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sara emma cervo

Red-lights rooms

Text Sara Emma Cervo
@saraemma_

 

«Buongiorno, sono una giornalista, vorrei porle alcune domande in merito al cinema da voi gestito». Silenzio. «Grazie, non siamo interessanti». Eppure l’Ambasciatori di Roma, l’ultima sala della Capitale a proiettare film a luci rosse gode di ottima salute, stando a quanto si legge sui quotidiani nazionali. Solo pellicole di qualità e un grande schermo, per chi non vuole convertirsi a smartphone, tablet o YouPorn. Tre proiezioni al giorno, posti in prima fila e comode poltrone, forse rosse. «Scusi, la programmazione di domani?»«Tropici a tutto hard e A bocca aperta». Liquidata, velocemente. Sul web trovo solo articoli scritti da altri, il sito è utopia. Un numero di telefono, fisso, sia chiaro. La privacy è garantita, qui a Roma.

Tutt’altra visione arriva da New York. Nelle sale del New Museum, in correlazione alla mostra Trigger: Gender as a Tool and a Weapon, è stato proiettato Community Action Center. Un film di novanta minuti senza censure, scritto e diretto da A.K. Burns e A.L. Steiner. Una rappresentazione erotica del mondo queer. Ci sono voluti tre anni. Trae ispirazione dalle pellicole porno-romantiche degli anni Sessanta e Settanta, dirette da nomi quali Fred Halsted, James Bidgood e Joe Gage. Unica regola: va goduto e visto in compagnia, perché il potere della pellicola si manifesti nella sua totalità.

Messaggio forte e chiaro che arriva dal mondo dell’arte, replicato da Raphaël Siboni con un documentario. L’artista dell’accademia Beaux-Arts di Parigi con il suo Il n’y a pas de rapport sexuel del 2011 non si è risparmiato. Ha selezionato oltre duemila ore di materiale video girato dietro le quinte dei film a luci rosse del regista e attore Hervé Pierre-Gustave, un maestro dei film X. Scandalo o meno, l’opera, vietata ai minori di diciotto anni, ha trovato spazio nelle sale cinematografiche francesi. Non solo in quelle di Pigalle.

The dog cloner

ph. Hybrid – IG @artbyhybrid

Text Sara Emma Cervo
@saraemma_

 

Mentre al mondo c’è ancora chi abbandona gli animali, c’è chi, invece, ne trae profitto dai social. Sul podio dell’appena chiuso 2017 è salito JiffPom, un volpino di Pomerania. Oggi, il re, ha la bellezza di settemilatrecento followers solo su Instagram. Una star con tanto di merchandising da acquistare sul suo sito e molte visualizzazioni su YouTube. Possederlo è un affare da centomila dollari. La stessa cifra richiesta a undici ore di aereo da dove mi trovo io, a Milano, per clonare un cane. Succede a Guru-Go, in un distretto di Seul in Sud Corea. Qui, ha sede la Sooam Biotech, prima e unica organizzazione no profit, fondata da Hwang Woo Suk nel 2005, che promette di riportare (quasi) in vita – indipendentemente da età, taglia e razza – il fedele amico a quattro zampe. Lo scopo? «Curare cuori infranti» e alleviare la perdita subita.

Nulla a che vedere con la serie tv Black Mirror ideata e prodotta da Charlie Brooker. A Guru-Go ci si nutre di scienza, non di fantascienza, anzi di realtà! Sperimentata non solo dai coreani, i primi a rivolgersi a Hwang, ormai eroe nazionale dopo le beghe con la giustizia, sono gli americani, disposti a volare dall’altro capo del mondo pur di riportare in vita ricordi ed emozioni. In fondo per (s)doppiare l’animale basta solo un ricco conto corrente e seguire le istruzioni: se il cane dovesse essere ancora in vita, nessun problema, basterà depositare il DNA con il giusto anticipo; diversamente, quindi a decesso già avvenuto, si dovrà avvolgere il corpo in asciugamani bagnati, conservare questo in frigorifero e recarsi in clinica entro cinque giorni dalla scomparsa. Il dolore sarà già alleviato e il risulto garantito, almeno in parte: il cucciolo andrà rieducato, ma con più facilità, il carattere sarà quello e solo quello. Ai proprietari di cani, me inclusa, non resta che monitorare il sito e sperare in una nuova competition Italia inclusa, pari a quella che nel 2013 permise a Rebecca Smith di ottenere uno sconto del 70% per una seconda Winnie. Allora bastava scrivere in qualche battuta del proprio fidato amico, allegare video e foto, per salire sul podio e portarsi a casa un clone invece di un trofeo.

Nel dubbio, io, ho deciso di portarmi avanti: le piroette davanti alla ciotola, come le lunghe chiacchierate di Mr. Blue non sarebbero solo un ricordo. Lui così chiassoso, nulla a che vedere con la taciturna ‘iena’ Edward Bunker a cui rende omaggio con il suo nome.

Artificial Intelligence: Is it a yes or a no?

Samuel Zeller, VR – IG @zellersamuel

Text Sara Emma Cervo
@saraemma_

 

Samantha è sensuale. Siri non lo è. Samantha parla, come Siri. Samantha dialoga, Siri no. A Siri posso chiedere di una canzone. Con Samantha, Theodore, può anche fare l’amore, nonostante sia una voce. Siri è l’assistente digitale della Apple, Samantha è la protagonista di Her, il film diretto da Spike Jonze. Theodore, il protagonista: solitario, alla vita reale preferisce un mondo parallelo. L’ambientazione è in una Los Angeles in cui l’Intelligenza Artificiale ragiona così velocemente che sarà Samantha a dire basta alla relazione. Utopia o meno, il futuro ai robot ci guarda. Gli Emirati hanno di recente istituito un ministero per l’Intelligenza Artificiale (IA), nominato il ventisettenne Omar Bin Sultan Al Olama; inoltre, promettono un’energia più pulita al 75% e una città su Marte nel 2117. Grazie all’IA, chiaro.

Elon Musk, invece, che con la sua Tesla di ecologia ne sa in quantità, osserva e pensa che l’IA sarà il miglior strumento per causare la terza Guerra Mondiale. Il peggio. Poi arriva l’arte, fino al 31 marzo alla VAC Foundation di Venezia va in scena The Electric Comma. La mostra, curata da Katerina Chuchalina, si domanda se davvero un robot riuscirà a prendere il posto dell’uomo anche solo per comporre versi. Impresa, quest’ultima, sperimentata da Janelle Shane che per sbloccare lo scrittore bloccato ha ideato un network neurale. Esperimento riuscito in parte, la ricercatrice, ha dovuto servirsi della comunità del web per trovare le parole che solo in un secondo momento l’IA ha elaborato.

Io, invece, mi trovo ancora in attesa che una mia foto, caricata su EyeEm, venga privata della scritta ‘this photo may be sensitive’. Ma come? L’immagine è stata semplicemente modificata con un’applicazione per iPhone: nessuna sensibilità, solo manomissione. I fatti non smentiscono né confermano l’utilità, di certo è che oggi sull’IA si scommette – nel bene o nel male. Peccato che la svolta sulle fake news sia lunga e per risolverla, forse, serviranno dei lettori. Umani.

Image courtesy of Unsplash

Gli instagrammer che ti hanno preso in giro per tutto il tempo

Text Sara Emma Cervo
@saraemma_

 

Uso Instagram. Lo uso da tempo e quotidianamente. Seguo vari e diversi profili: nomi noti, amici pochi e veri, e sconosciuti. Mai – dico mai – mi sono soffermata a valutare la veridicità del contenuto di una foto. Il mio ‘dito’ guarda all’estetica. Sbagliando: anche la fotografia (mi) inganna. Lo vedo scorrendo il profilo de Il Crepaccio Instagram Show. Commissionato da @ilcrepaccio per IL CREPACCIO INSTAGRAM SHOW, dopo anni di attività nelle vetrine in via Lazzaro Palazzi a Milano, trova nel social una nuova sede espositiva. Il debutto è affidato a Serena Vestrucci con #TBT, ovvero Turn Back Time, o To Be True; qui, si gioca tutto sull’onestà del mostrarsi. Con dei collage, sapientemente costruiti – a vederli dallo schermo di uno smartphone sembrano scatti originali, ha dichiarato: «io sono bella», «anche io ho conosciuto Andy Warhol», «anche io ho salvato il mondo» e così via.

La Vestrucci non è l’unica ad aver usato l’arte come mezzo per dichiarare: «anch’io sono una bugia». L’artista argentina Amalia Ulman, per cinque mesi, vestì i panni di un personaggio inesistente, fra momenti di shopping e ricche colazioni, fra finte operazioni e scatti osé. Ha ingannato i suoi seguaci fino a quando non ha fatto scoppiare la bomba: si è tolta la maschera, quella costruita per la performance online Excellence&Perfection. Peccato che non tutti abbiano gradito la verità «Ella es una impostora» – si leggeva nell’ultimo post del progetto. Poco male, oggi la Ulman ha centoquarantuno mila follower e le sue opere fanno il giro delle gallerie e dei musei. Le bugie, che hanno le gambe corte, si trovano – e si palesano, anche nei profili ‘comuni’. La popolare travel blogger inglese Amelia Liana è stata smascherata dal Daily Mail: i suoi ritocchi non erano poi così perfetti, «This is hilarious. Do (sic) badly edited», commenta qualcuno in una delle tante foto. Fin poco male.

Il caso più eclatante arriva con il profilo (ora chiuso) di Eduardo Martins. Per anni, Martins, o chi per lui, ha vestito i panni del fotografo bello, bravo e buono; ha rubato gli scatti di Daniel C. Britt, li ha venduti, ha rilasciato interviste, e non contento si è anche impossessato dell’identità del surfista Max Hepworth-Povey. Tutto questo fino a quando la BBC non ha svelato tutto, costringendo anche il sedicente fotografo ad annullare una mostra. Oggi di lui non si sa più nulla, neanche in rete.