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The Fashionable Lampoon
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Interview with Richard Saja

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il Toile de Jouy – letteralmente la tela di Jouy-en-Josas, un paese non lontano da Versailles. Un tessuto nato nel 1770. Fu Christophe Philippe Oberkampf a sperimentare per primo la stampa su stoffa. La tradizione voleva l’uso di gradazioni rosse e rosate, alternate ai verdi e ai blu. Non manca il bianco e nero, sfumato fino al grigio. Una fantasia su tessuto per viaggiare – i primi orientalismi che illustravano costumi lontani. Racconti d’amore su scene di vita bucolica. La toile de Jouy diventa ‘toile of joy’ quando passa per le mani di Richard Saja.

Con i suoi ricami raggiunge una dimensione bizzarra. «La chinoiserie possiede un senso di meraviglia, comunque venato da una certa tristezza. Da qui parto, per reclamarne lo stupore che mi trasmette». Un cavaliere indossa una maschera e si fa la cresta punk per corteggiare la damina con la gonnella a ragnatela e la punta del naso blu. Richard Saja con l’ago sovverte la trama – della stoffa e della storia. La sua estetica si fa beffe della realtà e scardina anche le nostre certezze. «Sebbene già denso d’immagini, il toile è destinato a scomparire. Funziona come uno schema in cui ogni singolo elemento non si distingue più attraverso la ripetizione delle immagini. Il mio lavoro rompe questo schema». È illimitata l’interazione tra pattern, colori e texture. Abbellendo selettivamente le sue piccole aree, inverte il suo uso storico. Ne sovverte i tempi. «L’anonimato della stampa si rompe. Si evolve in un contesto nuovo». Come le pagine di un libro in bianco e nero che implorano colore. Perché il ricamo e non la pittura? «Necessità, vendevo cuscini e dovevo stare al passo con la produzione. Uno sfogo. Dopo aver preso un ago in mano ho trovato lo sbocco per le mie inclinazioni ossessivo-compulsive e per una generale fastidiosità. Non avendo talento per dipingere ho scoperto che ago e filo interdentale mi permettevano di ottenere risultati molto simili e che, inaspettatamente, avevo un talento per quello».

Un dono di famiglia forse. «Parenti lontani possedevano negozi di mobili in Italia, erano intagliatori di legno. Una loro discendente, una mia cara zia zitella che chiamavo ‘the Lady’, lavorava come assistente designer qui a New York. Non so se sia natura, nutrimento o nessuno dei due, ma ero un creativo fin da piccolo. Ci ho messo un po’ a trovare il mio métier d’art». Se non fosse un artista. «Da bambino volevo essere una rockstar o uno dei ragazzi perduti di Peter Pan o la volpe o la puzzola». Se fosse un artista. «Piero Fornasetti. Sento un’affinità con il suo lavoro. Ha iniettato un umorismo palpabile in un campo che si prende troppo sul serio. Posso solo sperare di avvicinarmi al suo spirito disinvolto e alla sua eleganza».

Il tessuto mette in scena paesaggi pastorali, ma Richard Saja ci ricama sopra un’altra storia con personaggi immaginari. Ci sono l’uomo ombra e l’uomo verde. L’uomo peloso, le teste di fuoco, la madre universale. I bimbi sperduti di Peter Pan e il coniglio addormentato di Goodnight Moon. Ricamare le figure ricoperte di pelliccia è come un’esperienza meditativa – si perde in uno Yeti o in uno Sasquatch. Erano una sua ossessione infantile – ancora oggi è La Bella e la Bestia la sua fiaba di riferimento. Quella che era una solida arcadia diventa un universo parallelo, un mondo andato a gambe all’aria. «Il toile è una sfida. Ricavare qualcosa di nuovo ogni volta. Il concetto originale era quello di ricamare i tatuaggi facciali Maori su figure del Diciottesimo secolo». Un’arte nata da un disguido temporale. Il nome della compagnia non mente Historically Inaccurate. «Mi sono dato al ricamo alla fine degli anni Novanta, prima lavoravo in ambito pubblicitario. Durante le fiere osservavo le persone leggere i cartelli. La confusione diventava comprensione, anche piacevole».

Il processo creativo è quasi improvvisato. Non ha già tutto in mente. Di solito verso mezzogiorno, si siede con una tela vuota in mano e lascia scorrere la magia. Le sue dita sono spontanee, per questo non ama lavorare su commissione. Nessuna immagine specifica «per quello è sufficiente prendere una scimmia dalle dita agili». Ricamo e tecnologia sono un ossimoro. Ha provato a sperimentare con atti meccanici e tessuti intelligenti, ma ha fatto uno sforzo consapevole per fare tutto il suo lavoro da solo e a mano. «La tecnologia impone ciò che è possibile mentre la storia impone ciò che è pratico. Il ricamo a macchina non sarà mai in grado di imitare gli aspetti gestuali che un umano impregna nelle cuciture». Un fan dell’arte tradizionale, con la sua cifra ironica lancia il ricamo vecchio stile e sfida lo spettatore a ridefinirne il significato. «Mi piace pensare che qualcuno, dopo aver visto un mio pezzo, vada a scavare un po’ nella storia del toile de Jouy». I fili si intrecciano come in un gioco di complementi e contraddizioni inerenti all’unione di ciascuno con l’altro. Così nel ricamo scava nell’interazione umana e introduce ‘l’altro’ in un contesto non suo. Ogni piccolo abbellimento è motivo di accettazione che sfida l’idea della differenza «Il messaggio non è pedante, ma è lì».

Un aneddoto. «Il mio primo progetto su larga scala. Stavo ricamando La vita lungo il Mississippi per tappezzare le pareti della reception del Commanders Palace di New Orleans. Una vignetta nella stampa raffigurava un tavolo nel bosco circondato da uomini e donne che alzavano i loro bicchieri in un brindisi. Li ho trasformati in clown con parrucche assurde, colori vivaci e nasoni rossi. Il cliente mi ha chiesto di rimuovere i nasi da clown. Per anni mi sono chiesto perché il naso e non la parrucca».

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

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