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russian kokoshnik

Kokoshnik Coccodè

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Axenoff Jewellery invita al Tiara Ball. «Ti dovrai mettere un kokoshnik» – mi è stato detto. Per assonanza ho pensato a coccodè. Tant’è. Una parola del sedicesimo secolo, in slavo antico, kokosh significa gallina. Il kokoshnik deve il suo nome a un elemento decorativo semicircolare dell’architettura russa, in cima alle cupole. Ambiguità linguistica. È una tiara, a forma di diadema. Una mezza corona arrotondata con una sola punta. Al tempo di Pietro il Grande fu bandito, lo zar voleva modernizzare il sistema. Tornò a spiccare in testa con l’arrivo di Caterina la Grande. Entrò ufficialmente a far parte degli abiti di corte. Imperiale su Anna Pavlova, cigno bianco dei teatri.

Milano, aspettando Cesare. «Caesar, ricordati, è white tie. Ci vediamo in Cadorna. Puntuale». Ho pregato che lo fosse. Ritirava il frac dal sarto la mattina stessa prima di partire. Lo è stato appena puntuale. Statuario. In cappotto blu. Un militare originale per cui ha fatto fare dei bottoni apposta. Valigione rigido da venticinque chili, borsone a spalla, ventiquattrore di cocco, il frac nel porta abiti sottobraccio, una coppola a spicchi inglese in testa, un colbacco di zibellino in tasca – lui. Fermo ai controlli in aeroporto, borsa ispezionata sottosopra. «Non posso circolare senza. Sono i cristalli di Rocca. Due cuspidi e una sfera. È una questione di energie capisce?».

San Pietroburgo, 23 novembre. Ore 17.00. Atterrati nel buio. Temperatura -4°. «Ci porti all’Astoria, presto, prima che finiscano i bliny». Si affaccia sulla Cattedrale di Sant’Isacco dal 1912, l’Astoria. È una pietra miliare dell’hotellerie. Ha vissuto la Rivoluzione d’Ottobre e quest’anno anche il suo centenario. C’era già, quando la fastosa capitale zarista, da San Pietroburgo è diventata la sovietica Leningrado. Se ne sta lì, sull’angolo, a due passi dalla Neva e poco distante dal Palazzo d’Inverno. Nella ‘Rotonda’, un salotto che è un crescent dove la luce è verde sage, ogni giorno, come vuole la tradizione – fu introdotta dal primo direttore dell’hotel all’inizio del ventesimo secolo, dalle quindici alle diciotto, viene servito il tè accompagnato dai bliny con la marmellata. I bliny si specchiano in un samovar di lucido ottone. Il tè si beve in ceramiche bianche e blu.

Una musica, dietro alle porte bianche sorvegliate da due cavalieri, fa così: «Festa e balli, fantasia, è il ricordo di sempre. E un canto vola via, quando viene dicembre. Sembra come un attimo. Dei cavalli s’impennano, torna quella melodia, che il tempo portò via». Dietro alle porte bianche il giardino d’inverno dell’hotel è un fluttuare di dozzine di coppie di ballerini avvolti di tulle color cipria. Chiudi gli occhi e in un capogiro di walzer sei a quel ballo che si teneva a corte al Palazzo d’Inverno. Petr Axenoff indossa una Circassian uniform color rubino, una copia precisa della stessa che indossò Nicola II. Il coro del Mariinskij canta God, save the Tzar, ora. Ora? Nel centro della stanza un tableaux vivant, il Royal Box – sul trono la famiglia Romanov con i gioielli della nuova collezione di Axenoff: Anastasia. Un tuono, e poi il buio. Rasputin. Sarà sconfitto in una battaglia di piroette. La vodka è solo Imperial. Il caviale è rosso, non nero. L’arrivo dei cosacchi, le danze gipsy. Il lancio del kokoshnik. All’insù. Lassù, dove ancora oggi aleggia la nostalgia dei Romanov.

Cover image: Anna Pavlova wearing a kokoshnik, Russian Prima ballerina, 1911

Gallery images courtesy of Press Office
axenoffjewellery.com – @axenoffjewellery