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The Fashionable Lampoon
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titti maschietto

Augustus

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

La nostalgia è una forma di energia che a Forte dei Marmi – quando il cielo si fa terso a maggio, il mare si rompe oceanico, le Apuane virano in cristallo – diventa gloria. Giuseppe Colombo e Titti Maschietto sono amici da tempo: due ragazzi, due signori, che sanno cogliere questa gloria da ogni venatura di corteccia, da ogni pino marittimo, da ogni arbusto in Versilia. Pochi anni fa, un tornado ha abbattuto gran parte della pineta: nel giardino dell’Augustus sono caduti trentacinque pini, Titti Maschietto ne ha ripiantati quaranta.

Giuseppe Colombo è l’anima e il motore di Gallo. All’incirca due decenni fa, Giuseppe si trovò tra le mani una produzione di calze scure formali: ne ha creato un modo, prima di un mondo. Calze di ogni colore, a righe – sopra le righe, Giuseppe ha richiamato rondini, fiori, ventagli e palme, ininterrottamente, ieri è già domani. La calza non come complemento al vestire, diventa dettaglio – dettaglio, nel vestire, si sa cosa significhi. Dicevamo un modo, poi un mondo: oltre le calze, sono confezionate cravatte, cappelli, i golf e i golfini, le sciarpe – e certamente, i costumi da bagno.

Questo breve scritto prende spunto da qui: da una linea di costumi da bagno che Giuseppe Colombo ha disegnato e prodotto giocando con righe blu e rosse sul bianco. Questi colori a bande altro non sono che il segno iconico dell’Augustus – l’albergo storico, per tanti (più di tanti) l’unico, il vero albergo di Forte dei Marmi – diretto e condotto familiarmente da Titti Maschietto. Soltanto sull’Augustus potrei scrivere pagine, tra la Cederna e Lina Sotis, ma spero troverò altro momento.

Alle due di pomeriggio, l’ora di colazione di ogni sabato mattina a Forte dei Marmi, sedevamo con Giuseppe Colombo e Titti Maschietto a un tavolo apparecchiato sulla spiaggia, sotto le vele bianche, con i nostri nuovi costumi fradici dopo il primo bagno, e un golf di lana per l’aria di maggio. Ordinavamo un’insalata tiepida di mare, con un poco d’insalata verde raccomandandoci che non andasse a coprire il sapore del pesce: sappiamo bene che per quella sensazione di acqua salata, di arsella pescata ogni mattina, anche se indelebile, serve premura.

Parlavamo di Forte dei Marmi, e anche se era così chiaro cosa stessimo raccontando, le parole non sembravano sufficienti per spiegare agli altri seduti a tavola con noi. Non un luogo, non un mondo, soltanto, davvero, un modo. Le biciclette, il profumo del pitosforo in anticipo sul gelsomino. Il mercato in centro il mercoledì mattina, le meduse che potevi spostare con le mani nuotando fino alla boa. I pattini di legno colorati. Gli armadi chiusi, gli abiti e le scarpe che ritrovi dalla stagione scorsa, un cotone ruvido, stopposo, reso pesante dall’umidità e dalla naftalina, dal buio dell’ombra che solo a giugno si asciuga un po’, per poi ribagnarsi al primo temporale estivo, con le gocce di una pozzanghera dove cade la luce – soltanto la luce, nessun arcobaleno meraviglioso – niente wow, non vogliamo stupore, qui a Forte dei Marmi, soltanto pace. Forte dei Marmi è un modo di silenzio e amore, di cortesia e rispetto.

Non abbiamo fatto cenno, o rimando, alla Capannina. Non abbiamo raccontato di come un tempo, tra le parole, sorrisi e sospiri, in Capannina restava un profumo di dolci all’una di notte, di soufflé alla crema e al cioccolato, il barman con i guanti bianchi, il gin tonic nel bicchiere di vetro con la foglia di menta, i divani rossi e verdi, la luce soffusa, e le seggiole di rattan. La Capannina era aperta tutta l’estate – oggi se ci passi davanti un lunedì di luglio, trovi il buio. Un tempo c’era Otello, c’era la sfida per entrare – la camicia, le scarpe eleganti, eccezioni per il cuoio da barca. Forte dei Marmi era ristoro di una classe sociale solida nel proprio lavoro, quella borghesia che aveva portato l’Italia al boom – poca aria per arrivisti, per ricchezze volatili o transitorie, per eredità malamente fortunate. L’attuale proprietario, Gherardo Guidi, non ha voluto conservare niente di tutto questo – o forse, più semplicemente, non è stato capace di farlo.

All’improvviso, un temporale sciacquava via tutto. La prima pesca di questa estate, e gli amici del bar di Gino Paoli sorridevano al tavolo a fianco, quando ci siamo alzati per portare le biciclette al riparo dalla pioggia, dicendo abbiamo le spalle larghe, a Forte dei Marmi. La nostalgia è una forma di energia. La villa dell’ammiraglio Morin – le lottizzazioni della pineta erano concesse ai comandanti di flotta dalla Regia Marina – la abita Fabio de Michele che vuole un leccio potato ogni anno per non coprire la vista del mare – il leccio si espande in larghezza invece che crescere in altezza (chi legge immagino sappia ricordare come l’ombra del leccio sia l’ombra più fitta che la natura produce attraverso un albero). In bicicletta alla casa di Carlo Carrà, il futurista, il pittore, parte di quella società di arte e letteratura che popolava la pineta dal mare a Pietrasanta – una signora gentile, sua nipote ci ha aperto le finestre dello studio dell’artista: un pavimento di piastrelle rosse e blu e azzurre, su stoffe vecchie gialle, di divani e tessuti ancora ruvidi, piani di tavolo anni Cinquanta in vetro verde.

Vorrei, potrei scrivere pagine e pagine su Forte dei Marmi – l’Augustus, le vie, le siepi e le ceste in vimini, i cicli Maggi e la focaccia dura e salata, le more di rovo – su tutto quanto Forte dei Marmi rappresenti ancora per lo stile italiano – come dicevo prima, ci saranno altre occasioni. Penso sia il senso del giornalismo di moda oggi: riuscire con le parole a riportare le immagini, manipolare memorie, per raccontare la creatività di una casa, di una produzione tessile italiana. La spiaggia, un costume da bagno e i colori delle cabine, un albergo e una dimora famigliare, lo studio di Carlo Carrà e le piastrelle in contrasto, il pitosforo e i gerani rossi sul balcone – a Forte dei Marmi, a maggio, fa ancora un po’ freddo la sera, ai piedi un paio di calze. È così ovvio che questo articolo volesse solo raccontare l’arte di Gallo.

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