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the fashionable lampoon

MALAPARTE

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Malaparte
Fu disegnata negli anni Trenta da Adalberto Libera, completata nel 1943. Un libro raccoglie i progetti di variazioni architettoniche firmati da architetti contemporanei: disegni immaginifici che ne proseguono la leggenda

Le Malaparte Impossibili. Una casa, mille architetture. One house, one thousand architectures è un racconto illustrato di grande ricchezza e suggestione con al centro un’architettura ormai mitica e universalmente celebre: casa Malaparte a Capri. Tra verità, interpretazione e falsificazione, un medium inedito e appassionante per confrontarsi e perdersi nei numerosi misteri custoditi in questo luogo. Autore del libro l’architetto, artista e docente universitario di progettazione architettonica Cherubino Gambardella (1962), napoletano, più volte presente alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano, progetti esposti in musei europei e americani, tra cui il MoMA di New York, direttore di Compasses e attualmente di Dromos e autore di ben quindici volumi.

«La verità non dice mai nulla – afferma Gambardella –, la verosimiglianza aggiunge l’immaginario. Un libro verosimile sulla vita sognata di una delle più famose case del mondo. Un viaggio attraverso una vera e propria ossessione e un fascino meduseo e ineluttabile come un destino, coltivato fin dall’infanzia. Un itinerario che s’insinua alle radici di una leggenda, per poi trasfigurarne e riscriverne liberamente i contorni e gli elementi fondativi, con acribia filologica e divertimento pop, con rispetto ed estro d’alchimista. Casa come me, ossia una forma architettonica da vivere che non potrebbe somigliare di più al suo padrone e demiurgo, Curzio Malaparte, uno dei più noti e discussi intellettuali italiani e sulla scena europea del Novecento. La sua vita è complessa, avventurosa, densa come l’inviluppo di un geroglifico misterioso», aggiunge Cherubino Gambardella. «La trama della sua esistenza descrive bene un uomo nel quale abitano mille uomini. Forse non è mai stato coerente ma è proprio questo il tratto fascinoso della sua individualità. Malaparte è un genio della polifonia che concepì l’adorata architettura caprese come un film per piegare al proprio volere ricordi, contributi, suggestioni, disegni e consigli raccolti durante lo svolgersi del primo tratto della sua esistenza».

Una residenza voluta e pensata da Malaparte quale dichiarazione di sé, come mappatura sentimentale e creativa, quale esorcismo e proiezione nell’eternità. Una specie di cenotafio e insieme di astronave pronta a staccarsi dalla roccia di Capo Massullo e a volare via. «Il giorno che mi son messo a costruire una casa – affermava infatti Curzio Malaparte – non credevo che avrei disegnato un ritratto di me stesso. Il migliore di quanti ne abbia disegnati finora in letteratura». Da questo atto viscerale e autobiografico, da questa ieratica metamorfosi lapidea di un’interiorità e di un’intera caratura esistenziale, prende linfa una trama visionaria e tutta un’ermeneutica colta e mai banale. Si materializza un gioco di traduzioni e frammenti che finalmente danno vita ad altre architetture, ad altri sconfinamenti e letture peculiari.

«È passato tanto tempo ormai. Il tempo però – ricorda l’autore – ha il pregio di consolidare passioni e ossessioni rendendole sempre vive. Trascorro praticamente da quando sono nato le mie vacanze a Capri e, da piccolo, mio padre, anche lui architetto, lasciandomi osservare una casa rossa dalla sagoma singolare tra la Grotta Bianca e i Faraglioni, mi disse: vedi quella è la residenza di un famoso scrittore. Quando decisi di studiare architettura imparai che era una delle più famose dimore del Novecento. Mi colpiva il fatto che nessuno dei critici, degli storici e dei famosi architetti che l’avevano studiata, l’avesse rimessa realmente in gioco. Tutti la guardavano e l’analizzavano ammirati come se fosse un alieno di alabastro. Insomma, un totem, un’icona congelata nella sua stessa aura leggendaria e imprendibile. Quando Andrea Palladio aveva costruito e disegnato nel suo trattato Villa Capra, la Rotonda, ne aveva fatto un’icona meticcia. Inigo Jones, Thomas Jefferson e tanti altri, in seguito l’hanno ammirata e studiata, ma soprattutto riproposta, citata, alterata, portata in giro per il mondo decretandone la lunga vita nell’immaginario collettivo».

Casa Malaparte era stata più sfortunata. Altrettanto bella e famosa come la dimora palladiana, la Villa Savoye di Le Corbusier o la Fallingwater di Frank Lloyd Wright, non aveva avuto lo stesso destino. Tutti l’avevano rispettata fin troppo, impedendole di generare nella realtà o nell’immaginario quello sterminato universo di variazioni multiple che si addicevano al suo carisma insondabile. Evidentemente quest’opera era una magnifica trappola. Racchiudeva troppi significati perché una ragione prevalesse sull’altra. Si sentiva l’eco del fascismo, della guerra, del potere, quello del comunismo, della libertà e, soprattutto, l’essenza di un uomo che ne aveva fatto un mito di pietra. «Nei miei trentennali studi sull’architettura mediterranea ne ho parlato tante volte – aggiunge Gambardella – commettendo lo stesso errore che molti prima di me avevano fatto. Ho cercato senza esito positivo la radice architettonica, il senso della composizione partendo dalla sua osservazione, dallo studio dei suoi disegni, dalle visite all’interno e all’esterno incrociando ogni cosa con i film che, da Jean-Luc Godard a Liliana Cavani, l’avevano celebrata senza avere il coraggio di trattarla come un meraviglioso seme di tante germinazioni immaginarie».

Dopo aver accettato un invito alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia del 2014, dove gli viene chiesto di provare ad alterarla, Gambardella comprende che questa è l’unica strada da percorrere affinché la rossa sfinge caprese possa di nuovo sgranchirsi i muscoli. «Composti i primi disegni – prosegue Gambardella –, ne sono venuti fuori molti altri. Sentivo, però, che questo non bastava. Bisognava spingere a fondo e provare a fare un libro. Proponendo non più l’ennesima ricostruzione della vicenda storiografica relativa all’edificio, ma piuttosto un trattato polifonico che non avesse solo la realtà dentro di sé ma soprattutto la manipolazione come autentica origine di ogni architettura. Inizio allora a raccontare cosa potrebbe essere successo a Capri prima della fondazione dell’edificio, tracciando i ritratti dei componenti di un immaginario comitato di ideazione e costruzione, tutti piegati al volere, alla fantasia e ai sogni del grande scrittore toscano. Ci sono il coutourier Paul Poiret con il suo battello gradonato sulla Senna che mi piace pensare attraversato da un giovane Malaparte con un calice di champagne tra le mani, ecco i pittori Orfeo Tamburi, Enrico Prampolini, il caprese Raffaelle Castello, il sofisticato surrealismo di Alberto Savinio. Poi gli architetti come Georges Kontoleon, Adalberto Libera, Luigi Moretti, Uberto Bonetti e il proverbiale capomastro caprese Adolfo Amitrano».

Chissà se è andata veramente così: comunque è bello pensarlo. Alla morte dello scrittore la casa si consuma in un iniziale abbandono e viene poi riscoperta con un certo timore reverenziale. «Dopo i miei collage veneziani – prosegue il racconto dell’autore –, incomincio un’ossessiva ricerca di altri architetti che avevano provato a interpretarla vincendo ogni riserbo, per costruire nel mondo altri frammenti a lei ispirati. Così ho trovato immagini di James Wines, di Steven Holl e Franco Purini, macchine effimere realizzate da John Hejduk e anche la mia prima architettura costruita, su uno spalto della costa amalfitana, come messa in forma di un pensiero ricorrente. La casa rossa non era rimasta ferma, però era ben poca cosa rispetto a Palladio e alla invasione universale del suo stile. Visto che ad avventurarci su quel territorio specifico non eravamo stati in tanti, ecco partita la mia chiamata alle armi. Ho invitato amici e autori internazionali a modificare e interpretare Casa Malaparte. È così che da Bernard Khoury a Giancarlo Mazzanti, da Stefano Boeri a Luca Molinari, da An Tumertekin ad Alberto Ferlenga, prende forma una collezione di immagini alterate, che ho montato in sequenza con le mie, per diffondere nel mondo i tratti del nuovo stile mediterraneo/malapartico, ma non mi bastava, erano ancora soltanto disegni».

Tra Roma e Napoli – nelle Università dove insegna – Cherubino Gambardella decide di guidare i suoi allievi a fare dei progetti surrealisti sulla casa senza alcuna inibizione. «Finalmente nascono inedite propaggini, generosi ampliamenti, sabotaggi e trafori che si librano sul paesaggio caprese. Alla fine, esausto, immagino che questo rito purificatorio, questo autodafé delle Malaparte impossibili, si concluda con un’esplosione, come quella del Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Inatteso, arriva un presente libero e denso di memoria: la nuova Casa Malaparte è un ostello per punkabbestia, i veri ricchi che non hanno nulla da dimostrare. Si libera dai sali di sodio e dal vino di palma. È abitata dai maleodoranti lerci del millennio che scandalizzano i villeggianti con i vestiti di lino candido e gli aperitivi al tramonto. Ci dice finalmente che la verità non esiste e che solo l’immaginario aggiunge la vita senza necessità di arredi o di posate d’argento».

Le Malaparte Impossibili. Una casa, mille architetture. One house, one thousand architectures è l’ultimo libro dell’architetto Cherubino Gambardella, uscito per LetteraVentidue. Racconta la storia di casa Malaparte a Capri, architettura mitica e universalmente celebre

The Fashionable Lampoon Issue 8 Babylon – Digital Visual Wave

ISABELLA, TRA PASSIONE E TALENTO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Intervista a Isabella Ragonese nelle sale dal 9 marzo con il film Padri D’Italia

Cosa ha pensato quando le hanno proposto il ruolo e come è andata?

«E’ un ruolo che non mi era mai capitato di fare prima. Sicuramente quello mi ha colpito e mi ha anche invogliato. È la cosa per cui facciamo anche questo mestiere, di poter cambiare e fare cose diverse.
Un personaggio molto complicato, che cerca sempre di sfruttare gli altri e piano piano scopriamo che però – e quella secondo me è una cosa molto bella del film – anche le persone più ‘storte’ magari possono insegnarci qualcosa.
È una riflessione su cosa vuol dire essere genitore e in generale per la nostra generazione cosa comporta avere un figlio. Pensare anche a un futuro, a un progetto. Spesso noi siamo abituati a pensare a tempo determinato, quindi non abbiamo un’idea di futuro e di progettualità».

 

Era contenta del ruolo proposto perché non lo aveva mai interpretato prima?

«Più che di una proposta si può parlare di un incontro. Ci siamo ritrovati in questo viaggio insieme».

 

Ci sono delle somiglianze caratteriali con Mia?

«In generale penso che tutti i personaggi ci somiglino. Non penso che ci possiamo definire in tre aggettivi come spesso ci chiedono nelle interviste. Noi siamo fortunatamente più complessi di quanto pensiamo. Mi somiglia in delle parti, magari sono esagerate ma sono stata Mia in alcuni momenti della vita.
Lei ha una voglia di vivere molto forte che va di pari passo a una voglia di provare tutto, divorare tutto che va di pari passo con l’autodistruzione, – che penso sia un momento che tutti noi, le persone sane provano in un momento della loro vita, perché bisogna provare tutto, magari fai delle associazioni, non esattamente lo stesso episodio è capitato a Mia ed anche a me, fai delle assonanze, ti ricordi dei momenti in cui hai provato la stessa cosa magari in contesti diversi. Come stile di vita non mi somiglia.
Credo che il lavoro dell’attore sia una specie di mix come quando hai un mixer allora tu alzi il volume dei bassi oppure abbassi, ogni volta devi esagerare delle parti di te e mettere muto su delle altre parti quindi lavorare più sulla tua memoria e sulle emozioni che hai vissuto».

 

Quali sono state le difficoltà?

«La difficoltà c’è sempre, perché è un personaggio abbastanza complesso che ha un disagio non del tutto spiegato e anche come quelli veri nella vita. Spesso ci sono delle persone che hanno un malessere ma che non sanno da dove viene questa cosa quindi è più difficile per loro cambiare.

Accettare il fatto di non essere pronti per fare qualcosa è anche una forma di saggezza, ammettere che non ce la si fa».

 

Conosceva già il regista?

«No, ci siamo conosciuti in questa occasione, come nel film degli sconosciuti si legano, spesso ci capita di aprirci molto di più con degli sconosciuti rispetto a delle persone che ti conoscono da tanto tempo perché li ci sono dei ruoli prestabiliti delle cose che non vuoi spiegare».

 

Dopo aver interpretato Mia cosa le piacerebbe interpretare nel futuro?

«Sono stata molto fortunata, in genere mi lascio sorprendere, mi piace pensare che il prossimo film sarà quello ancora più bello di quello che ho fatto.
Mi auguro di continuare così perché sono stata molto fortunata rispetto ai ruoli che possono esserci per attrici della mia età, ho fatto veramente di tutto quest’anno escono tre film in cui faccio tre cose completamente diverse, in ‘Padre d’Italia’ appunto sono una specie di Punk Rock cantante, in ‘Questione di Karma’ sono una manager ambiziosa in tailleur ed infine il film di Daniele Vicari che si chiama Sole, cuore amore in cui sono una proletaria barista della periferia romana quindi fortunatamente ho la possibilità di sorprendermi e a volte perdermi e non riconoscermi».

 

In un anno tre ruoli diversi, com’è stato?

«È sempre difficile poi saranno gli altri a giudicare se lo puoi fare e bisogna vedere se ci sei riuscita, in verità credo che se lo fai con passione – alla fine mi ritengo fortunata non tanto perché sia un lavoro come pensano tanti che è privilegiato, chissà quanto guadagno, più che altro è che auguro a tutti di fare della propria passione un mestiere.
Questo è il grande privilegio, è una cosa che mi piace fare e penso che uno non è mai soddisfatto, pensa sempre che può fare meglio però in quel momento ci metti tutto quello che può fare magari rivedi dei film di anni fa e dici ‘ecco l’avrei fatto meglio’ però poi alla fine in quel momento hai fatto quello che potevi».

 

Il momento più bello della sua carriera?

«Sono talmente tanti … è un mestiere che non mi ha mai tolto niente, mi ha solo dato e mi ha migliorato come persona. Mi emoziona quando adesso vedo dei film che ho fatto e riesco a non vedermi più, a non vedere più me, ma a godermi il film, questa cosa è bella perché è come vedersi a distanza e quindi avere una visione più oggettiva riuscire a vedere senza giudizio, è una grande forza che ha il cinema più che il teatro anche se io faccio anche tanto teatro, li hai la possibilità di rivedere momenti della tua vita che sono e resteranno lì per sempre.
È un po come quando senti delle canzoni che ascoltavi da adolescente e ti riportano ai momenti, senti gli odori e rivivi la situazione che vivevi in quel momento. Tutte le cose che ho fatto le rifarei».

 

Ha delle paure?

«Ho paura di volare, ma lo faccio, cerco di affrontarle in maniera strong non prendendo nulla sul serio, non sono una persona paurosa, magari lo sono stata in momenti dovuti ad insicurezze. È un mestiere in cui devi sempre divertirti se non giochi a questo gioco gli altri non ti seguono come fai a coinvolgere le persone se tu per prima sei agitata?

Certo prima di salire sul palco ogni sera dice ‘vorrei scappare‘ ma il teatro è un grande esercizio per la paura, poi quando fai il salto, stai bene. Devi dimenticarti tutto il resto, somiglia un po’ a questi sport di prestazione, mi piace molto guardarli, in cui hai una possibilità e tutti gli occhi puntati, e se sbagli è come tirare un rigore, è importante essere concentrati e non avere troppe paure avere sempre pensieri positivi in testa e non pensare mai sbaglierò».

Isabella Ragonese Photographed by Michael Avedon – The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon

The Dot Circle La Location – Mari&Co

MARI&CO

Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

Immersi nel verde ci accoglie un giardino fiorito in cui si intersecano lampade, ferro e si sviluppano piante e fiori bianchi. In un angolo intimo c’è un tavolo a forma di peonia viola dalle foglie dorate. Pochi scalini conducono alla prima stanza. L’interno è arredato con opere d’arte, che interagiscono in un ambiente a metà tra classico e moderno. Arte contemporanea firmata da Antonino Sciortino, fatta di fili di ferro che ornano il tavolo di legno. Si tratta di disegni la cui linea suggerisce un volto, lasciando alla nostra percezione il compito di completarne la forma. Un divano di velluto viola contrasta il tavolo in vetro su cui poggiano bicchieri dorati. Sospesi, cerchi di ferro luminosi, ideati da Sabina Belfiore, riempiono l’area intorno al tavolo centrale. Su una credenza posate, mestoli d’oro e vasi di vetro che richiamano i pomelli dei cassetti. Un’istallazione di rami è il passaggio che porta all’ambiente successivo. È l’opera vegetale di Emy Petrini, rifugi.

Tre stanze. La principale che ospiterà la cena. Già scelta da The Fashionable Lampoon per uno scatto dell’Issue 8 – Aristofunk.
Pentole, piatti e vassoi d’argento illuminano e arricchiscono le scaffalature alle pareti. Altre due stanze sono sfondo di esposizioni artistiche. In una Lella Zambrini fiorisce in numerosi rettangoli di vetro accostati ad un lampadario in stile barocco. Nell’altra copri abiti bianchi arredano. In questo caso invece il rimando è all’arte povera, con un cesto di rami di salice creato da Emy Petrini. Al piano inferiore, la cucina, ristrutturata di recente.

Una location che si anima con gli arredi di Marinella Rossi.
Diventerà stasera realtà onirica con l’arrivo degli ospiti.

The Dot Circle 2017 – The Location
Mari&Co – Marinella Rossi
via Ampola 18, Milano

Photo Giulia Mantovani – Creative Direction  Adelaide Striano 

www.marienco.it
Facebook Mari&Co

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Digital Visual Wave

I cinque libri in gara

On Cover Illustration by One Eye Girl @oneeyegirl  – www.oneeyegirl.bigcartel.com

Inside Illustration by:

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Alla votazione di The DOT Circle aperta sarà sommata quella di una giuria, #TheDots: Maria Luisa Agnese, Asia Argento, Arisa, Gian Paolo Barbieri, Camilla Baresani, Benedetta Barzini, Pier Giorgio Bellocchio, Francesco Bianconi / Baustelle, Giovanni Caccamo, Sandra Ceccarelli, Martina Colombari, Cesare Cunaccia, Denis Curti, Andrea Faustini, Andrea Incontri, La Pina, Luca Lucini, Fabio Mancini, Daniele Manusia, Angelo Miotto, Margherita Missoni, Diamara Parodi Delfino, Diego Passoni, Andrea Pinna, Italo Rota, Chiara Scelsi, Stefano Senardi, Gian Paolo Serino, Pupi Solari, Francesco Sole, Lina Sotis, Filippo Timi, Jacopo Tondelli, Nicolas Vaporidis

 

Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

Sasha Luss Interview

Text Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

Nata a Magadan, prima di trasferirsi a Mosca in giovane età, Sasha Luss trascorre l’infanzia in un ambiente sano e di buoni principi che spiegano, probabilmente, la sua natura e la personalità affabile, cortese e sincera. La carriera di modella si concretizza a un’età così precoce da preoccupare la nonna, contraria alla strada scelta dalla nipote. «Non sono in grado di affermare se sia stata una buona o una cattiva idea. Di sicuro ha significato grandi cambiamenti. Ero così giovane, non capivo nulla di quel mondo e così mi fermai». Sasha decide, infatti, di interrompere la carriera di modella e fare ritorno in Russia per continuare gli studi. A tale scelta, tuttavia, fa seguito una mossa che avrebbe significato un notevole avanzamento di carriera nel mondo della moda; un segno rivelatore che questa volta – al secondo tentativo – le cose sarebbero andate diversamente. «Tornai a casa e iniziai a studiare ma dentro di me sapevo che se non ci avessi provato, se non avessi fatto un tentativo, me ne sarei pentita per sempre».

Ha vent’anni quando debutta alla sua prima settimana della moda di Milano. «Un debutto positivo ma non strepitoso. La mia agenzia in Francia mi convinse ad andare a Parigi per la settimana della moda. Il giorno successivo al mio arrivo partecipai ai casting per Dior, poi aprii la sfilata di Valentino e tutto ebbe inizio da lì. La differenza rispetto alla prima volta nel mondo della moda era che qui avevo qualche anno in più, ero più matura, adulta e in grado di comprendere meglio le persone attorno a me. La cosa buffa è che a quindici anni sei al meglio di te, giovane e raggiante ma con qualche anno in più sulle spalle acquisisci saggezza e sei pronta mentalmente. La seconda volta è stata il mio portafortuna e mi auguro che continui così».

Il sogno di Sasha era diventare ballerina, ma purtroppo non tutti i sogni diventano realtà: «Ebbi un infortunio da ragazzina e dovetti smettere». Ispirazione e intensità. «Non si ferma solo alla danza. È qualcosa che permea tutto ciò che fai. Mi riferisco anche a tutto ciò che impari e le conoscenze che acquisisci a scuola. Ovviamente la danza non si limita al solo movimento». È anche disciplina: «Da bambina viaggiavo molto assieme alla mia compagnia di danza e questo mi è stato di grande aiuto nella carriera di modella, dove si richiede di viaggiare di continuo. A volte mi capita di guardare foto di modelle e di scorgervi occhi vuoti, senza espressione, e credo sia davvero preoccupante, ma con l’esperienza e la conoscenza del mestiere questo non dovrebbe più succedere».

All’inizio della sua carriera di modella, la bellezza di riferimento è quella anni Novanta. I nomi in voga sono Naomi Campbell, Cindy Crawford, Kim Basinger: «Queste erano le modelle della mia infanzia. Era il tipo di bellezza che mi aspettavo di vedere ma, fortunatamente, le cose stanno cambiando e ora in giro vedi personalità diverse». La bellezza non è un concetto definibile: «Ovviamente credo che esista uno standard ma c’è bellezza in ogni volto. Mi pare sia questa la tendenza al momento. Ci sono modelle dall’aria sfrontata, altre con i capelli ricci, modelle dalle origini e corporature più diverse. In un certo senso è come se non ci fossero limiti, e questo dimostra che la bellezza è ovunque. Sta solo a noi, ai nostri occhi, vederla e apprezzarla». Bellezza, concetto tanto soggettivo quanto controverso.

Dallo spirito osservatore, pronto a scoprire bellezza nelle fonti più inaspettate, Sasha Luss sa come comunicare. Le è stato riconosciuto, infatti, il merito di un profilo Instagram molto poetico in cui le foto sono accompagnate da citazioni di Françoise Sagan o dai suoi pensieri messi a nudo. «Quando avevo quindici anni andavamo ancora in giro per New York con la mappa e l’agenda scritta a mano mentre ora è tutto sull’iPhone. Oggi le modelle vengono scoperte su Instagram. All’inizio non sapevo come usarlo. Pensavo fosse ovvio che, se sei modella, molto probabilmente sarai carina e a nessuno interesserà vedere le tue foto, dal momento che sei circondata solo da persone di bell’aspetto. All’inizio è stato così, ma poi mi accorgevo che la gente mi ringraziava per aver consigliato un libro sul mio profilo». A proposito di Instagram, Sasha ci ha parlato di un video la cui didascalia rivela l’emozione per l’uscita del trailer di Valerian e la città dei mille pianeti, che vede la modella debuttare nei panni di attrice.

Sasha – la bambina fortunata, la donna di successo: «Il successo non è qualcosa di ovvio. È impossibile definire chi è una persona di successo e chi no. Personalmente, non credo di esserlo perché ci sono ancora tanti obiettivi che desidero raggiungere. A volte mi capita di sentirmi gelosa. Sono umana dopotutto, ma poi mi rendo conto che non ha senso paragonarsi agli altri, così cerco di concentrarmi su me stessa e su ciò che ho ottenuto e realizzato».

The Fashionable Lampoon Issue 8 – Video Interview of Sasha Luss

Starring Sasha Luss @ Img Models shot by Hunter & Gatti 
Styling Ron Hartleben 
Hair Paquito Garriguese
Make up Nina Park @ The Wall Group
Manicurist Angely Duarte
Fashion assistant Carolina Fusi
Photography assistants Ace Buhr, Niklaus Moller
Set designer Stewart Gerard
Location Waldorf Astoria Hotel, New York, NY

Nicolas Vaporidis

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The Fashionable Lampoon Issue 8

Video Interview of Nicolas Vaporidis by Arianna Pietrostefani
Video Json Adriani
Starring Nicolas Vaporidis
Grooming Sissy Belloglio
Music Turmstrasse Luchtoorn 

Lampoon e le tute per San Vittore

Testo Carlo Mazzoni

 

Ho fondato Lampoon due anni fa. Un giornale, uno strumento mediatico – fino a oggi, le risorse sono state impiegate per creare una testata che le persone riconoscessero, quindi con un buon numero di lettori. Oggi, forte di conferme in termini di numero, Lampoon può calibrarsi sulla dimensione che gli appartiene: quella leggera serietà che fonda la letteratura e che rende credibile ogni impegno.

Lampoon è una parola inglese che può essere tradotta in italiano come libello. Pungente, intelligente. Attraverso l’estetica, Lampoon vuole raccontare il tempo che scorre e la sensibilità della gente. Oggi, dopo l’epoca della sobrietà, la gente sta vivendo l’epoca della serietà – ed è qui che vogliamo ricordarci di come non ci sia niente di più serio dell’impegno.

Una goccia in più cambia il peso del mare. Che sia una parafrasi di Madre Teresa o il ritornello di una nuova canzone di Francesco Renga, questa è la definizione di serietà: una piccola, sacrosanta verità, che vive della propria sincerità indipendentemente dalla considerazione che le verrà accordata dal mondo.

Gli istituti di detenzione trattengono individui pericolosi per la società. Oltre che di detenzione, sono istituti di recupero, e rieducazione. Mi ha chiamato Lina Sotis, attenta e attiva alle tematiche sociali con la sua associazione Quartieri Tranquilli: risultavano necessari nuovi capi di abbigliamento da lavoro, per i detenuti, a San Vittore – Lampoon parla di estetica, di moda, di vestiti – potevamo certamente dare una mano procurando le tute di lavoro a San Vittore.

Abbiamo chiamato Alessandro Moro, che qualche anno fa, insieme ai suoi soci Paolo Restelli e Dado Schapira, ha fondato Adventures, ditta specializzata nella produzione di uniformi e divise scolastiche. A me piacciono le storie precise, quelle che hanno un senso nel loro racconto – che ritrovo qui pensando a un carcere come a una scuola nuova.

Images Enrico Baj, Perso, 1967 from Guggenheim-venice 

Wake up, it’s spring

01

Izia 1 – Sisley Beauty Wall performed by @LuciaMCurzi – pick your favorite Illustration and like it on Lampoon Instagram

02

Izia 2 – Sisley Beauty Wall performed by PatriziaCalegari – pick your favorite Illustration and like it on Lampoon Instagram

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Izia 3 – Sisley Beauty Wall performed by @andrearubele – pick your favorite Illustration and like it on Lampoon Instagram

Testo Paola Corazza

 

Izia, la nuova fragranza Sisley, nasce da un ricordo d’infanzia di Isabelle d’Ornano, fondatrice, nel 1976, insieme al marito Hubert, della casa Sisley. Per celebrare il nuovo nato, Sisley ha ideato un muro, che non divide ma unisce: il Sisley Beauty Wall raccoglie i pensieri, i ricordi e tutto ciò che Izia riporta alla memoria. Un muro, si dice, è fatto per scriverci su: accoglie messaggi, disegni, scarabocchi, ricordi.

La memoria, si diceva: Isabelle d’Ornano ricorda la fragranza di una rosa particolare e senza nome, che fioriva solo ai primi di maggio in un roseto, in un luogo lontano, il castello di Łańcut, in Polonia. Quella stessa rosa che Isabelle porta, quindici anni fa, nel giardino della sua casa a Berry, nella valle della Loira, e che ama raccogliere in bouquet avvolti nella carta da giornale per portarle a Parigi. Isabelle osserva la sua rosa, la rosa d’Ornano, appassire, e immagina di rievocare quello stesso profumo, di riuscire a ‘catturarlo’ prima che svanisca per sempre. Ci riesce, con l’aiuto del ‘naso’ Amandine Clerc-Marie, fra i più importanti di Francia. Nasce il nuovo jus di Sisley, Izia, il diminutivo, in polacco, di Isabelle.

La composizione della nuova fragranza, sensuale e femminile, è sulla rosa. Sono presenti note di testa luminose e sofisticate come il bergamotto di Calabria e il pepe rosa, tocchi di fresia e di tè, e una base calda e legnosa, ammorbidita dai muschi.

Se questa storia che sembra una fiaba parte da un ricordo, il Sisley Beauty Wall è un luogo su tutti possono lasciarsi ispirare e lasciare un segno, virtuale, attraverso un post sui propri canali social usando gli hashtag #Sisleyparisitalia, #BeautyWall.

Sisley Beauty Wall

Wake up, it’s spring – take a flower and back to sleep, #Google says. We want to introduce #Izia, the new perfume by #Sisley on the first (actually, second this year) day of #Spring. 

Find more on Lampoon Instagram and on Sisley-Paris.com about a #BeautyWall using the hashtag #SisleyParisItalia.

All your posts will appear listed with us and #SisleyItalia. #Izia the new fragance by #SisleyItalia, conceived from a childhood memory by Isabelle d’Ornano #IziaStory.

Photography by Alexander Beckoven in The Fashionable Lampoon.

 
Special thanks for the Illustrations to Lucia Emanuela Curzi, Patrizia Calegari and Andrea Rubele.
 

#ARISTOFUNK MOODBOARD

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Da Maria Antonietta a Caterina di Russia, da Filippo d’Orléans, il fratello del Re Sole, a Enrico di Valois, da Morgana di Camelot ai fratelli Borgia fino a Maria Sofia, l’ultima regina di Napoli. Nella storia, gli aristocratici detengono un privilegio di diritto, e i migliori sono sempre stati quelli che di tale privilegio non hanno tenuto risparmio, in virtù o in vizio.

Oggi non esiste più il privilegio di diritto. Esiste solo un privilegio di intelletto, si chiama talento. Chi lo possiede appartiene all’unica aristocrazia che conta oggi – ma ugualmente a quanto vale nella storia, i migliori esponenti restano quelli che di tale privilegio, il talento, non hanno tenuto risparmio, in virtù o vizio.

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk. L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon. La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero ègentile, il coraggio è una forma d’amore. Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon. Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più. Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli. Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté. The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017 Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon. Si ringraziano anche Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it Serikos collezioni & tessili s.r.l.www.serikos.com Ottaviani www.ottaviani.com T’A Milanowww.tamilano.com

THE FUNKY PRINCESS

The Funky Princess  ArmeLola wearing Converse at AristoFunk, the Gala-Rave, tonight at Milan’s Teatro Principe.

Special thanks to:

Creative Direction Arianna Pietristefani
Directed and Edited by Fix Studio –  Mama Studios

Talents: Arme Lola
Hair & Make Up: Isabella Sabbioni

Opi Gym  – C.so P.ta Romana, 116
Quetzal Tattoo – Viale Sabotino, 9
Location Fabbrica Orobia 15 – Via Orobia, 15
Hotel ME Milan – Il Duca – Piazza della Repubblica, 13 – Milano
Skate: Balena skate 

Aristofunk Gala Rave
Saturday, February 25th
Teatro Principe, Milan
By invitation only

ARISTOFUNK – GALA RAVE

Sabato 25 febbraio, al Teatro Principe di Milano, avrà luogo il party Aristofunk.

L’evento in occasione della Settimana della Moda di Milano e dell’uscita in edicola del nuovo numero di The Fashionable Lampoon.

La famiglia reale di Bangkok e la regina Elisabetta, Hillary Clinton e le dinastie aristocratiche a Washington. La Bella e la Bestia a Versailles, i macaron di Madame de Pompadour e gli Aristogatti. La libertà di pensiero è gentile, il coraggio è una forma d’amore.

Le modelle e i pugili sul ring, i rossetti di Yves Saint Laurent, metri di tulle – gli abiti lunghi, i papillon degli smoking slacciati dopo poco. Il buio dell’anfratto, una balconata rosso fuoco, il viola e le pareti di glitter come argento. Velluti, damaschi, sete – i fiori si saranno seccati, i fari blu si muoveranno veloci. Gli acrobati balleranno sui candelabri, la musica spinta, il volume del Teatro Principe. I vestiti sopra ogni riga del pentagramma – strascichi, maschere, trucchi sugli occhi degli uomini, sulle labbra delle donne. Gioielli, baci feroci. Questo sarà l’Aristofunk di Lampoon.

Sul sito, nei prossimi giorni saranno pubblicati articoli, video, immagini che comporranno un racconto interattivo – tra il magazine The Fashionable Lampoon e tutte le favole, le ironie, le magie e le suggestioni che gireranno intorno a questo evento al centro della settimana delle sfilate di Milano. Una notte dedicata a tutto quanto abbia ispirato regalità negli ultimi anni, all’unica forma di aristocrazia oggi attuale, che è il talento, a chi ha saputo cercarlo, volerlo e sostenerlo, il talento, alla Moda – e all’unica vera Regina di tutto questo, che oggi non c’è più.

Esclusivamente su invito, il Gala Rave Aristofunk avrà luogo al Teatro Principe di Milano, sede di incontri di pugilato fin dal dopoguerra, scelto da Luchino Visconti come set di Rocco e i suoi fratelli.

Il Gala Rave Aristofunk Main è realizzato con il supporto di Yves Saint Laurent Beauté.

The Fashionable Lampoon #8 uscirà in tutte le edicole, in Italia e nel mondo, da giovedì 15 febbraio 2017

Un ringraziamento speciale a Belvedere Vodka Italia che come sempre è partner di tutti gli eventi di The Fashionable Lampoon.

Si ringraziano anche
Art Factory Luxury di Eliana Ziliani www.artfactoryluxury.it
Serikos collezioni & tessili s.r.l. www.serikos.com
Ottaviani www.ottaviani.com
T’A Milano www.tamilano.com

Aristofunk Gala Rave
Saturday, February 25th
Teatro Principe, Milan
By invitation only

VALMONT

Jon Kortajarena shot by Hunter & Gatti – Aristofunk – The Fashionable Lampoon Issue 8

Testo Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

Jon appare nel video di Bitch I’m Madonna ed è salito sul palco della cantante durante il concerto a Barcellona. «È  la mia ‘bitch’ preferita! È intelligente, divertente, originale. Madonna spacca. Sul palco è la regina». È plausibile supporre che la percezione della bellezza possa essere condizionata o persino alterata in un settore come questo. La bellezza non si limita all’aspetto fisico ma coinvolge e incorpora caratteristiche più intime, a dimostrazione che quando la bellezza si accompagna al sentimento diventa un dono più prezioso. Una foto lo ritrae in compagnia del regista franco-polacco Roman Polanski, con la didascalia ‘colazione con Polanski’. La conversazione si sposta sul rapporto di Jon con il cinema e i registi: «Sono legato a Pedro Almodóvar e al suo mondo. La maniera in cui dà vita ai personaggi e il suo punto di vista nelle storie che racconta mi sono familiari. Amo il lavoro di tanti registi: da Bertolucci a Polanski, ad Antonioni…».

«È un onore essere fonte d’ispirazione per persone verso cui nutro rispetto e ammirazione profonda». Tom Ford. «Con Tom Ford il rapporto è più stretto, personale.Lo ammiro come uomo e naturalmente anche come designer e regista. Il suo ultimo film, Nocturnal Animals, è un gioiello. Ogni volta che mi chiama per un progetto, riesce sempre a tirare fuori il meglio di me, a farmi brillare. Gli devo molto». Una specie di mentore: «È una di quelle figure maschili che, da adulto, ho adottato come punto di riferimento in tante situazioni della mia vita». Come Tom Ford, anche Karl Lagerfeld ha citato Jon Kortajarena tra le sue muse. «Karl Lagerfeld è un uomo molto diverso. Anch’egli divertente, estremamente talentuoso, ma diverso. Il nostro rapporto è più di natura professionale. Non c’è niente che Lagerfeld non sappia».

Risulterebbe difficile descrivere Jon Kortajarena come individuo; è più facile pensarlo come energia. La sua natura è travolgente, contagiosa, è impossibile non sentirsi attratti da lui. «È vero che tutte le esperienze acquisite da modello sono state incanalate nella mia professione di attore e, in un certo senso, si può dire che ci sono delle somiglianze tra le due carriere, ma solo in superficie. Da modello, mi sento di dover vendere l’illusione dell’uomo perfetto e mantenere vivo qualcosa d’irreale può stancare. Devi nascondere le imperfezioni e questo può creare molte insicurezze. Da attore, invece, le tue paure, la tua insicurezza, persino i momenti di massima vulnerabilità contribuiscono a rendere la performance più autentica. Amo entrambe le professioni ma credo di potermi esprimere meglio nei panni di attore. Nella moda vendi un’illusione, nella recitazione recitazione racconti una realtà».

 

 

Shot by Hunter & Gatti

A CONVERSATION WITH CATRINEL

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Catrinel Marlon è una tipa tosta: «Vengo dal mondo dello sport: la disciplina per me conta tantissimo, sono un soldatino un po’ in tutto». La intervisto alla fine di una giornata sul set de L’Ispettore Coliandro, in cui recita per una puntata.

Classe 1985, ex campionessa di atletica leggera, a 16 anni si lascia alle spalle l’agonismo e il paese natale, la Romania, per dedicarsi alla moda e poi alla recitazione.

Con l’Italia ha un rapporto di lungo corso, tanto da avere la doppia cittadinanza, anche se è arrivata a diventare un volto (e un corpo) popolare nel 2012, quando Piero Chiambretti l’ha voluta nel suo show, inventando di sana pianta per lei un ruolo inconsueto: quello di una sexy fotografa che entrava in scena in tacchi e latex per scattare foto agli ospiti del programma. Le foto erano vere: quella di Catrinel per la fotografia è una passione di vecchia data. Stare dietro all’obiettivo le piace quasi quanto stare davanti: «Da quando ho iniziato a lavorare nella moda ho cominciato a chiedere informazioni ai fotografi, a stare attenta all’uso delle luci sul set. Ho studiato anche molto da sola: la post-produzione l’ho imparata a suon di tutorial su YouTube». La fotografia è l’hobby di sempre – «per il futuro chissà» – anche se come fotografa preferisce soggetti molto lontani dalla moda e più vicini al reportage, come quello che ha fatto in un ospedale psichiatrico in Romania: «Ero andata in visita a un mio familiare e ho portato quel che non avrei dovuto: dolci e caramelle, che sono eccitanti. Tutti i pazienti me li chiedevano e io glieli davo in cambio della possibilità di scattare loro foto da un buco della serratura».

Nel 2012 arriva anche la grande occasione nel cinema con La città ideale, il primo film da regista di Luigi Lo Cascio. «Ho iniziato col cinema in un momento in cui nella moda potevo avere una discesa, invece il cinema mi ha aiutato a lavorare ancora di più come modella», racconta Catrinel, che da allora alterna moda, televisione e cinema, arrivando anche nel cast americano di CSI, «un mega set che dura 6 mesi, lavorarci è come andare in ufficio. Quello che mi è piaciuto di più è la pausa pranzo: c’era un tendone fuori con tantissimi cuochi che cucinavano di tutto e di più, non l’ho visto in nessun’altra produzione».

Se non fosse diventata una modella e un’attrice sarebbe diventata un medico legale: «Di fianco al liceo dove studiavo facevano autopsie: scavalcavo ringhiere per intrufolarmi e guardare. Oppure avrei fatto la fotografa forense, per fare foto sui luoghi del delitto».

Tra cinque anni dove si vede Catrinel? «Spero con lo stesso compagno! Sono felicemente fidanzata da sei anni, stiamo costruendo il futuro». Sul lavoro invece non avanza ipotesi: «Quando ho iniziato a lavorare come modella pensavo che questa carriera sarebbe durata fino massimo ai venticinque anni. Oggi invece lavoro più e meglio di prima: i designer preferiscono modelle più grandi, con esperienze alle spalle, dunque non so quando finirà per me o quando vorrò fermarmi. La moda mi piace moltissimo, anche se moda e cinema in Italia sembrano non andare molto d’accordo: lavoro tanto come modella soprattutto all’estero, in Italia mi definisco una giovane attrice».

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Catrinel Marlon is a tough girl: «I come from sports: discipline for me is key, I am like a little soldier in almost everything I do». I speak to her at the end of a day on the set of L’Ispettore Coliandro, she appears in one episode.

Born in 1985, a former track-and-field athletics champion, at 16 she left competitions and her homeland, Romania, behind to focus on fashion and, later, on acting.

Her relationship with Italy is a long term one, so long she has dual citizenship. However, she became a well-known face (and body) only in 2012, when Piero Chiambretti cast her for his TV show, creating from scratch, and just for her, an unusual role: a sexy photographer who walked on stage clad in latex and sporting stiletto heels to take pictures of the show’s guests. Those pictures were real: Catrinel has been passionate about photography for a very long time. She likes working behind the camera almost as much as she loves posing in front of it: «When I started working in fashion I began asking questions to the photographers, I observed how lights are used on the set. I also studied a lot by myself: I learnt post-production watching loads of tutorials on YouTube». Photography is her long time hobby – «for the future, who knows?» – although as a photographer she prefers subjects that have very little to do with fashion and more with reportage, like the pictures she took in a mental hospital in Romania: «I was visiting a relative and brought what I shouldn’t have: sweets and candies, which are stimulants. All the patients kept asking me for them, but in exchange they promised I could shoot them through a keyhole. »

In the year 2012 also came her big chance in cinema with La città ideale, the first film directed by Italian actor Luigi Lo Cascio. «I started working in cinema in a moment when I might do less in fashion. On the contrary, cinema boosted my modeling career,» says Catrinel, who since then has been dividing her time between fashion, television and cinema, and has also appeared in TV show CSI, «a huge set lasting six months, it’s like a full-time job. What I liked best was the lunch break: there was this marquee outside with plenty of chefs who cooked all kinds of food, I had never seen anything like that in other productions. »

If she hadn’t become a model she would have been a coroner: «Next to my high school building they carried out autopsies: I would climb over the railing to sneak in and watch. Or maybe I would have become a forensic photographer, to take crime scenes photos.»

Where do you see yourself in five year’s time, Catrinel? «I hope with the same partner! I have been in a happy relationship for six years, we are creating our future.» As for her work, she doesn’t make any prediction: «When I started working as a model I thought my career would have ended when I turned twenty-two. Today, I work even more and better than before: fashion designers prefer older, more experienced models, so I really don’t know when this career will end for me or when I will decide to stop. I love fashion, although fashion and cinema do not seem to get along so well: I work a lot as a model abroad, in Italy I like to think of myself as a young actress.»

From The Fashionable Lampoon Issue 8
Catrinel Marlon wearing Elisabetta Franchi
Photographer Michael Avedon

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