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The Fashionable Lampoon
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to be considered

Al Palazzo del Marchese di Camugliano

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Undici alloggi compongono il Palazzo del Marchese di Camugliano, ubicato in una residenza nobiliare del Sedicesimo secolo, nel centro di Firenze. La colazione è à la carte, servita fino a tardi. È possibile prenotare una cena privata in una delle sale del palazzo – e una visita nella villa di campagna, la Tenuta di Camugliano.

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Al Palazzo del Marchese di Camugliano

via del Moro 15, Firenze

Monte-Carlo Beach

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Si affaccia sul mare, il Monte-Carlo Beach, progettato dall’architetto India Mahdavi e certificato Green Globe. C’è una spiaggia privata, una piscina olimpionica e un ristorante biologico con la cucina dello chef stellato Paolo Sari – Elsa.

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Monte-Carlo Beach

avenue Princesse Grâce, 98000 Monaco

Hotel Vilòn

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Adiacente a Palazzo Borghese, a pochi passi dal fiume Tevere, l’Hotel Vilon, parte degli Small Luxury Hotels of The World, ha sede in un edificio di metà Cinquecento appartenuto alla medesima nobile famiglia romana – La Casa, così veniva definita già a inizio Settecento. Opere d’arte sparse nelle sale, bagni in marmo nelle camere, terrazze e vasche idromassaggio nelle suite di categoria superiore.

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Hotel Vilòn

via dell’Arancio 69, Roma

Castello di Ugento

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nel salentino, il Castello di Ugento è circondato da filari di ulivi secolari. Le nove camere si affacciano sulla corte interna, con vista sul giardino settecentesco di piante utili. Gli affreschi barocchi del 1643 e i soffitti con volte a stella dell’Ottocento. In cima alla torre normanna, il Ristorante Tempo Nuovo, gestito dallo chef Tommaso Sanguedolce, propone agli ospiti la cucina pugliese.

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Castello di Ugento

via Indipendenza 135, Ugento

Antica Corte Pallavicina

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Residenza che ospita un’azienda agricola a pochi passi dal Po, l’Antica Corte Pallavicina Polesine Parmense, dimora storica costruita nel 1249 dal marchese Uberto Pallavicino, oggi ospita un relais e un ristorante. Undici camere, dove il soffitto a cassettoni Cinquecentesco sovrasta un camino funzionante, lavabi realizzati da maestri artigiani, e saponi all’olio d’oliva aromatizzati al vino. La cucina, definita ‘gastrofluviale’, utilizza le materie prime coltivate nell’orto della Corte, mantenendo fede alla tradizione culinaria Bassa Parmense.

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Antica Corte Pallavicina Relais & Châteaux

strada Palazzo due Torri 3, Polesine Parmense

Araba Fenice

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Sulla statale che porta in Valcamonica, l’esterno impeccabile e il fascino Liberty dell’Hotel Araba Fenice catturano l’occhio. Dalla Terrazza sul lago la vista si allunga fino a Montisola. La Terrazza, lambita dalle acque dolci, è un luogo da vivere in tutte le ore della giornata.

Eight Hotel Portofino

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A pochi passi dalla Piazzetta, c’è una villa dell’Ottocento incastonata tra Santa Margherita Ligure e Portofino. Dopo un restauro a opera della Solido Interior Design, guidata da Brunella Pignatiello, l’Eight Hotel Portofino ha riportato al loro splendore originale le decorazione dell’ex Hotel San Giorgio.

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AdAstra Hôtel Particulier

 
 
 
 
 
 
 
 
 

È il primo Hôtel Particulier di Firenze, frutto della collaborazione fra l’architetto Francesco Maestrelli con Marco e Matteo Perduca. AdAstra – in latino ‘fino alle stelle’ – quelle che si osservano dalla Torre neogotica. La villa si affaccia sul Giardino Torrigiani in Oltrarno, il giardino privato più grande d’Europa, dove una scultura di Osiride si contrappone ad Atteone, Diana e Seneca. Sette stanze nel piano nobile della villa – due immerse nel giardino nella depandance dell’Angioino.

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AdAstra Hôtel Particulier

via Del Campuccio 53, Firenze

La Posta Vecchia

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Marie-Louise Sciò è la padrona di casa, alla Posta Vecchia. Suo padre Roberto Sciò rese residenza privata questo palazzo rinascimentale in riva al mar Tirreno, a Ladispoli, prima appartenuto alla famiglia Orsini. Oltre ai mosaici romani, l’hotel accoglie la collezione d’arte di J. Paul Getty e dello storico Federico Zeri. A Getty è dedicata una delle due suite – l’altra ai Medici –, in cui su una scatola di quattrocento anni fa è intarsiata la storia di Salomone.

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Palo Laziale, 00055 Ladispoli

Villa Spalletti Trivelli

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nel cortile interno di una villa Patrizia dei primi del Novecento c’è un giardino all’italiana – all’esterno, a pochi metri, via del Corso e la Fontana di Trevi. Villa Spalletti Trivelli è un hotel con dodici camere. Fu cenacolo culturale e politico, oggi accoglie l’ospite tra mobili e arredi d’epoca. Sul letto, coperte in lino di Fiandra. Il dovere è una conferenza nella Biblioteca protetta dal Ministero dei Beni Culturali. Il piacere – una cena nella sala dei Papiers Peints.

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Villa Spalletti Trivelli

via Piacenza 4, Roma

Halaveli Maldives

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Text Sara Magro

Non faccio in tempo a mettere piede sul pontile che una signorina col pareo mi offre un paio di infradito. Un messaggio gentile ma mandatario, che eseguo volentieri. Tolgo le scarpe da città e le consegno. Non le rivedrò più fino alla partenza. «Benvenuta al Constance Halaveli, nell’atollo di Ari Nord». La mia camera è a metà di un pontile di legno che raggiungo con l’automobilina elettrica, dalle ruote felpate. È una palafitta spaziosa, con il tetto in legno e una terrazza con la piscina affacciata sulla mia porzione esclusiva di mare, o almeno così mi illudo. L’arredamento corrisponde al cliché maldiviano: mobili in legno massiccio, accessori celesti, poltrone di rattan intrecciato. Sobrio, corretto, ma non indimenticabile. Il design tra gli atolli non ha ancora un ruolo prioritario, ma ha un suo stile e va bene così, perché non l’eleganza è nello scenario: spiagge, palme, acqua, acqua, acqua.

Pochi minuti a piedi e ho già preso le misure della terra che mi circonda. È un mondo in miniatura, è la cura alla mia occasionale insulomania, un male sentimentale che colpisce chi non ne vuole saperne più di competizione, lavoro, regole. I miei attacchi durano poco e si alleviano in fretta, poi torna la voglia di metropoli, con tutto il tempo necessario per elaborarla. Quando mi dicono – accade spesso – che noia le Maldive, capisco che c’è un luogo per ogni persona. Il mio è nella placidità orientale dell’Oceano Indiano.

A parte le camere, non ci sono luoghi chiusi ad Halaveli. Anche i ristoranti sono spazi di passaggio, dove ti fermi quando trovi la tua nicchia, tra cuscini e zanzariere. Nessuno ti disturba se non sei tu a chiedere. Un patto chiaro fin dal primo istante: fai un cenno, loro arrivano. Tutto come te lo immaginavi, come ti piace. Soprattutto quando si tratta di bere e mangiare. Una sera ho prenotato al ristorante The Jing che loro chiamano ‘gourmet’ – preferisco dire di ‘alta cucina’. Punto. Mini tapas, come se le avesse ideate Salvador Dalì, e un’aragosta che fa viaggiare ben più in là di quel che promette: From Bangkok to Singapore.

Quando arriveranno i primi ispettori delle guide Michelin e Gault Millau, si capirà se c’è un futuro gastronomico anche sulle isole più o meno deserte. Al The Jing il buono deve marciare insieme al salutare. Anche al bar sulla spiaggia il menu di Rosanna Davison, ex Miss mondo oggi nutrizionista, sazia con le sue appena seicento calorie divise tra hummus al peperone, zuppa di lenticchie rosse con carote e patate, Pad Thai alla zucca bianca. Finisci per apprezzare anche i cocktail analcolici con frutta esotica, che ti viene insegnato come preparare. L’attenzione al cibo sano e ipocalorico non è un’ossessione, è una filosofia impercettibile al gusto, che contribuisce a star bene qui e ora – una grigliata sulla spiaggia o il pic nic su un’isola deserta.

A parte i rari momenti conviviali proposti dal resort, il tempo è tutto mio. Mentre tutti si occupano di me, posso fare yoga, leggere, scrivere, andare alla spa, nuotare tra i coralli, sperando di avvistare uno squalo balena. Sulla barca che ci porta al largo per i safari sottomarini, noto una signora più o meno della mia età, con la maschera e le pinne in mano. È una giornalista, che si è innamorata di Halaveli e torna ogni anno da sola. Vicino a lei è seduto un signore. È un manager che una volta all’anno va per fare le immersioni, e riposare. È solo, nel suo viaggio di riflessione, di ricarica, di distacco prima di iniziare nuovi progetti. Anche io ero sola. Ho capito quanto avevo bisogno di quel soggiorno lontano da casa, dalla famiglia, dalle telefonate per nuovi incarichi. La mia vacanza è avere il tempo per dondolarmi sull’amaca, guardando il mare senza barriere visive né immaginarie. A parte il jetlag dell’arrivo, non tanto per il fuso orario ma per la fatica accumulata da mesi, mi abituo subito al nuovo clima, ci sto volentieri, sento la stanchezza che se ne va. Sto bene. Sono pronta per ripartire, anche se le scarpe, che mi restituiscono sul pontile dell’idrovolante, mi stanno molto più strette di prima. Devo ricordare di toglierle spesso. Anche sul parquet di casa.

 

Constance Halaveli Maldives

Hotel Engel

The Lobby
The Pool
The Suite
Interiors
The Spa

Text Sara Magro

Non credo nell’hotel perfetto – o almeno non l’ho ancora trovato –, ma ci sono posti che al di là delle imperfezioni mi piacciono. Quando sono arrivata all’Hotel Engel di Nova Levante ho visto un edificio anonimo fuori, e dentro le lobby altoatesine un po’ leziose con il banco in legno, le superfici lucide, gli stipiti beige, i fiori secchi con spruzzate d’oro e di neve sulle foglie. Le zone di passaggio, androni e scale, vuoti fino a far rimbombare i passi e le parole sottovoce. La prima impressione non è stata di conquista. La camera ha un corridoio lungo, le piastrelle del pavimento come nelle pensioni degli anni Settanta, il mobile a muro con lo specchio e gli appendini per le giacche. Traduco: c’è voglia di modernizzarsi, ma una mentalità di piccoli passi, che segue l’economia domestica più che il businessplan. Tutto cambia quando dal contenitore passo al contenuto.

La signora in Dirndl tirolese al desk alza il viso e mi sorride. Mi accompagna in camera per mostrarmi come funzionano luci, rubinetti e password. In bagno c’è il cestino per portare alla spa il necessario. Nella spa, tra veneri e altri dèi illuminati a neon rossi, rosa e azzurri, non so dove cominciare. Fuori la piscina fumante. Ai brividi reagisco infilandomi nella sauna – non uno dei soliti bugigattoli bui e piccoli, ma una cabina di osservazione in legno naturale con una parete vetrata che la illumina e la proietta sui boschi di fronte. La sala di rilassamento è appena rifatta, profuma ancora di legno verde e delle sue essenze. C’è una nuova stanza che gli scienziati dell’università di Hertfordshire hanno definito ‘the most relaxing of the world’: uno spazio insonorizzato a temperatura 25-26 ° C. Una luce blu sul soffitto e una verde sulle pareti. Promettono qualche ruga in meno, o meglio, una maggiore distensione anche dei muscoli del viso.

La signora Kholer, proprietaria dell’hotel, mi racconta che nel 2014 hanno perso lo chef, e per tenere alto il tenore della cucina gourmet per cui erano famosi in zona, hanno chiamato Theodor Falser – uno di cui si parlava bene. Theodor ha accettato a patto di fare qualcosa di nuovo, non la solita alta cucina alla francese. Risultato: in due anni ha preso la stella Michelin e l’Engel è stato accolto nella guida Les Collectioenneurs fondata da Monsieur Alain Ducasse. La scelta di Theodor è dichiarata: 100% locale, 100% stagionale, 100% con erbe selvatiche e verdure che crescono sopra i 1500 metri di altitudine, pesci di fiume e carne di fattorie amiche. Compra solo da chi conosce personalmente, come Michael del maso Eisath, che macina i grani e produce gli ortaggi su richiesta dello chef. La Johannestube ha pochi tavoli, le pareti e il soffitto fatti di legno. C’è silenzio. Il cameriere taglia il pane con i guanti bianchi, e lo ripone in un cestino fatto con tronco d’albero, mentre racconta come lo fanno, il pane: solo cereali di mulino e lievito madre, nulla di ‘industriale’. Spalmo il burro alla barbabietola sul pane ancora caldo. Arriva la tartare di cervo della Val d’Ega, con foglie di acetosa e polvere di bacche di ginepro. Il poke delle Dolomiti con filetto di salmerino della Val Passiria, artemisia, fondo di trota, caviale, erbe selvatiche e verdurine. Lo stinco brasato è di Wagyu del Renon. I marshmallow grigliati, infilzati su un rametto di abete rosso, la mousse di piselli e la cheesecake all’ortica. Nulla di scontato – io qui ci torno di sicuro.

Hotel Engel

Via S. Valentino, 3, Nova Levante

Ciasa Salares

Vives Spa
Lounge Room
Chocolate Room
Wine Cellar

Hotel Ciasa Salares

Text Sara Magro

4925 – sono i chilometri che hanno compiuto gli ingredienti per arrivare fino all’hotel Ciasa Salares di San Cassiano. Per fare gli spaghetti perfetti sulle Dolomiti bisogna reperire le materie prime nei rispettivi territori di vocazione. È quanto sostiene Stefan Wieser, proprietario dell’albergo, gourmet e sommelier. Wieser ha inventato la formula del ‘chilometro vero’, più onesta del chilometro zero in fatto di cucina. «L’Alto Adige ha una tradizione gastronomica limitata. Non vogliamo privarci della varietà delle cose buone che abbiamo in Italia. Che male c’è a ordinare gli spaghetti campani, e farsi arrivare dal Piemonte il pane di Eugenio Pol, che nemmeno va in vacanza per curare il suo lievito di venticinque anni?»

Sul retro dell’hotel, a portata di fornello, c’è un orto che dà i suoi frutti migliori in primavera. La signora Ilda, con chignon bianco, grembiule da cucina e décolleté Ferragamo, 85enne mamma di Stefan, lo mostra con orgoglio: «Guardi che bei cavoli, quest’anno!», e prima della partenza me ne imbusta uno da portare a casa come ricordo del soggiorno in Alta Badia.

Stefan Wieser è un ricercatore di prelibatezze italiane. Non c’è un prodotto che sia in dispensa per caso. Passando alla pratica, si assaggiano: prosciutto cotto Branchi e caffè Torrefazione Giamaica di Gianni Frasi per la prima colazione. Per l’aperitivo gin spagnolo Modernessia e tonica di nicchia, oppure Bloody Mary con pomodori di Pian del Grillo, in provincia di Ragusa, con arancino di riso e panzanella. C’è una chocolate room con una sessantina di cioccolati e praline di ogni provenienza e foggia. La selezione di gin è opera di Clemens, erede della passione di papà Stefan, nonostante i 25 anni. È cresciuto con il culto della ricerca gastronomica, e alle quattro del pomeriggio lo trovi a trafficare in cantina per le degustazioni della sera – più che una cantina è un’enciclopedia di vini italiani con 24 mila bottiglie e 1800 etichette, focus sui vini friulani e i biodinamici, e una lista di birre artigianali. Le bottiglie sono archiviate come i libri sugli scaffali, per ‘consultazioni’ facili e immediate. Sui tavoli di legno, insieme al vino si degustano speck tagliato a lama o a coltello, crudo di Stefano Montali, provenienza Langhirano, 60 formaggi ricercati tra i migliori in Italia, perché quelli altoatesini sono buoni ma pochi. Si passa alle cucine, due, quella regionale della trattoria e quella a due stelle Michelin della Siriola, il ristorante gastronomico, affidato a Matteo Metullio, 30 anni. È come un secondo figlio per Stefan, che lo incoraggia e gli dà consigli.

Con la stessa cura, la famiglia lavora nell’albergo di cinquanta camere, in buona parte rimodernate con il gusto della signora Vilma, moglie di Stefan che si occupa della decorazione, contemporanea ma rispettosa dello stile tirolese. Le stanze profumano di cirmolo. La spa con piscina coperta e playlist aggiornata. Non è comune prenotare un quattro stelle e sentirsi come in uno di cinque per qualità e servizi ricevuti. Ragione per cui, Ciasa Salares fa parte di quegli indirizzi da tenersi stretti anche per la stagione estiva.

Ciasa Salares

strada Prè de Vì, 31, 39030, San Cassiano

Belmond a LVMH

Belmond Hotel Cipriani, Venice
Belmond Hotel Caruso, Ravello
Belmond Villa San Michele, Florence
Belmond Villa Sant'Andrea, Taormina
Belmond Grand Hotel Timeo, Taormina
Belmond Castello di Casole, Siena
Belmond Hotel Splendido, Portofino

Text Rocco Moliterni

Qualcuno le ha definite le sette meraviglie d’Italia dell’hotellerie. Si tratta dei sette alberghi di lusso nel nostro Paese targati Belmond acquisiti nei giorni scorsi da LVMH per una cifra intorno ai 2,6 miliardi di dollari. Il gruppo, che fa capo al finanziere Bernard Arnault, oltre agli alberghi italiani ha acquisito le altre perle della catena Belmond in tutto il mondo – come il Copacabana Palace a Rio de Janeiro, Le Manoir aux Quat’Saisons nell’Oxfordshire, il Grand Hotel Europe a San Pietroburgo e Cap Juluca nell’isola caraibica di Anguilla.

In Italia, il Cipriani all’isola della Giudecca di Venezia è luogo di ritrovo di artisti, scrittori – Hemingway era amico di Arrigo Cipriani – e star del cinema. Nella lista della sua lounge ci sono anche i cocktail creati in onore della madre di George Klooney, un habitué come Al Pacino. Il Caruso a Ravello, con la sua piscina che guarda il mare dall’alto della costiera amalfitana. Il San Michele a Fiesole, un convento del 1300 ristrutturato, domina in un grande parco il panorama di cupole e tetti di Firenze. Il Timeo di Taormina, con le sue stanze affacciate su uno dei più bei golfi del mondo. Sempre a Taormina c’è il Villa Sant’Andrea, con le sue cabane e il ristorante in riva al mare. Completano l’elenco delle meraviglie lo Splendido a Portofino e il castello di Casole nel senese, acquisito nel gennaio del 2018. Gli alberghi italiani rappresentano quasi il cinquanta per cento del fatturato alberghiero del gruppo inglese nato nel 1976 per la gestione di viaggi e crociere di lusso (sui fiumi francesi ma anche in Myanmar), come il mitico treno Orient Express, che diede il primo nome al marchio, ribattezzato Belmond nel 2014, oggi presente in 24 paesi.

La notizia della vendita ha sorpreso il mondo dell’hotellerie perché da tempo c’erano rumors sull’interesse di fondi mediorientali (tra gli altri quello del Qatar) e asiatici oltre al gruppo immobiliare Blackstone sugli alberghi e le attività Belmond. L’acquisto rafforza Arnault, che già possiede i marchi Vuitton, Fendi e Bulgari e il brand dello champagne Dom Perignon. Nel campo dell’hotellerie il gruppo LVMH può contare sulla catena Bulgari presente a Milano, Bali, Shangai, Dubai, Pechino e con prossime apertura a Parigi, Mosca e Tokyo (qui già da anni sfodera un ristorante stellato) e la catena Cheval Blanc, con proprietà di lusso da Courchevel (in Savoia) alle Maldive e a Saint-Barthélemy.

Hotel Cipriani

Giudecca 10, 30133 Venezia, Italia

 

Hotel Caruso

Piazza San Giovanni del Toro 2, 84010 Ravello, Italia

 

Villa San Michele

Via Doccia 4, 50014 Fiesole, Florence, Italy

 

Villa Sant’Andrea

Via Nazionale 137, 98039 Taormina Mare, Italia

 

Grand Hotel Timeo Taormina

Via Teatro Greco 59, 98039 Taormina, Sicilia, Italia

 

Hotel Splendido

Salita Baratta 16, 16034 Portofino, Italia

 

Castello di Casole

Località Querceto, 53031 Casole d’Elsa, Siena, Italy

Palazzo Parigi

The Grand Spa pool at Palazzo Parigi
Palazzo Parigi, the hall
Palazzo Parigi, the garden

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

L’hotellerie internazionale di categoria luxury ha ramificazioni ovunque, a Milano; di albergo privato cinque stelle lusso, invece, ce n’è solo uno – tutto italiano, a dispetto del nome: Palazzo Parigi.

Da Oltralpe, la grandeur architettonica. Il palazzo, con giardino secolare, si trova nel cuore di Brera, 400 metri dal distretto di Montenapoleone, all’incrocio tra corso di Porta Nuova e via Fatebenefratelli. Ha rimpiazzato un vecchio stabile anni Cinquanta adibito a uffici bancari, sorto su un edificio risalente al diciottesimo secolo noto come Palazzo Cramer, distrutto dalle bombe della Seconda guerra mondiale. Inaugurato nel 2013 e oggi parte dei Leading Hotels of the World – la collezione di alberghi di lusso indipendenti e superiori –, per realizzarlo ci sono voluti cinque anni, più di duecento milioni di investimento, l’esperienza e la passione dell’impresa Giambelli – il miglior interior che è Pierre-Yves Rochon, lo stesso del Savoy di Londra e del George V di Parigi –, e una donna: Paola Giambelli, architetto, proprietaria e ideatrice di Palazzo Parigi – perché un hotel per essere reale deve avere una padrona di casa.

Entrando, nel volume immenso della lobby, che sembra disegnata nel marmo, tre cose irrompono: il sontuoso lampadario muranese della fornace di Barovier&Toso; il colore iridescente del marmo – di Calacatta, quello del pavimento seminato alla veneziana, più rosato rispetto alle colonne esterne del giardino di marmo di Baveno, Fior di Pesco per la scalinata che porta al foyer Canova, dove c’è la Sala dei Giardini di 372 metri quadrati; l’energia dell’Architetto Giambelli – bionda, camicia bianca, che di sfuggita, con un enorme vaso di fiori in mano, va verso destra, dove c’è il bar, il Caffè Parigi. Qui Milano e Parigi si incontrano. Il bancone di bronzo e l’onice dorata sullo sfondo della bottigliera. Il parquet del pavimento, con intarsi di otto differenti essenze di legno, fa eco a quello della Villa Reale di via Palestro. La luce attraversa le vetrate di ferro battuto del Giardino d’Inverno che si affaccia sul giardino secolare. Sarebbe stato più semplice costruire senza le radici di questi due alberi giganti – sono rimasti per volere dell’Architetto Giambelli.

La Galerie d’étapes perdues collega il Caffè Parigi al Ristorante Gourmet, per cinquanta persone. Il camino lombardo del Seicento, sovrastato da due nature morte, e i quadri del Settecento tolti dalle pareti di casa dell’Architetto. Non fanno rumore i passi dei camerieri sulla moquette. Si sta come a teatro. I tavoli sono disposti in obliquo, la visuale è come quella che si ha dai loggioni per assistere allo spettacolo. Sfilata prét-à-manger. In mezzo alla sala, un tunnel di vetro e una passerella illuminata collegano la cucina all’Altare del ristorante – ovvero una cucina a induzione di marmo nero su cui lo Chef può completare il piatto.  A capo della brigata, lo chef Ferdinando Martinotti e il ventisettenne Stefano Pizzasegale.

La luce naturale e i terrazzi sono tutt’attorno a ogni piano. Niente è sotterraneo. Non si scende per accedere alla Spa, ma si sale al terzo piano. Entrare nella Grand Spa, è un viaggio in Marocco – le mattonelle della piscina vengono da lì, un Royal Hammam Privé con daily access, e altri sei mondi riuniti in 1700 metri quadrati – Bali, India, Cina, Svezia, Marocco, Polinesia sono le sale tematiche.  Artigianato nordafricano e tende berbere. Le pareti sono realizzate con la tecnica Zellige – piastrelle in terracotta smaltata che riproducono disegni geometrici. Come un’oasi nel deserto, si chiama L’Oasi appunto, il restaurant e health bar della Spa, con menù a calorie controllate del Professor Nicola Sorrentino. Nell’area fitness – 300 metri quadrati –, macchinari della linea Artis di Technogym, palme e parquet.

Milano-Parigi, finisce uno pari nell’arredo delle sessantacinque camere e delle trentatré suite. Una metà in stile milanese, design italiano contemporaneo, e un’altra con décor parigino. Tra le signature suite, la Royal Suite, da cui lo sguardo si perde sullo skyline della nuova Milano e anche oltre, fino al Monterosa – comprende una cucina privata e la possibilità di richiedere un butler personale –, e la Presidential Suite, con terrazza di 110 metri quadri che guarda sul Duomo: si dice sia di buon auspicio dormire con vista Madonnina.

Palazzo Parigi

Corso di Porta Nuova, 1, 20121 Milano

Part of the Leading Hotels of the World

Four Seasons Hotel Istanbul At The Bosphorus

Hotel-Exterior-1
Lobby-5
Palace-Bosphorus-Room
Two-Bedroom-Bosphorus-Palace-Suite
Hulya Pinar Dogru
Beatrice di Borbone delle Due Sicilie, Manora Acton di Leporano
Generoso di Meo, Arzu and Murat Atabarut
Massimo Listri, Angela Pintaldi, Arianna Davini, Generoso di Meo
Cesare Cunaccia and Antonia Dell'Atte
Çiragan Palace Kempinski, Istanbul
Çiragan Palace Kempinski, Istanbul

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

Molti degli ottocento ospiti arrivati da ogni parte del mondo per il gala internazionale del Calendario Di Meo – giunto alla diciassettesima edizione e intitolato Napoli ‘Den istanbul’A – hanno scelto l’Hotel Four Season Bosphorus, nella zona di Besiktas, a pochi passi dal Çiragan Palace Kempinski Istanbul, teatro della festa. Nella mattina di domenica è apparsa anche Bebe Vio con la famiglia, in transito per New York. L’albergo, che è nato in un ex palazzo imperiale ottocentesco in pietra bianca, direttamente affacciato sull’acqua, è un luogo di eccellenza per tanti motivi.

Dalla vista sul Bosforo alla piscina e area esterna articolata in zone dedicate ad attività specifiche, dal servizio fatto di dettagli personalizzati del Four Season, fino alla proposta gastronomica dei suoi restaurant. Un plus è costituito dalla spa e in particolare dall’hammam in marmo striato, rivisitazione in chiave moderna di un tipico stabilimento di bagni ottomani.


L’evento, sabato sera 17 novembre – dresscode: tuxedo e abito da sera per le signore, con touch ottomano, come dichiarava l’invito – si è svolto al Çiragan Palace Kempinski di Istanbul, un tempo residenza sul Bosforo del sultano Abdülâziz. Una nuova tappa nel percorso di Generoso e Roberto Di Meo, che con la loro associazione culturale, Di Meo Vini ad Arte, anno dopo anno scelgono una diversa simbiosi, un ulteriore rapporto di affinità tra Napoli e varie mete del globo.

Le immagini che raccontano questo gioco di convivenze e similitudini, sono state realizzate dal fotografo-artista Massimo Listri, che ritrae luoghi della capitale turca attraverso secoli di storia, di arte e di cronaca. Accompagnano le fotografie, suggestioni e scritti di specialisti e studiosi di ambiti diversi, che analizzano la relazione instaurata lungo un millennio, tra Istanbul e Napoli.

Il dinner-party si apriva con l’ouverture di Burcu Karadag al ney – un flauto tipico della musica colta nella tradizione persiana e turca –, seguita dai ritmi latino-turchi della band di Ayhan Sicimoglu e da DJ Ghiaccioli e Branzini alla consolle, che ha animato il dancefloor fino alle ore piccole. Durante la serata, Demet Sabanci ha consegnato a Generoso di Meo un attestato di merito per la sua opera di valorizzazione della cultura turca.

Maschere dorate, fez, caftani e turbanti, tiare e en-tête corredavano gli outfit degli invitati, aggiungendo magia alla soirée. Tra gli altri, erano presenti l’ambasciatore Luigi Mattiolo, Béatrice de Bourbon des Deux Siciles, Maria Gabriella di Savoia, la cantante turca Ajda Pekkan, Antonia Dell’Atte – in broccato lamé e coperta da gioielli di Sevan Bicakci –, Elena von Hessen in red look espressionista e il calciatore Gökhan Inler, già centrocampista del Napoli.

Il gala ha reso tangibile il gemellaggio tra due città sorelle. Oltre alla soirée, il programma, esteso sull’arco di un long week-end, prevedeva crociere sul Bosforo, una serie di visite private, un cocktail al Consolato Generale d’Italia. Il Bosforo, con il suo panorama sospeso tra Europa e Asia, è stato il vero protagonista della kermesse.

Four Seasons Hotel Istanbul At The Bosphorus

No:28, Çırağan Cd., 34349 Beşiktaş/İstanbul, Turkey

Aman Venice

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’Aman Hotel ha trovato sede in uno degli edifici storici di Venezia. Con una mole e una metratura propria di un palazzo politico piuttosto che di una dimora privata, Palazzo Papadopoli affaccia sul Canal Grande nei pressi di Rialto. Appartiene tutt’oggi alla famiglia Arrivabene, che si è ritirata nel sottotetto – no, non si tratta di pianti per Cenerentole inconsolabili, il sottotetto racchiude un appartamento di due piani, con volte e volumi e angoli moderni. Dando luogo all’accordo con la collezione Aman, il restaurato è stato possibile in gloria: la facciata ha ritrovato un bianco latteo che si staglia nella decadenza della laguna, gli stucchi hanno scelto vigore e luce, le foglie oro sulle cornici e negli ornamenti sono state riposate. Come in tutti i palazzi veneziani, i pavimenti appaiono fluttuanti, adagiandosi su pendenze da valzer – ti ricorda che Venezia è una città galleggiante.

Per snobismo o casualità, l’Aman di Venezia è distante dagli altri grandi alberghi che si susseguono tra santa Maria del Giglio e il palazzo reale – ci arrivi in barca, certamente – o a piedi, all’alba, attraversando Dorsoduro. Le notti delle biennali, quando non dormi e continui a vagare, che sia una festa al Lido o all’Arsenale, a Venezia non fai altro che camminare. Le scarpe di vernice sembrano pantofole, l’aria è pulita anche nella dolcezza di una primavera – ogni anfratto ricorda un amore o qualcosa che somiglia al sesso. Che sia il compleanno di Valentino, una notte di temporale a settembre, un nuovo ballo di Beistegui, le nozze della figlia del marchese di Canossa, Mozart alla Fenice, un pranzo da Francesca d’Asburgo dopo una notte a Palazzo Volpi, la presentazione dell’alta gioielleria di Bulgari – quando fotografi, modelli giornalisti mangiavano in giardino in un giungo stranamente fresco, l’anno scorso, a Venezia – l’Aman è il fulcro di questa vita e di tanto romanzo.

A gennaio c’è la quiete. Al tramonto di gelo e c’è silenzio sul Canal Grande. Appare strano – lo specchio d’acqua fermo, i vaporetti distanti, i motoscafi attraccati. Venezia di inverno, fuori dal Carnevale e dal Natale. L’Aman è un camino acceso, un gioco a carte nel pomeriggio, una cena nei calli – la colazione sotto la luce bianca.

Aman Venice Hotel

Palazzo Papadopoli
Calle Tiepolo 1364, Sestiere San Polo – Venice, Italy

+39 041 2707333 or +39 041 2707714

amanvenice.res@aman.com

aman.com/resorts/aman-venice@aman_venice

The Interior of Aman Venice Hotel
The mirror lounge of Aman Venice Hotel
Alcova Tiepolo Suite
Venice

Albergo Bucaneve

Albergo Bucaneve, Bielmonte

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Il genius loci è l’interazione tra un luogo e un’identità. Un legame. Indissolubile è quello che dal 1910 unisce l’attività laniera di Ermenegildo Zegna al suo territorio. Sulle alpi biellesi, dove l’acqua è nobile. Scorre giù dalle montagne fino a Trivero e viene raccolta in una vasca a Casa Zegna. Dentro ci si lava la lana – «quand’ero piccola il nonno ci portava lì a schettinare» – ricorda Anna Zegna. È l’acqua più leggera d’Europa, è il segreto dietro all’eccellenza dei tessuti Zegna. Le ‘ricette’ sono custodite in duemila e duecento volumi nell’archivio di Casa Zegna, una dimora anni Trenta. La casa di famiglia, circondata dal lanificio verde – utilizza solo fibre nobili, e da cento chilometri quadrati di territorio protetto, che formano l’Oasi Zegna nata nel 1993.

«Nella lana ci si lanciava in tuffo». La lana – merino dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, il kid mohair dal Sudafrica, il cashmere dalla Inner Mongolia, la vicuna dagli altipiani andini del Perù. Un chilogrammo di lana equivale a centottanta chilometri di filo. Negli anni Sessanta Ermenegildo ne fece uno lungo centoventi chilometri – un filo lungo da Trivero a Milano, di quattro micron – un micron equivale a un millesimo di millimetro. Nacque così il tessuto centoventimila che gli valse il Vello d’Oro di Giasone.

L’habitus non è solo un abito, ma un modo di essere. Al tempo erano gli inglesi i migliori produttori di tessuto. Per Ermenegildo fu una sfida. Nel 1938, andò in America a spiegare ai sarti italiani l’importanza del tessuto made in Italy, il primo a essere marchiato con il logo. Negli stessi anni la prima campagna – un pugnale foderato di tessuto Zegna che spezzava la catena del dominio britannico, segnava una nuova supremazia e la nascita di un modo: per fare un abito Zegna servono cinquecento mani.

Scarpe grosse, cervello fino. Imprenditore e filantropo, Ermenegildo pensava alla coesione con la comunità prima di tutto. Casa Zegna è uno spazio di accoglienza, un centro socio-esistenziale con rotazione di contenuti ogni sei mesi e una mostra permanente. «Serviva una strada per raggiungere la cima della montagna, il nonno la disegnò». Per ingentilire la salita che porta a Bielmonte sono state piantate cinquecento mila conifere e un’intera conca di rododendri che nel mese di maggio si tinge di viola. La strada, che collega il biellese con la valle d’Aosta, è nascosta tra i boschi dove passavano i lupi della Val Sessera e dove oggi le sentinelle dell’ambiente, le api – più di quattrocento, producono miele di rododendro selvatico.

In cima, al Bucaneve, il larice è ovunque. Brucia sul fuoco e profuma l’aria. È lucido sulle pareti, vissuto quello dei tavoli, scricchiolante sotto ai piedi. Sa ancora di anni Sessanta, quando l’architetto Luigi Vietti aveva progettato questo hotel di sole venti camere. In tavola manca il vino, c’è solo dell’acqua profumata – di zenzero, lime e melograno. «Si mangia poco di quel che si trova in città» – spiega lo chef, il piemontese Giacomo Gallina, mentre ci versa un Nebbiolo in purezza, rotondo. «Guardo fino all’Appennino ligure. Vedo il gorgonzola, il riso, il Monferrato. Tanta verdura – il topinambur, il trussotto, le rape, le zucche dell’orto».

Albergo Bucaneve

Strada Panoramica Zegna, 232 – Località Bielmonte, Veglio, Biella

+39 015.744184

Image courtesy of Press Office
zegna.com – @zegnaofficial

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