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Text Jacopo Bedussi

Danny Stienen è da sei anni l’head buyer di Antonioli Milano. Gli abbiamo chiesto com’è iniziata questa professione, che è tanto fondamentale per chi sta dentro alla bolla del fashion e tanto sfuggente per chi ne è fuori.

«Nel duemiladieci, quando sono arrivato a Milano, facevo un corso di italiano alla NABA e passavo tutti i giorni davanti al negozio, che in quel periodo era la mecca del nero. Io mi vestivo sempre Rick Owens – anche a lezione, con gli elephant boots – Damir Doma o Carol Christian Poell. Un giorno entro e c’era Claudio (Antonioli) che cercava qualcuno che lavorasse in boutique. Io non parlavo una parola di italiano, ma mi fece iniziare il giorno dopo. Facevo un po’ di tutto, dal commesso al modello per il catalogo dell’e-commerce che stava nascendo. Doveva essere per tre mesi, io dormivo su un divano da amici, poi sono diventati sei mesi e poi… sono ancora lì».

Diventare buyer è stata una scelta o una naturale evoluzione? «Non era nei miei progetti all’inizio, io studiavo giornalismo ed ero già fissato con le avanguardie e la moda radicale, ho iniziato come assistente andando alle fiere e alle fashion week. Poi, a inizio duemiladodici ho iniziato ufficialmente a fare il buyer. Nel frattempo il gruppo Antonioli si è ampliato, abbiamo aperto a Ibiza, la White Room a Milano – che ho ideato per avere una scatola neutra e contemporanea per presentare il newbrow dei designer più giovani ­– e adesso stiamo ampliando il negozio con un progetto di Casper Mueller Kneer, che è uno dei miei architetti preferiti».

Quel che è interessante è anche capire qual è la visione di questo mostro affascinante che è la moda, che in una città come Milano penetra in molti più aspetti della vita di tutti rispetto ad altre latitudini. Se ne parla in autobus e al bar, ci si scambiano opinioni su dove e come andranno questo e quel designer in una sorta di fashion calciomercato che ribolle di news ed entusiasmi e borbottii. «Penso che siamo in una fase di transizione tra lo streetwear, che ha occupato tutto, e una richiesta di qualità da parte del consumatore finale». Cosa significa qualità? «Qualità delle forme, dei materiali, dei dettagli. Delle idee. Qualità per me è spendere soldi per un’idea e un progetto invece che per una stampa o un logo».

Il pezzo da avere per questa FW18? «Per l’uomo la capsule ‘Christiane F, Wir kinder vom Banhoof Zoo’ di Raf Simons. Per la donna il remake della camicia Impossible True Love di Prada. Il ritorno dell’hype di Prada dopo un periodo di flessione secondo me è sintomatico del ritorno di una moda colta e ragionata, dopo la sbronza street. Poi mi è sempre piaciuto il lavoro che hanno fatto a fianco degli artisti e con lo Studio OMA di Rem Koolhaas. Che è olandese, come me».

antonioli.eu

Danny Stienen