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silvia novelli

A CONVERSATION WITH CATRINEL

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Catrinel Marlon è una tipa tosta: «Vengo dal mondo dello sport: la disciplina per me conta tantissimo, sono un soldatino un po’ in tutto». La intervisto alla fine di una giornata sul set de L’Ispettore Coliandro, in cui recita per una puntata.

Classe 1985, ex campionessa di atletica leggera, a 16 anni si lascia alle spalle l’agonismo e il paese natale, la Romania, per dedicarsi alla moda e poi alla recitazione.

Con l’Italia ha un rapporto di lungo corso, tanto da avere la doppia cittadinanza, anche se è arrivata a diventare un volto (e un corpo) popolare nel 2012, quando Piero Chiambretti l’ha voluta nel suo show, inventando di sana pianta per lei un ruolo inconsueto: quello di una sexy fotografa che entrava in scena in tacchi e latex per scattare foto agli ospiti del programma. Le foto erano vere: quella di Catrinel per la fotografia è una passione di vecchia data. Stare dietro all’obiettivo le piace quasi quanto stare davanti: «Da quando ho iniziato a lavorare nella moda ho cominciato a chiedere informazioni ai fotografi, a stare attenta all’uso delle luci sul set. Ho studiato anche molto da sola: la post-produzione l’ho imparata a suon di tutorial su YouTube». La fotografia è l’hobby di sempre – «per il futuro chissà» – anche se come fotografa preferisce soggetti molto lontani dalla moda e più vicini al reportage, come quello che ha fatto in un ospedale psichiatrico in Romania: «Ero andata in visita a un mio familiare e ho portato quel che non avrei dovuto: dolci e caramelle, che sono eccitanti. Tutti i pazienti me li chiedevano e io glieli davo in cambio della possibilità di scattare loro foto da un buco della serratura».

Nel 2012 arriva anche la grande occasione nel cinema con La città ideale, il primo film da regista di Luigi Lo Cascio. «Ho iniziato col cinema in un momento in cui nella moda potevo avere una discesa, invece il cinema mi ha aiutato a lavorare ancora di più come modella», racconta Catrinel, che da allora alterna moda, televisione e cinema, arrivando anche nel cast americano di CSI, «un mega set che dura 6 mesi, lavorarci è come andare in ufficio. Quello che mi è piaciuto di più è la pausa pranzo: c’era un tendone fuori con tantissimi cuochi che cucinavano di tutto e di più, non l’ho visto in nessun’altra produzione».

Se non fosse diventata una modella e un’attrice sarebbe diventata un medico legale: «Di fianco al liceo dove studiavo facevano autopsie: scavalcavo ringhiere per intrufolarmi e guardare. Oppure avrei fatto la fotografa forense, per fare foto sui luoghi del delitto».

Tra cinque anni dove si vede Catrinel? «Spero con lo stesso compagno! Sono felicemente fidanzata da sei anni, stiamo costruendo il futuro». Sul lavoro invece non avanza ipotesi: «Quando ho iniziato a lavorare come modella pensavo che questa carriera sarebbe durata fino massimo ai venticinque anni. Oggi invece lavoro più e meglio di prima: i designer preferiscono modelle più grandi, con esperienze alle spalle, dunque non so quando finirà per me o quando vorrò fermarmi. La moda mi piace moltissimo, anche se moda e cinema in Italia sembrano non andare molto d’accordo: lavoro tanto come modella soprattutto all’estero, in Italia mi definisco una giovane attrice».

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Catrinel Marlon is a tough girl: «I come from sports: discipline for me is key, I am like a little soldier in almost everything I do». I speak to her at the end of a day on the set of L’Ispettore Coliandro, she appears in one episode.

Born in 1985, a former track-and-field athletics champion, at 16 she left competitions and her homeland, Romania, behind to focus on fashion and, later, on acting.

Her relationship with Italy is a long term one, so long she has dual citizenship. However, she became a well-known face (and body) only in 2012, when Piero Chiambretti cast her for his TV show, creating from scratch, and just for her, an unusual role: a sexy photographer who walked on stage clad in latex and sporting stiletto heels to take pictures of the show’s guests. Those pictures were real: Catrinel has been passionate about photography for a very long time. She likes working behind the camera almost as much as she loves posing in front of it: «When I started working in fashion I began asking questions to the photographers, I observed how lights are used on the set. I also studied a lot by myself: I learnt post-production watching loads of tutorials on YouTube». Photography is her long time hobby – «for the future, who knows?» – although as a photographer she prefers subjects that have very little to do with fashion and more with reportage, like the pictures she took in a mental hospital in Romania: «I was visiting a relative and brought what I shouldn’t have: sweets and candies, which are stimulants. All the patients kept asking me for them, but in exchange they promised I could shoot them through a keyhole. »

In the year 2012 also came her big chance in cinema with La città ideale, the first film directed by Italian actor Luigi Lo Cascio. «I started working in cinema in a moment when I might do less in fashion. On the contrary, cinema boosted my modeling career,» says Catrinel, who since then has been dividing her time between fashion, television and cinema, and has also appeared in TV show CSI, «a huge set lasting six months, it’s like a full-time job. What I liked best was the lunch break: there was this marquee outside with plenty of chefs who cooked all kinds of food, I had never seen anything like that in other productions. »

If she hadn’t become a model she would have been a coroner: «Next to my high school building they carried out autopsies: I would climb over the railing to sneak in and watch. Or maybe I would have become a forensic photographer, to take crime scenes photos.»

Where do you see yourself in five year’s time, Catrinel? «I hope with the same partner! I have been in a happy relationship for six years, we are creating our future.» As for her work, she doesn’t make any prediction: «When I started working as a model I thought my career would have ended when I turned twenty-two. Today, I work even more and better than before: fashion designers prefer older, more experienced models, so I really don’t know when this career will end for me or when I will decide to stop. I love fashion, although fashion and cinema do not seem to get along so well: I work a lot as a model abroad, in Italy I like to think of myself as a young actress.»

From The Fashionable Lampoon Issue 8
Catrinel Marlon wearing Elisabetta Franchi
Photographer Michael Avedon

Sanremo #2

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Sanremo 2017 procede a passo svelto. #QueenMary nega ogni intervento sulla direzione artistica, eppure il Festival pare esserle stato cucito addosso: sobrio, diretto, senza fronzoli, davvero ben diverso dagli eccessi del passato, dagli ingombri vuoti di sketch e di abiti.

Maria è uguale a se stessa sul palco dell’Ariston come su quello di C’è posta per te: alla fine anche i più scettici capiscono che se è una delle colonne portanti della televisione italiana da venticinque anni, forse ci sono delle ragioni concrete che vanno oltre l’essere moglie di Costanzo.

Mercoledì sera è entrata in scena distribuendo portachiavi con stampato il faccione di Carlo Conti: l’intento era ribadire che Carlo è il volto di Sanremo, oppure che lui sia un gingillo nelle mani di lei? Libera interpretazione.

L’inizio delle serate di ieri e di mercoledì è dedicato alle nuove proposte, e alla loro veloce selezione (vanno in finale Francesco Guasti, Leonardo Lamacchia, Maldestro e Lele), seguita mercoledì dall’esibizione della seconda tranche di big in gara (Bianca Atzei, Marco Masini, Nesli & Alice Paba, Sergio Sylvestre, Gigi D’Alessio, Michele Bravi, Paola Turci, Francesco Gabbani – vincitore delle Nuove Proposte nel 2016 – Michele Zarrillo, Chiara, Raige & Giulia Luzi) e giovedì dalle cover, il tutto intervallato da ospiti italiani e internazionali.

Da questo punto di vista la serata di mercoledì è la più ghiotta: Francesco Totti che si presta al gioco, battibecca con Carlo Conti sui goal inferti alla Fiorentina, autografa e lancia palloni tra il pubblico, mostrando, oltre ai muscoli delle gambe, un’autoironia che è cosa rara su quel palco – e anche in questo caso capisci che anni di carriera non li costruisci se non ha personalità, se non hai autenticità.

Poi è la volta di uno stralunato e Robbie Williams: prima di lasciare il palco dà un bacio a stampo a Maria, che – manco a dirlo – non perde un filo d’aplomb.

Giorgia: sono passati oltre vent’anni dalla sua prima partecipazione a Sanremo, e la voce è sempre quella, in grado di fare prodigi. Tra i superospiti di mercoledì c’è anche Keanu Reeves, che improvvisa con il basso e canticchia Va bene così di Vasco. Qualcuno ha detto che gli autori di Carlo e Maria potevano sporcarsi un po’ più le mani, che non si sta osando molto in questo Sanremo 2017. Lasciamoli parlare.

La terza serata si fa seguire con un po’ più di fatica: quattro nuove proposte, sedici cover e le esibizioni per i ripescaggi sono davvero troppe. Ma the show must go on e vengono ripescati Clementino, Giusy Ferreri, Bianca Atzei e Ron, mentre escono dalla competizione Nesli & Alice Paba, Raige & Giulia Luzi.

Il fulcro della serata sono le cover ed è curioso notare come per ben due volte viene portato sul palco un pezzo di De Gregori – lui che a Sanremo in decenni di carriera non ci ha mai messo piede – ma Fiorella Mannoia che interpreta Sempre e per sempre è da standing ovation. Tuttavia, a vincere la gara delle cover è Ermal Meta – albanese naturalizzato italiano – con la sua interpretazione di Amara Terra Mia di Domenico Modugno.

Mika è il superospite della terza serata, inonda l’Ariston con colori, poesia e joie de vivre: in italiano fluente scherza con Conti e De Filippi, porta in scena i suoi tormentoni e infine rende omaggio a George Michael con una cover di Jesus to a child. Prima però, partendo dal testo di Grace Kelly’ dà vita a un siparietto poetico contro ogni discriminazione: «La musica fa cambiare il colore della mia anima. È molto bello essere di tutti i colori. Se qualcuno non vuole accettare tutti i colori del mondo e pensa che un colore sia migliore e debba avere più diritti di un altro o che un arcobaleno sia pericoloso perché rappresenta tutti i colori… Beh, peggio per lui. Questo qualcuno lo lasciamo senza musica».

Images of photographer Marco Piraccini

 


Sanremo #1

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

«Nonostante i cambiamenti appartengo ancora a me stesso» – le parole di Tiziano Ferro ieri sera sul palco del Teatro Ariston. Vale per lui e vale per il Festival – sono sessantasette anni che Sanremo è tutto e il suo contrario, eppure Sanremo è Sanremo, in continuo mutamento e uguale a se, radicato nelle maglie della nazione con la stessa ostinazione di tutte le contraddizioni italiane.

Dal 1951 Sanremo si è evoluto, ha cambiato presentatori e direttori artistici, location e giurie, senza mai smettere di dividere l’opinione pubblica e fare – parlare di sè, tra miele e fiele, tra appassionati del genere e radical chic, che dichiarano con orgoglio sui social di non guardare Sanremo dal 1984 e anzi, avete visto che bel film c’è su quell’altro canale, stasera?

Comunque, Sanremo c’è, anche quest’anno, puntuale e inesorabile come un difetto.

Undici i ‘big‘ in gara nella prima serata – altrettanti si esibiranno stasera. Certo fa un po’ strano vedere Fiorella Mannoia in scaletta tra Lodovica Comello e Alessio Bernabei, o Clementino dopo Ron, ma tant’è.

Il ”sanremese” è una categoria sociologica a sé, in cui il numero di partecipazioni al Festival di un artista risulta inversamente proporzionale alla diffusione delle sue canzoni in radio o su You Tube, insomma IRL (in real life). Nel ”sanremese” ci sono due elementi basilari: musica melodica e testo in cui si sposano cuore e amore. A molti cantanti questa forma espressiva viene naturale – Albano docet –, ad altri un po’ meno, ma per poter salire sul palco del Festival che vuoi che sia qualche rima baciata in più? Poi ci sono i casi di chi riesce a calcare il palco dell’Ariston senza conformismo né intenti provocatori, ma rimanendo fedele a se stesso, come ha fatto Samuel dei Subsonica ieri in questa prima serata del Festival, che si è aperto con l’omaggio di Tiziano Ferro a Luigi Tenco, morto suicida proprio a Sanremo nel 1967. La sua cover di ‘Mi sono innamorato di te‘, il duetto con n Carmen Consoli –l’emozione è stata palpabile.

Tra gli altri ospiti, una scarica di energia è arrivata da Ricky Martin, che ha portato al Festival i suoi tormentoni evergreen – e pazienza se qualcuno ha detto che sembrava un maestro di zumba: avercene di maestri di zumba così, a quarantasette anni.

Infine – o meglio all’inizio – lei: Maria De Filippi, per tutti #QueenMary, la novità dell’anno in affiancamento al Carlo nazionale, ‘i promessi sponsor’ in un ‘Festival delle larghe intese‘, come ha ironizzato Maurizio Crozza.

Soffermiamoci un attimo su #QueenMary e sul fatto che in quest’edizione di Sanremo non ci siano vallette brune né bionde – a dire il vero i maligni hanno cinguettato che la valletta in quest’edizione sia Carlo Conti – perché in fondo qualcosa da dire ci deve esser sempre e quello che si dice, soprattutto su Twitter, se non è adulazione è critica. Se vogliamo scomodare il tema del empowerment femminile, #QueenMary ne è un esempio. Sì, è vero, nel 1986 la conduzione fu di Loretta Goggi e in tempi più recenti ci sono state Simona Ventura e Antonella Clerici, ma quest’anno c’è stato qualcosa di più: la quasi totale assenza di sfarzi, di strascichi, di paillettes, l’assenza anche della mitologica ‘discesa della scalinata’, usata ieri sera come il consueto ‘scalino di Maria’, più che come feticcio di ingressi trionfali – e sull’abitudine di #QueenMary di sedersi sullo scalino su Twitter ci si è sbizzarriti, a partire da un account dedicato: @scalinodimaria.

Che lo si voglia o no, Sanremo è lo specchio dell’Italia: quasi tutti lo vedono, e in pubblico lo snobbano, perché dài, mica guarderai Sanremo? È la nostra manifestazione televisiva più famosa, eppure quasi ce ne vergogniamo. Mica siamo americani, o francesi. Siamo nazional popolari ma non nazionalisti. In quanto italiani siamo bravi a criticarci ferocemente e a continuare ostinatamente a fare in prima persona ciò che critichiamo.

Images of photographer Marco Piraccini

 


Madeleine

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Nel 1913, Proust scrisse Dalla Parte di Swann – primo volume di Alla ricerca del tempo perduto – e il suo nome si legò a doppio filo all’idea di ‘memoria olfattiva’, tanto da caratterizzare la sindrome secondo la quale «gli odori sono in grado di richiamare alla memoria episodi autobiografici in modo vivido, dettagliato ed emotivamente connotato»: la sindrome di Proust, appunto. (Fortuna che Dalla parte di Swann ebbe tre stesure, altrimenti la metafora della madeleine – tra le più famose del Novecento – da cui tutto è partito avrebbe avuto la consistenza molto meno soffice del pain grillé, il pane tostato che lo scrittore francese aveva citato nella prima versione della sua opera).

Veniamo ai giorni nostri: per Paride Vitale – abruzzese di Pescasseroli, comunicatore e stratega degli eventi a Milano – la madeleine è «il profumo della terra bagnata dei boschi di faggio, che sale sollevata dagli zoccoli del cavallo con cui andavo a passeggio quando ero piccolo». La memoria olfattiva nell’essere umano è la più forte e persistente: «Se chiudo gli occhi e penso alla mia infanzia più che ricordi sento profumi», spiega Paride. Questi profumi – della sua infanzia, della sua terra – Paride e il socio Ugo Maria Morosi li hanno condensati in PARCO1923, fragranza che «nasce tra i boschi antichi di un’area protetta, dove la natura è popolata da piante uniche al mondo», il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, inaugurato nel 1923 e il cui emblema, come quello del marchio, è l’orso bruno marsicano. PARCO1923 – le cui essenze sono state testate dai guardiani del parco e da botanici locali, in un raffinato lavoro di ricerca durato due anni – «è nato da un’idea del mio socio Ugo Maria Morosi, che trovai subito geniale»spiega Paride, che paragona l’Abruzzo a un profumo «discreto ma pieno di energia, modesto ma con carattere. Come diceva Primo Levi l’Abruzzo è forte e gentile. È una regione che meriterebbe molta più notorietà e spero che PARCO1923 possa essere un veicolo olfattivo della nobiltà e bellezza di queste terre».  Il profumo è per Paride «un modo di rappresentare se stessi, più forte di una stretta di mano e significativo quanto un sorriso. Mi diverte sentire il profumo delle persone appena conosciute perché ne immagino il carattere. I miei preferiti sono Molecules perché esalta semplicemente quello che sei e Eau d’Orange Verte di Hermès, che ha anche la bottiglia più bella che conosco».

Tanti i progetti per PARCO 1923: «Vorrei avere quarantotto ore al giorno per velocizzare tutte le idee che io e Ugo abbiamo. Dopo la candela appena lanciata e in vendita in esclusiva su Luisa Via Roma sicuramente arriveranno una linea bagno e una nuova fragranza»Tutti i proventi del progetto serviranno a valorizzare il territorio abruzzese, a creare posti di lavoro e «a portare nel mondo l’immagine di questo Parco tra i più antichi d’Europa».

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

In 1913 Proust wrote Swann’s Way – the first volume of In search of lost time – and thus his name became eternally tied with a double knot to the idea of the ‘olfactive memory’, characterizing the syndrome according to which «smells can vividly bring to one’s memory autobiographic episodes, full of details and emotional connotations». This is the Proust syndrome. Fortunately, Swann’s Way was re-written three times, otherwise the metaphor of the madeleine – among the most famous in the 1900s – from which everything began would have had a much rougher texture than pain grillè, the toasted bread which the author cited in the first version of his work).

But let’s get back to our times. To Paride Vitale – Milanese communicator and event strategist originally from Pescasseroli, a town in Abruzzo – the madeleine is «full of the smell of moist earth in a beech forest, which rises under the hooves of a horse which he rode when he was a child». A human being’s olfactive memory is incredibly strong and persistent: «If I close my eyes and think about my childhood, smells come to mind more than any other memories», Paride explains. It is these smells – of childhood, of his land – that Paride and his business partner Ugo Maria Morosi concentrated in PARCO1923, a fragrance that is born «from the midst of ancient woods of a protected area where nature is populated with completely unique plant life», the National park of Abruzzo, Lazio and Molise, established in 1923. Its emblem, like the fragrance’s, is a Marsican brown bear. PARCO1923the essences of which have been tested by park keepers and local botanists in a refined two-year project – «was born from an idea that came to my business partner Ugo Maria Morosi, and I immediately found it brilliant» explains Paride, who compares Abruzzo to a perfume that is «discreet, but full of energy; modest, but with a strong character. As Primo Levi said, Abruzzo is precisely that – strong and gentle. It’s a region that should be noticed more often and I hope that PARCO1923 can be an olfactive way of showing the nobility and beauty of this land». For Paride perfume «is a way of representing oneself which is much stronger than a handshake and just as meaningful as a smile. It’s fun to smell a person’s perfume when you first meet them, because you can imagine their character. My favourites are Molecules because it simply brings out who you are and Eau d’Orange Verte by Hermès, which coincidentally has the most beautiful bottle I can think of».

PARCO1923 has many projects on the way: «I’d like forty eight hours a day to set in motion all the ideas Ugo and I have in mind. Following the launch of the candle on sale exclusively on Luisa Via Roma, we will surely come up with a bath line as well as a new fragrance». All of the proceeds from the project will serve to promote the Abruzzo territory, to create work for the local people and to «show the world the image of this Park, one of the oldest in Europe».

Images courtesy of press office
www.parco1923.com

Barbieri Rewind

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Ci fu un tempo in cui la moda non esisteva. Non esistevano i fashion editor e non esistevano gli stylist. Non esisteva nemmeno Vogue, ma un suo embrione che si chiamava Vanità. Fu allora che entrò in scena Gian Paolo Barbieri, che con la sua fotografia contribuì a creare il sistema.

Gian Paolo Barbieri, classe 1938, milanese-milanese – la sua biografia dice che nacque in via Mazzini – figlio di una famiglia di grossisti di tessuti. Forse il suo rapporto con la moda era scritto nel destino? Certo è che visse fin da piccolo in mezzo alle stoffe, acquisendo competenze che avrebbe riutilizzato anni dopo nelle sue fotografie di moda. Prima, però, ci furono altre passioni da esplorare: studiò per un biennio alla Scuola di Recitazione del Teatro dei Filodrammatici e conobbe il cinema dall’interno degli studi di Cinecittà. Erano gli inizi degli anni Sessanta, impossibile ignorare le sirene della Roma della Dolce Vita. Gian Paolo non divenne un attore, nonostante una piccola apparizione in Medea di Luchino Visconti, con il quale aveva già lavorato – giovanissimo – a teatro ne La Locandiera. Imparò da autodidatta la fotografia: era lì che il suo talento doveva esprimersi. Del teatro e del cinema rimase comunque molto nel suo stile fotografico: il senso del movimento, soprattutto, e i tanti riferimenti, con una predilezione per le atmosfere del cinema degli anni Trenta e Quaranta.

Andiamo con ordine: dopo Roma approdò a Parigi, alla corte del fotografo di Harper’s Bazaar Tom Kublin. Fu un’esperienza breve ma intensa: Kublin morì appena venti giorni dopo, ma quel periodo bastò a Barbieri per farlo rientrare a Milano deciso ad aprire il suo studio fotografico. Così fece, nel 1964. Da allora, un crescendo: i suoi servizi furono pubblicati su Vanità – la rivista che nel 1966 sarebbe diventata Vogue Italia – e su Vogue Paris. Fu in quel periodo che cominciò a collaborare con Valentino, in un felice incontro di anime affini: dal loro sodalizio artistico nacque la concezione attuale della campagna pubblicitaria di moda. Fino ad allora, erano i produttori di tessuti a fare pubblicità sulle riviste, per mostrare cosa i couturier avessero realizzato con le loro creazioni. Valentino e Giancarlo Giammetti vollero ribaltare il punto di vista: si sarebbero dovute vedere le collezioni e mostrarne il senso, interpretandole con un’ambientazione e delle modelle che ne rispecchiassero il concetto. Per questo si rivolsero a Gian Paolo Barbieri. Nacquero pubblicità iconiche che ebbero protagoniste come Audrey Hepburn e Jerry Hall, passando per le modelle più famose dell’epoca, da Mirella Petteni a Veruschka, figure femminili che diedero vita a un’estetica duratura della donna Valentino: eterea, algida e sofisticata. In quegli anni il fotografo di moda era una figura nuova e poliedrica, che non doveva solo scattare, ma preoccuparsi di trucco, parrucco e accessori e costruire – letteralmente – il set con quello che trovava a disposizione, lavorando di fantasia e arte di arrangiarsi: nella prima pubblicità preparata in studio per Valentino, per ricreare le dune del set Gian Paolo Barbieri usò quintali di semolino.

Negli anni Ottanta Barbieri cavalcò il passaggio dall’haute couture al prêt-à-porter italiano, destinato a conquistare il mondo. Oltre che con Valentino, lavorò con gli altri nomi della moda made in Italy, personalità diverse ma accomunate dalla totale fiducia nel suo impeccabile occhio fotografico: Armani, Versace, Ferré, Dolce e Gabbana. Realizzò campagne pubblicitarie per Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, Vivienne Westwood, sempre riuscendo a trasformare ciò che ritraeva in immagini ideali, ricche di richiami e riferimenti artistici. Se Barbieri lavorò con i più grandi stilisti riuscendo sempre a creare sintonie umane e capolavori estetici, fu perché aveva ben compreso il segreto delle foto di moda: riuscire a entrare nella mente dello stilista per interpretarne le creazioni.

Negli anni Novanta successe qualcosa. Certo, ci fu il cambio di direzione ai vertici di Vogue Italia e un nuovo tipo di approccio verso i fotografi di moda, forse meno continuativo e personalizzato. Soprattutto, però, ci fu una frattura personale che Barbieri rese pubblica solo venticinque anni dopo, quando pubblicò il libro di foto e poesie Fiori della mia vita. Era il 1991, durante una vacanza alle Seychelles fu raggiunto da una telefonata devastante: annunciava la tragica morte in un incidente in moto del compagno Evar. Una ferita che accompagnò Gian Paolo Barbieri sempre e che probabilmente contribuì al desiderio di nuove scelte artistiche. Con la moda aveva fatto molto, era giunto il momento di esplorare anche altri mondi, fisici e creativi. La natura, l’etnografia, luoghi esotici e selvaggi, antitesi degli studi fotografici a cui era avvezzo.

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

There was a time when fashion didn’t exist. There were no fashion editors or stylists. There was no Vogue: only its embryo called Vanità. That’s when Gian Paolo Barbieri entered the scene and used his photography to create the system.

Born in 1938 and a real Milanese – his biography says that he was born on Via Mazzini – Gian Paolo was the son of a textile wholesaler. Was his relationship with fashion his destiny? He certainly grew up surrounded by fabric, learning skills that he would use years later in his fashion photographs. Before that, however, there were other passions to explore: he studied for two years at the Teatro dei Filodrammatici acting school in Milan and he also frequented the Cinecittà sound stages. It was the early sixties and the sirens of the Dolce Vita in Rome were impossible to ignore. Gian Paolo did not become an actor despite a walk-on part in Luchino Visconti’s Medea. He was a self-taught photographer and realized that this art was where he could best express his talent. Theater and film nevertheless remained important in his photography style: his sense of movement, above all, and many references, with a preference for the films of the thirties and forties.

Let’s proceed in order: after Rome, Gian Paolo went to Paris to work for Harper’s Bazaar photographer Tom Kublin. It was a brief but intense experience: Kublin died just twenty days later, but that period was enough for Barbieri to return to Milan, determined to open his own photography studio, which he did in 1964. After that, it was a crescendo: his photo spreads were published in Vanità – the magazine that became Vogue Italia in 1966 – and in Vogue Paris. He started working with Valentino in that period. It was a successful encounter between two kindred spirits: their artistic partnership led to the current concept of the advertising campaign for fashion. Up until then, textile manufacturers advertised in magazines to show what couturiers could have done with their products. Valentino and Giancarlo Giammetti wanted to switch that point of view: it was important to show the collections and their sense, interpreting them with a setting and models that reflected the concept. This is why they contacted Gian Paolo Barbieri. Iconic ads were born featuring stars like Audrey Hepburn and Jerry Hall as well as the most famous models of the day, from Mirella Petteni to Veruschka. These feminine figures gave rise to a lasting aesthetic of the Valentino woman: ethereal, poised and sophisticated. In those years the fashion photographer was a new, multifaceted figure who not only had to take pictures, but was also responsible for the makeup, hair styling and accessories and literally had to build the set with whatever was available, using imagination and the art of making do with what you’ve got. In his first ad prepared for Valentino, Gian Paolo Barbieri used quintals of semolina flour to recreate sand dunes on the studio set.

In the eighties, Barbieri rode the wave from Italian haute couture to prêt-àporter, which was destined to conquer the world. Besides working with Valentino, he also collaborated with Italy’s most famous fashion designers – Armani, Versace, Ferré, and Dolce & Gabbana – who were different yet totally trusted Gian Paolo’s impeccable eye for photography. He did advertising campaigns for Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, and Vivienne Westwood and was always able to transform what he portrayed into ideal images full of artistic references and evocations. Barbieri worked with the greatest designers. He was always on the same wavelength and able to create aesthetic masterpieces because he understood the secret to fashion photography: he was able to enter the designer’s mind to interpret his creations.

Something happened in the nineties. Certainly, a new editor-in-chief arrived at Vogue Italia and a new relationship with fashion photographers emerged that was perhaps less continuative and personalized. There was, above all, a personal tragedy that Barbieri revealed publicly twenty-five years later, when he published a book of photographs and poems called Fiori della mia vita [Flowers of my life]. In 1991, during a vacation at the Seychelles, he received a devastating phone call announcing the tragic death in a motorcycle accident of his partner Evar, who was thirty years younger. This scar always accompanied Gian Paolo Barbieri and probably contributed to his desire for new artistic choices. He did much in the fashion industry and the time had come for him to explore other physical and creative worlds. Nature, ethnography, and wild, exotic places were the antithesis of the photographic studios to which he was accustomed.

Il 22 novembre 2016, avrà luogo la nuova mostra personale di Gian Paolo Barbieri presso la sede della galleria d’arte 29 Arts In Progress, in via San Vittore 13 a Milano.

An exhibit dedicated to Gian Paolo Barbieri is going to open on November the 22nd 2016 in the Milanese location of the 29 Arts in Progress gallery, at via San Vittore 13.

A full interview to Gian Paolo Barbieri has been published on The Fashionable Lampoon Issue 6

Photographer Gian Paolo Barbieri
Starring Leila Nda @ Women Management Paris
Styling Ellen Mirck
Art Direction Alessandro Fornaro

Hair Lorenzo Barcella @ Aldo Coppola
Make up Arianna Campa @ Close Up
Manicurist Selica Ianeselli @ Mks using TNS Cosmetics

Light technician Stefano Zarpellon
Digital tech Yossi Loloi
Studio assistant Matteo Bocchialini
Studio manager Emanuele Randazzo
Stylist assistants Orsola Amadeo, Giulia Tabacchi
Post-production Laura Baiardini

SOMETHING TO SAVE

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Marcantonio Brandolini d’Adda, venticinque anni, è uno dei tre figli di Brandino Brandolini d’Adda e Marie Angliviel de la Beaumelle. Dalla famiglia – con radici in Francia e a Venezia – dice di avere imparato «l’educazione, come stare con la gente, la generosità, ma anche la testardaggine nel portare avanti le proprie idee». Una su tutte le caratteristiche che emergono in Marcantonio è l’immediatezza: è un fiume in piena nel raccontarsi, nell’esprimere la propria visione, senza filtri di forma né maschera. A volte l’italiano non è la lingua con cui le idee confluiscono al meglio in parole: nato in Francia a Neully-sur-Seine, Marcantonio ha studiato prima in Svizzera e poi a Londra – «un’interessante università di vita». Dal settembre 2015 si occupa di Laguna B, l’azienda di vetro di Murano fondata vent’anni fa dalla madre e di cui lui ha preso le redini a seguito della prematura scomparsa di Marie, nel 2013.

Della lavorazione del vetro lo affascina il potenziale: «Con il vetro di Murano puoi fare qualsiasi cosa, superando il limite del vetro, creando arte»La mission di Laguna B è ambiziosa e va oltre la produzione di bellezza sotto forma di bicchieri – i cosiddetti ‘goti’: «You have one business on earth, to save souls», si legge sul sito web. «Murano è qualcosa da salvare, con un potenziale che purtroppo non è ben comunicato» spiega Marcantonio. «L’industria del vetro di Murano è un patrimonio per Venezia, per l’Italia e per il mondo ma è in decadenza. Da qui l’idea di ‘salvare anime’: il vetro è un pretesto per dare qualcosa indietro alla comunità. Salvare le anime è salvare il lavoro degli artigiani, rilanciando Murano». Per questo l’ambizione non è fare bicchieri ma ridare vita a Murano, attuando un rebranding del marchio. «Non voglio essere l’unico, vorrei che tutti abbracciassero quest’idea con me».

«L’egoismo rovina il mondo», prosegue Marcantonio, che quando ha deciso di prendere in mano Laguna B ha iniziato a rivivere Venezia dopo un arco di tempo in cui non l’ha amata. «Era il periodo in cui volevo tutto e subito, invece a Venezia devi essere molto rilassato. Qui sei libero di pensare. Per me questa città è uno stimolo continuo e vorrei che fosse un punto di riferimento per i creativi, un posto in cui la gente viene ed è libera di creare. Vorrei che diventasse la Silicon Valley dei creativi».

A trent’anni si vede a Venezia, «ma una Venezia diversa, non un luna park per turisti. Una città in cui le persone vengono per lasciare qualcosa – un’ispirazione. Poi vorrei avere una famiglia, trentasei figli e otto cani».

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Marcantonio Brandolini d’Adda, age twenty-five, is one of the three children of Brandino Brandolini d’Adda and Marie Angliviel de la Beaumelle. From his family, with roots in France and Venice, he says he learned «good manners, generosity, but also the determination to pursue one’s ideas.» Immediacy is one of Marcantonio’s most important qualities: he freely and candidly talks about his life experiences and vision. Sometimes Italian is not the language that is best for expressing his ideas: born in France at Neully-sur-Seine, Marcantonio studied in Switzerland and then in London: «an interesting learning experience in life.» Since September 2015, he has been at the helm of Laguna B, the Murano glass company established twenty years ago by his mother Marie who he succeeded when she prematurely passed away in 2013.

Marcantonio is fascinated by the potential of glassmaking: «You can make anything with Murano glass, surpassing the limits of glass and creating art.» The mission of Laguna B is ambitious and goes beyond the production of beautiful glasses called ‘goti’: «You have one business on earth, to save souls» it says on the website. «Murano is something to save, with a potential that is unfortunately not publicized and promoted enough,» explains Marcantonio. «The Murano glassmaking industry is a heritage of Venice, Italy and the world, but it is in decline. This sparked the idea of ‘saving souls’: glass is a reason for giving something back to the community. Saving souls means saving the work of artisans and relaunching Murano.» For this reason, the ambition is not making glasses but giving life to Murano through rebranding. «I don’t want to be the only one: I would like everyone to embrace this idea with me.»

«Egoism ruins the world,» Marcantonio continues. When he decided to take the helm at Laguna B, he started experiencing and appreciating Venice after a period when he was not particularly fond of it. «It was a period when I wanted everything immediately, but in Venice you have to be very laid back. Here you are free to think. That’s why Venice is a constant source of inspiration and I hope it becomes a point of reference for creative people, a place where people come and are free to create. I’d like it to become the Silicon Valley of creative people.»

He sees himself living in Venice when he’s thirty, «but in a different Venice: not an amusement park for tourists. It is a city where people come to leave something – an inspiration. Plus I’d like to have a family: thirty-six kids and eight dogs.»

Marcantonio Brandolini D’Adda wears down jacket Friends With You Capsule Collection Moncler, pants Bottega Veneta and his own necklace.
On the table Goti Venetian glasses Laguna B.

Image from The Fashionable Lampoon Issue 6
Photographer Stefano Moro Van Wyk

Hair Michele Qureshi @ Freelancer Artist Agency
Make up Adalberto P. @ Freelancer Artist Agency
Manicursit Selica Ianeselli @ Mks Milano using TNS Cosmetics

Photography assistants Alexia Stok and Mattia Pasin
Digital tech Haien Moro Van Wyk
Set designer Chiara Breda

Thanks to Claudia Sassi and Mossmania
Special thanks to Francesca Mirabile @ FishEye Agency