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The Fashionable Lampoon
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Da dove inizio?

Photography greg gorman

Quest’estate una lettera arrivò alla redazione di Lampoon: racchiudeva questa storia, potente come un romanzo che nessuno sa più scrivere.

 

Text Rocco Novi

 

Da dove inizio? Un bambino grassottello un po’ complessato ma spavaldo. Bravo a giocare a pallavolo, in spiaggia facevo belle gare. Ero bravo, ubbidiente. Cercavo di fare dell’educazione un valore e della simpatia una cosa che mi contraddistinguesse – oppure inizio dal rapporto con mia madre?

Una splendida e buona strega. Un’incantatrice che faceva pozioni nella mia fantasia. Non credo di aver mai superato il complesso di Edipo. Avevo dodici anni. Mio papà è uscito di casa, e anche mio fratello, molto più grande di me, è andato a studiare a Londra. Né uno né l’altro sarebbero più tornati, se non per festeggiare Natale o qualche compleanno. Le preparavo io il pranzo quando tornava dal lavoro e io ero già rincasato da scuola. Mia mamma aveva una vita pazzesca da raccontare. Amori, lavori in carcere con ragazzi minorenni. Conosceva i pittori di ogni epoca. Diceva che se fossa nata uomo avrebbe fatto il pilota. Inscenavamo inseguimenti e gare ai semafori. La domenica nei parcheggi deserti dei supermercati, con i testacoda facevamo stridere le gomme sull’asfalto.

Oppure inizio da quando a diciotto anni ho incontrato Beatrice. Bea è la mamma dei miei tre bimbi, la migliore che possano avere. La incontrai a una festa. Uscimmo insieme il giorno dopo e quello dopo ancora – e così  no a quando fu scontato che tutte le sere sarebbero state insieme. Mi innamorai… forse sì. Di sicuro la amai molto e la amo ancora. Di buona famiglia, morale rigida, cattolica. La prima sera a cena dai genitori di Beatrice, mi fu offerta della frutta a  ne pasto. Vidi suo padre prendere una pesca e spelarla con il coltello e la forchetta. Scelsi una banana.

La Lombardia, Venezia, Nizza, il lago. Ogni sera facevamo l’amore in macchina nascosti in qualche strada. Poi andavamo a comprare le brioches. Passammo gli anni dell’università a studiare in biblioteca insieme. Bea mi aiutava a preparare gli esami. Mancava poco alla laurea e io organizzavo quello che sarebbe stato il nostro viaggio in Australia – saremmo rimasti via sei mesi, forse un anno.

Mia mamma mi telefonò. «Sono in ospedale, ho fatto un incidente, mi sono rotta il femore». Tornai a casa agitato, preparai una borsa e le stampelle. La vidi al pronto soccorso sdraiata su una barella, mi sorrise. «Che c’è mamma?»«Mi sono distratta, la macchina avanti ha frenato»«Mamma…»«Non l’ho vista…»«Mamma che c’è?» – arrivò il medico. Mi fece segno che avremmo dovuto parlare. «Quanti anni hai?»«Oggi ne compio ventidue». Mi comunicò la diagnosi. Metastasi ossea, il femore da ricostruire, diciotto-ventiquattro mesi al massimo. «Devo recuperare ancora un po’ di soldi, ho spostato la partenza…»«Senti stronzetto, se tu non parti il primo luglio per l’Australia io non vado più in ospedale. Tu devi fare la tua vita. Io la mia l’ho fatta. Non penserai mica di stare qui a pulire il culo a me invece di vivere, vero? Fai quel cazzo di zaino e levati dalle palle. Io ti aspetto».

Il 21 luglio io e Bea sulla rotta per l’Australia ci trovammo a Bombay. Ci scritturarono per fare le comparse in un film di Bollywood: una coppia che beveva un caffè in un bar. «Non so… Non ricordo, non ho fatto caso. Dovrebbe essere passata la terza settimana». Litigai con il tassista di Bombay e lo minacciai. A Singapore trovammo una farmacia con i test. Bea andò in bagno. «Dove cazzo sono le istruzioni?». Andammo a camminare. Comprammo una macchina fotografica e io volli anche una cinepresa per  filmare i primi passi della mia bambina. «Che facciamo Bea?»«Questo è il nostro viaggio, sono anni che lo stiamo organizzando. Adesso lo facciamo in tre». Per la nascita della bimba tornammo. Mia mamma stava meglio. Aveva smesso di prendere morfina e aveva ripreso a guidare la macchina. Aveva mantenuto la sua promessa.

La seconda gravidanza non fu così semplice. Beatrice contrasse la toxoplasmosi in periodo peri concezionale. Le probabilità che il feto fosse stato contagiato erano alte e tutti ci consigliarono di abortire. Non ce la sentimmo. Come avremmo vissuto senza sapere se il bimbo sarebbe stato sano? Mia mamma avrebbe voluto convincere Beatrice sull’aborto. Ci provò. Il risultato fu pessimo. I rapporti tra lei e Bea si inasprirono e io non fui capace di intercedere. Stetti lì, seduto sul tappeto, immobile, guardando per terra e ascoltando Beatrice che inveiva contro mia mamma. La bimba piangeva perché voleva il latte.

Iniziai ad accompagnare tutti i giorni mia mamma al San Raffaele e Beatrice una volta ogni due settimane a Pavia al centro di malattie prenatali. Al San Raffaele mi dicevano che mia mamma non sarebbe arrivata a ottobre, quando sarebbe nato mio figlio. A Pavia mi dicevano che non si capiva niente e che era un buon segno perché se si fosse capito qualcosa voleva dire che il feto era stato infettato. Il dottore ricoverò mia mamma, mi disse che non sarebbe uscita dall’ospedale. Era settembre. Mia mamma insistette. Voleva vedere suo nipote e voleva fare ancora una terapia. La fece, allungò l’agonia. Morì a maggio quando il piccolo aveva sei mesi e ormai i difetti più gravi furono esclusi. La sua ultima raccomandazione per me fu di imparare a dire di no. Esisteva un discorso, tra me e lei che non avevamo mai affrontato.

Beatrice rimase incinta una terza volta. Dal ginecologo non eravamo più neanche agitati. Ci muovevamo nel suo studio con disinvoltura. Il terzo fu maschio. Dopo la sua nascita andai in ospedale. Feci la vasectomia. Poi capii che non era quello il problema e che quell’operazione sarebbe stata inutile.

Me lo ricordo bene, quel messaggio: «Vuoi una pompa?»«Perché no», risposi. Continuò: «Mi piacciono i piedi». I piedi? Pensai: che razza di pervertito. Quando lo incontrai, mi guardò incredulo. Roberto disse che ero più bello delle foto che gli avevo inviato nella chat. Mi massaggiò i piedi, e li leccò, mi piacque ma mi stufai e passai ad altro.

Mi piaceva tutto di lui. Mi piaceva il suo nasone, la sua fronte alta, mi piaceva il tattoo che aveva sul petto, mi piaceva il modo di muoversi e come mi toccava. Mi piacevano i suoi capelli tagliati corti e la mia mano sulla sua testa. Mi piaceva vederlo godere, ascoltare il suo respiro. Continuai a incontrare ragazzi trovati sulle chat. Diventò quasi una droga, la sensazione di piacere e di controllo. Incontravo uomini più grandi di me e godevo nel vedere che avevo il potere di assoggettarli a me. Aprivo la chat per controllare se Roberto mi aveva scritto e intanto che aspettavo le sue risposte scrivevo ad altri ragazzi.

«Hai passato una bella serata? Io non ho dormito». Non dovevo rispondere, non ero tenuto a farlo. Al telefono, era Filippo, in un raptus di gelosia, il compagno di Roberto. Dovevo ignorarlo. «Perché mi dici questo?»«Lo sai che per colpa tua ho passato due notti in macchina»«Mi dispiace. Davvero.» – «Stai attento». Non risposi. Era una minaccia? Non mi faceva paura. Quando ci vedevamo, tra me e Roby il desiderio di fare l’amore era fortissimo. «Rocco, lo sai cosa ho sempre sognato? Avere un ragazzo più forte di me che mi scopi senza pietà, che se ne fotta se gli dico che mi fa male. Peccato che tu non sia capace…». Ne fui capacissimo. Guardavo la sua faccia mentre ero dentro di lui e lui guardava me. Godeva ma aveva un’espressione spaventata, forse pentita di quello che aveva appena detto. Più lo guardavo più mi eccitavo. Mi alzai dal letto. Ero sporco di sangue, le lenzuola erano da lavare.

Ero molto imbarazzato e non avrei voluto essere lì. «Allora che c’è?». Filippo iniziò a parlare. Mi raccontò del passato di Roby e del fatto che Roby non stesse incontrando solo me. Lo sapevo benissimo. Conoscendo Roby sapevo che non avrebbe aspettato il sabato per fare sesso. Non fece centro. «C’è dell’altro?»«Rocco: Roby è sieropositivo». Le voci che venivano dai tavoli vicini si unirono in un unico rumore. I contorni di Filippo sfuocarono. La mia fronte iniziò a gocciolare. Fu Filippo, dopo due anni che stavo con Roberto a dirmi che Roby era sieropositivo. Me lo disse in un bar. Davanti ad un muffin al cioccolato in corso Lodi. Quel giorno presi anche una multa.

Iniziai a fare test. Ogni settimana in diversi ospedali. I primi ebbero esito negativo e mi dettero coraggio. Roberto era sieropositivo da più di otto anni e non era in terapia. Avevo paura per Bea. Per i bambini. Il giorno più brutto non fu quello nel bar. Furono i successivi quando, da solo, dovetti gestire la mia ansia. Mi informai su internet e cercai le percentuali di contagio. Basse, sarebbero state basse se avessimo sempre preso precauzioni – ma non era sempre stato così. Non avevo rabbia verso di lui, solo verso di me – ed è inutile stare a descrivere quanta.

Continuavo a piangere. Un mese dopo mi inventai che ero riuscito a vedere il suo fascicolo elettronico, gli con dai di sapere. Mi disse che avrebbe voluto dirmelo ma aveva paura… Altre cose di questo tipo. Mi disse che potevo parlare con il suo virologo. Gli risposi che speravo di non aver bisogno del suo virologo per il resto della mia vita. Lo guardai: la testa bassa, un cappotto grigio e le spalle curve. A bassa voce, così che la gente che era di  anco a me poteva sentirmi, lo salutai: «Ciao Roby».

A marzo feci l’ultimo esame del sangue. Pioveva, le strade erano torrenti. Entro sera, se l’esame fosse stato positivo mi avrebbero chiamato. Andai a casa, cercai di distrarmi. Guardavo il telefono ogni trenta secondi. Le ore più difficili dalle 15 alle 17. Due ore interminabili. Avevo avuto tosse e mal di gola. Erano i primi sintomi di siero conversione e l’esame l’avrebbe confermato. Mi immaginavo come avrei comunicato a Beatrice che doveva andare a farsi il test. Sudavo e piangevo. Mi telefonò mio papà. Saltai in aria. Gli risposi che non potevo parlare e avrei richiamato. Arrivarono le 17 poi le 18 poi le 19. Ero salvo. Nessun contagio da HIV.

Quella sera, quando arrivò Bea misi a letto i bambini e poi mi sedetti sul letto. Le raccontai tutta la storia. Piangevo, singhiozzavo. Conoscevo il suo sguardo. C’era compassione, in Bea, c’era rabbia, c’era sgomento. «Tu eri la mia vita e la stavo vivendo. Oggi, la mia vita è finita. È valsa la pena averla vissuta. Ho bisogno di guardarti felice nella tua nuova vita prima che tu te ne vada di qui. Ho bisogno di sapere che anche nella tua nuova vita, il tuo posto vicino ai bambini ti gratifica e che anche starmi vicino torni a essere una cosa piacevole. Prima che tu te ne vada, ridisegniamo il nostro rapporto. Non siamo più una coppia ma saremo la coppia di genitori che alleveranno i nostri  gli. Continuerò ad avere bisogno di te e tu di me. Non andartene adesso. Rimani, abbracciami e continua a proteggermi come hai sempre cercato di fare». «Bea…».

«Diciamoci sempre tutto ok?»«Ok».

Le esequie di quella prima parte della nostra vita erano state così sepolte e stavamo raccogliendo le forze per quello che ci spettava. I giorni successivi furono meno facili. L’umore di Bea cambiava di continuo, tra tranquillità e disperazione, serenità e sconforto.

Avevo un senso di gratitudine nei suoi confronti. Se non fosse stato per lui… Sabato mattina ero in un bar, non più in corso Lodi ma in periferia, vicino a Sesto. Filippo arrivò poco dopo di me. Lo guardavo. Aveva una faccia sorridente e le rughe di espressione lo rendevano simpatico. Bevemmo il cappuccio e mangiammo il muffin senza quasi parlare. «Vuoi venire a vedere casa?»«Sì». Salii. Era di nuovo estate. Il cacciavite, la brugola e la chiave inglese per i bulloni per montare un mobile appena comprato. Filippo si tolse la maglietta bagnata di sudore. Mi baciò. Sapevo benissimo che per lui era una curiosità che doveva soddisfare, sapevo che voleva capire che cosa aveva allontanato Roberto da lui. Ci baciammo e come facevo con Roberto iniziai a strofinare il mio corpo sul suo. Ci eccitammo e io feci con Filippo esattamente quello che facevo con Roberto.

«Avevi ragione, neanche il virus mi vuole». Roberto mi rispose immediatamente. «Allora possiamo rivederci?»«Sì Roby. Sì, possiamo». Il gatto, l’acquario, la musica: tutto era come prima a casa sua, tranne noi. Facemmo l’amore questa volta con tutte le precauzioni ma non fu più coinvolgente. Continuavo a essere innamorato di lui. Partimmo per un weekend insieme. Ci lanciammo con il parapendio e affittammo un gommone per fare rafting. Risate, corse, giochi, complicità – ma io non volevo quello. Il rapporto con lui diventava e sarebbe diventato una battaglia continua. Ricercavo continuamente la chiave della sopraffazione, anche fisica. Dopo due giorni insieme una discussione è  finita a pugni. Mi sono vergognato. Non l’ho più sentito. Roby per un po’ di tempo mi ha scritto. Nessuna mia risposta. Ha smesso di scrivermi. Non so cosa succederà.

Adesso sono qui. Guardo fuori dalla finestra, piove. Il rumore dell’acqua mi ipnotizza e scandisce un passare del tempo impercettibile. Guardo le finestre bagnate, riflettono me. La mia immagine nel vetro, sfumata, scolorita, la pioggia confonde i lineamenti nei solchi verticali. Sul tavolo qui vicino, ci sono i disegni che i bambini hanno lasciato prima di andare a letto. Sono disegni colorati di acchiappafantasmi, di castelli orientali, di abiti da strega, di draghi e fate, e guerrieri buoni con armi pericolose e potenti, di animali e paesaggi. Di mamma e papà che si danno la mano.

Trattandosi di una storia vera, l’autore ha chiesto di poter firmare questo testo con uno pseudonimo.

#Safesex – Sesso non protetto

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Text Rosa Matteucci

 

A metà degli anni Settanta, alunna di terza media, quasi ogni giorno andavo con due mie compagne, davanti allo studio del dottor Fraschetta Antonguido, Venerologo. L’importanza della venerologia ci era ignota, ma la targa di ottone del medico che s’occupava di genitali, suscitava in noi irrefrenabili sghignazzi misti a inconfessati turbamenti, per l’ipocrisia dell’aggettivo che evocava una ragazzona dalle carni mollicce che emergeva dalle acque, e anche una scritta, letta nei gabinetti della stazione, dove s’ammoniva che Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere.

Talora ci appostavamo, sempre sbellicandoci, in attesa dei pazienti del Fraschetta, paria affetti da disgustose malattie sessuali, efferatezze che avevo sbirciato, in foto bianco e nero, sul manuale di patologia clinica della cugina Celeste. Scroti deformati dall’ipertrofia, falli impestati di pustole, testicoli dalle dimensioni di un’anguria. Era quello della sessualità, un mistero di cui avevamo un’infarinatura, fra la biologia dei mammiferi e il leggendario, ma in definitiva era un mondo misterioso e parallelo a quello delle tredicenni, un destino riproduttivo in cui ci saremmo avventurate prima o poi, sotto la minaccia del ciclo mestruale. All’epoca la gente fumava dentro ai cinema, sprovvisti di impianti di aerazione, sugli autobus dove spippacciavano anche l’autista e il bigliettaio, i docenti fumavano in classe, l’eternit era un formidabile materiale di costruzione, si beveva l’acqua del rubinetto, le allergie e le intolleranze alimentari erano ignote, se un marito riteneva che la moglie lo avesse cornificato poteva ammazzarla e il suo gesto sarebbe stato rubricato come delitto d’onore e nemmeno il carcere – il reato delitto d’onore fu abolito solo nel 1981, per ricevere una telefonata l’obbligo era stare in casa di guardia al fisso, su cui si sarebbe potuto avventare tuo padre al primo squillo. Neo divinità pagana del benessere il telefono di casa e noi adolescenti suoi vassalli. Gli assorbenti e i preservativi si compravano esclusivamente in farmacia.

L’acquisto dei profilattici era per tacito accordo riservato ai maschi. Già davanti alla farmacia la vergogna era suprema, perché il cappuccetto in lattice con serbatoio suggeriva il suo prossimo utilizzo in pratiche di cui era meglio non parlare. I preservativi non erano certo esposti al pubblico, il farmacista con un ghignetto li faceva uscire da un cassettino. Erano sempre confezioni da tre, reputandosi tre copule sufficienti ai bisogni del giovane maschio, che poi due di questi si rompessero all’atto pratico non rilevava.

La morale veterocattolica era salva. Ossuti adolescenti, con barbette visibili con la lente d’ingrandimento, vistose fioriture di brufoli sul collo, ponfi rossi e dolenti da cui, nei casi più fortunati, uscivano rivoli di pus; i poveri compagni maschi, tormentati da uragani testosteronici, guidati dall’istinto arcaico del riprodursi, bramavano di accoppiarsi con pettorute ma ingenue adolescenti femmine, vittime del Romanticismo ormonale che postulava l’incontro con il principe azzurro. Renitenti a indossare ‘quel coso’, i maschi lo reputavano una vessazione – secondo la vulgata maschile del ‘non si sente niente’.

Neppure codesto strumento poteva peraltro scampare la sorte dell’ipertecnologizzazione. In Gran Bretagna ne hanno infatti escogitato la versione 2.0: ovvero un sensore applicabile al tradizionale cappuccetto, in grado non solo di individuare malattie sessualmente trasmissibili, ma anche di decodificare le risultanze fisiologiche della copula, dall’agognato consumo calorico fino alla velocità di spinta, tutti dati che il ‘preservativo intelligente’ trasmetterà al fido smartphone. E dire che tutti ci eravamo sbellicati, davanti all’invenzione dell’Orgasmatic, lo strampalato macchinario ovoide presente nell’astruso avvenire immaginato da Woody Allen nel Dormiglione, una cabina elettronica sostitutiva dell’accoppiamento capace di portare al piacere una coppia in pochi attimi e senza fatica. Non sapevamo che il futuro era lì, pronto a concretizzarsi in forma di parodia.

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#Safesex – Il sesso casuale

Photography Roberto Patella feat. Giove Taioli @ Brave Models, Editor in Charge Alessandro Fornaro

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta la ricerca dell’anima gemella. A scuola, sul lavoro, per strada. Ci si guardava intorno con una certa quota di struggimento, come se dovesse trovarsi lì, da qualche parte, nascosta. Prima o poi ci saremmo incappati, era cosa certa; anzi, meglio non cercarla, sarebbe arrivata da sola, più in fretta. Il sesso casuale era questione di status, per l’uomo; per la donna, a volte, un problema – o meglio, un problema il giudizio degli altri. Sugli anni Novanta incombeva l’ombra lunga dell’HIV; persino in Italia si era più cauti e prudenti del solito. Poi è arrivato Internet: blog, forum, mail, chat. Abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con persone che altrimenti non avremmo mai incontrato. Le abbiamo conosciute prima di conoscerle. Intimamente. La protezione dello schermo ha fatto sì che ci aprissimo molto; innamorarsi, in gran parte dei casi, è stato inevitabile. Lo spazio condiviso, finché è durata, sembrava una festa per pochi. Poi sono arrivati i social network, Facebook e Instagram davanti agli altri. L’importanza delle foto ha surclassato quella dei messaggi; inoltre, eravamo invitati al giudizio: mi piace? Dall’apprezzamento estetico a quello triviale è stato un attimo: mi piace questa ragazza? è figa? Abbiamo iniziato a scorrere le foto più velocemente: con chi esce stasera? dove va? Quelle che prima si chiamavano agenzie matrimoniali sono diventate portali di incontri; quando si sono ulteriormente trasformate in app abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo – molto meno sbattimento. Siamo diventati parte di un catalogo, merce esposta in vetrina: è avvenuto consensualmente, non hanno nemmeno dovuto chiedercelo. Di certo qualcuno ci sta browsando anche in questo momento: varremo un mi piace, un cuore, addirittura un messaggio?

Una volta, non ricordo più dove, ho letto una verità che mi ha colpita: ogni cosa, lasciata a sé stessa, tende ad andare a male. Una stanza a sporcarsi; un fuoco a spegnersi; un amore a darsi per scontato, a perdere il suo potenziale romantico. L’unico antidoto all’incuria – la cura, appunto – richiede impegno. Come ci si difende dall’incuria relazionale? Di cosa ci si arma contro la non giustificata rozzezza? Proviamo a delineare le dinamiche di un approccio non offensivo, un primo appuntamento gentile. Bisogna innanzitutto – non è cosa scontata – che l’altra persona ci piaccia davvero. Che la consideriamo degna di stima e amicizia: perché frequentarla, altrimenti? Avremo poi cura che la comunicazione avvenga in modo chiaro e corretto: per nessun motivo l’altra persona dev’essere illusa, o tenuta in sospeso – si risponde sempre ai messaggi che richiedono risposta, anche un semplice adesso non posso. La scelta di dove incontrarsi cadrà su un luogo che faccia sentire entrambi a proprio agio, liberi di andarsene in qualunque momento: è preferibile un invito a bere qualcosa rispetto a una ben più impegnativa cena. Nel corso dell’appuntamento si dovrà osservare il reciproco linguaggio del corpo: se l’altro evita il contatto, non sorride, si guarda intorno o accampa pretesti, andrà semplicemente lasciato andare. Per nessuna ragione al mondo sarà lecito ricorrere al ricatto, né sentimentale – vorrei che restassi, né materiale – ti rendi conto di quanto ho speso stasera?. Le prime impressioni possono e devono essere rinegoziate fino all’ultimo: l’intimità sessuale è la questione più delicata che ci riguarda, abbiamo il diritto di ripensarci o di tirarci indietro. La decisione di chiudere una serata a letto con qualcuno, infine, dovrebbe essere non solo consensuale, ma entusiasta: le altre opzioni, inevitabilmente, rasentano la molestia o lo squallore.

La prevenzione, in teoria non ci sarebbe bisogno di dirlo, è la forma di educazione sessuale e sentimentale più importante. I dati diffusi nell’ultimo anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall’AIDS alla sifilide, è aumentata fino a quattro volte – soprattutto tra i più giovani, gli adolescenti e i ventenni. Il preservativo, dal canto suo, sembra diventato un optional. Le donne, più portate per natura a proteggersi, si ritrovano in condizione di dover chiedere all’uomo di indossarlo: le risposte che ricevono sono per lo più prive di senso – la colpa viene data al costo, alla difficile reperibilità, ma soprattutto all’apparente scomodità intollerabile: ne va del rapporto, pare. Da anfratti anni Ottanta dimenticati da Dio e dagli uomini vengono fuori scuse quali sono allergico al lattice o non esistono preservativi della mia misura. Resistenze di questo genere sono contrarie a ogni forma di civiltà: indossare un preservativo prima di un rapporto sessuale a rischio – dove per a rischio si intende con chiunque si conosca poco – dovrebbe essere un gesto automatico come lavarsi i denti prima di dormire. Non c’è niente di eccitante nel giocare alla roulette russa con la propria salute e con quella degli altri. È questo il messaggio di Shake your love, la campagna di educazione sessuale lanciata da Lampoon nel febbraio 2018. Che il sesso sia libero, sfrenato, audace: ma, prima di ogni altra cosa, rispettoso.

#Safesex – Il controllo

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Text Ilaria Macchia

 

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». È passato più di un anno ormai, da quando Giulio mi disse quella frase per telefono. Quasi non la ricordavo più. Mi è ritornata in mente oggi, quando me ne ha detta un’altra, molto più ostile. Mi ha detto ti amo.

Abbiamo fatto l’amore a casa sua. È venuto a prendermi in macchina, e io ho pensato che avremmo scopato lì dentro, come piace a noi, con la pioggia che batte sui vetri come se fosse un guardone che vuole entrare nella camera da letto – invece no, siamo andati a casa sua, in camera sua, sul suo letto. Mi ha toccata e mi ha stretto i fianchi in un modo diverso, più forte del solito. Giulio ha goduto, io no. Non ho avuto il coraggio di dirgli: fai qualcosa, sto aspettando. Così, quando ho capito che niente si stava muovendo dentro di me, ho deciso di muovere il mio corpo. Almeno quello avrebbe potuto seguire una scossa che io, con tutta la mia volontà, gli imponevo. Quando si è staccato da me, mi ha accarezzato i capelli e ha detto la solita frase dopo il sesso: «Faccio il controllo».

Gli ho sorriso, e gli ho detto che oggi lo volevo fare anche io. Mi sono messa carponi sul letto, in attesa di trovare l’energia per tirarmi su e seguirlo in bagno. Volevo partecipare al rito forse perché mi sentivo in debito di non aver partecipato, veramente, alla scopata. Mentre ero ancora sul letto, si è messo a piovere forte e mi è venuto su un languore. Anche se non avevo goduto, quel letto con le lenzuola di flanella era l’unico angolo del mondo in cui volevo fermarmi. Allora gli ho fatto una proposta. Uno strappo alla sua regola, uno sgarro alle sue abitudini che potesse fargli pensare che si poteva scopare anche senza seguire il metodo, ed eventualmente addirittura saltando l’ispezione. «Dai, oggi non controlliamo».

Mi ha guardato con stupore, si è fermato in mezzo alla stanza. Teneva in mano il suo preservativo penzolante, pieno del suo sperma. Una visione che per me, ormai era come un quadro appeso davanti al letto. Gli ho notato negli occhi una piccolissima scintilla di delusione per questa proposta. Poi si è ripreso, mi avrà perdonata in quella frazione di secondo, e mi ha risposto malamente. «No, controlliamo. Sai perché?» – «No, perché?» – «Perché ti amo».

«Se stasera non scopi con me, ti lascio»Questo me lo disse al telefono, un anno prima. Io chiusi il libro di letteratura inglese, sospirai e spinsi il mio corpo sino alla poltrona. Giulio stava aggiungendo altre parole, altri concetti, e chissà cosa voleva dire di più. Io avevo memorizzato solo quell’ammonimento, e in particolare la parte finale: ti lascio. Fino a quel momento, ero stata una ragazza fortunata. Nessuno dei mostri con cui avevo avuto una storia mi aveva lasciata. Tutti avevano sofferto per me, almeno così mi sembrava.

Mi piaceva, dopo averli abbandonati senza preavviso, incontrarli per la strada e vedere che erano dimagriti per il dispiacere. Mi piacevano anche le loro telefonate, anonime o disperate, solo per sentire la mia voce dire pronto. Mi piaceva pensare ai soldi che spendevano in benzina per raggiungermi all’uscita dalle lezioni, o sotto casa, per chiedermi se per caso avevo cambiato idea. Le loro facce – addolorate, incredule, speranzose, e rassomiglianti tra loro – mi confermavano sempre che avevo fatto bene a lasciarli.

Con Giulio stava durando. Io avevo quasi vent’anni, ed ero vergine – e Giulio diceva sul serio. «Va bene – gli risposi – stasera scopiamo». Sospirai, e per un momento sentii di essere stata per me stessa una delusione. Mi alzai dalla poltrona, rovistai in un cassetto della scrivania e venne fuori una rivista di quando ero adolescente. C’era una domanda che occupava due pagine intere: che cosa significa fare l’amore? Appena sotto c’erano le foto di alcune ragazzine, e le loro risposte. Frasi molto romantiche che mi fecero sorridere. Poi, in basso, era riportato un elenco con alcuni consigli per «affrontare la prima voltaprocedere con una depilazione accurata, assoluta; mettere lo smalto anche alle dita dei piedi, indossare mutande nuove, e un reggiseno facile da togliere».

Questi erano solo alcuni dei punti in elenco, ma a me sembrarono quelli che potevano essermi più utili. Iniziai con lo smalto, e sarei passata al resto ma dopo poco squillò il telefono. «Pronto?» – «Sono io. Li compri tu i preservativi?» – Giulio me lo chiese in un modo brusco, che non gli apparteneva. Questa cosa di scopare era una faccenda che forse si poteva sbrigare solo così, in modo brusco appunto. Per questo gli risposi risoluta: «Certo». Non c’era niente di più incerto, nella mia vita, di me che compravo dei preservativi – ma se mi fossi tirata indietro, Giulio mi avrebbe lasciata. Presi la bicicletta e andai nell’unica farmacia del paese, dove comprai preservativi e assorbenti, per ricordare a me stessa che quegli oggetti facevano parte della stessa vita, e si sarebbero entrambi occupati della mia fica.

Scopare non fu difficile. Pioveva, avevamo trovato un angolo alla fine di una strada chiusa che mi fece sentire raccolta, accolta sotto un tetto. Ci spogliammo, la luce della luna entrava a sprazzi, la musica ci alleggeriva del peso della concentrazione. Tutto fu fatto nel modo giusto, tranne quello che successe dopo. Giulio si tolse il preservativo, e lo sollevò all’altezza degli occhi. Penzolava, ed era pieno del suo sperma. «Adesso facciamo il controllo», disse. Prese una bottiglietta d’acqua che aveva lì in macchina, aprì lo sportello e in quel momento lo scroscio della pioggia mi arrivò limpido alle orecchie. Riempì il preservativo di acqua, e quello si gonfiò come un palloncino. «Siamo a posto, è integro», mi disse. Io sorrisi, ma non volli guardarlo in faccia. Quell’operazione mi era sembrata ridicola, ma io di certe cose non ne sapevo niente, e quello che contava per me era essere stata brava.

Dopo la prima volta, scopai con Giulio quasi tutti i giorni. I preservativi li compravo sempre io, e di quello che Giulio chiamava il controllo se ne occupava lui. Di questa attività io conoscevo solo i risultati, me li ha sempre riferiti alla fine dell’operazione. So per certo che, in tutto il tempo che abbiamo scopato insieme, mai ci è successo, nemmeno una volta, di trovare un preservativo rotto, bucato, fallato. Anche per questo oggi gli ho chiesto di non controllare. Chissà perché invece, lui mi ha risposto con questo ti amo.L’ha pronunciato, mi ha sorriso e io ho fatto lo stesso. In quell’istante ho pensato, non ce la faccio. Non riesco ad amare Giulio, perché Giulio tutte le volte che scopa con me, fa il controllo. Così l’ho lasciato, e sono tornata a casa a piedi.

Ora sono distesa sul letto, ho aperto il cassetto e ho tirato fuori uno dei tanti preservativi che ho di scorta. Ci ho messo dentro un dito, poi un altro, l’ho avvicinato al naso, l’odore che ha mi piace moltissimo. Ho tirato giù i jeans e le mutande, e con la mia mano protetta dal preservativo mi sto masturbando. Mi ama, ma io no, per niente. Il sesso non può fare niente contro la noia.

#Safesex – Scontro frontale

Claire Danes and Leonardo DiCaprio in a scene from the movie Romeo + Juliet, 1996 – Courtesy of 20th Century-Fox/Getty Images

Text Matteo B. Bianchi

 

Ricordo il posto, l’ora, persino la temperatura. Era un pomeriggio d’estate, di luglio, dovevano essere le due e mezza o le tre, gli adulti erano andati a fare una pennichella dopopranzo, mia sorella e le mie cugine guardavano un telefilm in cucina, io ero su una sdraio nel retro della casa, in quello spazio di confine indefinito fra il nostro giardino e l’inizio del bosco, il caldo del pieno sole era mitigato dalla frescura delle piante, si stava benissimo. Stavo leggendo una rivista. Era l’ultimo numero di Panorama, che all’epoca mio padre comprava quasi sempre. Ed è lì, fra quelle pagine, che ho letto per la prima volta un articolo sull’AIDS. In quel numero c’era anche un servizio fotografico su Gianni Agnelli, in vacanza nel Mediterraneo sul proprio yacht, che si tuffava in mare totalmente nudo. Quel servizio fece scalpore, se ne parlò per settimane. Assurdo ripensarci ora: l’attenzione collettiva puntata su un industriale svestito che fa il bagno mentre su tutti noi stava per abbattersi l’apocalisse.

Avevo diciassette anni, ero privo di esperienze sessuali di qualsiasi genere e solo da poco avevo cominciato ad ammettere a me stesso la mia natura. Avevo capito di essere omosessuale e pochi mesi dopo apprendevo dalle pagine di un settimanale che c’era in giro una malattia nuova che stava colpendo le persone come me e della quale si sapeva poco o nulla, tranne che fosse fatale. Benvenuta tempesta ormonale e vaffanculo, di te non so che farmene.

La mia maturazione fisica ha coinciso col periodo peggiore degli ultimi decenni per fare esperienze sessuali: quello del panico. All’inizio c’era solo confusione. E terrore. Vietato il sesso. Vietato baciarsi. Non bere dallo stesso bicchiere. Non mangiare dallo stesso piatto. E gli abbracci? Si può abbracciare qualcuno. Quello forse. In un primo momento non lo chiamavano neanche AIDS ma GRID (Gay Related Immune Disease) perché sembrava prerogativa esclusiva della comunità omosessuale. Solo in un secondo tempo si è capito che riguardava tutti quanti. Persino la sigla AIDS è stata una forma di assurda, malata conquista. Nella testa di molta gente, per anni, è rimasta la malattia dei froci.

L’esplosione del virus in perfetta sincronia con la nostra maturazione fisica, almeno per me e per i miei amici, ha complicato tutto, ha rallentato tutto. Avevamo desideri e paure che ci esplodevano nel petto, ma le paure erano più forti. Ci è voluto tempo anche per capire che il preservativo fosse una barriera efficace. Oltre al danno, la beffa: vivevamo in un paese nel quale la Chiesa si opponeva anche solo al diffondere questa informazione. La peste voluta da Dio, dicevano gli esaltati. La condanna divina per essere quello che ero.

Ricordo anche che il primo stato europeo a fare una campagna pubblicitaria a favore del preservativo era stato l’Inghilterra. L’annuncio consisteva nella foto di un letto dalle cui lenzuola spuntavano dei piedi, un paio maschili sopra e un paio femminili sotto. Era l’immagine inequivocabile di una copula, benché dei due amanti si intravedessero solo le estremità inferiori. Il titolo diceva: «Ora può causare la morte, oltre che la vita». Agghiacciante, come lo slogan di un film horror.

Avevo trovato l’annuncio su una rivista musicale inglese, l’avevo strappato e l’avevo incollato sul lato dell’armadio della mia cameretta dedicato alle foto delle popstar, mischiato fra i Duran Duran e i Depeche Mode. Un monito al me stesso in fase di sviluppo: vedi di non dimenticartene.

La prima persona che conoscevo a morire di AIDS è stata Stefano. Era un amico del mio amico Paolo, che a volte veniva con noi nei locali, come componente aggiunto della compagnia. Un tipo simpatico ed esuberante, che si vantava di conquistare gli uomini con uno sguardo camminando per strada e che nei suoi racconti snocciolava avventure erotiche a metà strada fra il rocambolesco e l’esilarante. Uno che amava essere al centro della scena e che non aveva paura di attirare l’attenzione. Una sera eravamo andati in gruppo al cinema a vedere la commedia Una donna in carriera e al termine del film, sui titoli di coda, prima che si accendessero le luci in sala, si era alzato e aveva dichiarato a voce alta: «Ma questa è la storia della MIA VITA!», suscitando l’ilarità dell’intera sala. Un personaggio, la cui assenza non passava inosservata. Così abbiamo subito cominciato a chiedere sue notizie dopo un paio di weekend in cui non lo incontravamo. All’inizio Paolo diceva trattarsi di un malessere momentaneo, poi ha parlato di una malattia rara che i dottori stavano valutando con cautela. Non avevamo il coraggio di chiedere in modo esplicito. Dire quella parola equivaleva pronunciare una sentenza di morte. Più genericamente chiedevamo: «ma è grave?» Paolo minimizzava: «Ho detto che è rara, non che è grave». Bastava questo ad allontanare le nubi del sospetto, a confinare il pericolo mortale in un punto ancora lontanissimo da noi.

Il tempo passava, Stefano faceva dentro e fuori dagli ospedali, e anche quando era a casa non usciva né concedeva visite a domicilio. Ho chiesto a Paolo come mai non si facesse più vedere in giro e solo a quel punto ha sbottato: «Perché non può! È coperto di macchie ovunque, anche in faccia». Dall’espressione che ha assunto subito dopo ho capito che si era pentito di quello che aveva detto, che gli era sfuggito. Non aveva pronunciato la parola, ma fra le righe io l’avevo sentita chiarissima: Kaposi. Non ho più domandato nulla. Un mese dopo c’è stato il funerale.

Poi, una serie. Uno più impressionante di altri, quando il mio migliore amico, Antonio, aveva cominciato a uscire con questo operaio brianzolo, un tipo rasato e pieno di muscoli, di fede leghista (un frocio leghista era materiale da leggenda all’epoca). Le poche volte che uscivamo insieme non sapevamo bene di cosa parlare con lui, ci sembrava non avesse nulla in comune (anche se segretamente volevamo farcelo un po’ tutti). Quella con Antonio non era una storia seria. Si frequentavano, poi si mollavano, poi riprendevano a vedersi di nuovo. Poi venne fuori che aveva preso il virus. L’altro, perché Antonio ci stava sempre attento. L’abbiamo visto spegnersi a poco a poco, quell’aria salubre da boscaiolo scomparire settimana dopo settimana, il corpo sgonfiarsi come un palloncino bucato. Alla fine sembrava un vecchietto scheletrico in cui l’unica cosa rimasta viva erano gli occhi chiari, pungenti, completamente sperduti.

Avevamo imparato anche a ridere di noi. Sempre Antonio mi aveva raccontato che un giorno un suo collega a pranzo gli aveva confidato che quella sera avrebbe fatto l’amore con la sua ragazza e sarebbe stata la prima volta per entrambi. Gli aveva poi chiesto di accompagnarlo in farmacia per comprare una scatola di preservativi. «Se siete vergini entrambi a cosa vi serve il preservativo?» – aveva domandato Antonio. Il collega l’aveva guardato stupefatto e aveva risposto: «Beh, perché non corra il rischio di restare incinta». Noi gay avevamo talmente radicato il concetto di preservativo come unica forma di prevenzione da dimenticarci che, in effetti, il suo scopo reale fosse un altro.

Poi per fortuna le cose hanno cominciato a cambiare, le terapie a rivelarsi efficaci, contrarre il virus significava imparare a gestirlo, a conviverci, non a morirci. Ci siamo tranquillizzati, ce ne siamo fatti una ragione, e abbiamo preso a scopare forsennatamente, come è giusto che sia. Però per la mia generazione, quella degli anni Ottanta, l’imprinting è stato categorico. Il nostro era stato uno scontro frontale, che non avremmo potuto dimenticare mai.

Ripenso a tutte queste cose, in questo caotico flusso, stamattina mentre sono seduto in un caffè con Sebastian, un amico che ha la metà dei miei anni ed è sieropositivo. Mi chiedo se il terrore che ho assorbito in fase adolescenziale sia la sola causa della mia immunità. Perché io che ho raggiunto i cinquanta sono sano e lui no? Ho scopato con un numero imprecisato di uomini, a volte mi sono innamorato e ho avuto delle relazioni con loro, altre sono stati sconosciuti incontrati in discoteca, in saune, in feste di amici, su chat erotiche. Ho corso i miei rischi, avventurandomi da solo in parchi di notte in città dall’altra parte del mondo, in locali dall’aria clandestina cui accedere attraverso porte anonime suonando un determinato campanello rivelato ai soli interessati, trovandomi in festini dove in ogni stanza c’erano corpi sudati e intrecciati, eppure mai, neanche una singola volta, ho fatto sesso senza preservativo. È come se fosse un istinto animale connesso al mio DNA, un imperativo imprescindibile.

Sebastian sta affrontando nuove sfide, legate all’epoca che stiamo vivendo. Ha scelto di dichiararsi pubblicamente, sui social, e da allora riceve tanto incoraggiamento quanto violenza verbale, sei un viscido mostro, grazie per quello che stai facendo, ammiro il tuo coraggio, mi fai vomitare, te lo sei meritato. Un frullato senza senso di amore e odio, privo di controllo e di morale, e Sebastian che si erge da solo al centro del ciclone assorbendo tutto a viso aperto. Ammiro la sua spavalderia e cerco di dimostrarglielo ogni volta che posso, per quanto serva. Non posso fare a meno di pensare alla contraddizione della sua generazione, investita da informazioni di ogni genere e che tralascia i discorsi di prevenzione, come se i pericoli fossero già superati, mentre non è così. «È stato il mio primo ragazzo», mi confidato Sebastian. «Non era uno stronzo, solo che non sapeva di averlo».

Il destino è un figlio di puttana, comunque.

#Dionysus, #Safe Sex – The Condom Series

#Dionysus, #Safesex – the condom series, feat. Alice Longyu Gao, Ezra J. Williams, Molly Howard, Liza Voloshin, Maxwell Osborne, Blaine O’Neill, Markus Molinari, Mia Moretti, Sean Bennett, Joey Regan, Aluna George, Margot, Kacy Hill. Producer Mia Moretti, Director Rony Alwin, Editor Maritza Gonzalez, Original Music Voomz

Text Mia Moretti
@miamoretti

 

Ho intervistato l’artista cinese Alice Longyu Gao nel contesto di una sua installazione color rosa, con le pareti rosa. Mi sentivo dentro a un utero. Uno spazio morbido, caldo e confortevole. Mi ha detto: «Sono venuta su questa terra con questo unico corpo, voglio proteggerlo per fare cose più significative». La sua oasi rosa era più di un’installazione artistica temporanea, era più di una stanza con quattro pareti per ospitare i nostri corpi fisici: era il suo santuario.

Se tutti onorassero il proprio corpo come Alice – se tutti si amassero come Alice – potremmo iniziare ad amare le nostre tribe, le nostre tribù. Ho creato questo video con la mia tribù – gli amici, i colleghi e i vicini di casa, da Los Angeles a New York, il mio hair stylist, il mio compagno di band, i eantanti pop, i pittori, i registi, gli amministratori delegati, gli stilisti e i ristoratori. Sono entrata nel loro spazio più intimo – la camera da letto – ho chiesto loro del sesso. Siamo intuitivi, dipendenti dal sentirci bene, pronti a concederci. Siamo la nostra fantasia dionisiaca. Il nostro Dioniso inghiotte la passione come un bicchiere di vino senza fondo.

Concediamoci con amore, con gentilezza, con onore – alziamo un bicchiere e beviamo per i nostri corpi – i nostri santi santuari – proprio come Alice.

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Il Controllo

Text Ilaria Macchia

 

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». È passato più di un anno ormai, da quando Giulio mi disse quella frase per telefono. Quasi non la ricordavo più. Mi è ritornata in mente oggi, quando me ne ha detta un’altra, molto più ostile. Mi ha detto ti amo.

Abbiamo fatto l’amore a casa sua. È venuto a prendermi in macchina, e io ho pensato che avremmo scopato lì dentro, come piace a noi, con la pioggia che batte sui vetri come se fosse un guardone che vuole entrare nella camera da letto – invece no, siamo andati a casa sua, in camera sua, sul suo letto. Mi ha toccata e mi ha stretto i fianchi in un modo diverso, più forte del solito. Giulio ha goduto, io no. Non ho avuto il coraggio di dirgli: fai qualcosa, sto aspettando. Così, quando ho capito che niente si stava muovendo dentro di me, ho deciso di muovere il mio corpo. Almeno quello avrebbe potuto seguire una scossa che io, con tutta la mia volontà, gli imponevo. Quando si è staccato da me, mi ha accarezzato i capelli e ha detto la solita frase dopo il sesso: «Faccio il controllo».

Gli ho sorriso, e gli ho detto che oggi lo volevo fare anche io. Mi sono messa carponi sul letto, in attesa di trovare l’energia per tirarmi su e seguirlo in bagno. Volevo partecipare al rito forse perché mi sentivo in debito di non aver partecipato, veramente, alla scopata. Mentre ero ancora sul letto, si è messo a piovere forte e mi è venuto su un languore. Anche se non avevo goduto, quel letto con le lenzuola di flanella era l’unico angolo del mondo in cui volevo fermarmi. Allora gli ho fatto una proposta. Uno strappo alla sua regola, uno sgarro alle sue abitudini che potesse fargli pensare che si poteva scopare anche senza seguire il metodo, ed eventualmente addirittura saltando l’ispezione. «Dai, oggi non controlliamo».

Mi ha guardato con stupore, si è fermato in mezzo alla stanza. Teneva in mano il suo preservativo penzolante, pieno del suo sperma. Una visione che per me, ormai era come un quadro appeso davanti al letto. Gli ho notato negli occhi una piccolissima scintilla di delusione per questa proposta. Poi si è ripreso, mi avrà perdonata in quella frazione di secondo, e mi ha risposto malamente. «No, controlliamo. Sai perché?» – «No, perché?» – «Perché ti amo».

«Se stasera non scopi con me, ti lascio». Questo me lo disse al telefono, un anno prima. Io chiusi il libro di letteratura inglese, sospirai e spinsi il mio corpo sino alla poltrona. Giulio stava aggiungendo altre parole, altri concetti, e chissà cosa voleva dire di più. Io avevo memorizzato solo quell’ammonimento, e in particolare la parte finale: ti lascio. Fino a quel momento, ero stata una ragazza fortunata. Nessuno dei mostri con cui avevo avuto una storia mi aveva lasciata. Tutti avevano sofferto per me, almeno così mi sembrava.

Mi piaceva, dopo averli abbandonati senza preavviso, incontrarli per la strada e vedere che erano dimagriti per il dispiacere. Mi piacevano anche le loro telefonate, anonime o disperate, solo per sentire la mia voce dire pronto. Mi piaceva pensare ai soldi che spendevano in benzina per raggiungermi all’uscita dalle lezioni, o sotto casa, per chiedermi se per caso avevo cambiato idea. Le loro facce – addolorate, incredule, speranzose, e rassomiglianti tra loro – mi confermavano sempre che avevo fatto bene a lasciarli.

Con Giulio stava durando. Io avevo quasi vent’anni, ed ero vergine – e Giulio diceva sul serio. «Va bene – gli risposi – stasera scopiamo». Sospirai, e per un momento sentii di essere stata per me stessa una delusione. Mi alzai dalla poltrona, rovistai in un cassetto della scrivania e venne fuori una rivista di quando ero adolescente. C’era una domanda che occupava due pagine intere: che cosa significa fare l’amore? Appena sotto c’erano le foto di alcune ragazzine, e le loro risposte. Frasi molto romantiche che mi fecero sorridere. Poi, in basso, era riportato un elenco con alcuni consigli per «affrontare la prima volta: procedere con una depilazione accurata, assoluta; mettere lo smalto anche alle dita dei piedi, indossare mutande nuove, e un reggiseno facile da togliere».

Questi erano solo alcuni dei punti in elenco, ma a me sembrarono quelli che potevano essermi più utili. Iniziai con lo smalto, e sarei passata al resto ma dopo poco squillò il telefono. «Pronto?» – «Sono io. Li compri tu i preservativi?» – Giulio me lo chiese in un modo brusco, che non gli apparteneva. Questa cosa di scopare era una faccenda che forse si poteva sbrigare solo così, in modo brusco appunto. Per questo gli risposi risoluta: «Certo». Non c’era niente di più incerto, nella mia vita, di me che compravo dei preservativi – ma se mi fossi tirata indietro, Giulio mi avrebbe lasciata. Presi la bicicletta e andai nell’unica farmacia del paese, dove comprai preservativi e assorbenti, per ricordare a me stessa che quegli oggetti facevano parte della stessa vita, e si sarebbero entrambi occupati della mia fica.

Scopare non fu difficile. Pioveva, avevamo trovato un angolo alla fine di una strada chiusa che mi fece sentire raccolta, accolta sotto un tetto. Ci spogliammo, la luce della luna entrava a sprazzi, la musica ci alleggeriva del peso della concentrazione. Tutto fu fatto nel modo giusto, tranne quello che successe dopo. Giulio si tolse il preservativo, e lo sollevò all’altezza degli occhi. Penzolava, ed era pieno del suo sperma. «Adesso facciamo il controllo», disse. Prese una bottiglietta d’acqua che aveva lì in macchina, aprì lo sportello e in quel momento lo scroscio della pioggia mi arrivò limpido alle orecchie. Riempì il preservativo di acqua, e quello si gonfiò come un palloncino. «Siamo a posto, è integro», mi disse. Io sorrisi, ma non volli guardarlo in faccia. Quell’operazione mi era sembrata ridicola, ma io di certe cose non ne sapevo niente, e quello che contava per me era essere stata brava.

Dopo la prima volta, scopai con Giulio quasi tutti i giorni. I preservativi li compravo sempre io, e di quello che Giulio chiamava il controllo se ne occupava lui. Di questa attività io conoscevo solo i risultati, me li ha sempre riferiti alla fine dell’operazione. So per certo che, in tutto il tempo che abbiamo scopato insieme, mai ci è successo, nemmeno una volta, di trovare un preservativo rotto, bucato, fallato. Anche per questo oggi gli ho chiesto di non controllare. Chissà perché invece, lui mi ha risposto con questo ti amo. L’ha pronunciato, mi ha sorriso e io ho fatto lo stesso. In quell’istante ho pensato, non ce la faccio. Non riesco ad amare Giulio, perché Giulio tutte le volte che scopa con me, fa il controllo. Così l’ho lasciato, e sono tornata a casa a piedi.

Ora sono distesa sul letto, ho aperto il cassetto e ho tirato fuori uno dei tanti preservativi che ho di scorta. Ci ho messo dentro un dito, poi un altro, l’ho avvicinato al naso, l’odore che ha mi piace moltissimo. Ho tirato giù i jeans e le mutande, e con la mia mano protetta dal preservativo mi sto masturbando. Mi ama, ma io no, per niente. Il sesso non può fare niente contro la noia.

Photography Charlotte Abramow, styling Francesca Pinna, feat. Eleonore Wismes

Il Sesso casuale

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta la ricerca dell’anima gemella. A scuola, sul lavoro, per strada. Ci si guardava intorno con una certa quota di struggimento, come se dovesse trovarsi lì, da qualche parte, nascosta. Prima o poi ci saremmo incappati, era cosa certa; anzi, meglio non cercarla, sarebbe arrivata da sola, più in fretta. Il sesso casuale era questione di status, per l’uomo; per la donna, a volte, un problema – o meglio, un problema il giudizio degli altri. Sugli anni Novanta incombeva l’ombra lunga dell’HIV; persino in Italia si era più cauti e prudenti del solito. Poi è arrivato Internet: blog, forum, mail, chat. Abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con persone che altrimenti non avremmo mai incontrato. Le abbiamo conosciute prima di conoscerle. Intimamente. La protezione dello schermo ha fatto sì che ci aprissimo molto; innamorarsi, in gran parte dei casi, è stato inevitabile. Lo spazio condiviso, finché è durata, sembrava una festa per pochi. Poi sono arrivati i social network, Facebook e Instagram davanti agli altri. L’importanza delle foto ha surclassato quella dei messaggi; inoltre, eravamo invitati al giudizio: mi piace? Dall’apprezzamento estetico a quello triviale è stato un attimo: mi piace questa ragazza? è figa? Abbiamo iniziato a scorrere le foto più velocemente: con chi esce stasera? dove va? Quelle che prima si chiamavano agenzie matrimoniali sono diventate portali di incontri; quando si sono ulteriormente trasformate in app abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo – molto meno sbattimento. Siamo diventati parte di un catalogo, merce esposta in vetrina: è avvenuto consensualmente, non hanno nemmeno dovuto chiedercelo. Di certo qualcuno ci sta browsando anche in questo momento: varremo un mi piace, un cuore, addirittura un messaggio?

Una volta, non ricordo più dove, ho letto una verità che mi ha colpita: ogni cosa, lasciata a sé stessa, tende ad andare a male. Una stanza a sporcarsi; un fuoco a spegnersi; un amore a darsi per scontato, a perdere il suo potenziale romantico. L’unico antidoto all’incuria – la cura, appunto – richiede impegno. Come ci si difende dall’incuria relazionale? Di cosa ci si arma contro la non giustificata rozzezza? Proviamo a delineare le dinamiche di un approccio non offensivo, un primo appuntamento gentile. Bisogna innanzitutto – non è cosa scontata – che l’altra persona ci piaccia davvero. Che la consideriamo degna di stima e amicizia: perché frequentarla, altrimenti? Avremo poi cura che la comunicazione avvenga in modo chiaro e corretto: per nessun motivo l’altra persona dev’essere illusa, o tenuta in sospeso – si risponde sempre ai messaggi che richiedono risposta, anche un semplice adesso non posso. La scelta di dove incontrarsi cadrà su un luogo che faccia sentire entrambi a proprio agio, liberi di andarsene in qualunque momento: è preferibile un invito a bere qualcosa rispetto a una ben più impegnativa cena. Nel corso dell’appuntamento si dovrà osservare il reciproco linguaggio del corpo: se l’altro evita il contatto, non sorride, si guarda intorno o accampa pretesti, andrà semplicemente lasciato andare. Per nessuna ragione al mondo sarà lecito ricorrere al ricatto, né sentimentale – vorrei che restassi, né materiale – ti rendi conto di quanto ho speso stasera?. Le prime impressioni possono e devono essere rinegoziate fino all’ultimo: l’intimità sessuale è la questione più delicata che ci riguarda, abbiamo il diritto di ripensarci o di tirarci indietro. La decisione di chiudere una serata a letto con qualcuno, infine, dovrebbe essere non solo consensuale, ma entusiasta: le altre opzioni, inevitabilmente, rasentano la molestia o lo squallore.

La prevenzione, in teoria non ci sarebbe bisogno di dirlo, è la forma di educazione sessuale e sentimentale più importante. I dati diffusi nell’ultimo anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall’AIDS alla sifilide, è aumentata fino a quattro volte – soprattutto tra i più giovani, gli adolescenti e i ventenni. Il preservativo, dal canto suo, sembra diventato un optional. Le donne, più portate per natura a proteggersi, si ritrovano in condizione di dover chiedere all’uomo di indossarlo: le risposte che ricevono sono per lo più prive di senso – la colpa viene data al costo, alla difficile reperibilità, ma soprattutto all’apparente scomodità intollerabile: ne va del rapporto, pare. Da anfratti anni Ottanta dimenticati da Dio e dagli uomini vengono fuori scuse quali sono allergico al lattice o non esistono preservativi della mia misura. Resistenze di questo genere sono contrarie a ogni forma di civiltà: indossare un preservativo prima di un rapporto sessuale a rischio – dove per a rischio si intende con chiunque si conosca poco – dovrebbe essere un gesto automatico come lavarsi i denti prima di dormire. Non c’è niente di eccitante nel giocare alla roulette russa con la propria salute e con quella degli altri. È questo il messaggio di Shake your love, la campagna di educazione sessuale lanciata da Lampoon nel febbraio 2018. Che il sesso sia libero, sfrenato, audace: ma, prima di ogni altra cosa, rispettoso.

Photography Roberto Patella feat. Giove Taioli @ Brave Models, Editor in Charge Alessandro Fornaro

Scontro frontale

Text Matteo B. Bianchi

 

Ricordo il posto, l’ora, persino la temperatura. Era un pomeriggio d’estate, di luglio, dovevano essere le due e mezza o le tre, gli adulti erano andati a fare una pennichella dopopranzo, mia sorella e le mie cugine guardavano un telefilm in cucina, io ero su una sdraio nel retro della casa, in quello spazio di confine indefinito fra il nostro giardino e l’inizio del bosco, il caldo del pieno sole era mitigato dalla frescura delle piante, si stava benissimo. Stavo leggendo una rivista. Era l’ultimo numero di Panorama, che all’epoca mio padre comprava quasi sempre. Ed è lì, fra quelle pagine, che ho letto per la prima volta un articolo sull’AIDS. In quel numero c’era anche un servizio fotografico su Gianni Agnelli, in vacanza nel Mediterraneo sul proprio yacht, che si tuffava in mare totalmente nudo. Quel servizio fece scalpore, se ne parlò per settimane. Assurdo ripensarci ora: l’attenzione collettiva puntata su un industriale svestito che fa il bagno mentre su tutti noi stava per abbattersi l’apocalisse.

Avevo diciassette anni, ero privo di esperienze sessuali di qualsiasi genere e solo da poco avevo cominciato ad ammettere a me stesso la mia natura. Avevo capito di essere omosessuale e pochi mesi dopo apprendevo dalle pagine di un settimanale che c’era in giro una malattia nuova che stava colpendo le persone come me e della quale si sapeva poco o nulla, tranne che fosse fatale. Benvenuta tempesta ormonale e vaffanculo, di te non so che farmene.

La mia maturazione fisica ha coinciso col periodo peggiore degli ultimi decenni per fare esperienze sessuali: quello del panico. All’inizio c’era solo confusione. E terrore. Vietato il sesso. Vietato baciarsi. Non bere dallo stesso bicchiere. Non mangiare dallo stesso piatto. E gli abbracci? Si può abbracciare qualcuno. Quello forse. In un primo momento non lo chiamavano neanche AIDS ma GRID (Gay Related Immune Disease) perché sembrava prerogativa esclusiva della comunità omosessuale. Solo in un secondo tempo si è capito che riguardava tutti quanti. Persino la sigla AIDS è stata una forma di assurda, malata conquista. Nella testa di molta gente, per anni, è rimasta la malattia dei froci.

L’esplosione del virus in perfetta sincronia con la nostra maturazione fisica, almeno per me e per i miei amici, ha complicato tutto, ha rallentato tutto. Avevamo desideri e paure che ci esplodevano nel petto, ma le paure erano più forti. Ci è voluto tempo anche per capire che il preservativo fosse una barriera efficace. Oltre al danno, la beffa: vivevamo in un paese nel quale la Chiesa si opponeva anche solo al diffondere questa informazione. La peste voluta da Dio, dicevano gli esaltati. La condanna divina per essere quello che ero.

Ricordo anche che il primo stato europeo a fare una campagna pubblicitaria a favore del preservativo era stato l’Inghilterra. L’annuncio consisteva nella foto di un letto dalle cui lenzuola spuntavano dei piedi, un paio maschili sopra e un paio femminili sotto. Era l’immagine inequivocabile di una copula, benché dei due amanti si intravedessero solo le estremità inferiori. Il titolo diceva: «Ora può causare la morte, oltre che la vita». Agghiacciante, come lo slogan di un film horror.

Avevo trovato l’annuncio su una rivista musicale inglese, l’avevo strappato e l’avevo incollato sul lato dell’armadio della mia cameretta dedicato alle foto delle popstar, mischiato fra i Duran Duran e i Depeche Mode. Un monito al me stesso in fase di sviluppo: vedi di non dimenticartene.

La prima persona che conoscevo a morire di AIDS è stata Stefano. Era un amico del mio amico Paolo, che a volte veniva con noi nei locali, come componente aggiunto della compagnia. Un tipo simpatico ed esuberante, che si vantava di conquistare gli uomini con uno sguardo camminando per strada e che nei suoi racconti snocciolava avventure erotiche a metà strada fra il rocambolesco e l’esilarante. Uno che amava essere al centro della scena e che non aveva paura di attirare l’attenzione. Una sera eravamo andati in gruppo al cinema a vedere la commedia Una donna in carriera e al termine del film, sui titoli di coda, prima che si accendessero le luci in sala, si era alzato e aveva dichiarato a voce alta: «Ma questa è la storia della MIA VITA!», suscitando l’ilarità dell’intera sala. Un personaggio, la cui assenza non passava inosservata. Così abbiamo subito cominciato a chiedere sue notizie dopo un paio di weekend in cui non lo incontravamo. All’inizio Paolo diceva trattarsi di un malessere momentaneo, poi ha parlato di una malattia rara che i dottori stavano valutando con cautela. Non avevamo il coraggio di chiedere in modo esplicito. Dire quella parola equivaleva pronunciare una sentenza di morte. Più genericamente chiedevamo: «ma è grave?» Paolo minimizzava: «Ho detto che è rara, non che è grave». Bastava questo ad allontanare le nubi del sospetto, a confinare il pericolo mortale in un punto ancora lontanissimo da noi.

Il tempo passava, Stefano faceva dentro e fuori dagli ospedali, e anche quando era a casa non usciva né concedeva visite a domicilio. Ho chiesto a Paolo come mai non si facesse più vedere in giro e solo a quel punto ha sbottato: «Perché non può! È coperto di macchie ovunque, anche in faccia». Dall’espressione che ha assunto subito dopo ho capito che si era pentito di quello che aveva detto, che gli era sfuggito. Non aveva pronunciato la parola, ma fra le righe io l’avevo sentita chiarissima: Kaposi. Non ho più domandato nulla. Un mese dopo c’è stato il funerale.

Poi, una serie. Uno più impressionante di altri, quando il mio migliore amico, Antonio, aveva cominciato a uscire con questo operaio brianzolo, un tipo rasato e pieno di muscoli, di fede leghista (un frocio leghista era materiale da leggenda all’epoca). Le poche volte che uscivamo insieme non sapevamo bene di cosa parlare con lui, ci sembrava non avesse nulla in comune (anche se segretamente volevamo farcelo un po’ tutti). Quella con Antonio non era una storia seria. Si frequentavano, poi si mollavano, poi riprendevano a vedersi di nuovo. Poi venne fuori che aveva preso il virus. L’altro, perché Antonio ci stava sempre attento. L’abbiamo visto spegnersi a poco a poco, quell’aria salubre da boscaiolo scomparire settimana dopo settimana, il corpo sgonfiarsi come un palloncino bucato. Alla fine sembrava un vecchietto scheletrico in cui l’unica cosa rimasta viva erano gli occhi chiari, pungenti, completamente sperduti.

Avevamo imparato anche a ridere di noi. Sempre Antonio mi aveva raccontato che un giorno un suo collega a pranzo gli aveva confidato che quella sera avrebbe fatto l’amore con la sua ragazza e sarebbe stata la prima volta per entrambi. Gli aveva poi chiesto di accompagnarlo in farmacia per comprare una scatola di preservativi. «Se siete vergini entrambi a cosa vi serve il preservativo?» – aveva domandato Antonio. Il collega l’aveva guardato stupefatto e aveva risposto: «Beh, perché non corra il rischio di restare incinta». Noi gay avevamo talmente radicato il concetto di preservativo come unica forma di prevenzione da dimenticarci che, in effetti, il suo scopo reale fosse un altro.

Poi per fortuna le cose hanno cominciato a cambiare, le terapie a rivelarsi efficaci, contrarre il virus significava imparare a gestirlo, a conviverci, non a morirci. Ci siamo tranquillizzati, ce ne siamo fatti una ragione, e abbiamo preso a scopare forsennatamente, come è giusto che sia. Però per la mia generazione, quella degli anni Ottanta, l’imprinting è stato categorico. Il nostro era stato uno scontro frontale, che non avremmo potuto dimenticare mai.

Ripenso a tutte queste cose, in questo caotico flusso, stamattina mentre sono seduto in un caffè con Sebastian, un amico che ha la metà dei miei anni ed è sieropositivo. Mi chiedo se il terrore che ho assorbito in fase adolescenziale sia la sola causa della mia immunità. Perché io che ho raggiunto i cinquanta sono sano e lui no? Ho scopato con un numero imprecisato di uomini, a volte mi sono innamorato e ho avuto delle relazioni con loro, altre sono stati sconosciuti incontrati in discoteca, in saune, in feste di amici, su chat erotiche. Ho corso i miei rischi, avventurandomi da solo in parchi di notte in città dall’altra parte del mondo, in locali dall’aria clandestina cui accedere attraverso porte anonime suonando un determinato campanello rivelato ai soli interessati, trovandomi in festini dove in ogni stanza c’erano corpi sudati e intrecciati, eppure mai, neanche una singola volta, ho fatto sesso senza preservativo. È come se fosse un istinto animale connesso al mio DNA, un imperativo imprescindibile.

Sebastian sta affrontando nuove sfide, legate all’epoca che stiamo vivendo. Ha scelto di dichiararsi pubblicamente, sui social, e da allora riceve tanto incoraggiamento quanto violenza verbale, sei un viscido mostro, grazie per quello che stai facendo, ammiro il tuo coraggio, mi fai vomitare, te lo sei meritato. Un frullato senza senso di amore e odio, privo di controllo e di morale, e Sebastian che si erge da solo al centro del ciclone assorbendo tutto a viso aperto. Ammiro la sua spavalderia e cerco di dimostrarglielo ogni volta che posso, per quanto serva. Non posso fare a meno di pensare alla contraddizione della sua generazione, investita da informazioni di ogni genere e che tralascia i discorsi di prevenzione, come se i pericoli fossero già superati, mentre non è così. «È stato il mio primo ragazzo», mi confidato Sebastian. «Non era uno stronzo, solo che non sapeva di averlo».

Il destino è un figlio di puttana, comunque.

Claire Danes and Leonardo DiCaprio in a scene from the movie Romeo + Juliet, 1996 – Courtesy of 20th Century-Fox/Getty Images

Sesso non protetto

Text Rosa Matteucci

 

A metà degli anni Settanta, alunna di terza media, quasi ogni giorno andavo con due mie compagne, davanti allo studio del dottor Fraschetta Antonguido, Venerologo. L’importanza della venerologia ci era ignota, ma la targa di ottone del medico che s’occupava di genitali, suscitava in noi irrefrenabili sghignazzi misti a inconfessati turbamenti, per l’ipocrisia dell’aggettivo che evocava una ragazzona dalle carni mollicce che emergeva dalle acque, e anche una scritta, letta nei gabinetti della stazione, dove s’ammoniva che Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere.

Talora ci appostavamo, sempre sbellicandoci, in attesa dei pazienti del Fraschetta, paria affetti da disgustose malattie sessuali, efferatezze che avevo sbirciato, in foto bianco e nero, sul manuale di patologia clinica della cugina Celeste. Scroti deformati dall’ipertrofia, falli impestati di pustole, testicoli dalle dimensioni di un’anguria. Era quello della sessualità, un mistero di cui avevamo un’infarinatura, fra la biologia dei mammiferi e il leggendario, ma in definitiva era un mondo misterioso e parallelo a quello delle tredicenni, un destino riproduttivo in cui ci saremmo avventurate prima o poi, sotto la minaccia del ciclo mestruale. All’epoca la gente fumava dentro ai cinema, sprovvisti di impianti di aerazione, sugli autobus dove spippacciavano anche l’autista e il bigliettaio, i docenti fumavano in classe, l’eternit era un formidabile materiale di costruzione, si beveva l’acqua del rubinetto, le allergie e le intolleranze alimentari erano ignote, se un marito riteneva che la moglie lo avesse cornificato poteva ammazzarla e il suo gesto sarebbe stato rubricato come delitto d’onore e nemmeno il carcere – il reato delitto d’onore fu abolito solo nel 1981, per ricevere una telefonata l’obbligo era stare in casa di guardia al fisso, su cui si sarebbe potuto avventare tuo padre al primo squillo. Neo divinità pagana del benessere il telefono di casa e noi adolescenti suoi vassalli. Gli assorbenti e i preservativi si compravano esclusivamente in farmacia.

L’acquisto dei profilattici era per tacito accordo riservato ai maschi. Già davanti alla farmacia la vergogna era suprema, perché il cappuccetto in lattice con serbatoio suggeriva il suo prossimo utilizzo in pratiche di cui era meglio non parlare. I preservativi non erano certo esposti al pubblico, il farmacista con un ghignetto li faceva uscire da un cassettino. Erano sempre confezioni da tre, reputandosi tre copule sufficienti ai bisogni del giovane maschio, che poi due di questi si rompessero all’atto pratico non rilevava.

La morale veterocattolica era salva. Ossuti adolescenti, con barbette visibili con la lente d’ingrandimento, vistose fioriture di brufoli sul collo, ponfi rossi e dolenti da cui, nei casi più fortunati, uscivano rivoli di pus; i poveri compagni maschi, tormentati da uragani testosteronici, guidati dall’istinto arcaico del riprodursi, bramavano di accoppiarsi con pettorute ma ingenue adolescenti femmine, vittime del Romanticismo ormonale che postulava l’incontro con il principe azzurro. Renitenti a indossare ‘quel coso’, i maschi lo reputavano una vessazione – secondo la vulgata maschile del ‘non si sente niente’.

Neppure codesto strumento poteva peraltro scampare la sorte dell’ipertecnologizzazione. In Gran Bretagna ne hanno infatti escogitato la versione 2.0: ovvero un sensore applicabile al tradizionale cappuccetto, in grado non solo di individuare malattie sessualmente trasmissibili, ma anche di decodificare le risultanze fisiologiche della copula, dall’agognato consumo calorico fino alla velocità di spinta, tutti dati che il ‘preservativo intelligente’ trasmetterà al fido smartphone. E dire che tutti ci eravamo sbellicati, davanti all’invenzione dell’Orgasmatic, lo strampalato macchinario ovoide presente nell’astruso avvenire immaginato da Woody Allen nel Dormiglione, una cabina elettronica sostitutiva dell’accoppiamento capace di portare al piacere una coppia in pochi attimi e senza fatica. Non sapevamo che il futuro era lì, pronto a concretizzarsi in forma di parodia.

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus