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The Fashionable Lampoon
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Maier lascia Bottega Veneta

CAMPAING BY ROBERT LONGO
CAMPAING BY ROBERT LONGO
CAMPAING BY ROBERT LONGO

Text Carlo Mazzoni

 

Tomas Maier ha lasciato Bottega Veneta. Negli ultimi tempi in sordina, solo cinque anni fa Bottega Veneta disegnata da Maier rappresentava ciò che di buono si può raccontare parlando di moda.

Maier è figlio di un architetto, è cresciuto osservando la passione di suo padre per il Bauhaus e per Mies van der Rohe – ed era proprio dai grattacieli di Mies van der Rohe che cascavano in volo
i modelli fotografati da Robert Longo, non più per i colpi di pistola
di quell’esposizione Men in the cities del 1979 (come per magia, adesso,
 Men in the cities si mette in rima con Mies van de Rohe).
 Lo spazio racchiuso da Tomas Maier è il vuoto pneumatico di Palladio. Visitando la Rotonda, ci accorgiamo di come la croce nel cerchio, le intersezioni dei quadrati, le colonne, le logge e gli avancorpi, i pronai ionici, le scalinate si espandano violentemente da un’unica aula centrale.

Bisogna focalizzare per un momento l’essenza dell’architettura. Siamo abituati a intenderla con planimetrie, facciate, sezioni per pareti esterne, verticali o orizzontali – quest’abitudine ci ha portato a non percepire lo spazio. L’architettura non deriva da una somma di larghezze, lunghezze e altezze che racchiudono lo spazio, ma proprio dal vuoto, dallo spazio racchiuso. Quando la volumetria di questo spazio racchiuso dove l’uomo penetra si avvicina alla volumetria del corpo umano, nasce un vestito. Tomas Maier ricordava un vestito di 
Yves Saint Laurent – la modella camminava lungo la passerella, era impossibile capire come fosse entrata in quel vestito, in quello spazio. La moda per Bottega Veneta è l’architettura per la moda.

Da Palladio alla Cabat il discorso rimane lo stesso: non sarebbe la stessa cosa se tu potessi capire come sono state costruite. Non c’è mai niente di più complicato della semplicità. Una Cabat deve essere lavorata da un’unica mano, perché due persone non stringerebbero l’intrecciato
 con la stessa tensione. L’hanno già scritto tutti: l’assenza del logo è la ferma certezza che una borsa possa essere riconosciuta per la sua manifattura. Così il rifiuto di produrre la It bag – ovvero il rifiuto di quei meccanismi di marketing e comunicazione che costruiscono una It bag (le foto alle attrici, la sceneggiatura di una serie tv, le liste di attesa programmate). Il modo migliore per creare una It bag è non crearla – più o meno lo stesso discorso di prima – non si tratta di pareti, lunghezze e altezze senza anima, ma del vuoto intorno al quale si costruisce il resto.
 La funzionalità. Il rapporto tra estetica e funzione – Tomas Maier ne faceva un esempio preciso. La mattina, con una mano teneva il giornale, con l’altra sollevava la tazzina del caffè – riappoggiando la tazzina sul piccolo piatto, 
il cucchiaino era scivolato verso il centro della base, la tazzina non trovava più il suo equilibrio, si rovesciava – e tu devi mettere giù il giornale, rimediare al disastro e interrompere così uno dei momenti piacevoli della giornata. La colpa è di chi aveva disegnato e progettato il piatto
per quella tazzina, disegnato male perché il cucchiaino non restava
 al suo posto ma scivolava al centro della base.

L’intrecciato, la Cabat, la poltrona Meta. Monica Vitti di Antonioni,
 le tubature cromate di uno stabilimento di Miami. Balenciaga e Madame Grès. Alex Prager. Viscose cinesi da tagliare con il laser. Quel tocco di gotico ripreso dai fondi oro di Giovanni Bellini – quelle farfalle, nelle miniature, 
i petali e gli inchiostri liquidi. I colori materici, il bianco del riso, il rosa
e il cacao scuro, il grigio perla. La simmetria del nome con il cognome, Tomas Maier, eliminando la h di Thomas.
 Io ho già scritto, e ne sono sempre più convinto, che la sobrietà – la sobrietà così in voga oggi – non abbia niente a che fare con l’understatement.
 La sobrietà è l’arte di saper fare esattamente quello che si vuole fare,
 saper dire esattamente quello che si vuole dire.