Caserta
Viale Douhet, 2/a, Caserta

Liu Bolin, King Chameleon

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Un uomo invisibile. In posa – mette il proprio corpo tra la fotocamera e il paesaggio. Dipingendo e pitturando la propria pelle e i propri abiti, Bolin si dissolve nell’area circostante come in un’identificazione totale con l’ambiente che lo contiene. La mimetica del camaleonte. «Ho assunto un vero hacker per nascondermi tra le pagine. Si può vedere il mio lavoro anche all’interno del sito web del governo. Per rendere i miei lavori legati ai nostri tempi».

Un dialogo con gli sfondi della realtà, che siano questi muri, monumenti, architetture, slogan politici o cabine telefoniche. Una retorica dell’identità culturale e nazionale che è come un fardello dell’individuo. Stare in piedi su, essere parte di, dipingersi la realtà addosso. Come fosse una tela, non rigorosamente bianca«Il materiale più importante su di me è l’uniforme dell’esercito. All’inizio ho imitato il trucco di un cecchino». Un artista politico? Quasi. Il suo obiettivo ultimo resta esprimere la relazione tra la civiltà e l’essere umano. «Sono confuso. Sento di sapere meno quando faccio di più».

La realtà politica e sociale è materia per Liu Bolin: ne ha fatta un’illustrazione sentimentale. Bolin non ha l’intento di scomparire, ma di sopravvivere. Oggi il mimetismo non serve più a nascondersi, ma è strategia di visibilità. Un’ansia per la modernità. «La creazione di arte deve avere a che fare con i nostri tempi. Bisogna esprimere l’ansia del nostro presente con l’arte di ciò che abbiamo». I problemi dello sviluppo sociale sono ovunque – guerra, crisi economica, sicurezza alimentare e inquinamento atmosferico minacciano il futuro di ogni essere umano. «Voglio mantenere uno stato attuale di questi argomenti». C’è sempre lo stesso concetto dietro alle sue social sculptures.

Le sfide che un artista contemporaneo cinese deve affrontare sono tante, a partire dal sistema simbolico del proprio paese. Artista multidisciplinare – la sua prima serie è stata fotografica, ma usa anche pittura, fotografia, scultura e performance. La tecnologia è solo uno strumento. Decidere che sia appropriata è il compito dell’artista: «Il rapporto tra l’artista e il mondo è simile a quello tra un vecchio medico cinese e la collettività. Guarda solo e sa già dov’è la malattia». La serie Hiding in the City, iniziata in Cina, è stata poi prodotta in molte parti del mondo – dando luogo a collaborazioni, fino a progetti audaci di advertising. «Moncler mi ha permesso di realizzare un sogno: lavorare sul ghiaccio dell’Artico. È stato come tornare all’origine dell’uomo».

Nato nel 1973 nella provincia nordica dello Shandong, adulto quando la Cina era risorta dalle ceneri della Rivoluzione Culturale e intraprendeva una relativa stabilità politica, è conosciuto per la sua serie di foto in cui affronta il rapporto uomo-natura-potere politico: Hiding in the City. Vive e lavora a Pechino. La sua prima personale fu a Pechino nel 1998. Sue personali sono state presentate – tra le molte – a Les Recontres d’Arles, alla Fondazione Forma di Milano, al Fotografiska Museet di Stoccolma, al Museo H. C. Andersen di Roma e alla prima Biennale di Performance in Argentina diretta da Marina Abramovic.

Liu Bolin. The Invisible Man

17 febbraio > 20 maggio 2018
Erarta Museum
29 Liniya Vasil’yevskogo Ostrova, 2 – Sankt-Peterburg, Russia

2 marzo > 1 luglio 2018
Complesso del Vittoriano Ala Brasini
Via di S. Pietro in Carcere – Roma, Italy

17 ottobre 2017 > 27 gennaio 2018
Musée de l’Elysée
Avenue de l’Elysée 18 – Lausanne, Switzerland

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus