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The Fashionable Lampoon
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streetstyle

Critica della Ragion Street

From NY Fashion Week photographed by Dan Roberts
@itsdwallace
Vetements – Mens SS18
Vetements – Mens SS18
Vetements – Mens SS18
Andreea Diaconu photographed by Ezra Petronio
Kanye West, Virgil Abloh
Paris Fashion Week FW18
Vetements – Backstage SS18
Y-3 FW15
Prada Resort 2018
Paul Barge & Charlie Ayres Taylor by John Sandberg

Text Michela Tamburrino

 

Un cortocircuito a un certo punto ci deve essere stato. E lo si può rintracciare in quel percorso di mezzo che va dalla suggestione scritta alla sua attuazione in carne, dal suggerimento all’identificazione. Street Style, secondo vocabolario, è lo stile informale d’abbigliamento che gli esperti s’ostinano a sdrammatizzare evocando l’idea della strada, del come si gira marciapiede-attraversamento-marciapiede. No gioielli, sì sneakers, no tacchi, sì pantalone con banda a tuta. Nessun equivoco, una moda da scappa e fuggi, da casual friday quotidianizzato. Cercando su Internet il significato di Streetwear si trova l’identica definizione, con l’aggiunta del portato giovane.

Allora, perché il cortocircuito? Street Style vs. Streetwear: quando è successo? Perché una cosa è certa, è successo nel più drammatico dei modi. Rivista specializzata alla mano, si esce da casa alla ricerca di qualcosa che assomigli, sia pure lontanamente, a quanto fotografia recita. Niente. I fitting sono desolanti, soprattutto partendo dai piedi. Non esiste in natura niente di più raccapricciante delle infradito di gomma, se poi valicano il confine della spiaggia, valgono l’arresto immediato. Fanno male alla schiena, alle dita, alla postura, all’occhio altrui. Senza distinzione di genere.

Si sale con orrore fino allo shorts calzato come un principio da donne cannone ignare dell’effetto shining che producono. Ne è logica conseguenza il costume intero che funge da body, le collane di plastica riciclata, bracciali e orecchini della stessa lega, colori sgargianti, tetri, fusi a fiori, righe, pois che si portano tanto quest’anno. E la rivista specializzata? Langue inascoltata. Persino le scarpe da ginnastica non hanno nulla in comune con quelle pubblicate, s’avanzano piene di strass, puntini, fiocchetti inutili. Da quando ogni maglietta è un inno a qualcosa o un messaggio rivoluzionario? Ma dove trovano tutta quella roba tutti quelli che dovrebbero essere la rappresentazione in vita contemporanea della Street Style e che invece ancheggiano con addosso la più becera Streetwear? Quale negozio mesta nel torbido imbrogliando le carte e facendo di due quasi sinonimi due certi nemici?

L’investigazione non porta a risultati, si capisce solo che la strada non restituisce la strada, anzi, la contraddice. Quello che gira è la negazione in canotta e bermuda con tasche di quanto gli stilisti propongono. Non è neppure l’adattamento logico della passerella. È la vendetta del cattivo gusto che trionfa, il sorpasso a sinistra, la rivoluzione dei senza griffe. Mi vuoi Street Style? Io ti uccido con lo Streetwear.

Black Community supremacy

Diane Dixon wearing a Dapper Dan creation
ph. Stepan Kohli
Surfboard home decor, let's go surfin now – Encinitas California
Fashion tribes - ph. Daniele Tamagni
Off-White Resort 2019 – ph. Viktor Vauthier
Moschino SS1991
Lil Yachty – ph. Stepan Kohli
Gentlemen of Bacongo – ph. Daniele Tamagni
Elbee Thrie – ph. Stepan Kohli
ph. Daniele Tamagni
Off-White Resort 2017 – Fashion show
ph. Stepan Kohli
@surfinginc
Jada Pinkett Smith
Kendrick Lamar
ph. Stepan Kohli

Text Carlo Mazzoni

@carlomazzoni

 

Business of Fashion sembra sostenere che tutto quanto sia a lungo termine poco debba contare: serve cogliere il momento, quanto meno nell’industria moda (l’acronimo Bof in inglese significa il nostro Bla, abbaio di un cucciolo di labrador). Non sempre imparziale – sia sull’argomento digitale, sia sulle case del gruppo Kering –Bof resta indiscutibilmente un’attività di giornalismo che concede spunti di riflessione attuali come poche altre testate riescono oggi. Recentemente David Fischer, fondatore di High Snobiety, firma una rubrica su Bof dal titolo Ear to the Street – per confermare come lo Streetwear non sia un fenomeno passeggero.

La comunità afroamericana ha una predisposizione alla materia musicale (non c’è niente da fare, non siamo tutti uguali): le ossa più spesse e lunghe producono una maggior amplificazione delle frequenze sonore, la morfologia della bocca permette un’abilità muscolare nelle guance e della lingua. Talento in supremazia rap e potenza mediatica: la comunità afroamericana riesce a fare sistema – amicizie e collaborazioni spontanee compattano il gruppo, una tribù digitale nel momento in cui le loro esperienze sono condivise attraverso i propri canali – dal trash della Kardashian al talento di Drake, da Rihanna, a Kayne West. High Snobiety presenta quotidianamente la cronaca di questa collettività.

Virgil Abloh avrebbe potuto fare qualsiasi cosa da Louis Vuitton – non c’è stampa oggi, non c’è rischio alcuno a minare il suo lavoro – appunto, con una comunità come quella sopra descritta a sostenerlo, si annulla qualsiasi timore da un punto di vista commerciale. Non ti serve un esercito, quando hai amici così.

Serve ritrovare la precisa definizione di Streetwear: un abbigliamento sportivo per skate, surf e basket e per tutte le attività tipiche in una Los Angeles negli anni Settanta tra spiaggia e asfalto, traslato per il tempo libero ed elaborato dalla community afroamericana nella comunicazione per musica rap e hip hop, mescolato al design giapponese, e a una costante rivisitazione della logomania e a dettagli di couture parigina. Fino ad oggi gli abiti – scarpe, cappellini, pantaloni da ginnastica e canotte – riferibili a questo Streetwear sono sempre stati proposti da aziende di mass market: Nike e Adidas all’apice di una miriade di brand da grande magazzino. Le edizioni limitate firmate dai rapper, da anni ormai, sono vendute a prezzi abili al lusso – e così, di conseguenza e in epoca recente, le stesse case del lusso hanno iniziato a proporre l’intera estetica Streetwear nell’ambito delle sfilate. Per noi, quello che è interessante osservare, è l’incontro tra questi due mondi – lo Streetwear dei rapper che giocano a pallacanestro con abiti di cotone plastificato – e i codici del lusso: il fatto a mano, una ricerca continua su materiali e tessuti, l’azzardo dei ricami, la speculazione grafica.

Estraneo all’abito formale si dichiara Abloh. Nato nel 1980, cresciuto in Illinois indossando un paio di Levis, direttore creativo per Kanye West fino al lancio della sua prima label, Pyrex Vision – Abloh si presenta da Louis Vuitton non come direttore creativo, ma come direttore artistico. Amico di Dorothy, è stato insieme a lei nel magico mondo di Oz. Una formazione in architettura, la sua prima sfilata per Vuitton è stata un compendio di moda – riferimenti a Margela e Helmut Lang, ritrovando tratti degli anni Novanta, applicati coerentemente ai codici dello Streetwear.

Se per qualcuno sussiste il timore che Abloh possa trasformare Vuitton in un negozio di skate, quello che qui voglio sottolineare è che con questa collaborazione, lo Streetwear è consolidato nel sistema moda come uno standard drive di potere economico. Non si tratta più di argomento di nicchia: si tratta di main streaming regolamentato. I ragionamenti, i processi e le evoluzioni dello Streetwear sono propriamente quelli attivi nel sistema. L’atteggiamento alternativo e ribelle non esiste più: tutto è in ordine nelle vetrine delle vie centrali in città.

Streetwear blob

MEN'S OFF WHITE COLLECTION DONDI WHITE – © @FABIENMONTIQUE @STUDIOPREMICES
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
OFF WHITE FOOTWEAR – @OFF__WHITE
OFF WHITE FOOTWEAR – @OFF__WHITE
ALYX STUDIO – COLLECTION BY @MATTHEWMWILLIAMS @MRKIMJONES
LV MEN SS19 BY VIRGIL ABLOH – @LOUISVUITTON
OFF WHITE CAPSULE COLLECTION – FROM @OFF__WHITE IG
OFF WHITE DENIM – @OFF__WHITE
OFF WHITE COLLECTION – FROM @OFF__WHITE IG
PRE-FALL FW18 MEN'S OFF-WHITE - FROM @OFF__WHITE IG – © @VIKTORVAUTHIER
FROM @VIRGILABLOH IG
DIOR MEN SUMMER 2019 FIRST LOOKS © MORGAN O'DONOVAN
DIOR MEN SUMMER 2019 FIRST LOOKS – © MORGAN O'DONOVAN

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

In questo momento qualsiasi stock che riporti alla cultura dello Streetwear si vende in una settimana. Oggi i buyer comprano Streetwear – che sia una grande casa che impone loro un prezzo forzato (2.1 generalmente) o meglio, una piccola azienda con cui possono imporre il loro vantaggio fino a un 3.5.

Il ragionamento parte dalla moda uomo, perché è con la moda uomo che si riesce a comprender le evoluzioni. Tutti i cambiamenti appaiono prima sulle passerelle dell’uomo, poi su quelle della donna: il campo di azione sulla figura maschile è ridotto, la creatività si sforza e produce innovazione.

Ricordiamoci che l’Italia ha sempre prodotto una moda commerciale: piedi per terra e business plan alla mano, le aziende italiane sono epitome di produttività reale. Commerciali sì, ma in prima fila, sempre guardando avanti – mai diventando follower. Per le ultime collezioni di giugno, tra Milano e Parigi, mentre tutte le case giocavano su cotoni elastici e plastici per il salto e il ballo, sport e spazio astronauta, Prada ha richiamato un uomo Anni Settanta. Pantaloni stretti con cavallo alto, anche a zampa, giacche corte quasi spioventi e spalle strutturate, colori umidi, stemmi da college inglese. Argomenti ricorrenti da Gucci, ma Prada è stata precisa in questa estetica – e nel panorama della moda attuale e mondiale, tale estetica affusolata e un po’ rock riporta a un nome soltanto: Heidi Slimane.

Heidi Slimane debutterà a Parigi con la donna di Celine e inventerà l’uomo, per Celine, su un codice non estraneo al suo pensiero. Slimane è un professionista – Celine un’azienda di LVMH, solida sia esteticamente sia commercialmente. La domanda e l’attesa su cosa farà è lecita – e Prada, con questa sua ultima sfilata uomo ha voluto dare un plauso, un benvenuto e una introduzione al prossimo lavoro di Slimane, volendo indovinarne alcune possibilità, facendone una previsione e direi anche scommettendoci sopra. Da tanti anni ormai, Prada ha saputo, più di ogni altra azienda, prevedere i tempi successivi a quelli attuali. Se le altre case lo afferrano a cicli, Prada è l’unica che rimane solida nel suo hype (parola difficile da tradurre in italiano) – cioè , Prada è sempre Prada, e gli altri fanno quello che fa Prada. Se Prada punta in una direzione, quella di Celine, il sintomo è rilevante.

La domanda è qui, semplicemente questa: cosa nascerà dal contrasto tra quello che farà Slimane da Celine e il successo bombastico dello Streetwear attuale? Non si deve pensare in termini di chi resta, di chi vince e di chi cade – ma bisogna chiedersi come le due estetiche possano reagire una con l’altra e come si evolveranno le richieste del mercato.


Text Jacopo Bedussi
@jacopobedussi

 

L’impressione, finita questa tornata menswear, è di sospensione. Raggiunto il picco della parabola street si vive un momento di stasi straniante. Questo blob che ha inghiottito tutto sembra non avere più spazio di espansione dopo essersi mangiato ogni asset, cannibalizzato target che parevano inarrivabili e raggiunto i limiti del sistema moda. Non ci sono più collaborazioni possibili perché tutte le collaborazioni sono state fatte, come in quel racconto di Borges, in cui invece di una Biblioteca di Babele c’è un’ideale scarpiera in cui esistono tutti i modelli di tutte le sneaker in tutti i materiali e in tutte le possibili varianti.

L’assenza di slancio è palpabile e quello che ci si chiede è come si presenterà il backlash, lo street collasserà su se stesso trasformandosi in una nana bianca alimentata da una nicchia di nostalgici che imperturbabili indosseranno bucket hat fino alla pensione? Oppure si spegnerà abbandonando stagione dopo stagione prima le scarpe enormi, poi gli occhiali da sole da trapper, poi le stampe bold fino a restituire ai corpi una verginità sartoriale? Le sfilate della prossima primavera estate non offrono frattaglie con cui vaticinare, e noi wannabe-aruspici della coolness ci siamo dovuti accontentare di privati deliri e scommesse cieche.

Anche tavoli caldi su cui sembrava si dovesse puntare per avere una finestra sul nuovo sono stati più reazionari del previsto: Virgil Abloh da Vuitton non ha cambiato le regole del gioco; Kim Jones da Dior Men (fu Homme) ha scelto la terza via della rivoluzione tranquilla allietata da un esotismo teen; Raf Simons, nonostante il cambio di location da New York a Parigi, è rimasto fedele alla (propria) linea.

I brand indipendenti, case più piccole rispetto ai grandi nomi, compongono seconde linee di trincea che stanno per sfondare e arrivare sul campo di battaglia a prendersi medaglie e onorificenze. Basta vedere il front row stellare da Alyx: lo street si intellettualizza, sceglie personaggi, materiali e funzioni che alla strada erano soliti stare sotto, in club pieni di fumo, o che in strada ci dormivano direttamente.