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Sex Pistols Anniversary

Sex Pistols perform in Paradiso, Amsterdam, 1977 – ph. Koen Suyk

Text Domenico Paris

 

Ci sono manifesti che ingialliscono. E proclami divenuti afoni. Ci sono idee che impigriscono. Ed eroi senza più una causa. Ma ci sono rivoluzioni che non finiscono. E all’inesorabilità del tempo, reagiscono con una sonora pernacchia. Perché a portarle avanti non sono le solite figurine rassicuranti tutte bei discorsi e pie intenzioni. Ma tipi loschi e nient’affatto concilianti, pronti a vendere la madre pur di riuscire a spuntarla.

Come i Sex Pistols, che il 28 ottobre 1977, dopo aver sconvolto Albione e buona parte dell’Europa (tranne l’Italia) grazie alla loro furia iconoclasta, irruppero nel mercato discografico con Nevermind the bollocks, Here’s the Sex Pistols.

«Non sappiamo cosa vogliamo, ma sappiamo come ottenerlo. Vogliamo distruggere, è possibile?», urlava Johnny Rotten quarant’anni fa nel bridge di Anarchy in the U.K., in una dichiarazione di intenti che era uno schiaffo in faccia ad un genere, il rock, sclerotizzato in esercizi di stile e ormai perso alla sua vocazione sovversiva degli inizi. E la grandezza insuperata di questo primo ed unico ellepì della congrega di teppistelli arruolati da Malcolm McLaren e ‘mascherati’ da (un’allora sconosciuta) Vivienne Westwood, risiede proprio nell’aver indicato una nuova strada, fatta non più di arzigogoli strumentali e travestimenti di scena, ma di gente arrabbiata che vive la musica come una forma di rivolta contro il sistema e si esprime attraverso urla e sequenze di accordi elementari. Il punk, insomma.

E per quanto, nel corso dei lustri, detto movimento sia stato giocoforza fagocitato dall’industria culturale e ridotto ad una specie di brand, la lezione ruvida e ribelle impartita dai Sex Pistols con questo album ha continuato a vivere, illuminando il cammino di migliaia di band e tracciando, insieme al debutto degli americani Ramones, una frattura che nessuno dopo di loro ha potuto ricomporre.

Non c’è che dire, un bel colpo per quattro ragazzini che, spesso, non sapevano neanche arrivare in fondo ad una canzone tutti insieme.