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The Fashionable Lampoon
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valerio piperata

Incontro con M¥SS KETA

Text Valerio Piperata
@valeriopiperata

 

M¥SS KETA è la cosa più autentica della discografia italiana contemporanea, pur essendo un gigantesco fake. Di lei non si conoscono volto, nome, età. Si sa soltanto che nel 2013 ha fatto uscire su Youtube il singolo Milano sushi & coca, da lì un’altra serie di pezzi come Xananas e Burqa di Gucci, fino alla pubblicazione lo scorso 20 aprile del suo primo disco Una vita in capslock. Ha raccontato varie volte di essere stata amministratrice delegata in Rovagnati, musa ispiratrice di Dalì, amante di Agnelli e di aver fatto compagnia in barca a D’Alema. Ci incontriamo nel rione Monti, uno dei quartieri più belli di Roma. Lei ha il viso coperto da una mascherina di merletto rosa e occhiali da sole. È molto giovane, non avrà venticinque anni. «In realtà ho diciotto anni, come avevo diciotto anni negli anni Ottanta. Sono solo una diciottenne che ha fumato tante sigarette» mi spiega. M¥SS KETA gioca con i luoghi comuni dell’Italia sopra le righe dei film di Vanzina e del Berlusconismo, rendendosi protagonista di tutto: «Berlusconi mi ha fatto entrare in Mediaset come soubrette, gli devo molto». Mi ripete di Rovagnati, Dalì, e su D’Alema aggiunge: «è pieno di debiti, per questo è fuori della scena politica oggi. Mi deve ancora i soldi di una cena al ristorante, ho ancora lo scontrino. Era una cena di pesce, mi ha chiesto di anticipargli i soldi, ha il braccino corto».

 

Una volta hai detto di essere una donna di spettacolo e uno spettacolo di donna.
«È il mio mantra, anche perché io mi definisco una performer, non posso dire di essere una musicista. Non ho neanche un pubblico preciso, io voglio arrivare a tutti e cantare a tutti dei modi che conosco per sfuggire alla realtà: cocaina, chirurgia plastica e fama».

Ti senti più amata o odiata?
«Ho molti haters, ma scambierei cento volte mille like con il commento di un hater. Gli haters fanno parte del gioco e hanno una forza di diffusione dieci volte maggiore dei fan. L’unica cosa che mi fa incazzare è quando mi criticano a scatola chiusa, quando è così rispondo sempre, vai a controllare».

Ho letto diversi commenti che ti paragonavano a Sara Tommasi nel periodo in cui faceva video con Andrea Diprè.
«La cosa non mi offende, Sara è una bellissima ragazza. Con lei e Diprè abbiamo fatto alcune riunioni degli Illuminati insieme. Diprè poi è stato buttato fuori perché era troppo ubriaco».

Perché la scelta di indossare una maschera?
«All’inizio mi serviva per poter parlare liberamente di cose forse scomode, come la droga. Poi, col tempo, la maschera è diventata un archetipo, nel senso che tutti possono indossarla e tutti possono essere M¥SS KETA. E poi in un momento storico pieno di volti, selfie e vanità, a me piace nascondere il mio viso. È il mio atto di ribellione all’ultra presenza dell’identità».

Com’è una vita in capslock?
«È il mio statement. Da quando è nata M¥SS KETA tutte le comunicazioni che ho fatto sono state in maiuscolo. Il capslock è la visione della vita che ti salva dai momenti negativi, dalla routine quotidiana, un metodo per affrontare le difficoltà. È la mia visione del mondo».

Hai esordito con Milano sushi & coca. Anche Marracash ha fatto una canzone che parla di Milano in questi termini, s’intitola Sushi e Cocaina.
«È uscita dopo la mia, me l’ha copiata! Io voglio bene a Marra, ma è tanto bello quanto ingrato. Lui ci ha provato con me, ma gli ho detto che dopo questo sgambetto non potevo accettare. Comunque il sushi e la coca sono un bene pubblico di Milano, la coca in particolare è ancora uno status quo come negli anni Ottanta, non ho il copyright su questo. E poi i primi ad avere associato le due cose nella musica sono stati i Marta sui Tubi, anche se in modo doloroso».

Chi sono i tuoi riferimenti?
«La Carrà, una delle prime femministe secondo me. I suoi testi sarebbero potenti ancora oggi. Poi Donatella Rettore e la Jo Squillo che cantava Violentami: incredibile».

Un vulcano di no

Francesca Michielin – ph. Sergione Infuso

Text Valerio Piperata
@valeriopiperata

 

Si sarebbe potuto evitare, per una volta, l’ennesimo pezzo che scala le vette della classifica delle radio, totalizza cinque milioni e mezzo di views su YouTube e, alla fine, riesce a non parlare di niente. Questo è il risultato del singolo di Francesca Michielin, Vulcano, che anticipa un album di cui ancora non si sa, ma di cui forse già si intuisce troppo.

Corro di notte, i lampioni, le stelle, c’è il bar dell’indiano, profuma di tè, rido più forte, mi perdo nell’alba, sei in tutte le cose e in tutte le cose esplode la vertigine che ho di te – canta la ventiduenne di Bassano del Grappa mentre si sbraccia sotto il cielo di Berlino (vi prego, basta: la capitale tedesca è un cliché che non passa mai di moda, Tommaso Paradiso, Thegiornalisti, ne sa qualcosa), mangia fragole e balla ascoltando musica da un vecchio lettore cd, nello sforzo di sterzare quanto più possibile da un’immagine di sé di ragazzina prodigio nata dalla scatola di XFactor – che ha il merito di partorire aborti musicali come i sogni.

«Basta storie eteree – ha dichiarato la cantante – Di’ esattamente quello che c’è da dire. Verità contro vanità: stupisci te stessa, prima di volere stupire gli altri, fai qualcosa che non ti aspetti prima di qualcosa che non si aspettano». Peccato che il testo Vulcano sia una copia de L’ultima Festa, di Cosmo, il cantautore ritenuto il nuovo Franco Battiato. Quello che stupisce è che Francesca Michielin sia riuscita a cantare un pezzo che non sa di niente: ha prestato la sua voce – abile, potente e estremamente capace – a parole senza un concetto.

Il tutto sopra una base che strizza l’occhio senza dignità a tutti i trend possibili, con una ritmica che potrebbe stare sotto un pezzo reggaeton e dettagli qui e lì di trap, che ormai ha un mercato che viaggia da sé e che tutti saccheggiano. Più che qualcosa di esplosivo, Vulcano è un altro brano da cantare a squarciagola (oppure no) in auto, mentre vai in discoteca e pensi alla tua storia sentimentale, così speciale per te eppure così uguale a tutte le altre, ma che dimenticherai un attimo dopo, in attesa della prossima storia mediocre.

Image courtesy of Getty Images
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