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The Fashionable Lampoon
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rocco moliterni

Flashback 2018

Aldo Mondino (1938–2005), Immaginare il podere, 1965
Mario Radice, Senza titolo, Composizione R.S., 1939-40, olio su tela, cm 63 x 50,5
Carol Rama, Mana 1955, Olio su tela 100X80, Biennale di Venezia 1956, Stadtisches Museum 1957,Italianische Maler, Arte concreta Torino-Sala Bolaffi 1970
Cipriano Efisio Oppo, Autoritratto, 1911, Olio su tela, 35cmX33.5cm
Mario Menin, Ritratto simultaneo di Benedetta, 1938, Olio su tavola, 226cmX160cm
69_Savinio, Senza titolo, 1930, olio su tela, 65x54 cm Fronte
70_Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1959, olio su tela, 80 x 60 cm
Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attesa, 1964-1965, Idropittura su tela, azzurro, 46cmx38cm
Jiri Kolar, Omaggio a La May Desnuda (Goya) 1969 - cuborollage su cartoncino - 32cmx66.1cm

Text Rocco Moliterni

Cosa di più attuale, il giorno dopo la proposta del governo di regalare appezzamenti di terreno alle coppie che fanno il terzo figlio, di un’opera che si chiama Immaginare il podere? Esistono artisti visionari in grado di creare opere che diventano attuali anni dopo la loro morte. Aldo Mondino, forse l’ultimo dada italiano, scomparso a 67 anni nel 2005, era uno di questi.

L’opera è divisa in due parti: sopra un spazio quadrettato bianco e vuoto, sotto il disegno a colori quasi infantile di una fattoria. Al centro una tavolozza da pittore. Immaginare il podere (realizzata nel 1965, in realtà giocava in anticipo con uno degli slogan più famosi del ’68) campeggiava accanto a bassorilievi medievali nello stand della galleria Benappi a Flashback, la fiera di scena al Pala Alpitour di Torino fino al 4 novembre scorso. Se la coppia cui potrebbe interessare Immaginare il podere decidesse davvero di fare un figlio potrebbe sempre comprarsi la culla in legno tutta fregi e taffetà rosa, del XIX secolo, con piedi a forma di delfino, in bella vista nella galleria Social Art di Masoero.

‘Tutta l’arte è contemporanea’ è lo slogan di Flashback, ideata e diretta da  Stefania Poddighe e Ginevra Pucci che si rivela sempre più l’alternativa ad Artissima. Se Artissima, con le sue centonovantacinque gallerie dedicate al contemporaneo, è ormai l’ammiraglia delle fiere torinesi, Flashback con le sue cinquantuno gallerie che mescolano antico e moderno è una cacciatorpediniera. Vi si trovano i grandi del Novecento e dell’Ottocento – da Fontana (un suo taglio di medie dimensioni costa 980 mila euro da Mazzoleni) a Grosso, da Balla (la serie delle stagioni con le donne in rosso, del 1937, fa pensare a Boccasile: chi avrà influenzato chi?) a Boldini, da Casorati a Campigli.

Non mancano i poveristi come Pistoletto, Paolini e Boetti – l’arazzo Tutto da Tornabuoni –, nonché Carol Rama (incanta un suo autoritratto del 1948 alla Galleria del Ponte). Si può spaziare anche verso l’arte antica con statue, mobili, crocifissi, gioielli e giapponeserie. C’è perfino un Canaletto in vendita a 2 milioni e mezzo di euro. Un posto d’onore appena si entra è riservato alla Galleria di Gian Enzo Sperone che propone nel suo stand la mostra Ritratti/autoritratti, e nel cuore della fiera la grande installazione The Wenderer, Hunter and Reverie di Toni Matelli, triade di bizzarri personaggi di grandezza uno a uno.

Il filo conduttore di quest’anno è mutuato dal libro di fantascienza di Chad Oliver Le rive di un altro mare, che racconta di rapporti tra realtà differenti e in continua ridefinizione, un dialogo tra diverse forme di civiltà, diversi mondi. Un po’ come quelli che si incontrano in fiera. Da non dimenticare Opera viva di Alessandro Bulgini & C. – l’artista tarantino-livornese si aggira tra i vari stand con il suo abito rosso da giannizzero – la mostra dei  manifesti che in Piazza Bottesini a Barriera di Milano scommettono sulla riqualificazione attraverso l’arte di quella parte di periferia torinese e Francesco Valeri che realizza live, ispirandosi a Chad Oliver,  Le rive di un altro mare: un wall painting di più di 60 metri quadrati, eseguito in diretta durante i giorni della fiera.

Artuner, Eugenio Re Rebaudengo

Text Rocco Moliterni

 

«Il progetto è nato cinque anni fa, ed era il risultato di una ricerca che avevo avviato al master di management della London School of Economics. All’inizio si trattava di una piattaforma esclusivamente on line dove invitavamo artisti a mostrare le loro opere»: così Eugenio Re Rebaudengo,  trent’anni, capelli e leggera barba rossa, racconta gli esordi di Artuner, la sua creatura che ormai si è inserita a pieno titolo nel mercato dell’arte internazionale. Eugenio ha respirato arte fin dall’infanzia: sua madre è Patrizia Sandretto, collezionista e mecenate, anima dell’omonima fondazione torinese e tra breve anche madrilena. «L’idea era di riuscire a realizzare qualcosa che si differenziasse nel grande mare delle proposte online: chiunque si senta artista posta e vende le sue opere. Mi sembrava importante offrire una bussola per orientarsi: noi ti consigliamo quali sono i cinque artisti cui vale la pena di prestare attenzione in questo momento».

Con il tempo Artuner si è trasformata in una piattaforma ‘ibrida’. «Abbiamo pensato di offrire un’opportunità  di visione delle opere, così dopo il primo anno abbiamo organizzato mostre itineranti, senza avere uno spazio fisico  preciso o una città o un Paese di riferimento. Oggi proponiamo tra le cinque e le otto mostre all’anno in città e luoghi sempre differenti. La base rimane Londra, ma ad esempio durante Artissima abbiamo portato i nostri artisti in un palazzo del centro storico di Torino». E iniziative analoghe sono state realizzate a New York, Berlino, Parigi e anche sull’isola greca di Sifnos. «Le più recenti a Bruxelles dove  Paul Kneale, trentenne canadese che vive a Londra, ha avuto modo di presentare i suoi ‘scanner paintings’». Gli artisti sono di generazioni diverse, si va da personaggi affermati a poco più che esordienti. «Mi piace l’idea che si crei un dialogo tra figure come Ed Ruscha o Rebecca Salter e giovani alle prime armi. In tutto in questi anni sono più di cento gli artisti cui abbiamo offerto una vetrina».

La piattaforma non è però solo una vetrina ma propone, come una galleria, in vendita i lavori esposti. «Abbiamo uno zoccolo duro di collezionisti ‘tradizionali’, ma grazie all’on line  raggiungiamo anche un pubblico più giovane di collezionisti under quaranta». Per organizzare le mostre importante è la figura del curatore: «Anche qui il modello si è sviluppato con il tempo. All’inizio avevo delegato a più curatori esterni, più di recente ho preferito dare maggior spazio al mio team londinese. Così oggi la maggior parte dei progetti lo sviluppiamo noi. E direi che la parte più eccitante del lavoro è proprio  la ricerca e l’identificazione fra i tanti artisti in circolazione di quelli che hanno delle potenzialità e che si possono inserire nei nostri progetti». Proprio questa continua ricerca impone di essere sempre in giro per il mondo: da Hong Kong a Londra, da Basilea a New York. «E un lavoro molto appassionante, non ha orari e il confine tra lavoro e non lavoro finisce per essere molto sottile».

Ma quale è oggi lo stato del mercato dell’arte?  «Non è un periodo facile per le gallerie tradizionali se si escludono le 10/15 top del mondo per cui la crisi non esiste: tendenzialmente infatti  chi ha fatturati molto alti continua a crescere. Per le gallerie di fascia media e bassa tutto invece è molto più complicato». Una piattaforma come Artuner può essere un modo per innovare e trovare strade nuove, per sapere come, basta andare sul sito www.artuner.com.

Per maggiori informazioni su Artuner, artuner.com

L’Art Week milanese

Text Rocco Moliterni

 

A ventitré anni si è più che maggiorenni e di questa raggiunta maturità si attende conferma dalla ventitreesima edizione di miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano che apre i battenti giovedì agli addetti ai lavori e venerdì al pubblico pagante. Perché nel panorama delle fiere d’arte italiane, tra la corazzata nazional-popolare Arte Fiera di Bologna e la forse fin troppo raffinata e di tendenza Artissima di Torino, miart ha sempre avuto un andamento altalenante, con edizioni molto interessanti e altre quasi imbarazzanti, strizzando l’occhio di volta in volta al mondo della moda o a quello del design che hanno a Milano i loro templi. Quest’anno le condizioni per il successo ci sono tutte: sono ben 184 le gallerie presenti (c’è più o meno il gotha delle gallerie italiane, anche se in una fiera non sempre la quantità coincide con la qualità) con un aumento del cinque per cento rispetto alla scorsa edizione e di queste quasi un terzo partecipano alla fiera per la prima volta. Sono in aumento le gallerie straniere (spicca tra le altre nell’elenco Gagosian) che arrivano da diciannove paesi e rappresentano il quarantun per cento del totale. Il direttore Alessandro Rabottini che ha raccolto l’eredità di Vincenzo De Bellis ed è alla sua seconda miart, ha confermato la presenza delle sette sezioni che caratterizzano la kermesse e si propongono di far dialogare arte moderna, arte contemporanea e design da collezione: Established Master, Established Contemporary, Emergent, Generations, Decades, OnDemand e Object.  Sarà quindi possibile un viaggio tra le estetiche che hanno caratterizzato il Secolo Breve e quelle del Nuovo Millennio. Il filo rosso tra le varie sezioni è la progettualità delle gallerie che propongono personali di singoli artisti (ad esempio la galleria dello Scudo di Verona propone Afro, Studio Marconi 65 Lucio del Pezzo) in sintonia con le molte mostre, da Teresa Margolles al Pac a Eva Kotatkova alla Hangar Bicocca, solo per citarne due,  proposte dalle varie istituzioni milanesi nel cartellone Art Week che affianca in tutta la città la manifestazione. Due le novità dell’Art Week: l’Art Night no profit spaces, ossia l’apertura serale di spazi d’arte no profit e progettuali, sabato 14 aprile e l’apertura straordinaria di tutte le gallerie milanesi nella giornata  di domenica 15. Fitto come sempre il cartellone dei premi (sono sette come l’anno scorso) e degli sponsor. Il successo di una fiera però non si giudica solo dalla qualità delle proposte ma anche dalla quantità degli affari: la prima potremo giudicarla giovedì alla preview, per la seconda dovremo attendere domenica sera.

miart 2018

April 13th > 15th

Fieramilanocity
Viale Scarampo, Milano – Gate 5

miart@fieramilano.it;

Read more on http://www.miart.it;

Buy tickets here http://www.miart.it/it/content/orari-e-tariffe

Courtesy Press Office
miart.it – @miartmilano

Aria, o meglio, arte nuova a Venezia

Text Rocco Moliterni

 

C’è un uomo solo seduto al tavolo di un bar con una bottiglia e un bicchiere di vino. Poi ti accorgi che nonostante i jeans e lo spolverino è una scultura di cera e soprattutto che in testa ha uno stoppino: brucerà lentamente come fanno di solito le opere di Urs Fisher: è questo lavoro del 2001 dell’artista svizzero ad accogliere a Punta della Dogana, a Venezia, i visitatori di Dancing with Myself, la mostra collettiva a cura di Martin Bethenod e Florian Ebner, nata dalla collaborazione tra la Pinault Collection e il Museum Folkwang di Essen, dove fu presentata in una versione ridotta due anni fa. È una lunga cavalcata attraverso le creazioni (la fotografia fa la parte del leone, ma ci sono dipinti, sculture, video e installazioni) di trentadue artisti dagli anni Settanta a oggi. Il fil rouge che le lega è l’uso del corpo o dell’immagine dell’artista stesso come oggetto della rappresentazione: «non ci importava però raccogliere opere in cui l’artista fa prevalere o esprime la propria soggettività, ma opere in cui l’artista usa se stesso per raccontare la società e il mondo o il contesto che lo circonda» spiega Martin Bethenod. Così ad esempio puoi trovare We di Cattelan, dove due manichini con le sue sembianze sono sul letto di morte, o varie serie fotografiche di Cindy Sherman, dagli anni Settanta ad oggi, in cui l’artista americana veste di volta in volta gli abiti di persone di diversi ruoli e contesti sociali (per certi versi la Sherman prosegue l’utopia d’anteguerra di August Sander). Prima di lei aveva tentato un’operazione simile anche la vera scoperta di questa mostra, l’artista ‘maledetto’ (figlio di una donna che aveva assassinato il marito, fu assassinato egli stesso nel 1978) Marcel Bascoulard, che si ritraeva en travesti in abiti da donna sempre diversi. Colpiscono sia la sala con i grandi autoritratti di Rudolf Stingel, sia quella centrale con i lavori del duo britannico Gilbert&George. Ci sono l’autoritratto di Alighiero Boetti e le immagini di critica sociale di artisti come Nan Goldin, LaToya Ruby Frazer, Paula Nazareth e Adel Abdessemed. Non mancano tra gli altri Damien Hirst, Giulio Paolini, Rori Horn. Una riflessione sul mondo dell’arte viene anche dai video in cui Lili Reynaud-Dewar balla nuda tra le opere di Pierre Huyge o tra quelle del’Atelier Brancusi al Pompidou.

In questo viaggio, però, ci sono anche immagini di Martin Kippenberger, l’artista tedesco che fu amico e sodale di Albert Oehlen, cui è dedicata la grande personale a cura di Caroline Bourgeois a Palazzo Grassi (entrambe le mostre si inaugurano domenica 8 aprile). Nelle sale dello storico edificio (a differenza di altre mostre del passato è vuoto il grande atrio di solito invaso da installazioni e sculture: ospitò l’anno scorso il Gigante di Damien Hirst) sono allestite in modo sontuoso oltre ottanta opere, solo in parte provenienti dalla collezione Pinault. L’artista, classe 1954, uno dei grandi maestri dell’astrattismo tedesco, è cresciuto alla scuola di Amburgo ma oggi vive e lavora in Svizzera. «Oehlen – spiega Caroline Bourgeois – ama come i suoi colleghi la musica e la sua arte ha molti punti in comune con il free jazz, abbiamo così cercato si realizzare una mostra dal ritmo musicale». E per farlo più che sull’ordine cronologico (Oehlen è un artista che torna spesso sugli stessi temi e lavora per stratificazioni) si punta sulle assonanze e i rimandi tematici. In catalogo lo storico dell’arte Jean-Pierre Criqui suggerisce di «vedere le opere di Oehlen come territori. La legge segreta – mai enunciata, incessantemente modificata – che presiede a queste creazioni è quella del palinsesto, della sedimentazione, degli strati sovrapposti, molto spesso anche dell’interferenza». Inutile dire che il gioco della luce e dei riflessi del Canal Grande che interferiscono con i segni astratti di Oehlen rendono ancora più intrigante l’esposizione.

Dancing with Myself

08 aprile > 16 dicembre 2018

Punta della Dogana
Dorsoduro 2, Venezia VE – Italy

Mercoledì > lunedì, 10:00 > 18:00

 

Cows by the Water

08 aprile 2018 > 06 gennaio 2019

Palazzo Grassi
Campo San Samuele 3231, Venezia VE – Italy

Mercoledì > lunedì, 10:00 > 19:00

Courtesy Press Office
paolamanfredi.com – @pcm.studio

MIA Photo Fair, a conti fatti

Text Rocco Moliterni

 

È un’operazione sul ricordo Joie de vivre, il lavoro con cui Letizia Cariello ha vinto il Premio Paribas di MIA Photo Fair. Quelle immagini degli Anni Sessanta in Costa Azzurra, però, con latin-lover e attrici, barche e hotel di lusso, su cui è intervenuta con aggiunte minimali, esaltandone l’effetto di cassetto della memoria, l’artista di Coppano alla Galleria Minini, sono forse una chiave per decifrare l’ottava edizione della kermesse milanese. Una kermesse che sfodera fino a lunedì 12 marzo a The Mall Porta Nuova centotrenta espositori di cui novanta gallerie e tra queste ben trentasette sono straniere, il che ha dato quest’anno un tocco di internazionalità in più a una manifestazione che ha visto in passato alti e bassi.

L’edizione di quest’anno sembra decisamente fra gli alti, perché l’impressione è che abbia messo da parte gli eccessi di sperimentalismo e le carrellate di esordienti (o più o meno), puntando sul fascino e la qualità della fotografia ‘classica’: ritratti,  nudi, paesaggi. Sia di autori italiani da Jodice alla Vigo, da Cresci a Ghirri, da Giacomelli a Berengo Gardin, sia di fotografi di paesi stranieri, in primis l’Ungheria, cui è dedicato un focus, ma anche la Spagna (interessante lo spazio delle Baleari, con quel reportage post-elettorale di donne stanche accanto alle bandiere dei vari partiti, di rara efficacia), l’Africa e la Cina (Liu Bolin, di cui in questi giorni si è aperta una grande mostra al Vittoriano di Roma, ha una personale alla veronese Boxart).

Non mancano, sempre dall’estero i big d’Oltreoceano, quali Berenice Abbott, Robert Adams, Robert Frank, William Eggleston e Man Ray presentati ad esempio dalla galleria Kunsthandel di Berlino.  Girando per gli stand si ritrovano non pochi nudi femminili, declinati a volte da giovani autrici francesi o olandesi. La sensualità femminile ritorna in una casta immagine di Franco Fontana dalla serie ‘La luce delle domeniche americane’ (Photo & Co.) e in quelle del fotografo perugino Claudio Montecucco (Blancheart). Siccome non si vive di sola sensualità sono molto interessanti i lavori ‘industriali’ di Lucrezia Roda con i suoi Steel-Life.

Lavazza, partner della fiera fin dalla prima edizione, sfodera una mini personale di Platon legata al Calendario Lavazza 2018: sono i ritratti di diciasette ambasciatori della sostenibilità, uomini e donne impegnati concretamente a costruire un mondo più giusto dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, come lo chef Massimo Bottura, l’attore statunitense Jeremy Renner, la paladina degli oceani Alexandra Cousteau, Carlo Petrini, fondatore di Slow Food,  passando per il campione di tennis André Agassi fino a Jeffrey Sachs, Direttore del Network dell’Onu per lo Sviluppo Sostenibile. Le opere in vendita spaziano da poche centinaia di euro a qualche decina di migliaia. Se avete, però, solo trenta euro potete portarvi via almeno il vostro ritratto: ve lo fa Settimio Bonadusi per Hp. La versione big viene esposta su una parete della fiera e ve la spediranno a casa, quella small ve la danno immediatamente.

MIA Photo Fair 2018

9 > 12 marzo 2018

The Mall
Piazza Lina Bo Bardi, 1 – Milano (sotto la BNL Diamond Tower)

Venerdì 9 marzo, 12:00 > 21:00
Sabato 10 marzo, 11:00 > 20:00
Domenica 11 marzo, 11:00 > 20:00
Lunedì 12 marzo, 11:00 > 20:00

Intero €16
Ridotto €12 (studenti fino a 21 anni, over 65)
Ridotto €12, dopo le 18.00

Courtesy Press Office
miafair.it/milano – @miaphotofair

Artefiera 2018 – si va sull’usato garantito

Text Rocco Moliterni

 

Arte Fiera sta all’arte come il Festival di Sanremo sta alla musica leggera.

Un rito che, edizione dopo edizione, si ripete più o meno uguale a se stesso. A Bologna non vieni per provare il brivido della novità o della ricerca di tendenza, ma per trovare conferme. La kermesse diretta da Angela Vettese non punta sui giovani, anche se non mancano le scoperte, come il maltese Matthew Attard, vincitore del premio Euromobil Under 30, con i suoi fili d’alluminio che disegnano silhouette sospese sui muri. Qui le circa centocinquanta gallerie quasi tutte italiane, fanno a gara per proporre artisti quasi tutti italiani, che siano un investimento per collezionisti dal portafoglio gonfio e dalla scarsa voglia di rischiare. Si va in altre parole sull’‘usato sicuro’. È un grande spolvero di Fontana, Burri, Campigli, Vedova, Balla, ma anche Boetti, Capogrossi, Zorio, Schifano ossia la Grande Bellezza – e in qualche caso bruttezza – del Novecento italiano.

L’annunciata novità era il rimescolamento delle carte: non più il moderno diviso dal contemporaneo e la fotografia in un ghetto a sé stante, ma tutti con o contro tutti. Di fatto i big del moderno, ossia gallerie come Tornabuoni, Mazzoleni, Lo Scudo sono rimaste nel padiglione 26 e le gallerie più votate al contemporaneo, da Continua a Primo Marella nel padiglione 25, con la fotografia non pervenuta: disseminata qua e là la sezione Photo quasi si perde. Non mancano le mode passeggere: quest’anno c’è, sarà perché è un ex sessantottino, il ritorno di Piero Gilardi e dei suoi Tappeti Natura e vanno molto sculture classiche riconvertite al contemporaneo (anche se dopo Jeff Koons non è una grande idea). Più che in passato è ricco il cartellone di eventi in città il che permette di non mangiare in Fiera dove la qualità del cibo non è paragonabile a quella delle opere in vendita. In compenso il rognone con la cipolla e i funghi pioppini in brodo di cappone all’Osteria Bottega è un capolavoro. E può aiutare a mandar giù lo struggimento di non portarti a casa ad esempio quel ritratto a carboncino che Balla fece nel 1905 al suo amico Duilio Cambellotti: costa, se nessuno l’ha ancora comprato, duecentoventi mila euro.

Courtesy of Press Office
lightboxgroup.net

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