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The Fashionable Lampoon
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vivienne westwood

5 elements

«Le mie carte da gioco non sono solo una strategia per salvare il mondo, ma sono anche una mappa per le mie creazioni stilistiche. Credo che se avessimo più cultura anziché consumismo non saremmo in questo casino ambientale e avremmo un ethos differente. 

L’ispirazione di questa nuova collezione nasce dal mio essere Taoista e dal mio amore per l’arte cinese. Abbiamo iniziato dai cinque elementi taoisti: Fuoco, Terra, Metallo, Acqua e Legno. Le stampe delle peonie e dei draghi cinesi rappresentano la forza vitale dell’universo. Le mie carte da gioco sono diventate bandiere giganti dipinte a mano su t-shirt e mini kilt. Cerco sempre di creare una stampa camouflage per le nostre collezioni perché stiamo combattendo per salvare il mondo e i punk amano lottare. 

Amiamo la maglieria, amiamo le grafiche e amiamo il fai da te. Abbiamo scelto i nostri modelli per il loro stile personale. Per esempio, Jenkin Van Zyl arrivò ai casting vestito da matador e abbiamo deciso di mantenere il suo stile. Il mio miglior consiglio è ‘Buy Less, Dress Up’.

Ho iniziato la collezione da un piccolo gilet, il gilet più sexy del mondo da indossare in ogni occasione con tutto. Abbinato ad un abito per un look da giorno con scaldamuscoli e calze spesse. Ovviamente amiamo una giacca sartoriale indossata con un paio di shorts, ma è stupenda anche con un paio di pantaloni Savile Row. Abbiamo ogni tipo di pantalone in collezione, nessuno dei quali è un jeggings!

Storicamente la camicia è quell’indumento che indossi sempre. Togli la giacca ma la camicia resta. Anni fa, quando creai la mia Pirate Collection, il cuore dell’intera collezione risiedeva nella camicia, un indumento che non è cambiato in cinquecento anni di storia. È un indumento cosi romantico. Le persone la indossano per la propria sepoltura e i peccatori la indossano per andare in chiesa a chiedere l’assoluzione dai propri peccati. 

Quando Re Carlo II chiese a Peter Lely, il pittore di corte, di dipingere i ritratti delle sue amanti, queste indossavano le loro chemise e utilizzarono delle tende in satin come toghe  perché voleva che sembrassero delle dee greche.

La collezione ha a che fare con l’unisex. Quando ero un’adolescente passavo i sabati con i miei amici a farci i capelli, scambiarci i vestiti e a creare look prima di andare a ballare la sera…»

– Vivienne Westwood

So British: Burberry meets Vivienne

Stile British all’ennesima potenza: Burberry insieme al Punk di Vivienne Westwood. Riccardo Tisci lo ha annunciato su Instagram. La collezione, con lancio previsto a dicembre, sarà un’edizione limitata che rivisita gli abiti iconici dell’heritage inglese.

Per Tisci, direttore creativo di Burberry da marzo di quest’anno, Vivienne è da sempre musa ispiratrice: «è una delle prime designer ad avermi fatto sognare di diventare stilista. Quando ho iniziato a lavorare da Burberry, ho pensato che sarebbe stata l’occasione perfetta per coinvolgerla in un progetto», scrive.

Il gioco dei contrasti è espressione della modernità. Snob e pop, e streetstyle. Punk e classico. Burberry e Westwood.

Una parte del ricavato sarà devoluta a Coolheart, l’organizzazione nata in Perù con l’obiettivo di proteggere le foreste pluviali e combattere gli effetti della deforestazione.

ECHOES OF POPULISM

Testo Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

La London Fashion Week Men’s, come il British Fashion Council l’ha recentemente ribattezzata, si è dimostrata essere spazio per l’avanzare di una visione populista e, inoltre, per un tipo di atto politico in grado di mobilitare una popolazione contro un governo elitario. Mutano gli assetti nel campo delle relazioni internazionali e lo stesso si riscontra nello scenario della moda. Un moto rivoluzionario, che non per forza asseconda l’evolvere dello stile, sembra riflettere un altrettanto movimento che trama sotto la superficie – una rivolta popolare globale che acquista sempre più forza ogni stagione che passa. Confermando l’idea che sia l’impulso populista a guidare la moda, gli stilisti continuano ad abbracciare il tanto richiesto modello del see now-buy now e, al contempo, proseguono nella direzione intrapresa la scorsa stagione con la proposta di collezioni unisex.

L’evento più atteso, il ritorno a Londra di Vivienne Westwood, che ha mostrato l’intenzione di rispecchiare con la sua collezione il cambiamento sociale in atto e di renderla piattaforma di discussione di tematiche ambientali. La stilista si è focalizzata soprattutto sull’importanza del riciclo e del processo di upcycling – tramite il quale i prodotti acquistano maggior valore rispetto ai componenti originali – incoraggiando il pubblico a «fare un gesto politico» e a convertirsi con consapevolezza all’energia sostenibile. Alcuni capi riportavano la parola Ecotricity, rispecchiando un punto di vista sociopolitico e new age. Li accompagnava la linea see now-buy now di gioielli unisex caratterizzati dall’intreccio dei simboli greci di Marte e Venere, a sostegno del messaggio della fluidità di genere. Christopher Raeburn ha presentato una collezione dual-gender realizzata con soli tessuti riciclati o ottenuti da produttori tessili biologici. Affrontando tematiche globali simili a quelle toccate da Vivienne Westwood, Raeburn ha voluto parlare di energia sostenibile e della sua crescente rilevanza nell’industria della moda. Se la spinta populista ha imposto uno spostamento della richiesta verso un abbigliamento funzionale, lo stilista ha dunque risposto con denim ecologico, capispalla in felpa riciclata e tute in nylon.

La collezione di Craig Green si è espressa in maniera più sottile. Al contrario degli stilisti già citati si è confrontata con la paura della sconfitta di una visione populista contro l’avanzare di un’autorità elitaria – un sentimento che è facile riscontrare a livello internazionale nella società odierna. Green l’ha tradotto nella paura della vastità del mare, asserendo che possiamo immaginare i suoi abiti indossati da una comunità che ha perso una battaglia, e che va in cerca di altri uomini che possano risollevarne le sorti. Se la collezione è senza dubbio influenzata da un senso di paura, Green ha realizzato i suoi modelli con coraggio, portando alla società un messaggio ancora più forte. Un respiro ottimista è il contributo di J.W. Anderson alla London Fashion Week Men’s. La sua collezione gender-neutral era orientata verso una sorta di mescolanza tra street style e artigianalità britannica utilizzando l’uncinetto. Lo stesso approccio era visibile anche nello styling, nella sovrapposizione smodata di capi su ciascun modello, quasi servissero come una sorta di meccanismo di difesa. Se questo era senza dubbio un elemento di evasione, non si può negare quanto rispecchiasse le paure che il mondo si trova ad affrontare con l’inizio del nuovo anno.

La London Fashion Week Men’s ha dunque dimostrato quanto il populismo stia solo prendendo slancio e quanto che la moda sta accogliendo questa rivoluzione. La voci del pubblico ha una risonanza sempre maggiore, difendendo la propria libertà di espressione attraverso l’arte, mentre diviene più sensibili alle tematiche sociopolitiche. Non deve sorprendere, quindi, l’importanza sempre più ampia di istanze politiche, sociali ed economiche nelle ultime collezioni: la moda è sempre stata anticipatrice della storia, e sempre lo sarà.

Text Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

London Fashion Week Men’s, as the British Fashion Council has newly renamed it, proved to be a scene for populism, further, a political style of action mobilizing a population against an elitist government. Following the shift in international relations, we are simultaneously witnessing a shift in fashion. A non-style revolution appears to be mirroring a movement brewing under the surface: a worldwide people’s revolt that gains strength with each coming season. With a nod to the proof that populism is dictating fashion, designers continued to produce the demanded see now-buy now collections, while initiating the follow-suit of last season’s shift in the continuance of dual-gendered shows.

This season’s most highly anticipated collection was that of the return of Vivienne Westwood to London, who proved she had every intention to mirror the shift in social change, as well as to make it a platform for eco issues. Westwood’s collection was majorly fixated on the importance of recycling and upcycling, encouraging the audience to «commit a political act» and consciously convert to green energy. The Ecotricity models mirrored a series of new-age sociopolitical views, namely sending a message of gender fluidity through the see now-buy now, unisex jewelry collection that harbored a statement design characterized by the two intertwined Greek gender symbols of Mars and Venus.

Christopher Raeburn walked a dual-gendered collection consisting entirely of recycled fabrics or fabrics from sourced organic suppliers. Speaking to a similarly familiar global issue as Vivienne Westwood, Raeburn delivered the message of sustainable energy and its growing presence in the fashion industry. As populism has dictated a want shifted towards functional clothing, Raeburn responded with organic denim, recycled fleece outerwear and nylon tracksuits.

More subtly spoken was Craig Green’s collection that in contrast to the above collections spoke to the fear of populism lack and the gain of elitist authority, a sentiment that is internationally relatable in facing today’s society. Green translated this notion into fear of the vastness of the sea and stated that one could imagine the collection dressing a community losing a battle, looking to other men to restore their faith. While the collection was undoubtedly driven by fear, Green executed his designs in a fearless conception, ultimately sending a stronger message to society.

J.W. Anderson contributed to breathe optimism during London Fashion Week Men’s. The gender-neutral collection shifted towards «British street craft», crochet. Notoriously so, the craftsmanship continued in the styling of each look as Anderson excessively layered each model in such a precision, noting that it was to serve as a sort of defense mechanism. While this was undoubtedly distracting, it can be considered that perhaps this notion of protection reflects the fearful state of the world in this New Year.

London Fashion Week Men’s proved that populism is merely gaining momentum and fashion is housing the revolt. The voices of the public are reaching greater audiences, protesting their freedom of expression through art, whilst lending awareness to sociopolitical issues. While the volume of political, social, and economic concerns appear louder than ever in recent collections, it should come as little surprise; fashion has always and will continue to be the harbinger of history.

Images courtesy of press office

Barbieri Rewind

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Ci fu un tempo in cui la moda non esisteva. Non esistevano i fashion editor e non esistevano gli stylist. Non esisteva nemmeno Vogue, ma un suo embrione che si chiamava Vanità. Fu allora che entrò in scena Gian Paolo Barbieri, che con la sua fotografia contribuì a creare il sistema.

Gian Paolo Barbieri, classe 1938, milanese-milanese – la sua biografia dice che nacque in via Mazzini – figlio di una famiglia di grossisti di tessuti. Forse il suo rapporto con la moda era scritto nel destino? Certo è che visse fin da piccolo in mezzo alle stoffe, acquisendo competenze che avrebbe riutilizzato anni dopo nelle sue fotografie di moda. Prima, però, ci furono altre passioni da esplorare: studiò per un biennio alla Scuola di Recitazione del Teatro dei Filodrammatici e conobbe il cinema dall’interno degli studi di Cinecittà. Erano gli inizi degli anni Sessanta, impossibile ignorare le sirene della Roma della Dolce Vita. Gian Paolo non divenne un attore, nonostante una piccola apparizione in Medea di Luchino Visconti, con il quale aveva già lavorato – giovanissimo – a teatro ne La Locandiera. Imparò da autodidatta la fotografia: era lì che il suo talento doveva esprimersi. Del teatro e del cinema rimase comunque molto nel suo stile fotografico: il senso del movimento, soprattutto, e i tanti riferimenti, con una predilezione per le atmosfere del cinema degli anni Trenta e Quaranta.

Andiamo con ordine: dopo Roma approdò a Parigi, alla corte del fotografo di Harper’s Bazaar Tom Kublin. Fu un’esperienza breve ma intensa: Kublin morì appena venti giorni dopo, ma quel periodo bastò a Barbieri per farlo rientrare a Milano deciso ad aprire il suo studio fotografico. Così fece, nel 1964. Da allora, un crescendo: i suoi servizi furono pubblicati su Vanità – la rivista che nel 1966 sarebbe diventata Vogue Italia – e su Vogue Paris. Fu in quel periodo che cominciò a collaborare con Valentino, in un felice incontro di anime affini: dal loro sodalizio artistico nacque la concezione attuale della campagna pubblicitaria di moda. Fino ad allora, erano i produttori di tessuti a fare pubblicità sulle riviste, per mostrare cosa i couturier avessero realizzato con le loro creazioni. Valentino e Giancarlo Giammetti vollero ribaltare il punto di vista: si sarebbero dovute vedere le collezioni e mostrarne il senso, interpretandole con un’ambientazione e delle modelle che ne rispecchiassero il concetto. Per questo si rivolsero a Gian Paolo Barbieri. Nacquero pubblicità iconiche che ebbero protagoniste come Audrey Hepburn e Jerry Hall, passando per le modelle più famose dell’epoca, da Mirella Petteni a Veruschka, figure femminili che diedero vita a un’estetica duratura della donna Valentino: eterea, algida e sofisticata. In quegli anni il fotografo di moda era una figura nuova e poliedrica, che non doveva solo scattare, ma preoccuparsi di trucco, parrucco e accessori e costruire – letteralmente – il set con quello che trovava a disposizione, lavorando di fantasia e arte di arrangiarsi: nella prima pubblicità preparata in studio per Valentino, per ricreare le dune del set Gian Paolo Barbieri usò quintali di semolino.

Negli anni Ottanta Barbieri cavalcò il passaggio dall’haute couture al prêt-à-porter italiano, destinato a conquistare il mondo. Oltre che con Valentino, lavorò con gli altri nomi della moda made in Italy, personalità diverse ma accomunate dalla totale fiducia nel suo impeccabile occhio fotografico: Armani, Versace, Ferré, Dolce e Gabbana. Realizzò campagne pubblicitarie per Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, Vivienne Westwood, sempre riuscendo a trasformare ciò che ritraeva in immagini ideali, ricche di richiami e riferimenti artistici. Se Barbieri lavorò con i più grandi stilisti riuscendo sempre a creare sintonie umane e capolavori estetici, fu perché aveva ben compreso il segreto delle foto di moda: riuscire a entrare nella mente dello stilista per interpretarne le creazioni.

Negli anni Novanta successe qualcosa. Certo, ci fu il cambio di direzione ai vertici di Vogue Italia e un nuovo tipo di approccio verso i fotografi di moda, forse meno continuativo e personalizzato. Soprattutto, però, ci fu una frattura personale che Barbieri rese pubblica solo venticinque anni dopo, quando pubblicò il libro di foto e poesie Fiori della mia vita. Era il 1991, durante una vacanza alle Seychelles fu raggiunto da una telefonata devastante: annunciava la tragica morte in un incidente in moto del compagno Evar. Una ferita che accompagnò Gian Paolo Barbieri sempre e che probabilmente contribuì al desiderio di nuove scelte artistiche. Con la moda aveva fatto molto, era giunto il momento di esplorare anche altri mondi, fisici e creativi. La natura, l’etnografia, luoghi esotici e selvaggi, antitesi degli studi fotografici a cui era avvezzo.

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

There was a time when fashion didn’t exist. There were no fashion editors or stylists. There was no Vogue: only its embryo called Vanità. That’s when Gian Paolo Barbieri entered the scene and used his photography to create the system.

Born in 1938 and a real Milanese – his biography says that he was born on Via Mazzini – Gian Paolo was the son of a textile wholesaler. Was his relationship with fashion his destiny? He certainly grew up surrounded by fabric, learning skills that he would use years later in his fashion photographs. Before that, however, there were other passions to explore: he studied for two years at the Teatro dei Filodrammatici acting school in Milan and he also frequented the Cinecittà sound stages. It was the early sixties and the sirens of the Dolce Vita in Rome were impossible to ignore. Gian Paolo did not become an actor despite a walk-on part in Luchino Visconti’s Medea. He was a self-taught photographer and realized that this art was where he could best express his talent. Theater and film nevertheless remained important in his photography style: his sense of movement, above all, and many references, with a preference for the films of the thirties and forties.

Let’s proceed in order: after Rome, Gian Paolo went to Paris to work for Harper’s Bazaar photographer Tom Kublin. It was a brief but intense experience: Kublin died just twenty days later, but that period was enough for Barbieri to return to Milan, determined to open his own photography studio, which he did in 1964. After that, it was a crescendo: his photo spreads were published in Vanità – the magazine that became Vogue Italia in 1966 – and in Vogue Paris. He started working with Valentino in that period. It was a successful encounter between two kindred spirits: their artistic partnership led to the current concept of the advertising campaign for fashion. Up until then, textile manufacturers advertised in magazines to show what couturiers could have done with their products. Valentino and Giancarlo Giammetti wanted to switch that point of view: it was important to show the collections and their sense, interpreting them with a setting and models that reflected the concept. This is why they contacted Gian Paolo Barbieri. Iconic ads were born featuring stars like Audrey Hepburn and Jerry Hall as well as the most famous models of the day, from Mirella Petteni to Veruschka. These feminine figures gave rise to a lasting aesthetic of the Valentino woman: ethereal, poised and sophisticated. In those years the fashion photographer was a new, multifaceted figure who not only had to take pictures, but was also responsible for the makeup, hair styling and accessories and literally had to build the set with whatever was available, using imagination and the art of making do with what you’ve got. In his first ad prepared for Valentino, Gian Paolo Barbieri used quintals of semolina flour to recreate sand dunes on the studio set.

In the eighties, Barbieri rode the wave from Italian haute couture to prêt-àporter, which was destined to conquer the world. Besides working with Valentino, he also collaborated with Italy’s most famous fashion designers – Armani, Versace, Ferré, and Dolce & Gabbana – who were different yet totally trusted Gian Paolo’s impeccable eye for photography. He did advertising campaigns for Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, and Vivienne Westwood and was always able to transform what he portrayed into ideal images full of artistic references and evocations. Barbieri worked with the greatest designers. He was always on the same wavelength and able to create aesthetic masterpieces because he understood the secret to fashion photography: he was able to enter the designer’s mind to interpret his creations.

Something happened in the nineties. Certainly, a new editor-in-chief arrived at Vogue Italia and a new relationship with fashion photographers emerged that was perhaps less continuative and personalized. There was, above all, a personal tragedy that Barbieri revealed publicly twenty-five years later, when he published a book of photographs and poems called Fiori della mia vita [Flowers of my life]. In 1991, during a vacation at the Seychelles, he received a devastating phone call announcing the tragic death in a motorcycle accident of his partner Evar, who was thirty years younger. This scar always accompanied Gian Paolo Barbieri and probably contributed to his desire for new artistic choices. He did much in the fashion industry and the time had come for him to explore other physical and creative worlds. Nature, ethnography, and wild, exotic places were the antithesis of the photographic studios to which he was accustomed.

Il 22 novembre 2016, avrà luogo la nuova mostra personale di Gian Paolo Barbieri presso la sede della galleria d’arte 29 Arts In Progress, in via San Vittore 13 a Milano.

An exhibit dedicated to Gian Paolo Barbieri is going to open on November the 22nd 2016 in the Milanese location of the 29 Arts in Progress gallery, at via San Vittore 13.

A full interview to Gian Paolo Barbieri has been published on The Fashionable Lampoon Issue 6

Photographer Gian Paolo Barbieri
Starring Leila Nda @ Women Management Paris
Styling Ellen Mirck
Art Direction Alessandro Fornaro

Hair Lorenzo Barcella @ Aldo Coppola
Make up Arianna Campa @ Close Up
Manicurist Selica Ianeselli @ Mks using TNS Cosmetics

Light technician Stefano Zarpellon
Digital tech Yossi Loloi
Studio assistant Matteo Bocchialini
Studio manager Emanuele Randazzo
Stylist assistants Orsola Amadeo, Giulia Tabacchi
Post-production Laura Baiardini