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The Fashionable Lampoon
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simone mosca

Alexander Beckoven / Yana Dobroliubova

Text Simone Mosca

 

Qualcuno dice che il Novecento è nato in realtà nel 1920 e la gestazione vista il figlio non può che essere tragica. Tra il 1915 e il 1918 le trincee della Grande Guerra ingoiano qualcosa come sedici milioni di morti e restituiscono al cosiddetto mondo dei vivi un esercito disperato e zoppo. Venti milioni di feriti gravi, sfigurati, mutilati. È l’inferno scoperchiato, è l’Europa in pezzi, è l’umanità sul precipizio. Ognuno ha il suo modo di reagire alla vista del demonio. Negli Stati Uniti qualcuno lo incontra a un crocevia di notte, gli vende l’anima e ottiene in cambio un blues. Negli Stati Uniti, che sono usciti vincitori e ricchi, la visione del demonio è una meravigliosa festa. Arrivano gli anni ruggenti, è l’età del jazz, si beve fino a morire alla Fitzgerald, è come stare di qua del paradiso. Ci si aggira acconciati da angeli belli e dannati, il Gin Rickey – gin, succo di limone, acqua tonica, una fetta di lime – è la chiave per ogni promiscuità, meglio se alla festa qualcuno ha in tasca un’oncia di cocaina con cui tirare avanti svegli e contenti fino al crack del 1929. 

Ogni felicità ha il suo contraltare altrove, in questo caso dall’altra parte dell’Atlantico. L’Inghilterra è un impero in ginocchio e in ginocchio sono soprattutto gli uomini, i maschi mutilati anche nel lavoro che in Gran Bretagna non ritorna. Niente ripresa, niente boom, solo sacrifici. Sono anni di austerità, si beve poco, l’oppio che da Oriente alimentava le oscurità esoteriche di Londra e dei suoi miti ha smesso di ardere in pipe e bracieri. Bisogna ricordare che il diavolo su ognuno ha un ascendente diverso e il diavolo si aggira anche in Inghilterra. Come detto agli uomini inglesi fa paura, ma alle donne invece pare di no. Alle donne inglesi fa un effetto strano, come quello di un demone che nella sonnolenza di un pomeriggio panico va in cerca delle sue sacerdotesse. Basta prendere Agatha Christie. La futura scrittrice di gialli durante la Grande Guerra si arruola come infermiera, figlia del femminismo delle suffragette che ormai incoraggia anche le donne all’impegno. Accanto a lei, Agatha ha probabilmente molte ragazze concentrate nell’assistenza ai soldati che accompagnano tra morfina e carezze all’amputazione di un arto, più spesso al trapasso. Agatha, però, è diversa, vede anche altro, ha già una malizia che di lì a breve sarà un marchio di fabbrica. Come un’apprendista strega si appassiona ai medicinali, impara quali sono gli effetti della stricnina, dell’arsenico, impara a decifrare i segni che la morte lascia quando è già arrivata su quanto resta degli uomini. Quando torna a casa è il 1920 e pubblica il primo romanzo che, scritto cinque anni prima, ma rivisto alla luce delle nuove conoscenze, trova un editore. Si intitola Poirot a Styles Court e dentro c’è già tutta la stregoneria della Christie. Il protagonista è l’ex poliziotto belga che diventerà famoso nel mondo sull’Orient Express. Il teatro è la placida campagna inglese, dove un uomo muore avvelenato. Il delitto, come sempre, è una scusa per squarciare il velo delle apparenze, il diavolo può celarsi dietro il più compito dei lord, può attendere la vittima diluito in un tonico, può stare in un tè. Il diavolo viaggia nell’austera Inghilterra e si imbatte in un altro treno e in un’altra donna. Lo racconta un romanzo, L’assassinio di Florence Nightingale Shore.

In letteratura, forse, mai niente succede per caso e anche Florence Nightingale Shore fu un’infermiera della Grande Guerra. Una sera di gennaio del 1920, da Londra, Victoria Station, Florence sale su un convoglio. L’infermiera viene uccisa, vittima di ignoto su un anonimo Orient Express locale, e, sul delitto della ragazza, realmente accaduto, ma rimasto irrisolto, Jessica Fellowes, l’autrice della storia, mette a indagare nientemeno che Nancy Mitford, una delle sei sorelle Mitford. Al diavolo piacciono le donne inglesi degli anni Venti e si innamora delle Mitford. Chi erano? Erano sacerdotesse. Erano sui rotocalchi l’immagine della bellezza e del benessere che andava riconquistato in fabbrica un pezzo alla volta. Erano la trasgressione, sei versioni aristocratiche delle popolane fapper girls, definizione che accompagnava l’emancipata popolazione femminile dal trucco pesante e dai modi spigliati maturata mentre padri, mariti e fidanzati combattevano al fronte. Adolescenti già sfiorite, donne ancora acerbe, ma già pronte a subire il fascino del male. Nate dal barone David Freeman-Mitford e dalla baronessa sua consorte Sidney, la maggiore era Nancy Mitford.

Romanziera, Nancy Mitford nacque nel 1904 a Londra e morì a Versailles nel 1974, lo stesso anno in cui nacque Jessica Fellowes. Nello stile ricordava da lontano la strega Christie. Era famosa per la placida calma della scrittura venata di frivole vibrazioni, la battuta bon ton. Jessica, la secondogenita, fu accanita sostenitrice del Partito Comunista Americano e morì in Ohio, avanguardia di ogni comunismo in cachemire.

(More on The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus)

L’assassinio di Florence Nightingale Shore è basato sul vero omicidio, rimasto irrisolto, di Florence Nightingale Shore. Primo della serie di gialli I delitti Mitford, ambientata negli anni Venti e Trenta con protagoniste le sei sorelle Mitford.

 

L’assassinio di Florence Nightingale Shore

Jessica Fellowes

Neri Pozza Editore, p. 432, € 18

From The Fashionable Lampoon Issue 12 – Dionysus

 

Photography
Alexander Beckoven

Photography assistant
Riccardo Ferri

Editing and Coordination on Set
Carolina Fusi

Make-up
Maurizio Massari @ FACE TO FACE

Digital assistant
Arnaldo Abba

Post-production
Luca Trevisani

Model
Yana Dobroliubova @ Next

My name is my style: when photographers conquer the world

Text Simone Mosca

 

Bianco e nero, il volto di Monica Bellucci emerge dal fondo affiorando sulla superficie dell’acqua, è l’amore, è più Venere che Ofelia, nei suoi occhi si agitano tutte le possibili increspature del desiderio umano. L’obbiettivo che firma lo scatto nel 2001 è quello inconfondibile di Gian Paolo Barbieri, decano milanese conosciuto nel mondo che riflettendo sul mestiere di chi fotografa cercando bellezza è perentorio su quali talenti servano. «Serve studiare, serve cultura, è indispensabile conoscere l’arte, anche se in fondo la verità è che nessuno può davvero insegnarti a vedere la bellezza. O la vedi o non la vedi, è un dono». Si intitola ‘My Name is Style’ la mostra che alla 29 Arts In Progress, attraverso trentanove immagini di cinque mostri sacri, indaga la sottile linea che divide chi sa immortalare soltanto l’effimero che è la moda di stagione e chi è in invece in grado di trascendere il gusto del momento.

«Il titolo della mostra è vicino nello spirito a una frase che di recente a Parigi ho trovato su una parete del museo Yves Saint Laurent» spiega Eugenio Calini, fondatore a Milano della 29 con Luca Casulli nell’ottobre del 2016. La citazione, un motto famoso di Saint Laurent in persona, non lascia spazio a dubbi e non ha bisogno di traduzione: ‘Les modes passent, le style est éternel, la mode est futile, le style pas’. Impossibile contraddire di fronte ai nudi femminili che Lucien Clargue, scomparso nel 2014, carezzava facendo filtrare dalle veneziane ombre e luci, accenti alla morbidezza della carne. Oppure osservando i ritratti con cui Greg Gorman ha trasformato la comune fama di attori, attrici e artisti in un principio di divinità. Elevando Ethan Hawke, Gerry Hall, Laura Dern a qualcosa di ulteriore. E che dire poi di William Klein. Nato a New York ma diventato genio a Parigi, la sua ironia e la sua leggerezza fatta di generose donne all’hammam e fumatrici con cappello e veletta, hanno messo le idee delle avanguardie Dada e surrealiste al servizio della nuova donna francese del Dopoguerra. Al più giovane in mostra, Amedeo Turello, nato a Cuneo nel 1964, l’onore di ricevere un ideale testimone. E non per caso sono sue le uniche due immagini a colori. Una Deeta Von Teese e una Valeria Mazza, anche se il meglio anche lui lo da in bianco e nero. Ma qui il merito della bellezza va condiviso col soggetto, in questo caso Irina Shayk.

My Name Is My Style

29 Arts In Progress Gallery

18 novembre 2017 > 10 febbraio 2018

Via San Vittore 13, Milano

Martedì > Sabato, 11:00 > 19:00

Images courtesy of Press Office
29artsinprogress.com – @29arts

The Breadwinner: Angelina Jolie’s fable

Text Simone Mosca

 

Dire che alle donne è vietato lavorare è riduttivo, perché nell’Afghanistan precipitato nelle mani dei Talebani alle donne è vietato anche leggere, e così la piccola Parvana a undici anni deve fingere di essere un ragazzo per lavorare, leggere, in generale esistere. Lo raccontava nel 2002 Sotto il burqa, successo globale firmato della scrittrice canadese Deborah Ellis e pubblicato in Italia da Fabbri, diventato poi prima puntata della cosiddetta ‘trilogia del burqa’. Col titolo originale del libro, The Breadwinner, esce adesso al cinema il cartone animato dedicato alla coraggiosa Parvana. Diretto da Nora Twomey e realizzato dallo studio Cartoon Saloon, è stato prodotto dall’impegnata Angelina Jolie, reduce dalla regia per Netflix di Per primo hanno ucciso mio padre, lungometraggio dedicato al genocidio cambogiano da parte degli Khmer Rossi. Aggiornato all’Afghanistan contemporaneo, in The Breadwinner la giovane Parvana vive sempre a Kabul e in seguito all’arresto del padre, per provvedere alla famiglia, si maschera da ragazzo. Il film è già stato presentato a Toronto ma sbarca adesso in anteprima mondiale a Torino il making of del film per l’edizione 18 di View Conference, festival dedicato al cinema digitale e alla computer grafica. Ospite d’onore sarà Mark Mullery, direttore tecnico della pellicola, che racconterà di un lavoro artigiano in equilibrio tra passato a futuro, affidato a disegni tradizionali realizzati da oltre cento artisti e raffinato grazie alle nuove tecnologie.

Image courtesy of Press Office
maybepress.it