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Denim Day in Rome

Il 27 maggio, a Roma, si celebra il Denim Day.  Nella settimana precedente, a partire dal 20 al 27, una campagna filantropica supportata da Guess invita tutte le donne a indossare una bandana rossa per combattere la violenza contro le donne. The Fashionable Lampoon ha scelto l’arte. Nella sua forma più contemporanea, con l’illustrazione artistica in formato digitale diffusa attraverso l’utilizzo dei Social Network: è la digital visual wave. Semplicemente grazie. A tutti gli artisti che hanno condiviso questo progetto:

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Nel 1998, la Corte di Cassazione di Roma scagionò un uomo dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza diciottenne. Il tribunale volle notare quanto i jeans indossati dalla donna fossero troppo aderenti al punto di implicare la consensualità della vittima.

Il fatto accaduto risale al 1992. Protagonista una ragazza appena maggiorenne alla sua prima lezione di guida. L’istruttore, un uomo quarantacinquenne abusò di lei costringendola al silenzio con minaccia di morte. La ragazza confessò alla famiglia la violenza subita a cui fece seguito denuncia e condanna dello stupratore. Nel 1998 la sentenza venne però annullata dalla Corte di Cassazione di Roma. Secondo l’analisi: «la vittima indossava i jeans molto, molto stretti, e avrebbe dovuto aiutarlo a toglierli. Rimuovendo i jeans non era stupro ma sesso consensuale».

Il giorno dopo l’annullamento della sentenza le rappresentanti femminili del Parlamento italiano si presentarono alla Camera in jeans aderenti come forma di protesta. Risposta ancora più forte alla sentenza fu quella americana. L’associazione losangelina Peace Over Violence istituì il Denim Day. Giornata in cui tutte le donne indossano blu jeans aderenti, facendo del denim il simbolo di protesta contro la violenza sulle donne. Uno strumento di sensibilizzazione rivolto a quel maschilismo che dice Se ti vesti così, te la cerchi.

Quest’anno, la manifestazione è giunta al terzo appuntamento italiano: il 27 maggio, a Roma. Grazie al sostegno di Guess, brand che con le sue iconiche campagne ha reso sexy il denim a tutte le ore del giorno. La Guess Foundation Europe, in collaborazione con The Circle Italia Onlus, invita le donne a indossare i jeans come segno di attivismo e da voce alla protesta femminile con un evento a Palazzo Barberini. Presieduto da Paul Marciano, CEO e direttore creativo di Guess, presentato dal celebre DJ Kris Grove, darà l’avvio alla raccolta fondi in favore di D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, a cui Guess donerà dieci euro per ogni capo venduto dal 20 al 27 maggio. La campagna filantropica invita inoltre tutte le donne a indossare una bandana rossa che sarà data in omaggio con l’acquisto di un capo denim Guess durante il Denim Day. Da postare su Instagram con hashtag #DENIMDAY, #GUESSFORPROGRESS, #STOPSEXUALVIOLENCE.

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale.

Tra un passato da conservare con orgoglio e un futuro a cui guardare con ottimismo.
Attrae, diverte e stupisce. È il mood dell’arte contemporanea. Invasa da un popolo di ‘followers’ curiosi. Il pubblico normale può farsi un’idea sulle ultime tendenze in fatto di gusti estetici.

L’astrattismo si è fatto assoluto in molta Digital art computerizzata portando all’estremo il minimalismo geometrico. L’importante è essere eccentrici.

Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato il Denim Day.

Illustratori:

Fabio Delvò
Lynnie Z

Anna Tsvell
Buket Koyunku
Rodik + Veron
Fausto Bianchi
Piero Corva
Studio Iva
Nanna Preler
Alina Grinpauka
Alena Lavdovskaya
Davide Molica


www.guess.eu

Il 27 maggio, a Roma, si celebra il Denim Day.  Nella settimana precedente, a partire dal 20 al 27, una campagna filantropica supportata da Guess invita tutte le donne a indossare una bandana rossa per combattere la violenza contro le donne. The Fashionable Lampoon ha scelto l’arte. Nella sua forma più contemporanea, con l’illustrazione artistica in formato digitale diffusa attraverso l’utilizzo dei Social Network: è la digital visual wave. Semplicemente grazie. A tutti gli artisti che hanno condiviso questo progetto.

Yoko e Claire oltre lo specchio

Text Enrica Murru

 

Une, articolo femminile singolare: si parte da qui per il ciclo di mostre che nel biennio 2017/18 occuperà gli spazi dell’Accademia di Francia a Roma grazie all’impegno della direttrice Muriel Mayette-Holtz.

Une, che si trasforma in grido di battaglia al cospetto della potenza espressiva di Yoko Ono e Claire Tabouret, protagoniste della mostra One day I broke a mirror (dal 5 maggio al 2 luglio). L’immagine dello specchio, presente nel titolo voluto da Yoko Ono, offre l’opportunità di un confronto ma anche di uno scontro; rompere lo specchio, infatti, significa passarci attraverso e oltre. Come per l’Alice di Lewis Carroll, qui l’essere donna smette di essere una condizione naturale, sociale o convenzionale, per diventare piuttosto lo slancio poietico che rimette in discussione il mondo.

Se non ci piace quello che vediamo, sembrano dirci le due artiste, la reazione più sensata è cambiare il punto di osservazione: da quella partecipata tanto cara all’antropologia di Lévi-Strauss, a quella mediata, che come in uno specchio riflette le istanze contemporanee in cui siamo immersi attraverso le pulsioni artistiche del deus ex machina che muove il nostro sguardo. Un regista onnisciente e volubile che illumina il cammino.

È lo stesso gioco a cui ci chiama l’installazione di Ono Skyladders (1992), un insieme di scale di legno tutte diverse, che invita il pubblico a non guardare la realtà da un’unica prospettiva. Esemplare in questo senso è anche il video Freedom (1970), girato al ralenti, che mostra Yoko Ono nell’atto di strappare il reggiseno che indossa: un’incitazione a liberarsi dalla costrizione dei legami sociali che, insieme all’insofferenza per il determinismo e alla ribellione non violenta, è tra i punti cardine attorno ai quali ruota la collaborazione delle due artiste.

Alla produzione di Ono, che espone pezzi del decennio 1960-1970, quelli più intrisi della sua esperienza nell’underground newyorkese, fanno eco le ragazze forti e vulnerabili ritratte da Claire Tabouret, protagoniste di molte delle quaranta produzioni appositamente create per la mostra a Villa Medici.

In questo senso è forse Sitting (2016), un grande dipinto che raffigura un gruppo di donne sedute in una posizione ferma e determinata, la tela che meglio definisce la poetica di Tabouret: l’immagine irradia tranquillità e al contempo la forza dell’unione. Sono tante donne che diventano une grazie all’energia della condivisione. Come in The Team (2016), nel quale sette donne sono imprigionate nello stesso drappo, fomando un unico corpo dal quale emergono diverse individualità.

Un’onda d’urto percorre tutta la mostra serpeggiando come un movimento che diventa protesta, un’insurrezione pacifica ma ferma, fatta da individui e da gruppi che si fronteggiano tenendosi testa. È lo stesso scontro dialettico che irradia fra le due creative: di generazioni differenti – Tabouret è classe 1981 – e differenti stili, ma unite da un’acuta riflessione sul ruolo dell’artista, sempre in bilico fra l’essere nel mondo e il ritirarsi; tra l’essere guerriera e conquistatrice, e il desiderio di mettersi in disparte per osservare la realtà dall’altra parte.

Images Courtesy of press office 

Denim Day in Rome

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

Una sera nella città eterna con Guess. Per non dimenticare

 Location: Palazzo Barberini, Roma. Un evento in nome del rosa: per celebrare il Denim Day Italia (data ufficiale il 27 maggio). Grazie a Guess Foundation Europe e The Circle Italia Onlus, a sostegno di D.i.Re – Donne in Rete contro la Violenza.

 

La serata è stata presentata da Kris Groove. A fare gli onori di casa c’erano Paul Marciano (presidente di Guess),  Titti Carrano (presidente di D.i.Re.) e Adelaide Lucia Corbetta (responsabile della comunicazione di The Circle Italia Onlus).

 

Più di 300 gli ospiti che hanno presenziato. Da Pamela Prati a Valeria Marini. Da Belén Rodrìguez a Bianca Guaccero. Oltre alle testimonianze d’autore: Raoul Bova ha presentato il suo corto contro la violenza, interpretato da Michelle Hunziker. Vittoria Puccini ha recitato un monologo. Per finire con una cena esclusiva a Palazzo e
party con dj set Frida K.

 

Ma cos’è il Denim Day?

 

 

DENIM DAY: PER DIRE NO ALLA VIOLENZA

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

Nel 1998, la Corte di Cassazione di Roma scagionò un uomo dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza diciottenne. Il tribunale volle notare quanto i jeans indossati dalla donna fossero troppo aderenti al punto di implicare la consensualità della vittima.

Il fatto accaduto risale al 1992. Protagonista una ragazza appena maggiorenne alla sua prima lezione di guida. L’istruttore, un uomo quarantacinquenne abusò di lei costringendola al silenzio con minaccia di morte. La ragazza confessò alla famiglia la violenza subita a cui fece seguito denuncia e condanna dello stupratore. Nel 1998 la sentenza venne però annullata dalla Corte di Cassazione di Roma. Secondo l’analisi: «la vittima indossava i jeans molto, molto stretti, e avrebbe dovuto aiutarlo a toglierli. Rimuovendo i jeans non era stupro ma sesso consensuale».

Il giorno dopo l’annullamento della sentenza le rappresentanti femminili del Parlamento italiano si presentarono alla Camera in jeans aderenti come forma di protesta. Risposta ancora più forte alla sentenza fu quella americana. L’associazione losangelina Peace Over Violence istituì il Denim Day. Giornata in cui tutte le donne indossano blu jeans aderenti, facendo del denim il simbolo di protesta contro la violenza sulle donne. Uno strumento di sensibilizzazione rivolto a quel maschilismo che dice Se ti vesti così, te la cerchi.

Quest’anno, la manifestazione è giunta al terzo appuntamento italiano: il 27 maggio, a Roma. Grazie al sostegno di Guess, brand che con le sue iconiche campagne ha reso sexy il denim a tutte le ore del giorno. La Guess Foundation Europe, in collaborazione con The Circle Italia Onlus, invita le donne a indossare i jeans come segno di attivismo e da voce alla protesta femminile con un evento a Palazzo Barberini. Presieduto da Paul Marciano, CEO e direttore creativo di Guess, presentato dal celebre DJ Kris Grove, darà l’avvio alla raccolta fondi in favore di D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, a cui Guess donerà dieci euro per ogni capo venduto dal 20 al 27 maggio. La campagna filantropica invita inoltre tutte le donne a indossare una bandana rossa che sarà data in omaggio con l’acquisto di un capo denim Guess durante il Denim Day. Da postare su Instagram con hashtag #DENIMDAY, #GUESSFORPROGRESS, #STOPSEXUALVIOLENCE.

Images courtesy of press office www.guess.eu

Petit H

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

«Come si può non essere ispirati davanti a tanta bellezza» sottolinea Pascale Mussard, una donna di fascino e intensità, sesta generazione della Famiglia Hermès, Direttore Artistico e responsabile della creazione di questa particolare avventura della casa francese. «Roma è un contenitore di meraviglie che miscelano secoli e semantiche, materie, linguaggi e suggestioni infiniti. Bisogna essere ciechi per non vedere. Per non voler vedere. Detesto la gente blasé. Sono curiosa e amo sperimentare a getto continuo fin dalla mia infanzia» aggiunge Mme Mussard, gli occhi di un azzurro dai bagliori di acciaio animati da un entusiasmo contagioso. «Smontavo regolarmente i miei giocattoli, volevo capire che cosa ci fosse dentro e ho sempre frequentato gli archivi, scavandoci come in una miniera. Sono rimasta la stessa. In Italia, una terra dalle radici artistiche e artigianali tanto forti, il senso di Petit H, imperniato sul mutuale rapporto e sulla compenetrazione senza frontiere di sorta, tra designer e figure creative e artigiani di maestria ed esperienza, diventa più forte, legge un’eredità che è viva e si sviluppa verso il futuro».

Petit H il progetto speciale di Pascale, un qualcosa che ha cullato come una creatura e realizzato con caparbia passione, ora approda a Roma, in quella che è stata la storica boutique Hermès al 67 di via dei Condotti, adesso destinata a mostre ed eventi speciali e vi rimarrà per tre mesi. Petit H è itinerante, effimero e vagabondo per natura: il suo solo porto d’attracco permanente è il flagshipsore Hermès di rue de Sèvres a Parigi. Lo spazio del negozio romano è stato reinterpretato per l’occasione come un’ariosa e grafica Wunderkammer in bianco con profili neri dallo studio di architettura Caruso- Torricella. Un pop-up store pieno di invenzioni sorprendenti, che riusano e reinventano, secondo la poetica di questo innovativo programma nato nel 2011 e che ha sede a Pantin, alle porte di Parigi, quelli che lei definisce materiali orfani o dormienti. Si tratta di frammenti, parti metalliche, maniglie, ceramiche e borse dagli impercettibili difetti che però non passano la sbarra del rigoroso controllo di qualità del marchio, di prototipi, tessili. pellicce e pelli di fine serie, bottoni, serrature e quant’altro.

«Tutto è materia di riflessione, tutto è soggetto di meraviglia» aggiunge Pascale. «Materia viva. Nessun ordine né pregiudizio, ogni oggetto, mobile e complemento è giocoso, differente e sorprendente e bello». Ecco così che i canonici carré in seta si trasformano in carta velina e che il terrazzo alla veneziana, ripensato con uno spessore sottilissimo, dà vita a gioielli e riveste mobili e oggetti, secondo due progetti del duo Nicolas Daul e Julien Demanche, entrambi presenti oggi al vernissage. Un fiabesco cavallo azzurro a grandezza naturale, realizzato con l’inimitabile morbidissima pelle delle Birkin e Kelly bags, campeggia al centro di questa incredibile costellazione di objets du desir che incrociano un inusitato mixage di funzione e impatto estetico, di stupore. Un’aggraziata giovane signora giapponese, in realtà un medico di fama nel suo Paese, è venuta appositamente a Roma per questo opening. È una seguace fervente del culto Hermès. Ha ideato, montato e cucito personalmente l’abito strutturato che indossa utilizzando una serie di carrées, porta solo accessori, gioielli e orologio della Maison ed ha perfino dipinto le unghie delle mani e dei piedi con microscopici tipici motivi dell’immaginario Hermès. È piuttosto emozionata, ancora non ci crede e lo si vede chiaramente. Chiede timidamente di poter fare una fotografia con Pascale Mussard. Anche questo è Petit H.

Images courtesy of press office www.hermes.com

At the Raphaël

Text Carlo Mazzoni

@carlomazzoni

 

Un taxista mi chiede chi è che dormiva qui. È vero, il Raphaël resta uno dei luoghi iconici per la storia politica recente Italiana – quella degli anni Ottanta, una capitale vivace e ambigua, piena di vita e contraddizioni – ma io non voglio tornare lì, a ripetere quella vicenda.

Voglio parlare del glicine, il primo che vedo in fiore questa primavera. Sta fiorendo – ci sono solo petali lilla e tronchi – le foglie verdi arriveranno tra poco, prima intruse, poi incombenti. Conta il preambolo del futuro, non la memoria del passato – qui al Raphaël.

Tornavamo da una festa – in smoking, era martedì sera. L’immagine di quella Roma degli anni Ottanta oggi è nuova nel film di Sorrentino – Piazza Navona e Largo Febo non parlano più di monete, ma di Isabella Ferrari in un appartamento con l’eco sulla piazza. Roma è questo glicine che si arrampica – non su una facciata qualsiasi, ma sulla facciata del Raphaël. La pianta non è potata, è infestante, come la bellezza di Roma. Il glicine sale, le radici, i tronchi vecchi antichi, sale per tutti i piani – una jungla di bellezza intorno a un edificio angolare, irto su uno scoglio cittadino, sopra promontorio con i tavoli per l’estate. Lussureggiante, un dipinto di epoca romantica, passionale, scenografico – sì, come Roma. Entriamo – è molto tardi per esser martedì sera.

Il disegno di Richard Meier. Le balaustre in acciaio splendente. Le camere di legno chiaro, morbido, come le panche di una chiesa di Los Angeles, o le sedute sul ponte di uno Yacht per un giovane Niarchos. Il velluto rosso di una cornice sopra la testa del letto è una virgola, nel moderno, nel pulito. La camera angolare, quattro finestre affacciano sulla via – il glicine si appoggia come a comporre le tende – il glicine continua a salire.

La mattina presto saliamo al sesto piano, per uscire sulla terrazza. Da lì un’altra scala. È ancora freddo per la colazione all’aperto – un uomo sta ritoccando la vernice delle ringhiere. Oltre il balcone, il glicine è in agguato, arrampicandosi in alto. I campanili – intorno – San Pietro, Il Vittoriale, Castel Sant’Angelo. I gabbiani malvagi che mangiano i cuccioli di gatto, i terrazzi estesi come nuove piazze sospese, gli attici sono eufemismi.

Roma è così, come il glicine del Raphaël: sotterrata da una massa infestante di bellezza, profumo e fiori, a proteggere un’anima composta di tubi scintillanti di acciaio, angolare, protesa verso l’alto – quell’alto che a me piace, ancora una volta, chiamare futuro.

Hotel Raphael è parte di Relais & Châteaux, una selezione di oltre cinquecentocinquanta hotel di charme e ristoranti gourmet, gestita da un gruppo di proprietari indipendenti – hôteliers e chefs.
 
 
Images Lampooners and courtesy of Hotel Raphaël Rome www.raphaelhotel.com

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Images courtesy of press office
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