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triennale di milano

Rick Owens, le visioni

Text Francesca Scotti

 

«Tutte le volpi hanno potere soprannaturale. Ci sono volpi buone e cattive», scrive Lafcadio Hearn nel 1984, giornalista e scrittore irlandese naturalizzato giapponese, nel suo Glimpses of Unfamiliar Japan. «Strana è la follia di coloro posseduti da un demone volpe. Talvolta corrono nudi gridando per le strade. Talvolta dormono o con la bava alla bocca, ululano come volpi. La gente posseduta si dice che parli e scriva in lingue fino allora sconosciute», scrive ancora Hearn.

Una figura femminile dalle lunghe orecchie, avvolta in un verde tenue, abita il manifesto della mostra di Rick Owens alla Triennale di Milano. La postura ricurva, il viso voltato come fosse stata sorpresa mentre, ancora indisturbata, si muove nel proprio regno, la corona o mitra dotata di orecchie che porta sul capo, le sfumature fulve nella chioma e nell’iride, mi riportano agli spiriti volpe, alle leggende giapponesi che le vedono trasformarsi in donne o ragazze con poteri strani, ammaliatrici, ma anche messaggere, guardiane del santuario, in grado di proteggere luoghi e persone: il Giappone mi ha insegnato a convivere con un immaginario popolato da figure rituali, bizzarre, conturbanti. Le volpi ne sono un esempio – intelligenti, dotate di poteri sovrannaturali, capaci di mutare la loro forma da animale in umana per ingannare chi le incontra, ma anche sapienti, benevole come nel caso delle messaggere del kami shintoista di Inari – il kami dell’agricoltura, del riso, della fertilità – e rappresentano una presenza importante nell’immaginario, nel folklore, nella mitologia giapponese.

La mostra, di cui la volpe è messaggera, è Subhuman Inhuman Superhuman, una retrospettiva su oltre vent’anni della carriera di Rick Owens. Ti accoglie una scultura magmatica opera dell’artista, Primal Howl: cemento, gigli polverizzati, capelli dello stilista, sabbia dell’Adriatico raccolta al Lido di Venezia vanno a costruire una massa nera. Al Lido Owens possiede una casa e, un giorno lì, come ha dichiarato, verrà sepolto. Il fenomeno Owens nasce nel 1962 a Porterville dalle parti della San Joaquin Valley, dove un assistente sociale e una maestra di scuola gli combinano addosso un concentrato di aspettative. Papà John gli nega cartoon e tv e lo rimpinza di musica classica e di classici, mamma Connie che lo accompagna tutti i giorni alla scuola cattolica si occupa dell’istruzione pratica. Dopo aver frequentato per due anni l’Otis College of Art and Design, abbandona gli studi, e un tipo di approccio ‘intellettuale’ all’arte, per dedicarsi a un corso di modellistica e taglio del tessuto che gli permetterà di avere un contatto diretto e concreto con i materiali che diventeranno gli ingredienti della sua idea di moda. Da questo bisogno di concretezza e di lavoro sul materiale nasce anche uno dei suoi capi simbolo, la giacca in pelle dal taglio asimmetrico e dall’aspetto logoro, effetto cercato e ottenuto grazie ai lavaggi. Questa giacca simbolo, a metà degli anni Novanta, poggia sulle spalle di personaggi come Courtney Love, Helena Bonham-Carter e Angelina Jolie.

È il 1994 quando Rick Owens lancia il suo marchio e il suo stile. In cui il passato, il primordiale, si confrontano con un presente, con un poi che ne sono tanto la declinazione quanto la mutazione. Il debutto in passerella arriva qualche anno più tardi nel 2002, con la prima collezione durante la settimana della moda a New York. Anno in cui decide di accettare il ruolo di direttore artistico del marchio francese Revillon, fondato nel 1723, scelta che lo porterà a trasferirsi dagli Stati Uniti a Parigi. Qui concentrerà la sua attività, e condividerà la sua avventura con una figura centrale nella sua vita, vera complice del suo talento: Michéle Lamy. Un’icona della vita notturna underground della Los Angeles degli anni Novanta, una creatura con dita tatuate e denti dorati, stilista, produttrice cinematografica, performer che diventerà moglie di Owens oltre che socia e fonte d’ispirazione. Grazie a lei, Rick Owens riesce a equilibrare eccessi e un percorso creativo scandito da abiti in cui i confini del tempo, di luce e ombra, di purezza e corruzione, fede e superstizione, scricchiolano fino a crollare. Abiti in cui l’uomo, la donna, l’essere oltre al genere, vengono reinterpretati nel senso e nella forma: il corpo è luogo privato e palcoscenico, artificiale e biologico, subumano, inumano, superumano, ma forse anche postumano. Nei colori neutri delle sue creazioni, nell’uso del nero, negli echi di Poe, Lovecraft, ma anche dei miti greci, di Moebius, di L. Frank Baum risuonano potenti le sue matrici materne messicane, azteche, maya: si trasferiscono in abiti che plasmano l’anatomia, tanto morbidi quanto geometrici, esoterici eppure naturali affini ai colori della Terra e che hanno portato Owens a essere accostato ad artisti giapponesi come Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo.

Le sfilate leggendarie di Rick Owens sono molte e alla Triennale di Milano si possono ripassare grazie a una video istallazione che le proietta su una doppia parete: memorabile quella per la Collezione Donna Primavera Estate 2014, Vicious, dove le modelle – non modelle sono atlete specializzate in stepping che danzano mixando elementi di marcia, tap dance, danze africane e quella della Collezione Donna Primavera Estate 2016, Cyclops, in cui alcune modelle indossano, oltre agli abiti, altre modelle sulla schiena o sul petto sostenute grazie alla capacità muscolare e a delle cinghie che non costringono anzi aiutano, in un esercizio di energia e collaborazione.

Owens il mago, lo sciamano, l’erede fashionista di David Lynch o Joseph Beuys. Owens l’alchimista è davvero indossabile da tutti? Penso alle mie volpi giapponesi e alle suggestioni etnologiche al limite e a rischio del Kitsch – un rischio che Owens accetta con un sorriso, o un ghigno, immagino – e mi imbatto in una coppia di giovanissimi che rimbalza da un pezzo all’altro della mostra. Il ragazzo è un owensiano, dalla testa ai piedi, calzati di boot che richiamano i guerrieri-monaci dello stilista californiano. Owensiani sono anche i pantaloni e il giubbotto-cappotto destrutturati, ricchi di panneggi e pieghe e insenature che nascondono ed esaltano il corpo; la ragazza è una sacerdotessa del quarto millennio, avvolta in un manto nero che nasconde ogni sua forma e gioca con l’idea stessa di gender. I manichini dal viso tempestato di frammenti luminescenti, nelle teste imbozzolate, nei corpi protetti e avviluppati da stoffe che vestono e colano, elevano e difendono, nelle linee ora selvatiche ora geometriche che definiscono donne volpi o donne samurai, mi pare di leggere anche la fatica della metamorfosi imprescindibile a ciascuna crescita.

Courtesy Press Office
triennale.org – @latriennale

Scultura Architettura Città

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Rischiava di essere dimenticato fra tanti altri scultori milanesi del secondo Novecento. Eppure, una delle sue opere, Gesto Per La Libertà (1972), è collocata in piazza della Conciliazione a Milano e viene guardata ogni giorno, diventando parte integrante e imprescindibile di quella sezione del paesaggio urbano.

A Carlo Ramous (Milano, 2 giugno 1926 – 16 novembre 2003) è dedicata una retrospettiva alla Triennale di Milano, a cura di Fulvio Irace e di Luca Piero Nicoletti, visitabile fino al prossimo 17 settembre. Il titolo, Scultura Architettura Città, riassume una catena di rapporti fra tre elementi inscindibili nell’opera di Ramous che concepiva i suoi lavori come segni attraverso i quali portare la cultura in giro per lo spazio urbano. Non solo nelle sue zone centrali ma anche nelle periferie, in una collaborazione proficua con gli architetti e i progettisti. È quella che Francesco Tedeschi, in uno dei testi critici della mostra, definisce «una naturale vocazione ambientale, che trova la sua connotazione specifica negli anni Settanta, quando si assiste a una forte espansione della scultura a destinazione urbana». Una nuova strada avviata nel dopoguerra, dopo l’ossessione monumentale del regime.

La prima sala della Triennale che ospita le sculture più grandi in bronzo scuro – come quella di piazza della Conciliazione – è stata immaginata come se fosse uno spazio urbano, dimensionato da colori astratti e dalle fotografie in grande formato di quell’installazione del 1974 nella piazzetta Reale, accanto al Duomo di Milano. Questa mostra indaga l’intero percorso artistico di un autore che plasmò con l’argilla, il legno e l’acciaio. In una sfida tra gravità e armonia, secondo la sua concezione di scultura pronta a staccarsi da terra per librarsi nello spazio. Troviamo anche disegni, dipinti, bozzetti preparatori e una spilla. Cambiano i materiali e le tecniche e con loro evolve lo stile di Ramous che si sposta alla concezione dello spazio urbano solo dopo un primo periodo materico. Accanto a opere e bozzetti ci sono fotografie in bianco e nero scattate da Enrico Cattaneo. Ha registrato la storia della scultura moderna, documentando all’inizio degli anni Settanta alcune delle più importanti manifestazioni di scultura nello spazio urbano.

Ben raccontati ci sono anche i lavori di ‘archi-scultore’ di Ramous che realizzò le facciate della chiesa di Santa Marcellina, riprogettata insieme all’Architetto Mario Tedeschi tra 1958 e 1960, e di quella di San Giovanni Bosco, a Baggio nel 1965. La decorazione della facciata dello stabilimento Cino del Duca a Blois (1961-63), commissionato dall’ingegner Tullio Patscheider dopo una precedente e proficua collaborazione. Le tracce di Ramous si sarebbero forse perse se non fosse stato per Walter Patscheider, figlio dell’ingegnere, in qualche modo ossessionato dalla volontà di collezionarlo e di conservarne la memoria.

Una chicca? La scala in cemento vivo nascosta nel retro del bookshop della Triennale decorata da Ramous con linee, solchi e graffi, la sua firma.

Carlo Ramous. Scultura Architettura Città.

Palazzo della Triennale
Viale Alemagna 6 – Milan

2 luglio – 17 settembre 2017

Orari: Martedì – Domenica 10.30 – 20.30

Images courtesy of Press Office
www.triennale.org – @latriennale
Alessandra Lanza – @ale_theia