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St. Patrick’s Day

interno-9

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico


St. Patrick was a gentleman: he came from decent people.

He built a church in Dublin town and on it put a steeple.

His father was a Gallagher, his uncle was a Grady,

His aunt was an O’Shaughnessy and his mother was a Brady.

[…]

The Wicklow hills are very high so is the hill of Howth, Sir

But there’s a hill much higher, still much higher than them both, Sir.

On the top of this high hill, St. Patrick preached his sermon:

He drove the frogs into the bogs and banished all the vermin.

 

Nonostante i versi di questa canzone popolare sembrino descrivere in maniera chiara la figura del Santo Patrono d’Irlanda, le notizie storiche sul suo conto trascolorano nella leggenda.

Nato sullo spirare del quarto secolo dopo Cristo da famiglia molto benestante, in un piccolo paese della Scozia dal nome ibrido, Bannhaven Taberniae, appena sedicenne venne venduto come schiavo e trasferito in Irlanda al servizio del reggente la contea di Antrim, dove condusse la vita del pastore di greggi. Cresciuto alla luce della cultura gaelica e all’ombra delle pratiche dei Druidi, sentì crescere dentro sé la vocazione e in età adulta studiò in diversi luoghi della Francia per il sacerdozio. Fu Papa Celestino I a dargli il nome cristiano di Patricius (prima si chiamava Maewyn Succat) e a mandarlo missionario in Irlanda perché espungesse le tradizioni pagane di quella terra e cristianizzasse il popolo irlandese.

La Confessio rappresenta la fonte più importante per ricostruire le vicende e i tratti della personalità dell’evangelizzatore d’Irlanda. Il racconto di una fuga, dei sogni che rafforzarono la sua fede e di una missione in terra barbara al di fuori dei confini ecumenici definitisi nei primi secoli dopo Cristo. Patrizio, invero, può essere considerato il primo missionario cristiano dopo San Paolo: un vescovo che, nella pienezza della sua umiltà, mostra ai suoi interlocutori il suo lato più umano senza temere il confronto con i dottori della Chiesa suoi coevi.

Tamen, etsi in multis inperfectus sum

Patrizio era, agli occhi dei suoi interlocutori, la dimostrazione vivente che le strade della conversione operano per il tramite del cuore e che il Dio cristiano agisce, come aveva fatto con lui, al di là della materialità terrena, nell’intimità dell’anima. Perché, in fin dei conti, la salvezza cristiana predicata da Patrizio è accessibile a tutti, anche ai barbari pagani che egli salva dalla carestia.

Le leggende che accompagnano la vita del Santo d’Irlanda sono molte e si intrecciano con i dati ricavabili dalla Confessio, la cui attribuzione alla mano medesima del vescovo Patrizio pare incerta (taluni parlano di una stesura postuma ad opera di un fedele discepolo). La più conosciuta è, di certo, quella che narra la cacciata dei serpenti dalla terra dei Druidi a seguito di quaranta giorni e quaranta notti trascorsi sul monte Croagh Padraig, metafora – probabilmente – dell’evangelizzazione stessa dell’Irlanda e della sconfitta della tradizione pagana.

Uno dei più suggestivi aneddoti narra che Patrizio fu trasformato in daino dopo aver invocato la protezione di Dio per sfuggire ai suoi nemici. Una preghiera, forse la prima poesia in lingua volgare della storia della Britannia, capace di racchiudere in sé tutta la forza della predicazione del Santo e della commistione tra la sua storia intrisa di magia e la fede cristiana.

(…) Io sorgo oggi
grazie alla forza del cielo,
luce del sole,
fulgore della luna,
splendore del fuoco,
velocità del lampo,
rapidità del vento,
profondità del mare,
stabilità della terra,
saldezza della roccia. (…)

Il ricordo di San Patrizio, che cade ogni anno il 17 marzo, data della sua presunta morte, è divenuto oggi occasione di festa e di orgoglio nazionale: all’opera missionaria cristiana si è sostituita la celebrazione dell’identità irlandese, per cui le città gaeliche si tingono di verde, il colore del trifoglio (shamrock) attraverso il quale Patrizio spiegò ai barbari il significato della Trinità, divenuto simbolo nazionale. Il trifoglio va affogato nelle bevande tradizionali d’Irlanda, la birra e il whisky, per propiziare un anno fertile e prospero: ancora ai giorni nostri la mescolanza tra magia, superstizione e fede cristiana rimane forte e contagia non solo la terra d’Irlanda, ma tutti i luoghi del mondo in cui si è insediata una comunità irlandese (o dove, più semplicemente, vi sia un irish pub). La prima testimonianza letteraria di una celebrazione dell’identità nazionale – più che del Santo Patricius – al di fuori dell’Irlanda si legge in Journal to Stella del (dublinese) J. Swift, autore dei più famosi viaggi di Gulliver. Nel diario, raccolta epistolare della corrispondenza intrapresa da Swift mentre si trovava a Londra per l’affare di un’imposta ecclesiastica un tempo pagata al papa, poi avocata dalla Corona britannica, si racconta di una chiusura straordinaria del Parlamento di Westminster nel giorno del St. Paddy’s Day del 1713, in una Londra colma di decorazioni al punto da far sospettare che tutto il mondo fosse irlandese. In verità, la prima parata in onore del Santo si tenne a New York nel 1762, quando un gruppo di soldati che si dirigeva a festeggiare la propria nazione decise di marciare per le strade della città mostrando e dimostrando le proprie origini.

Oggi, il significato della festa di St. Patrick’s Day assume una valenza ben più ampia di quanto si possa pensare: è la festa degli irlandesi e non solo, perché ricorda al mondo che gli irlandesi hanno viaggiato nel corso dei secoli creando piccole comunità in terra straniera, nel più perfetto spirito di integrazione e rispetto reciproco.
In anni in cui i viaggi intrapresi non per piacere, ma per necessità diventano sempre più difficili da accettare; in anni in cui l’integrazione con culture lontane pare talmente ostica da divenire impossibile; in anni in cui le comunità (ossimoricamente) si dividono con muri innalzati o solo paventati; in anni di sospetto e diffidenza, la festa di San Patrizio si afferma con forza per ribadire il valore e il sacrificio di chi, con successo, si radica in una comunità che all’inizio non gli appartiene. Per questo, nel 2017 più che mai, la Benedizione del viaggiatore che la tradizione attribuisce al Santo d’Irlanda risuona e dovrebbe risuonare nell’animo di tutti: tanto di chi si appresta a viaggiare, quanto di chi ha viaggiato, quanto ancora di chi dovrebbe accogliere un viaggiatore che reca con sé il bagaglio della sua esistenza.

May the road rise to meet you, may the wind be always at your back, may the sun shine warm upon your face, and the rains fall soft upon your fields and, until we meet again, may God hold you in the palm of His hand.

Images from Pinterest

Alfons Mucha, La Lierre, Richard Fuxa Foundation