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The Fashionable Lampoon
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Very recommended

Calistoga Ranch

Lobby
Vineyard View
The Lakehouse Restaurant
Deluxe Lodge Exterior
The Estate Lodge Exterior
Oak Creek Lodge
Swimming Pool

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

La camera atterra sulle colline della Napa Valley. È agosto, l’uva sulle viti, il sole bacia gli avambracci appoggiati sul finestrino abbassato di un Suv Chevrolet – voltando sulla destra dalla strada principale, si sale al Calistoga Ranch: un bicchiere di vino bianco si mescola al succo di una pesca che mordi e che ti scivola lungo il mento. La piscina ha l’acqua salata, oltre al giardino e a un viale di lagerstroemie bianche. C’è il pollaio – l’odore di paglia secca, di piume animali, di uova tolte alla covata. All’alba l’aria è fresca, il camino all’aperto sul terrazzo di legno – la colazione sulla sponda di un lago, un daino ti osserva con sospetto mentre mangi l’uovo che dicevo poco fa – alla benedettina, con un poco di senape sulla lingua.

 

 

Calistoga Ranch

Post Ranch Inn

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

California State Route 1 – è stata riaperta un mese fa, dopo più di un anno di chiusura al traffico – un pezzo di montagna era franata in mare interrompendola a metà. Big Sur è il fiume che corre lungo la costa cercando un valido tra la parete di montagne che fanno muro all’oceano. Big Sur è anche il titolo di un libro scritto da Kerouac già famoso: un gruppo di Beatnik vivono un’estate tra San Francisco e una capanna sul mare, in compagnia di un asino e di tante bottiglie – non andate a Big Sur senza averlo letto, non perché il romanzo abbia un valore, ma perché un viaggio comprende la strada, le anime che raccontano questa strada e i profumi che vi corrono. ll Post Ranch Inn è una tenuta sul ciglio, a strapiombo sull’Oceano Pacifico – le case triangolari, sempre alla moda di Lloyd Wright, sono costruite e sospese sugli alberi – la sera accendi il camino, la mattina all’alba trovi i cervi al pascolo e una coltre di nubi sopra il mare che potresti essere sul Monte Bianco o in aereo e invece sei davanti al mare. Non c’è inquinamento luminoso qui, le città sono distanti – è uno dei posti tecnicamente migliori per vedere le stelle, e posso giurare che così tante stelle nel cielo io non immaginavo potessero esserci – sì, certo, lo so che le stelle sono infinite, ma non immaginavo l’infinito potesse essere così.

 

Postranchinn.com

Post Ranch Inn
The view
Post Ranch Inn
Post Ranch Inn
Suite
Post Ranch Inn
Suite
The Restaurant
The Terrace
The Terrace

Locanda La Raia

Italian garden outside the entrance of Locanda La Raia
External pool at Locanda La Raia
Swimming pool at Locanda La Raia. ph. Calamara.
Remo Salvadori, Nel momento, vertical installation of sixteen tin elements at Locanda La Raia, 2013
Remo Salvadori, Il Sabato piantare il cipresso... garden architecture in marble water and essences for Locanda La Raia
Remo Salvadori, Continuo infinito presente, garden installation made of an endless steel ring for Locanda La Raia, 2013
Adrien Missika, Palazzo delle Api, 2018, Fondazione La Raia Novi Ligure. ph. Anna Positano
Multi-coloured round bales made with industrial straw. Michael Beutler for Locanda La Raia
Interior staircase at Locanda La Raia

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

In cima alla ‘strada delle ville’, che corre tra Novi Ligure e Gavi, c’è una grande casa verde che veglia sulle vigne di uva cortese – è la Locanda La Raia della famiglia Rossi Cairo, un progetto firmato dallo studio deamicisarchitetti. Un tempo posteria, circondata dalle dimore estive dei nobili genovesi, oggi è un approdo sicuro, che immersa in un mosaico agrario di centoottanta ettari si erge come architetto del paesaggio.

La lavanda e il rosmarino. Nel giardino di erbe aromatiche che accompagna all’ingresso e che imita le venature di una foglia vista dall’alto – reinterpreta in nuove forme il giardino all’italiana; il giardino che sfuma verso i vigneti, è stato realizzato sul concept del team francese Coloco, allievi del paesaggista Gilles Clément – è un’educazione allo sguardo.

Nel prato sbuca la piscina della spa; intorno, le viti dell’azienda agricola biodinamica La Raia affondano le radici in un terreno marnoso, si producono Gavi DOGC e Piemonte Barbera DOC. Le mucche libere nel prato e le opere di ‘Fondazione La Raia’ – i tre progetti di Remo Salvadori sono site-specific e coincidono con la natura, le rotoballe multicolori fatte di paglia industriale di Michael Beutler, il ‘Palazzo delle Api’ di Adrien Missika, artista francese specializzato nella creazione di ‘bee hotels’, è una piramide rovesciata con oltre 2300 fori scavati in un blocco di luserna che offre riparo agli impollinatori – Albert Einstein sosteneva che se l’ape scomparisse dalla terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita.

Dentro la Locanda, l’ospitalità è slow. L’antico camino in pietra è sempre acceso, quando ti svegli presto al mattino nella speranza di vedere il santimpalo in volo. Non c’è la reception all’entrata, un lungo tappeto bianco e la miglior accoglienza affidata a João e Stéphanie. Non c’è il bar, è organizzato in un armadio verde in mezzo al salotto fatto di archi e divani di velluto. La cucina a vista degli chef Simone e Valeria è di casa. Una fetta di torta con le arance e il cioccolato con il tè per la merenda, le nocciole caramellate con il caffè. I cereali antichi di farro monococco e miele. Il sale di Maldon sulla tartare di Fassona della tenuta è frizzante sulla lingua – quando il sale marino è a fiocchi, è vita e salute. Al piano di sopra ci sono dodici camere con il nome di un fiore, e gli armadi e i cassettoni in stile antico piemontese, pezzi di design, quadri e libri di famiglia – il gusto italiano.

Hotel de Russie

Hotel de Russie
Hotel de Russie

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

Lampoon Agenda è la rubrica di viaggi su Lampoon, sia sul cartaceo che sul sito web, che recensisce alberghi e tappe di viaggi. La nostra ricerca non è concentrata sul lusso, ma su quello che definiamo piacere: qualità di vita, sapienza dell’ospitalità, tradizione italiana – gusto, semplicità, buone maniere e tanto buon senso. Abbiamo recensito alberghi piccoli e quasi segreti come Casa Fantini sul lago d’Orta così come Palazzo Alvino a Sorrento – due esempi dove il piacere di vivere vale il caro prezzo di una stanza a (sì, a volte molto caro). Allo stesso tempo, penso sia corretto su questa, dare avvertenza su quelle strutture che non sono corrette nella categoria che espongono, né sul rapporto qualità prezzo che non supera i minimi di decimale – così, proprio come succedeva un tempo su tutti i giornali.

Dietro uno tra i tanti angeli di Piazza del Popolo, apre l’Hotel de Russie come un respiro fresco in questa fatica. Semplice nell’arredo, lascia parlare il contesto – il genius loci di Roma è quello di una storia universale, giocarci è stata la poesia di tanti fallimenti. L’Hotel de Russie riposa in una hall con volumi ampi e inediti per Roma, bianco e fiori – lo spazio ti permette il respiro, il sorriso. Nel cortile per i tavoli all’aperto. una colazione al sole anche a novembre. Una scalinata di pochi gradini sale in giardino, sul pendio del Pincio. La cucina resta semplice: le mozzarelle, i pomodori, la focaccia. Alcune stanze anche qui possono essere piccole compromettendo il livello dell’intero albergo, ma ce ne sono poche – la maggior parte delle camere è la stanza da letto che vorresti avere a casa tua. I soffitti sono alti, i soprammobili di falegnameria olandese si mescolano a grigi azzurri, pavimenti lucidi a coppale, i beige, la panna e rifiniture in nero. I prezzi certo, sono alti – ma quanto meno, c’è una professione e una serietà.

Info.

 

Hotel de Russie è parte di Rocco Forte group – insieme a the Savoy a Firenze, e al Verdura, in Sicilia. Nuove aperture in programma.

Grand Hotel Fasano

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Era un sabato di giugno, in tanti arrivavano sul lago di Garda – dal nord, dall’Austria, per abitudine; da Milano e dal Veneto, per gli open di Golf, da Roma per il matrimonio al Vittoriale di Francesco d’Annunzio e Giulia Mazzoni, vestita da Gucci tra farfalle e jacquard – qui si raccoglieva un mix da villeggiatura, da Roberto d’Agostino al Tg5, oltre il pettegolezzo sublimando il trash – fino addirittura a Michael Nyman, maestro pianista compositore, premio Oscar per The Piano, che con Giulia ha collaborato su più brani dei dischi di lei e sulle tournée in giro per il mondo con cui questa ragazza continua a viaggiare per i continenti.

Quel sabato, nel primo pomeriggio scendendo dal Vittoriale, la strada lungolago portava all’ingresso di un albergo che fu dimora reale della famiglia d’Asburgo – il Grand Hotel Fasano si lasciava alle spalle il clamore e il successo di quel sabato italiano, per sedersi a un tavolo apparecchiato all’ombra di una magnolia in fiore, a pochi metri dall’acqua. Le magnolie sono due e poco distanti, i rami si intersecano formando un ombrello di foglie per l’aria fresca. Il vento umido porta il sapore dolciastro e lacustre, mescolato al profumo del sole – il profumo del sole, per chi lo vuole riconoscere. I tavoli in ferro battuto, le anatre, germani nobili, camminano sul prato e sulla ghiaia chiedendo – con un poco di altezzosità – qualche briciola di un buon pane. Quelle magnolie e la loro ombra sulla tovaglia bianca, un piatto di vitello tonnato e una crema di pomodoro e basilico, hanno prodotto un’immagine che è la poesia di una primavera italiana.

Il Fasano è di proprietà dei fratelli Mayr, Olliver e Patrick – forse uno dei migliori alberghi che abbiamo recensito in questa rubrica, Lampoon Agenda. Le stanze affacciano sul lago a est per il risveglio: si intravede l’altra sponda e l’isola del Garda. Una barca a vela solitaria accelera sulla brezza, gli ospiti tedeschi nuotano al largo a loro agio. I cigni prendono il volo – la foschia dissolvendosi, mentre i raggi di luce girano sulla meridiana.

All’ultimo piano, la camera gioca sulle tonalità candide, tra la crema e il beige – c’è una peonia rossa e schiusa. La porta finestra rimane aperta oltre le tende che volano, in terrazzo sono disposte due sedie allungate, ereditate da Thomas Mann o dal principe Rodolfo. Il pavimento in cotto esagonale è tirato con tale abbondanza di cera che sembra coperto d’acqua, lucido come uno specchio, l’essenza del pulito. La mattina, la colazione è in terrazza, le fragole degli orti coltivati sui pendii scoscesi della zona. Il cuore s’innamora come ieri, l’aria delle dieci di mattina attraversa l’ombra dei tigli, dei cipressi, delle palme da lago – di quelle due magnolie in fiore – portando ancora e ancora, il profumo del sole.

Grand Hotel Fasano

Via Zanardelli, 190

25083 Gardone Riviera (BS)

T 0039 0365 290 220

hotelfasano.it

San Montano Resort

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

 

Il San Montano è un’antica casa in sospeso sull’isola che non riesce a distinguere il blu – quello del cielo da quello del mare. Tremila anni fa, a centootto metri sopra la baia dell’isola verde, i greci vi costruirono la loro Acropoli. Orientamento – verso est Napoli e il Vesuvio, a sud il Monte Epomeo, la costa Flegrea verso nord. A ovest il sole prende fuoco quando appare l’isola di Ventotene. Gli ulivi sono secolari, e c’è una buona confusione nell’aria: prima il profumo dal limoneto, poi la lavanda e il gelsomino, ancora la bouganville e il basilico.

L’altra sera a cena. In fondo al menù si legge: ‘tu per telefono ci devi fare l’amore con il cliente’. «Me lo diceva sempre il babbo, appena entrata in azienda ero timida», ci raccontava Maria Giovanna Paone a tavola con Michele, suo marito – l’incontro a Capri, poi a scuola insieme e per la vita. Sognavamo di mangiare pizza con i pomodori gialli. Troppo raffinato il menù. Della delizia al limone si è fatto il bis. La frutta fritta e il Passito. Acqua e Sale al piano bar, e il bagno a mezzanotte nella piscina di acqua di mare. Avvenne Domani, si chiama così una sezione del sito online del San Montano Resort di Ischia. Ritorna in mente il film del 1944 di René Clair, It Happened Tomorrow. Larry riceveva il quotidiano del giorno dopo, venendo così a conoscere gli avvenimenti che si sarebbero poi puntualmente verificati nell’immediato futuro. Funziona sempre così, dall’antica Grecia ai giorni nostri, il futuro è il racconto di ieri.

Il ‘diamante blue’ – 12 micron, per fare un abito leggero, di 350 grammi – è il tessuto preferito di Maria Giovanna, figlia di Ciro Paone, vicepresidente di Kiton e direttore creativo della collezione donna, «Mio padre lo scoprì alla fine degli anni Novanta. Sulle cimose dei tessuti c’è scritto ‘exclusive for Kiton’, ma probabilmente nessuno sa che lo dedicò a mia madre. Le diceva sempre: ‘tu sei il mio diamante blu’». Kiton deriva da chitone, l’abito che gli antichi elleni indossavano per andare a pregare all’Olimpo.

Dicevamo, Avvenne Domani, c’è scritto: la prima Kiton Vip Lounge apre al San Montano. Come in un salotto di casa. Due poltrone di tessuto simmetrico rendono irregolare le mattonelle vietresi gialle e blu del pavimento, la tappezzeria a righe bianca e azzurra sulle pareti. Un servizio tailor made per gli ospiti affidato a Scaglione, negozio che a Ischia è un riferimento per l’abbigliamento lusso.

Kiton – una famiglia – è un’azienda di prima, seconda e terza generazione. Ciro, il fondatore – le figlie Maria Giovanna e Raffaella, i cugini Totò, Antonio e Silverio. Due gemelli, Walter e Mariano, che sono figli di Totò. I loro cugini e altri nipoti. 180 sarti per i capospalla, 60 camiciaie, 10 pantalonai e 10 calzolai, per un totale di 420 persone che, «non lavorano per noi, ma con noi». Ne parlavamo l’indomani a colazione. Il sax in terrazza, nei cornetti crema e amarene. «Una donna non può servire tre padroni: l’azienda, il marito e i figli», Giovanna ricorda le parole del padre, un’azienda deve essere condotta da un uomo. Nel 1995 nasce la collezione donna, il mercato chiedeva un prodotto di alta sartoria femminile. «La vera eleganza è ‘maschia’», diceva Ciro Paone, perché la donna segue le mode, non si può dedicare a un prodotto di qualità. Oggi la divisione donna vale circa il 10% del fatturato e cresce almeno quanto la parte uomo. Farfalle su donne di bronzo blu ritagliano il cielo, sono le sculture di Antonio Nocera, del ciclo Inside Love Love Inside, dice il maestro, «È una mia lotta silenziosa, dedicata alle donne che sono al centro dell’universo, a partire da una crisalide. Il blu è Napoli, perché lì dentro è l’amore».

SAN MONTANO RESORT & SPA

Small Luxury Hotels

Via Nuova Montevico, 26 – 80076

Lacco Ameno Isola d’Ischia (NA)

sanmontano.com


Kiton.it

Palazzo Avino

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Le ceramiche a Ravello hanno un disegno a spiga triangolare: petali di girasole o raggi di sole – il sole a Ravello è apparso la mattina di Pasqua, dopo la messa cantata. Padre Angelo stringe il segno della pace con ogni fedele in chiesa, salendo e scendendo la navata tre volte. Parla di luce sopra il buio – e le nuvole si scostano, la volta si illumina. Al termine della funzione, avverte che all’indomani passerà per ogni casa, per ogni abitazione, a conoscere e scoprire i talenti e le cure della gente. Sulla soglia del portone in bronzo, don Angelo ha un ovetto di cioccolato per ognuno di noi.

Una domenica italiana, quella che smuove cinema e poesia per la brama del mondo – la trovi qui, in un paese a quattrocento metri di altitudine, sospeso e a strapiombo sul mare, lungo la Costiera Amalfitana. Una repubblica marinara, un’influenza orientale, da Bisanzio all’Africa, un commercio per nave – ti affaccia sul balcone di Palazzo Avino. La primavera e le gemme sugli alberi, le rose potate, i pini marittimi nei loro colori ombrosi, gli ulivi in argento.

I muri sono rosa. Palazzo Avino è un albergo aperto dal 1997, indirizzo a Ravello, tra Positano e Vietri. All’ingresso un carrello di fiori, sul pianoforte i giacinti rosa, i profumi di Creed nella boutique. I mosaici sui pavimenti, scacchiere geometriche – le ceramiche brillanti sono verdi smeraldo nella piscina prima del bagno turco.

Il casatiello, il pane per Pasqua uscito dal forno, un uovo intatto nel guscio è mescolato all’impasto. I pomodori e le foglie di basilico – i confetti con ripieni di babà. Seduti sul divano, un pezzo di cioccolato – sul tavolo c’è un libro di Slim Aarons, e una retrospettiva di Olivier Theyskens. La camera ha tre grandi finestre, spalancate, le tende volano per la corrente. Le nuvole del temporale corrono ancora lungo i cigli, il mare è mosso – la salsedine resta lontana, in un vortice che ti sfiora la testa, mentre leggi un romanzo di Brunella Schisa sul letto, scrittrice napoletana. Il rumore dell’acqua di una fontana ti risveglia nel pomeriggio, il libro aperto tra le mani. Un po’ di frutta – una pastiera, la cannella e i fiori di arancio e i canditi.

 

Per informazioni utili ravello.it

Palazzo Avino palazzoavino.com

Courtesy of the hotel

Portrait Firenze

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Una mostra sul viaggio di un calzolaio, che dall’America tornò in Italia, racconta una storia italiana che si chiama Salvatore Ferragamo. Da Piazza Santa Trinità via Tornabuoni corre placida, come fosse una diramazione dell’Arno in pietra chiara. Una cena in pochi alla cantina Antinori, prima che si sposti nell’altra ala del palazzo su via Tornabuoni: di notte è una passeggiata quieta.

La casa di Massimo Listri dietro borgo San Frediano ai più sembrerà una novella di un romanzo mai scritto – Listri cammina a braccetto con l’amico di una vita, confabulando su pezzi d’antiquariato da recuperare in una villa in Versilia. Il giardino dei Torrigiani. Un architetto e un editore – l’appartamento di Cesare custodisce piccoli oggetti, pietre dure e piatti cinesi, una mirabilia di libri e qualche pezzo di Gabriella Crespi. Massimo Giornetti disegna nuove traiettorie, tra Firenze e Hong Kong.

A Prato si va in taxi – o con una car to go – il Museo del Tessuto racconta la storia dell’industria che rappresenta la seconda voce del Pil italiano – la differenza tra le fibre, come queste siano torte e su quale giro – canapa, cotone, lana merino, angora – quelle artificiali e quelle sintetiche. Il valore del Museo del Tessuto ha un punto epico della nostra terra – mentre la mostra sui costumi per il film su Maria Antonietta girato da Sofia Coppola resta solo un pretesto vago.

Al centro di tanto, come un perno di una bilancia che tiene tutto in ordine e in orbita, un albergo lungo l’Arno affaccia sul Ponte Vecchio – il Portrait di Firenze. Volge a oriente, la mattina il sole entra da una vetrata spalancata sulla stanza al terzo piano. Il design di Michele Bonan sintetizza il gusto fiorentino – la capacità di sintesi, tra un genius loci così forte come davvero in nessun altro luogo al mondo, e un respiro che Firenze ha sempre saputo spirare dalla Cina all’Argentina. Il bianco luce tenue con inserti dorati, ben rifilati. I grigi argentati – non sai dire sia per il crepuscolo o per il riflesso dell’acqua del fiume. Nei corridoi, le fotografie di Listri riappaiono come ritornelli di una melodia semi pop.

Il Portrait fa parte della Lungarno Collection, couture di alberghi voluta dalla famiglia Ferragamo per le prossime tappe di un viaggio cominciato con un ritorno. La prossima apertura non è distante, affatto – sarà a Milano, nel cuore del quadrilatero: il Seminario Arcivescovile copre una metratura più ampia di Palazzo Reale, più del Duomo. Per ora, tutto è nascosto alla vista tra corso Venezia, via Sant’Andrea e via Bagutta. Pochi sanno comprendere la rivoluzione che da Firenze scorrerà a Milano, lungarno.

Images courtesy of the hotel

Faena Hotel Miami Beach

Details of the red  carper in a suite of the fauna Hotel in Miami Beach
Lobby, main entrance
Lobby

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Sì, la Sea Society si raduna a Miami a Dicembre. Design Miami e Art Basel accendono la conversazione dell’industria mediatica e sofisticata – per quanto il lusso possa permettere sofisticazione. Le tradizioni. Una Sea Society si definisce sopra le tradizioni di un luogo sviluppatosi in riva al mare che mal sopporta le nuove aperture, le evoluzioni e i cambiamenti. Il Casa Tua rientra in quella lista di luoghi che simbolizzano la costa su cui sono aperti – la Cave du Roy a Saint Tropez, il Dracula a Sankt Moritz, Annabelle a Londra, Cipriani di West Broadway a New York. Al primo piano del Casa Tua c’è il club – sulla porta, l’elenco dei membri. Lo snobismo è massimo – ma poi resta sempre relativo, ricordandoci Roberto Cavalli e la sua clique rimasta cool solo negli anni Novanta. Miami resta un po’ ancora a quel suo passato di lusso eccessivo, tra yacht e paparazzi – ma in questo turbinio, il calore e la carne del Casa Tua te ne fanno ricordare la poesia di una foto di Slim Aarons.

Il proprietario, Miky Grendene, ferma il tempo. Torni al Casa Tua, tutte le volte che sei a Miami, e la sera ti ritrovi lì. Lo staff è italiano, scelto con ogni cura, non ultima la bellezza – uno dei maitre, Beni, con una camicia bianca interpreta il sogno erotico di qualsiasi Eva Longoria che da disperata casalinga ha sempre voluto soddisfarsi.

Spostandosi verso nord dell’isola allungata, verso il Fontainebleau celebre ormai troppi anni fa, appare il Faena Hotel. Un quartiere, più che un albergo, un incrocio sulla Collins per gli investimenti della famiglia argentina Faena – di cui tra gli eredi è Sebastian, il fotografo sempre scelto da Carine Roitfeld, immerso in una clique di bellezza maschile ispanica, non per caso, amico di Jon Kortajarena. Davanti alla spiaggia, alla fine del giardino oltre la piscina, una teca di vetro racchiude lo scheletro di elefante dorato, opera di Damien Hirst. La foglia d’oro riappare nella lobby, ovunque intorno agli affreschi, dipinti o murales in stile Gucci – Guccy, a ragion veduta. Così nel ristorante, su un podio di eccesso che trova meraviglia, un’altra opera di Hirst: un unicorno, su un lato ancora dorato, sull’altro anatomicamente a vista.

L’albergo è il vecchio Saxony, un edificio preso dal set di Magic City e riportato a nobiltà con un design che – se è vero nelle grandi hall tocca un poco di kitsch – nelle stanza diventa un esercizio molto buono. Il dettaglio rosso è il filo del racconto – dai divani ai pattern del tappeto dove si mescola a un turchese acceso e moderno come la migliore moda di Prada o di Gucci – qui senza finale. Gli ombrelloni in spiaggia, rossi, ti riportano negli anni Quaranta, da dove attinge ancora energia il progetto di fascino a South Beach.

I cantieri sono aperti – c’è un museo, il grattacielo di Norman Foster, e il Casa Faena – forse a far rima e rivalità al Casa Tua di qui sopra, novità contro tradizione. Come il primo, Casa Faena si presenta come una più piccola residenza coloniale – qui non italiana, ma cubana, tra sedie in vimine e finestre a ogiva spagnola, e tanta letteratura che riporta alla Parigi dei Caraibi, dimenticandosi, forse a svista in questo progetto apparentemente senza freni, un giardino all’aperto.

Casa tua
1700 James Avenue – Miami Beach, Florida USA
305 673 0973
casatualifestyle.com/miami

Faena Hotel Miami Beach
3201 Collins Ave – Miami Beach, Florida USA
1 305 534 8800
faena.com/miami-beach

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

Casa Fantini

San Giulio island, The view from Casa Fantini hotel, Lake Orta

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Il rayon è una fibra simile alla seta che si ottiene lavando la cellulosa con ammoniaca. Un accordo tra Italia e Germania, prima della Seconda Guerra Mondiale, concesse alla ditta Bemberg di installarne una produzione industriale sulle sponde del lago d’Orta: era necessaria una grande quantità di acqua e appunto un lago valeva il caso. Le valli a Nord di Novara, tra Verbania e Varallo, erano da sempre sedi di fonderie in ottone – tradizione dell’arte antica di fusione in terra per campane da chiesa. L’ammoniaca rilasciata dalla Bemberg reagiva con il rame e i metalli pesanti scartati dai processi di cromatura. Il danno ambientale esplose negli anni Trenta e spense il lago: nessuna forma di vita nell’acqua. Ai bambini fu proibito fare il bagno.

Passò molto tempo. Solo negli anni Ottanta, l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi di Pallanza, parte del CNR, recuperò da una cava vicina tonnellate di bicarbonato e le riversò nel lago. Il PH dell’acqua si stabilizzò, i metalli si depositarono sotto il limo. Una storia di rinascita, Daniela Fantini ricorda bene: il primo a tornare fu il persico reale, con tutto il coraggio di maestà. Nel giro di poco arrivarono le anguille e le carpe. Le anatre selvatiche e i cigni. In riva si ritrovarono i gamberi d’acqua dolce, sul fondo le cozze di lago, che lentamente hanno lavorato ripulendo il sottosuolo dai metalli silenti. Oggi il Lago d’Orta è uno dei bacini più puliti d’Italia, a dieci metri di profondità l’acqua è potabile. Il distretto di rubinetteria che si sviluppa lungo le sue sponde e nelle valli intorno, è evoluto e attento agli impatti ambientali.

Daniela Fantini è la Signora di questo Lago – se per Signora vogliamo ritrovare quell’accezione protettrice e benevola che ricordiamo dalle saghe medioevali. La Signora ha chiesto a Piero Lissoni di progettare la nuova sede della Fantini Rubinetterie: una costruzione in vetro, lieve tra salici e ginestre. Sul bordo del parco della casa padronale, Lissoni ha poi disegnato un piccolo albergo che somiglia a un diamante, che brilla nell’ombra fresca. Sulla darsena, nel centro di Pella, Casa Fantini ha aperto agli ospiti lo scorso agosto, dopo cinquecento giorni di lavori – è dedicata agli architetti che da tutto il mondo vengono a visitare l’azienda, a conoscere le nuove idrauliche che fanno della Fantini una prima linea di design per l’acqua. Casa Fantini è un edificio di pietra e luce, incastonato nel verde della riva, le linee sono moderne ma gentili. Chi vi soggiorna respira l’aria buona, insieme alle libellule dell’Isola di San Giulio – il vescovo che arrivò dalla Grecia per fondare cento chiese.

Saremmo rimasti ore ad ascoltare queste storie di acqua e di pace. Una parola buona per tutti, una in più per un signore che ha appena compiuto cent’anni – quando domenica mattina abbiamo attraversato il paese con lei, Daniela Fantini, Signora del Lago.

Hotel casa Fantini/lake time

Piazza Motta, angolo Via Roma, 2 – Pella (NO)

0322 969893

Hotel MontChalet

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

A ottomila e venticinque piedi, l’equivalente di duemila e quattrocentodieci metri d’altitudine – lassù, dove le marmotte fischiano e le cime dei monti in autunno sono blu, mentre le nuvole architettano libertà che si respira nell’aria tenuta a bada dall’eternità delle Dolomiti. Qui si distilla il Gin 8025: sul Monte Seceda, in Val Gardena, dietro alla Baita Sofie di Markus e Brigitte. È la hütte della famiglia Prinoth: da giugno fino a fine novembre, prima di andare a lambicar, si raccolgono i botanicals.

I botanicals sono segreti sussurrati alle montagne. «Le bacche di ginepro. Le pigne del cirmolo e del pino mugo. La radice di angelica e l’asperula» – Markus ce ne svela solo qualcuna delle tredici erbe del suo Gin 8025, il più ‘alto’ del mondo. Profuma di bosco e ha un retrogusto di pompelmo. «Si serve con tre-bacche-tre di ginepro, acqua tonica Fever Tree e ghiaccio da acqua di fonte» – si raccomanda. La sua lavorazione si divide tra i prati d’alta quota, dove si va a caccia di erbe, e la distilleria Villa Laviosa di Terlano, azienda nata nel 2000 con l’obiettivo di realizzare distillati legati al territorio, e coniugare tradizione con innovazione. «L’8025 è un gin a zucchero zero perché il nostro scopo – sottolinea Alberto Franchi titolare di Villa Laviosa – è utilizzare tecniche che esaltino le proprietà delle singole botaniche, mantenendo i profumi e gli aromi originali delle piante raccolte nelle nostre terre».

Giù a valle, a Ortisei, di cirmolo profuma l’Hotel MontChalet di Kuno Moroder – cugino del discografico Giorgio Moroder. In soli dieci mesi, a fronte di un investimento di quattordici milioni di euro, ha inaugurato insieme all’amico e compagno di rally Marco Pezzuto, l’ultimo nato cinque stelle lusso gardenense. Che come si direbbe è tutto di legno, ma che è come se nel legno fosse stato scolpito. Lo chalet va scoperto dal basso. A partire dal garage che è un salotto. «È la passione comune per le macchine ad averci unito» – spiega Kuno, mentre ci racconta delle gigantografie alle pareti, un tributo agli amici: «Ci sono il pilota Walter Relul, Max Biagi e Carolina Kostner. Un Elikos – eccellenza degli elicotteri gestori del soccorso alpino, una macchina austriaca in carbonio della KTM». Nella wine cellar si può anche cenare e nella sala cinema insonorizzata si sta su poltrone bergerè. Un piano più su c’è il ristorante, con servizio e gentilezza tutto italiano – auguriamo la stella allo chef napoletano Francesco Carata. Nell’area wellness il legno diventa scuro, e il marmo di Patagonia si tuffa con i suoi colori – bianco, nero e oro, in una piscina cerulea per sbaglio. Niente Jacuzzi, è privata sul balcone di ogni suite – sedici in tutto. In camera, il colore del legno si mimetizza con le stoffe del letto, in contrasto solo alle maioliche di onice che s’intravedono nella sala da bagno.

Baita Sofie, Famiglia Prinoth
Via Mastlè, 64 – Santa Cristina Valgardena BZ
seceda.com

Hotel MontChalet
Via Paul Grohmann, 97 – Ortisei BZ
montchalet.it

Villa Laviosa
Via Bolzano, 11 – Terlano (Bz)
villalaviosa.it

Images courtesy of Press Office
stemaxeventi.it

Suvretta House

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

In Engadina ci arrivi salendo per il passo del Maloja. Oltre il muro e il dirupo del castello di Grayskull, ti sembra di planare su un altopiano fatato di Tolkien. Il drago riposa sul muschio, sotto la neve. Dopo l’ultima collina sul ciglio dell’acqua, tra gli abeti appare l’albergo più bello del mondo, il Suvretta Hotel. Somiglia a una reggia di Ludwig, ma senza delirio. Volge a ovest, verso il sole e verso il suo tramonto – in viso al lago di Silvaplana, dando le spalle allo scintillio di St. Moritz posata sul pendio che ne segue.

Ci saranno alberghi più lussuosi, più incredibili per tecnologie e avanguardia – il Suvretta rimarrà il più bello, per quanto ogni relatività possa concedere. La sua mole da reggia per l’imperatrice Elizabeth, forse un poco casa per le cure di Thomas Mann sulla sua Montagna Incantata, il suo profumo di legno e di stoffa, quei corridoi lunghi e le camere rotonde, la sala dorata del ristorante, la stufa gigantesca nella foresteria, una piscina di acqua bollente all’aperto sotto le stelle. Il Suvretta fa parte dei Leading Hotels of the World, la collezione di alberghi di lusso indipendenti e superiori che rappresenta benchmark, certezza e saper vivere – certo, per chi può permettersi di scegliere.

Non servono i colori delle Dolomiti. Qui la natura è così potente, a duemila metri, che l’ossigeno ti entra nei polmoni e ti apre la testa come non ricordavi di saper fare. Ci venivo quando ero piccolo – svegliarsi presto, all’alba, una colazione con uova e brioche svizzere al burro, poca frutta e tanta crema di cioccolato. Su per le piste, ero un bambino, con il maestro e gli altri ragazzini della scuola di sci. Al Suvretta, la seggiovia parte fuori dalla porta dell’albergo. Per una settimana, così bianca in montagna, la macchina non mi ricordavo neanche mi avesse portato fino a lì. Tutto a piedi, tutto limpido – fino in alto, il Piz Nair: a gennaio fa troppo freddo, ma a febbraio si può fare. Sciavamo fino all’una, poi tornavamo a mangiare giù – prima di lunch, un bagno in piscina con la nonna – poi una maglietta pulita, nello stomaco altre uova, di nuovo su in alto, su e giù per le piste.

St. Moritz, si dice Top of the World – il sole con raggi gotici, tedeschi, nel logo. Crescendo, negli anni dell’università, a questa velocità le notti le perdevamo al Dracula, senza dormire, Belvedere e Rose’s. Una vita da sogno – mai gli occhi chiusi, tornavamo alle quattro, alle nove eravamo in piedi, di nuovo sulle piste – con clemenza sì, ma entro le dieci. Eravamo solo figli di papà, non avevamo soldi nostri – ma la merenda con il caviale riuscivamo a farcela offrire da qualcuno. Ubriachi, gli shot alcolici al Corviglia. Aspettavamo a scendere, gli impianti chiusi – e così negli occhi senza maschere perché la luce era dolce, scendevamo a valle – il tramonto oltre le vette, sopra il lago ghiacciato, bianco.

Che vita! Charles Ephrussi arrivato da Parigi – prima che tutto questo sogno s’infrangesse, si rompesse come vetro, in ogni vita adulta – ma le schegge di cristallo brillano lo stesso, e se le polverizzi diventano materia di stelle. Il Suvretta si erge roccaforte davanti alle ville dell’Engadina. Un paese per lo Scia di Persia, per Onassis, per tutto quel mondo del secolo scorso composto di diamanti, per chi oggi ne comprende il vanto della decadenza. Chi ne discende, oggi, non potrà avere mai quel trascorso, quel saper fare, quel successo. Al Suvretta, le camere sono nuove, le hanno rimodernate. Tutta questa fantasia, questa mia meraviglia, tra un principe Asburgo e Soraya, esiste e resiste. Torni al Suvretta, è identico. Quei pomeriggi di neve al sole, per un bambino timido o per un ragazzino strafottente, sono ancora lì. La nostalgia sparisce, il tempo si ferma, il sole ti abbaglia – al Suvretta, l’albergo più bello del mondo.

Hotel Suvretta House St. Moritz
Via Chasellas 1
CH-7500 St. Moritz
Tel: +41 81 836 36 36

suvrettahouse.ch/en

Part of LHW – The Leading Hotels of the World
lhw.com

Hotel La Perla

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

G come Giulian, che vuol dire grazie in ladino. «Qui è arrivata la montagna in autunno. Bellezza un po’ intirizzita. Perché nel volo d’aquila sotto il Boé, in una pistilla di zafferano, in un petalo peloso di una stella alpina, nella fredda pioggia qui che non è un peccato, semmai un dispiacere, e nella calda acqua lì, che dalle viscere sgorga nell’orizzonte attaccato a questi monti nelle nuvole basse di un tempo mai cattivo e a tutta quella verità che ci circonda che la Bellezza esiste. Un mistero svelato, un segreto evidente, questa vita. La Bellezza esiste e non teme niente» scrive Michil.

Qui è il La Perla di Corvara in Badia della famiglia Costa. Qui è casa. Tutti ti chiamano per nome quando ti incontrano. Tutti vuol dire uno staff di circa centoventi persone che equivalgono a un rapporto di uno a uno con gli ospiti. Ospiti, non chiamateli clienti. Era mattina presto, ero scesa fuori in pigiama perché volevo vedere il Sassongher carezzare le nuvole. Anni, la signora Costa, moglie di Ernesto, chignon basso biondo cenere, gonnellone e gilet, stava sistemando i fiori sul tavolo con Stefan. Sono tutti di colore diverso. Si interrompe per andare alla lumaca delle spezie – una chiocciola di vasi in legno per piante aromatiche che si sviluppa in altezza, come vuole l’antica tradizione medioevale altoatesina: è là dietro, sotto l’ombra del pino argentato. Il pino argentato è un regalo di papà, piantato nel 1941, quando il La Perla non era ancora la casa di tutti, non era ancora la casa dei suoi ospiti. Le spezie, che dalla lumaca vanno nella cucina della Stüa de Michil, una stube del Settecento che ti avvolge come l’ovatta.

Il silenzio del coravin che spilla il vino con un ago è più forte del pop delle bottiglie sciabolate con arroganza (dicevamo si tratta di modo, gentile). Le bottiglie si chiamano anime. Michele, il sommelier, scende giù a prenderle in cantina con la pertica, il palo dei vigili del fuoco, per intenderci. La Mahatma Wine Cellar, dalla lingua indiana, Grande Anima. Un viaggio, attraverso più di trentamila bottiglie e millecinquecento etichette fino al Tempio del Sassicaia, dove ha addirittura sede l’Ordine dei Cavalieri degli Amanti del Bolgherese. Inginocchiandosi di fronte al tabernacolo si apre uno scrigno che custodisce la bottiglia numero uno del Sassicaia, un rarissimo 1968, prima annata di produzione della casa toscana.

Tra i tavoli della Stüa, Michil danza: i suoi sorrisi, tutti diversi, gli aneddoti che non si ripetono, intavolati come se ci si conoscesse da una vita, «perché un giorno senza sorriso è un giorno perso». Nel bistrot, il camino è acceso, non fa freddo. C’è un profumo di pino e cannella e caffè – torrefazione Gianni Frasi, il cacciatore di chicchi. Chi suona il pianoforte, canta «It’s a little bit funny, this feeling inside. I’m not one of those who can easily hide, I don’t have much money but boy, if I did, I’d buy a big house where we both could live». La nostalgia. Domani si parte. Fuori, il Sassongher è buio.

Hotel La Perla

Str. Col Alt 105 – Corvara, Bolzano IT
+39 0471 83 10 00
hotel-laperla.it

From The Fashionable Lampoon Issue 11 – Magnifico

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