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#JOMO versus #FOMO

Laura Owens, Untitled, Giuseppe Iannaccone Collection, Milan

Text Mario Schiani

 

Benvenuti al sedicesimo minuto. Andy Warhol ci aveva visto giusto con la frase dei quindici minuti di celebrità che sarebbero toccati a tutti, ma non aveva pensato al sedicesimo minuto. Oggi che l’uniformità della celebrità – ovvero della possibilità concessa a ognuno di rendere se stesso pubblico, diffuso, onnipresente – è cosa accertata, qualcuno (un’avanguardia? una pattuglia di furbi o di snob?) s’addentra nel sedicesimo minuto, quello che a contrario del quindicesimo – fatto di luce, esposizione, presenza – propone buio, discrezione, assenza. La profezia anti-warholiana del Ventunesimo secolo è già incominciata: in futuro tutti saremo famosi e cercheremo di ottenere quindici minuti di anonimato.

Attenzione. L’abitudine all’esposizione continua e diffusa è potentissima e sarà difficile scrollarsela di dosso. Dopo anni passati ad aprire account Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin, Klout e FourSquare, in nome di ciò che gli amanti degli acronimi chiamano FOMOFear Of Missing Out: la paura di restare esclusi, quelli che han capito tutto adesso battono in ritirata. La parola d’ordine è JOMO (Joy Of Missing Out: la bellezza, la gioia di starsene in disparte) e si incomincia a praticarla richiamando alla base quel pulviscolo di noi stessi che spensieratamente abbiamo disperso nella Rete, la parte del nostro essere che, in anticipo sull’anima, è già salita sulla nuvola di iCloud.

Una privazione, in apparenza. In realtà un lusso. Quello che si può permettere chi riesce a organizzare la propria vita senza riguardo per l’apparenza costante e ubiqua ormai imposta dalle relazioni sociali. Una privazione salutare perché l’urgenza dell’ininterrotta connessione ha fatto di noi creature curiose. Un esempio? Inghilterra. Centro di Manchester: qui opera una compagnia di servizi chiamata Purple. Si occupa di installare reti wi-fi per esercizi commerciali come Legoland, Outback Steakhouse, Pizza Express. Reti che poi sono aperte ai clienti che, tra un acquisto e l’altro, hanno la possibilità di accedere a Internet. Potrebbe sembrare una distrazione, ma è una necessità: senza accesso alla Rete il cliente gira alla larga. Come farebbe, altrimenti, a far sapere al cugino di Sydney che ha appena ordinato una pizza all’ananas?

Accesso gratuito e illimitato. Come sempre. La Purple richiede l’agreement di un contratto, quello che appare sullo schermo e bisogna dare l’ok altrimenti non si va da nessuna parte. In ventiduemila hanno dato l’ok e ora sappiamo che non uno di loro ha letto una riga di ciò che gli è stato fatto leggere mentre erano su Instagram a postare l’ultima creazione di mattoncini Lego: Lady Gaga in concerto a quadratoni. Nessuno dei ventiduemila ha letto il contratto: in caso contrario avrebbe saputo di essere legalmente obbligato a svolgere una serie di servizi a favore della comunità tra cui, ma non solo, pulizie di bagni portatili ai festival rock, rimozione delle gomme da masticare dai marciapiedi e sbloccaggio manuale delle condotte fognarie. In ventiduemila si sono di fatto dichiarati disponibili a tutto ciò, senza saperlo, senza volerlo, solo perché, nella mente di ognuno, una pagina di contratto è nient’altro che un velo, l’ultimo da togliere prima di accedere al Grande Organismo che permette di essere sempre con gli altri, mai soli, soggetti attivi e partecipanti. La Purple ha dichiarato che non farà valere i diritti così acquisiti: il suo voleva essere solo un esperimento sociale, una cartina tornasole immersa nel corpo vivo della comunità online.

L’atto del sottrarsi è coraggioso e, nel suo disprezzo del convenzionale, perfino artistico, di fronte a questa dimostrazione d’indifferente irresponsabilità. La Rete-Blob che ogni giorno e a ogni ora pubblica, litiga, irride, insulta, parteggia, incita è un corpo omogeneo che giustifica e accredita se stesso sulla base di spinte opposte. Il rifiuto, l’ombra, il blackout comunicativo, è il vero gesto di ribellione, la chiamata rivoluzionaria dei nostri tempi. Al posto della foto del profilo Facebook, un riquadro nero: Alice.it non abita più qui. Che sia ora di aggiornare anche Giorgio Gaber? Libertà non è (più) partecipazione. Al contrario: è sparizione, isolamento, riscoperta della solitudine.

La solitudine non esiste più. La si è celebrata in romanzi e poesie, si son composte musiche per riempirla ed esaltarla. Abbiamo passato ore e ore a fumare e a versare lacrime nei bicchieri di whiskey: tutto in nome della solitudine. Abbiamo abbracciato cuscini e vandalizzato cabine del telefono per esplorarne i confini. Accidenti: abbiamo persino comprato i dischi dei Simply Red! Della solitudine abbiamo fatto un nemico romantico e, per troppo amore o per troppo odio, l’abbiamo uccisa. Non c’è più solitudine se qualunque rigurgito dell’umore può finire su Facebook, se una foto delle nostre pantofole ha l’onore dei filtri di Instagram e se anche un proverbio maldestro strappa la cornice imperiosa di un tweet. Della solitudine non resta che un momento orribile, angosciante: l’istante che passa da quando pubblichiamo un post all’arrivo del primo like. Minuti, più spesso secondi (nessuno ci legge davvero, come noi non leggiamo nessuno veramente), in cui misuriamo l’assenza di amore, di pensiero altrui, di affinità elettive: poi, ecco comparire il bollino rosso ‘a Giacomo piace la tua foto’ e tutto è recuperato, sistemato, guarito. Il sangue virtuale torna a scorrere nelle vene e ci sentiamo rinfrancati. Siamo vivi, dopo tutto. I morti non prendono like. O sì?

Sparire. Sottrarsi. Che idea ribelle. Non saremmo del tutto onesti se non constatassimo che, anche qui, non c’è traccia di verità. La spontaneità è sparita – insieme alla solitudine – da parecchi anni: oggi tutto è calcolo, immagine, marketing. Il buio che certe figure pubbliche lasciano al posto della loro silhouette virtuale è ben ritagliato, ha i confini netti di un brand, risponde alla sezione aurea imposta dall’ufficio vendite. Spesso l’artista, la celebrity, nel sottrarsi, nel giocare sul contrasto, manda avanti un team e trasforma se stesso in un marchio. In un Marchionne: in colui che appare ogni tanto, di rado, e qualunque parola dica finisce in prima pagina – e a differenza di tutti gli altri, risulta vero, genuino, indipendente, saggio. Parla poco, e dunque ogni parola deve avere un peso, un alto contenuto profetico e magari anche proteico. L’aprir bocca ogni due minuti è cosa per noi umili abitanti dell’alveare globale.

È il momento di tirare in ballo Quentin Tarantino. Perché proprio lui? Perché tempo fa, insieme ai fratelli Coen, capì che il cinema era arrivato al punto di aver raccontato tutto, di aver preso dalla realtà tutto ciò che poteva prendere. Non gli restava che attingere da se stesso: e dunque i film di Tarantino, come quelli dei Coen, sono diventati film sui film. Ogni situazione, ogni sentimento, è mutuato da altre pellicole, perché ormai gli spettatori, più della realtà, conoscono la realtà delle immagini. Il pubblico è composto da persone che, come si dice dei piloti civili, hanno sulle spalle ore e ore di volo televisivo e cinematografico. È inutile raccontare loro la realtà: bisogna (ri)raccontare il cinema e la tv, perché quelli potevano riconoscere e a quelli sapevano come reagire. Era (ed è) un pubblico che piangeva per la morte di Rutger Hauer in Blade Runner ma non per quella del proprio nonno. Dal cinema siamo passati all’intero corpo della comunicazione. Non c’è nulla da dire che non sia stato già detto. Se qualcuno se ne uscisse con un pensiero originale, probabilmente non saremmo in grado di riconoscerlo. Per capire abbiamo bisogno di riferimenti, citazioni, spezzoni su YouTube. Materiale che qualunque comunicatore competente sa bene come sfruttare e manipolare. Anche lo scomparire finisce per essere un elemento affine a questo magma, e non può dunque farsi rivoluzionario. Piuttosto, nello stabilire una élite anticipa inevitabilmente un comportamento di massa. C’è ancora tempo: al momento, giocare a nascondino riesce ancora a sorprendere. Poi, naturalmente, anche i sessanta secondi concessi al sedicesimo minuto finiranno. Tanto vale allora incominciare a cercare il profeta del diciassettesimo.

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico